Leoš Janáček : Sinfonietta – ‘Pilgrimage of the Soul’ – “Intimate Letters” – In the Mists





Leoš Janáček e il Quartetto n. 2 (1928), «Lettere intime»

by | 24 Mar 2017

La figura di Leoš Janáček è una delle più singolari nella storia della musica nei primi decenni del Novecento. Nato a Hukvaldy in Moravia nel 1854, compì i suoi studi musicali (di pianoforte, organo e composizione) a Praga, a Lipsia e a Vienna, per poi tornare nella capitale morava di Brno – per nulla «provinciale», ma giudicata tale dai boemi praghesi – dove svolse un’attività circoscritta: da un lato come insegnante e direttore di coro (e soltanto marginalmente come compositore), dall’altro a raccogliere e a trascrivere centinaia e centinaia di motivi della musica popolare morava. Furono gli anni fondamentali in cui presero forma poco per volta i tratti salienti del linguaggio stilistico di Janáček – sostanzialmente autodidatta, rinnegando gli studi – che avrebbero distinto la sua produzione successiva (vocale, strumentale, orchestrale e soprattutto teatrale). L’opera Jenůfa, composta con fatica tra il 1895 e il 1903, ebbe una prima esecuzione a Brno nel 1904, ma fu soltanto nel 1916 che il lavoro approdò all’Opera di Praga, procurando una notorietà immediata al musicista – più che sessantenne – che si propagò ben presto nel resto d’Europa e poco dopo negli Stati Uniti.

Fu l’inizio di un’ultima stagione creativa di una fertilità impressionante, che comprese le opere Kát’ja Kabanová, La volpe astuta, L’affare Makropoulos e Da una casa di morti, assieme ad altre pagine come la rapsodia sinfonica Taras Bulba, il ciclo vocale Il diario di uno scomparso, i due Quartetti per archi, la Sinfonietta e la Messa glagolitica, ognuna delle quali trasse ispirazione in varia misura dalla figura di Kamila Stösslová, moglie di un antiquario di Pisek, di cui il musicista si era invaghito nel 1917. Mai consumato, l’amore dell’infatuato Janáček – sposato anch’egli – fu tollerato da Kamila, di 37 anni più giovane, la quale si compiacque, con una certa reticenza, di essere l’inaspettata musa di un compositore dalla fama in continua ascesa. Gli incontri tra i due furono piuttosto infrequenti, ma ci sono state tramandate oltre 700 lettere – più di 500 sono di Janáček – che da un lato documentano la passione sfrenata, per certi versi adolescenziale, del musicista, dall’altro la compostezza di Kamila. E a suggello della sua passione, Janáček scrisse il Quartetto (in programma nel concerto del Quartetto Akilone) a pochi mesi dalla sua scomparsa nel 1928, proponendo in un primo momento di dargli il titolo «Lettere d’amore» e di assegnare la parte della viola alla voce, flebile ma sensuale, di una viola d’amore. Per avvicinarci alla poetica di Janáček, è opportuno ricordare che quasi tutta la sua musica – anche quella strumentale – possiede una dimensione vocale legata intimamente alle inflessioni del linguaggio parlato: delle «piccole melodie della parola» (nápĕvky mluvy, il termine dello stesso musicista) che condizionano una metrica estremamente irregolare e che trova espressione il più delle volte in motivi e incisi di breve durata, spesso ripetuti ossessivamente come degli ostinato. E in fatto di armonia, il musicista si concede – ispirato anche da Debussy – la più grande libertà: le vecchie regole del «circolo delle quinte» sono sovvertite e Janáček giustappone tonalità diverse con estrema disinvoltura, pur rimanendo in ambiti armonici fondamentalmente tradizionali (che, nel caso del Quartetto di questa sera, gravitano intorno a re bemolle, una delle tonalità «scure» preferite dall’autore).

Formalmente, il Quartetto è diviso in quattro movimenti, ma in ognuno vi sono frequentissimi cambiamenti di tempo: nello spazio di poche pagine  – talvolta sulla stessa pagina – si passa repentinamente da Allegro a Adagio, da Vivace a Andante, da Presto a Grave (e quasi sempre con precisissime indicazioni metronomiche). Questi cambiamenti bruschi, che spesso riguardano anche l’andamento metrico, sono il termometro dello stato d’animo di Janáček, che oscilla tra gli estremi di un’agitatissima esaltazione e una profonda tristezza. E più volte la viola è chiamata a «rappresentare» la figura di Kamila, che entra e esce di scena in continuazione.

Stando alle lettere del compositore, il primo movimento evoca l’emozione provata da Janáček al primo incontro con Kamila, «l’impressione quando ti vidi per la prima volta»: il motivo spettrale della viola (sul ponticello) allude al canto della zigana Stefka nel Diario di uno scomparso, modellata a sua volta sulla stessa Kamila.

Il secondo movimento ricorda invece l’incontro dei due alle Terme di Luhačovice nell’estate del 1921, dopo una separazione di diciotto mesi, ed è nuovamente la viola a introdurre i due temi principali. L’immaginazione di Janáček ha varcato ogni confine: «Oggi ho messo in musica la mia più dolce nostalgia. Lotto con lei. Ma lei vince. Tu metti al mondo un figlio. Che destino avrebbe questo figlio? E quale tu stessa? La musica suona così come tu sei, sorridente e in lacrime» (8 febbraio 1928). A metà del brano, dei «bisbigli» (flautato) del secondo violino precedono un distorto motivo di danza (un’allusione all’orchestrina delle Terme) e la ricomparsa dei temi principali del movimento d’apertura.

Il terzo movimento, una «trasfigurazione dell’immagine» di Kamila, diede una soddisfazione particolare al musicista: «Oggi mi è venuto, come se la terra tremasse. Sarà il migliore. Se solo mi riuscisse così bene anche l’ultimo. Esprimerà il timore per te» (18 febbraio). E invece: «In quest’ultimo non risuona il timore per la bella donnola, ma un grande anelito e nello stesso tempo il suo appagamento». Difatti, l’ultimo movimento sembra prima lanciarsi in una danza sfrenata dei sensi, per poi rassegnarsi ad un lungo, estenuante  addio, sobbalzando da ultimo in un estremo, doloroso sussulto.

Andrew Starling

https://www.perugiamusicaclassica.com/2017/03/24/leos-janacek-e-il-quartetto-n-2-1928-lettere-intime/

Leoš Janáček – Mša glagolskaja / Glagolitic Mass | controappuntoblog …

JANACEK: Das schlaue Füchslein (Walter Felsenstein Edition), LA …

Leóš Janáček, : Jenufa, Sarka complete opere

Leóš Janáček | controappuntoblog.org

Da una casa di morti (Z mrtvého domu)” di Leoš Janáček ..

Janáček The Makropoulos Affair from Salzburg Festival …

Leos Janacek – Z mrtveho domu | controappuntoblog.org

Leoš Janáček : Taras Bulba

http://www.controappuntoblog.org/2011/12/12/leos-janacek/

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Gramsci’s Life and Thought by marxists.org, in italiano anche – I giorni del carcere (1977)- Gramsci 44 films

Antonio Gramsci 1919

Unions and councils


Source: L’Ordine Nuovo, 11 October 1919;
Translated: for the Marxists Internet Archive by Michael Carley.


The proletarian organization which assembles, as the total expression of the worker and peasant mass, in the central offices of the Confederazione del Lavoro, is passing through a constitutional crisis similar in nature to the crisis in which the democratic parliamentary state vainly debates. The solution of one will be the solution of the other, since, resolving the problem of the will of power in the case of their class organization, the workers will arrive at the creation of the organic scaffolding of their state and they will counterpose it victoriously to the parliamentary state.

The workers feel that the complex of “their” organization has become such an enormous apparatus, which has ended in obeying its own laws, intimate to its structure and to its complicated functioning, but extraneous to the mass which has acquired a consciousness of its historical mission as a revolutionary class. They feel that their will for power is not expressed, in a clear and precise sense, through the current institutional hierarchies. They feel that even at home, in the home they have tenaciously constructed, with patient efforts cementing it with blood and tears, the machine crushes the man, bureaucracy sterilizes the creator spirit and banal and verbalistic dilettantism attempt in vain to hide the absence of precise concepts on the necessities of industrial production and the lack of understanding of the psychology of the proletarian masses. The workers are irritated by these real conditions, but they are individually powerless to change them; the words and wills of individual men are too small a thing compared to the iron laws inherent in the structure of the union apparatus.

The leaders of the organization do not notice this deep and widespread crisis. The more it clearly appears that the working class is not organized in forms corresponding to its real historical structure, the more it happens that the working class is not lined up in a configuration which incessantly adapts itself to laws which govern the intimate process of real historical development of the class itself; the more these leaders persist in their blindness and force themselves to “juridically” settle dissent and conflicts. Eminently bureaucratic spirits, they believe that an objective condition, rooted in the psychology which is developed in the living experiences of the factory, can be overcome with a discourse which moves feelings, and with an order of the day unanimously voted in an assembly made ugly by hubbub and oratorical meanderings. Today they force themselves to “rise to the height of the times” and, as if to demonstrate that they are also capable of “hard thinking,” refashion the old and worn-out union ideologies, tediously insisting on relations of identity between the soviet and the union, tediously insisting on affirming that the present system of union organization constitutes the system of forces in which the dictatorship of the proletariat must be made flesh.

The union, in the form in which it presently exists in the countries of Western Europe, is a type of organization not only essentially different from the soviet, but different also, and in a notable way, from the union which is developing ever more in the red communist republic.

The trade unions, the Camere del Lavoro, the industrial federations, the Confederazione Generale del Lavoro, are the type of proletarian organization specific to the period of history dominated by capital. In a certain sense it can be maintained that it is an integral part of capitalist society, and it has a function which is inherent to the regime of private property. In this period, in which individuals have value in so far as they are owners of goods and trade in their property, workers have also had to obey the iron law of general necessity and have become merchants of their only property, labour power and professional intelligence. More exposed to the risks of competition, workers have accumulated their property in ever more vast and comprehensive “firms,” they have created this enormous apparatus of concentration of flesh and graft, they have imposed prices and hours and they have disciplined the market. They have assumed from outside or they have generated from within a trusted administrative personnel, expert in this kind of speculation, up to the job of dominating the conditions of the market, capable of stipulating contracts, of assessing commercial vagaries, of initiating economically useful operations. The essential nature of the union is competitive, it is not communist. The union cannot be an instrument of radical renewal of society: it can offer the proletariat knowledgeable bureaucrats, technical experts in industrial questions of general character, it cannot be the base of proletarian power. It offers no possibility of choosing individual proletarians capable and worthy of leading society, it cannot generate hierarchies which embody the vital thrust, the rhythm of progress of communist society.

The proletarian dictatorship can be made flesh in a type of organization which is specific to the particular activity of producers and not of wage-earners, slaves of capital. The factory council is the first cell of this organization. Since in the council all the branches of labour are represented, proportionally to the contribution each trade and each branch of labour makes to the development of the object which the factory produces for the collective, the institution is of a class, it is social. Its reason for being is in labour, is in industrial production, in a thus permanent state and not only in a salary, in the division of classes, in a thus transitory state and which is precisely to be overcome.

Thus the council realizes the unity of the labouring class, gives the masses a cohesion and a form which are of the same nature as the cohesion and form as the mass assumes in the general organization of society.

The factory council is the model of the proletarian state. All the problems which are inherent in the organization of the proletarian state are inherent in the organization of the council. In one and the other the concept of citizen decays, and the concept of comrade grows: collaboration to produce well and usefully develops solidarity, multiplies the links of affection and fraternity. Everyone is indispensable, everyone is at their post, and everyone has a function and a post. Even the most ignorant and backward of workers, even the most vain and “cultured” of engineers end convincing themselves of this truth in the organization of the factory: all finish by acquiring a communist consciousness to understand the great step forward which the communist economy represents over the capitalist economy. The council is the most suited organ of reciprocal education and of development of the new social spirit which the proletariat has managed to develop from the living and fertile experience of the community of labour. Worker solidarity which in the union developed in the struggle against capitalism, in suffering and sacrifice, in the council is positive, is permanent, is made flesh even in the most negligible of moments of industrial production, is contained in the glorious consciousness of being an organic whole, a homogeneous and compact system which working usefully, which disinterestedly producing social wealth, affirms its sovereignty, actuates its power and freedom to create history.

The existence of an organization, in which the labouring class is lined up in its homogeneity of a producing class, and which makes possible a spontaneous and free flowering of fitting and capable hierarchies and individuals, will have important and fundamental effects on the constitution and spirit which enliven activity of unions.

The factory council is also founded on trades. In each section the workers are separated by team and each team is a unit of labour (trade): the council is constituted precisely of commissars which the workers elect by section trade (team). But the union is based on the individual, the council is based on the organic and concrete unity of the trades which is developed in the discipline of the industrial process. The team (trade) feels distinct in the homogeneous body of the class, but in the same moment it feels engaged in the system of discipline and order which makes possible, with its exact and precise functioning, the development of production. As an economic and political interest the trade is united in solidarity with the body of the class; it is differentiated from it as a technical interest and as the development of the particular instrument which it adopts for labour. In the same way, all industries are homogeneous and solidaristic in the aim of realizing perfect production, distribution and social accumulation of wealth; but each industry has distinct interests regarding the technical organization of its specific activity.

The existence of the council gives workers the direct responsibility of production, it draws them to improving the work, instils a conscious and voluntary discipline, creates the psychology of the producer, of the creator of history. The workers bring into the union this new consciousness and from the simple activity of class struggle, the union dedicates itself to the fundamental work of impressing a new configuration upon economic life and the technique of labour, it dedicates itself to elaborating the form of economic life and professional technique which is proper to communist culture. In this sense the unions, which are constituted of the best and most conscious workers, actuate the supreme moment of the class struggle and of the dictatorship of the proletariat: they create the objective conditions in which classes can no longer exist nor be reborn.

In Russia, this is what the industrial unions do. They have become the organisms in which all the individual enterprises of a certain industry amalgamate, connect, act, forming a great industrial unity. Wasteful competition is eliminated, the great services of administration, of resupply, of distribution and of accumulation, are unified in large centres. The systems of work, the secrets of fabrication, the new applications immediately become common to the whole industry. The multiplicity of bureaucratic and disciplinary functions inherent to relations of private property and individual enterprise, is reduced to pure industrial necessities. The application of union principles to the textile industry has allowed in Russia a reduction of the bureaucracy from 100,000 employees to 3,500.

The organization by factory makes up the class (the whole class) in a homogeneous unit and which adheres plastically to the industrial process of production and dominates it to take ownership definitively. In the organization by factory is thus made flesh the proletarian dictatorship, the communist state which destroys the dominion of class in the political superstructures and in its general mechanisms.

The trade and industry unions are the solid vertebrae of the great proletarian body. They elaborate individual and local experiences, and they gather them, actuating that national equalizing of conditions of labour and of production on which is concretely based communist equality.

But because it is impossible to impress on the unions this positively class and communist direction it is necessary that the workers turn all their will and their faith to the consolidation and the diffusion of the councils, to the organic unification of the labouring class. On this homogeneous and solid foundation will flower and develop all the superior structures of the communist dictatorship and economy.

Gramsci’s Life and Thought

Gramsci’s political and social writings occur in two periods, pre-prison (1910-1926) and prison (1929-35).  His pre-prison writings tend to be politically specific, while his prison writings tend to be more historical and theoretical.

For a brief overview of Gramsci’s life and thought see:

An Introduction to Gramsci’s Life and Thought by Frank Rosengarten.

Gramsci’s Arrest: Letter by Tania Schucht, November 1926

Pre-Prison Political Writings 1910-1926

1916

Newspapers and the Workers * (Avanti!, 22 December 1916)
Men or machines? (Avanti!, 24 December)

1917

Character * (Grido del Popolo, 3 March 1917)
Notes on The Russian Revolution (Grido del Popolo, 29 April)
The Russian Maximalists (Grido del Popolo, 28 July)
The Revolution Against ‘Capital’,* (Avanti!, 24 November)

1918

One Year of History * (Grido del Popolo, 16 March 1918)

1919

Red Ink * (Avanti!, 4 April 1919)
The Price of History * (L’Ordine Nuovo, 7 June 1919)
Workers’ democracy * (L’Ordine Nuovo, 21 June 1919)
The conquest of the state * (L’Ordine Nuovo, 12 July 1919)
Workers and peasants * (L’Ordine Nuovo, 2 August 1919)
The development of the revolution * (L’Ordine Nuovo, 13 September 1919)
Chronicles of the new order * (L’Ordine Nuovo, 13 September 1919)
To the section commissars of the FIAT-Brevetti workshops * (L’Ordine Nuovo, 13 September 1919)
Unions and councils * (L’Ordine Nuovo, 11 October 1919)
Unions and the dictatorship * (L’Ordine Nuovo, 25 October 1919)
Revolutionaries and elections * (L’Ordine Nuovo, 15 November 1919)
The problem of power * (L’Ordine Nuovo, 29 November 1919)
The events of 2-3 December (1919) * (L’Ordine Nuovo, 13 December 1919)

1920

Workers and peasants, * (L’Ordine Nuovo, 3 January 1920)
Split or Disorder? * (L’Ordine Nuovo, December 11-18, 1920)

1921

The ape people (L’Ordine Nuovo,* 1 January)
Caporetto and Vittorio Veneto (L’Ordine Nuovo, 28 January)
War is war (L’Ordine Nuovo,* 31 January)
Worker’s control (L’Ordine Nuovo, 10 February)
The general confederation of labour (L’Ordine Nuovo, 25 February)
Real dialectics (L’Ordine Nuovo, 3 March)
Officialdom (L’Ordine Nuovo, 4 March)
Unions and councils (L’Ordine Nuovo, 5 March)
Italy and Spain (L’Ordine Nuovo, 11 March)
Socialists and communists (L’Ordine Nuovo, 12 March)
The Turin factory council movement (L’Ordine Nuovo,* 14 March 1921)
England and Russia (L’Ordine Nuovo, 18 March)
The italian parliament (L’Ordine Nuovo, 24 March)
The Communists and the Elections,* (L’Ordine Nuovo, 12 April 1921)
The Elections and Freedom (L’Ordine Nuovo, 21 April 1921)
Elemental Forces (L’Ordine Nuovo, 26 April 1921)
Men of Flesh and Blood * (L’Ordine Nuovo, May 8, 1921)
The Old Order in Turin (L’Ordine Nuovo, 18 May 1921)
Socialists and Fascists (L’Ordine Nuovo, 11 June 1921)
Reactionary Subversiveness (L’Ordine Nuovo, 22 June 1921)
Referendum (L’Ordine Nuovo, 29 June 1921)
Leaders and Masses (L’Ordine Nuovo, 3 July 1921)
Bonomi (L’Ordine Nuovo, 5 July 1921)
The “Arditi del Popolo”* (L’Ordine Nuovo, 15 July 1921)
The Development of Fascism (L’Ordine Nuovo, 21 July 1921)
Against Terror (L’Ordine Nuovo, 19 August 1921)
The Two Fascisms* (L’Ordine Nuovo, 25 August 1921)
The Grimace of Gwynplaine* (L’Ordine Nuovo, 30 August 1921)
The Agrarian Struggle in Italy* (L’Ordine Nuovo, 31 August 1921)
The tactic of failure * (L’Ordine Nuovo, 22 September 1921)
Those Mainly Responsible (L’Ordine Nuovo, 20 September 1921)
Parties and Masses * (L’Ordine Nuovo, 25 September 1921)
Masses and Leaders (L’Ordine Nuovo, 30 October 1921)

1922

One Year
The “Alleanza del Lavoro”
A Crisis within the Crisis
Lessons * (L’Ordine Nuovo,5 May 1922)

1924

Editorial: March 1924
“Leader”
The Vatican,*
Against Pessimism,*
Gramsci to Togliatti, Scoccimarro, Leonetti, etc. (21 March 1924)
The Programme of L’Ordine Nuovo
Problems of Today and Tomorrow
Gramsci to Zino Zini (2 April 1924)
Gramsci to Togliatti, Scoccimarro, etc. (5 April 1924)
The Como Conference: Resolutions
Gramsci’s Intervention at the Como Conference
The Italian Crisis
Neither Fascism nor Liberalism: Sovietism!, *
Democracy and Fascism
The Fall of Fascism

1925

Report to the Central Committee: 6 February 1925
Introduction to the First Course of the Party School*
Speech to the Italian parliament, 16 May 1925 *
The Internal Situation in our Party and the Tasks of the Forthcoming Congress
Elements of the Situation
Maximalism and Extremism (L’Unità, July 2 1925) *
Sterile and Negative Criticism (L’Unità September 30, 1925) *
On the Operations of the Central Committee of the Party (L’Unità December 20, 1925) *

1926

The Italian situation and the tasks of the PCI (Lyons, January 1926)
The party’s first five years (L’Unita, 24 February 1926)
A study of the Italian situation (Report to Party Executive Commitee, 2-3 August 1926.)
The peasants and the dictatorship of the proletariat (L’Unità, 17 September 1926)
Once again on the organic capacities of the working class (L’Unità, 1 October 1926)
We and the Republican Concentration (L’Unità, 13 October 1926)
Some aspects of the southern question (Unfinished, October 1926)
Letter to Palmiro Togliatti *, October 1926

1928

Letter to Tania Schucht 2 January 1928

Letter from Prison to his Son, Giuliano, * 1936

Prison Notebooks 1929-1935

Contents of Notebooks

Hegel and associationism
The Intellectuals
Military art and political art
On Education

The Modern Prince

State and Civil Society

The Study of Philosophy
Structure and Superstructure [i]
Structure and Superstructure [ii]
Structure and Superstructures [iii]
The Concept of ‘Historical Bloc’
Ethico-Political History
Ethico-Political History and Hegemony
Political Ideologies
Ideologies
Validity of Ideologies
Analysis of Situations: Relations of Force
Some Theoretical and Practical Aspects of ‘Economism’ [also in The Modern Prince]
Observations on Certain Aspects of the Structure of Political Parties in Periods of Organic Crisis

War of Position and War of Manoeuvre
War of Position and War of Manoeuvre or Frontal War

Political Parties in Periods of Organic Crisis
Caesarism
The Fable of the Beaver
Agitation and Propaganda
The “Philosophy of the Epoch”

The Problem of Political Leadership in the Formation and Development of the Modern State in Italy
Rationalization of the Demographic Composition of Europe
Some Aspects of the Sexual Question
Financial Autarky and Industry
‘Animality’ and Industrialism
Rationalization of Production and Work
Taylorism and the Mechanization of the Worker

https://www.marxists.org/archive/gramsci/

Antonio Gramsci: Lettere dal carcere pdf – I giorni del carcere (1977 …

compagni : Gramsci e Bordiga, quella scuola proletaria di ..

21 gennaio 1921 livorno : nasce il partito comunista italiano …

Nel malinconico declino una tenace speranza : Bruno

pier paolo pasolini alla bandiera rossa. | controappuntoblog …

Alla bandiera rossa | controappuntoblog.org

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Cesare Pavese :Poesie del disamore ed altro di Pavese

Poesie del disamore

Di Cesare Pavese

Questa raccolta solleva ancora una volta la domanda se sia lecito o meno pubblicare ciò che un autore in vita aveva deciso di espungere o non pubblicare affatto. Si sente la mancanza di un progetto unitario come poteva essere lo sfondo di “Lavorare stanca”, ma l’eterogeneità delle poesie viene attutita dalla scelta dei curatori di dare al libro un’aria di compiutezza (per es. non presentando le varianti d’autore se non in nota, e – con un poco di arbitrarietà – in numero limitato).
Confesso però che mi affascina pensare a un’edizione di “Poesie del disamore” che contenga anche solo frammenti di scritti (considerata la bellezza di quelli riportati nell’apparato critico), con un trattamento simile a quello dei poeti classici.

La prima delle quattro sezioni, “Poesie del disamore” (un altro titolo di grande impatto!), è stata giudicata dall’autore “il più organico degli scarti precedenti” (cfr. note). Gli scritti di questa sezione e della successiva indugiano su toni patetici, talvolta appena oltre la misura: mi riferisco per esempio a gesti rarefatti che arrivano a occupare un’intera poesia (“é riapparsa la donna dagli occhi socchiusi / e dal corpo raccolto, camminando per strada. / Ha guardato diritto tendendo la mano, / nell’immobile strada. Ogni cosa è riemersa” Estate), a costo di optare per un lessico ad effetto ma un po’ trito (per es. il “diafano cerchio” dove “qualcuno passa in silenzio” Poetica), o anche immagini che potevano maturare ancora, o essere scorciate (“Si sarebbe premuta al tuo corpo nell’aria / quella fresca carezza, nell’intimo sangue, / e tu avresti saputo che il tiepido istante / rispondeva nell’alba a un tremore diverso, / un tremore dal nulla” Sogno; un tremore dal nulla?) e che effettivamente in alcuni casi sono state sviluppate in altre poesie.
In Amico che dorme si legge: “La notte avrà il volto / dell’antico dolore che riemerge ogni sera / impassibile e vivo”.
Ricorda qualcosa?
Io direi “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi – / questa morte che ci accompagna / dal mattino alla sera, insonne”. Poesia mirabile, in cui il patetico è sostenuto da grande concisione e ricerca fonica (come nel verso di chiusura, “Scenderemo nel gorgo muti”, estremamente ritmico, in cui la forma e la musica del verso si alleano con il senso: i suoni ricordano un gorgogliare subacqueo, e il finale “muti.” è realmente definitivo).

Preferisco quando Pavese presta la voce ad altri personaggi, come il vecchio de Il vino triste (“Ho sposato la più muscolosa e la più impertinente / per sapere di nuovo la vita, per non più morire / dietro un tavolo, dentro un ufficio, dinanzi ad estranei”), la donna di Estate di San Martino (“Torno a casa dei miei dove almeno potrò stare sola / senza piangere e senza pensare alla gente che vive”), il carcerato di Alter ego (“La piccola cella / non bastava all’ampiezza d’una sola sua occhiata”) o ancora l’eroe di Altri tempi (“Le ragazze con lui / eran più che contente: le lasciava per morte. / Nelle risse lasciava per morto il rivale: / le ragazze tornavano, ché godevano troppo / a morire in quel modo”). Perchè in effetti qui si misura lo scarto principale rispetto alla poetica di “Lavorare stanca”: la narrazione delle vicende dell’io poetico.

Notevoli (ma anche qui, talvolta un po’ ridondanti) le poesie della sezione “La terra e la morte”, dedicate a una donna, dai versi brevissimi e ossessionati dalla coincidenza nella donna di valori inconciliabili o addirittura opposti: terra e mare, vita e morte, luce e buio (“Sei la camera buia / cui si ripensa sempre, / come al cortile antico / dove s’apriva l’alba” Hai il viso di pietra scolpita).
Per me, qui si trovano due delle poesie più belle di Pavese, in cui c’è una voluta ambiguità tra il ricordo della guerra e l’esperienza dell’amore: Tu non sai le colline, con l’evidente richiamo ai poemi amoroso guerreschi (“Tutti quanti fuggimmo / tutti quanti gettammo / l’arma e il nome. Una donna / ci guardava fuggire”) e Sempre vieni dal mare, dove la guerra e l’amore si rivelano per dimensioni da cui non si fa più ritorno (“Noi sempre combattemmo. / Chi si risolve all’urto / ha gustato la morte / e la porta nel sangue. / Come buoni nemici / che non s’odiano più / noi abbiamo una stessa / voce, una stessa pena / e viviamo affrontati / sotto povero cielo. / Tra noi non insidie, / non inutili cose – / combatteremo sempre”).

Infine, vale la pena ricordare la presenza di due poesie in Inglese, in cui Pavese ha messo tutte le rime che ha tolto alla produzione in Italiano.

http://www.anobii.com/books/Poesie_del_disamore/01549a49b239781bc7

Pavese – Digilander – Libero

Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.
Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l’arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cencio di sangue
e il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline

Che diremo stanotte all’amico che dorme?
La parola più tenue ci sale alle labbra
dalla pena più atroce. Guarderemo l’amico,
le sue inutili labbra che non dicono nulla,
parleremo sommesso.
La notte avrà il volto
dell’antico dolore che riemerge ogni sera
impassibile e vivo. Il remoto silenzio
soffrirà come un’anima, muto, nel buio.
Parleremo alla notte che fiata sommessa.
Udiremo gli istanti stillare nel buio
al di là delle cose, nell’ansia dell’alba,
che verrà d’improvviso incidendo le cose
contro il morto silenzio. L’inutile luce
svelerà il volto assorto del giorno. Gli istanti
taceranno. E le cose parleranno sommesso.

Cesare Pavese

Da “La terra e la morte”


da “La terra e la morte”

di Cesare Pavese

Pubblichiamo “Anche tu sei collina…” e “Sei la terra e la morte…”, due delle nove poesie che compongono “La terra e la morte” di Cesare Pavese, apparsa per la prima volta nella rivista «Le tre Venezie», n. 4-5-6, Padova 1947. Seguì una nuova edizione postuma in “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino 1951, e successivamente in “Poesie edite e inedite”, a cura di Italo Calvino, Einaudi, Torino 1962.

Anche tu sei collina
e sentiero di sassi
e gioco nei canneti,
e conosci la vigna
che di notte tace.
Tu non dici parole.
C’è una terra
che tace e non è terra tua.
C’è un silenzio che dura
sulle piante e sui colli.
Ci son acque e campagne.
Sei un chiuso silenzio
che non cede, sei labbra
e occhi bui. Sei la vigna.
E’ una terra che attende
e non dice parola.
Sono passati giorni
sotto cieli ardenti.
Tu hai giocato alle nubi.
E una terra cattiva –
la tua fronte lo sa.
Anche questo è la vigna.
Ritroverai le nubi
e il canneto, e le voci
come un’ombra di luna.
Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera.

30-31 ottobre 1945

Sei la terra e la morte.
La tua stagione è il buio
e il silenzio. Non vive
cosa che più di te
sia remota dall’alba.
Quando sembri destarti
sei soltanto dolore,
l’hai negli occhi e nel sangue
ma tu non senti. Vivi
come vive una pietra,
come la terra dura.
E ti vestono sogni
movimenti singulti
che tu ignori. Il dolore
come l’acqua di un lago
trepida e ti circonda.
Sono cerchi sull’acqua.
Tu li lasci svanire.
Sei la terra e la morte.

3 dicembre 1945

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Cesare Pavese : Il dio caprone ; Il mito da Saggi sul mito Einaudi, Torino 1951

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Papa Francesco in Egitto : chapeau! – post Bergoglio e correlati …

Giotto, San Francesco davanti al Sultano, Basilica superiore di Assisi

Dichiarazione del Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Greg Burke, 18.03.2017

 

Testo in lingua italiana

Accogliendo l’invito del Presidente della Repubblica, dei Vescovi della Chiesa Cattolica, di Sua Santità Papa Tawadros II e del Grande Imam della Moschea di Al Azhar, Cheikh Ahmed Mohamed el-Tayyib, Sua Santità il Papa Francesco compirà un Viaggio Apostolico nella Repubblica Araba d’Egitto dal 28 al 29 aprile 2017, visitando la città del Cairo. Il programma del viaggio sarà pubblicato prossimamente.

Traduzione in lingua inglese

In response to the invitation from the President of the Republic, the Bishops of the Catholic Church, His Holiness Pope Tawadros II and the Grand Imam of the Mosque of Al Azhar, Sheikh Ahmed Mohamed el-Tayyib, His Holiness Pope Francis will make an Apostolic trip to the Arab Republic of Egypt from 28 to 29 April 2017, visiting the city of Cairo. The programme of the trip will be published shortly.

http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2017/03/18/0162/00382.html

Papa Francesco in Egitto: visita storica

Di Roberto Catalano
Fonte: Città Nuova

Mancano ormai pochi giorni al viaggio di Bergoglio al Cairo. Si tratta di un viaggio importante, forse il più impegnativo fra quelli affrontati fino ad oggi dal pontefice sud americano. Vediamo perché

L’Egitto ha da sempre un ruolo fondamentale nella mappa mondiale, sia geopolitica che religiosa. Il dopo Piazza Tahrir e gli anni del governo Sisi hanno senza dubbio lasciato il segno in un Paese e in un popolo la cui storia è ricca e profonda, a partire dall’antichità fino a tempi recenti. Inoltre, parlare della dimensione religiosa di questo Paese significa parlare dei cristiani copti, una delle Chiese antiche, legate allo storico patriarcato di Alessandria. Una comunità numerosa e ricca di tradizione, e dunque importante, in Egitto e non solo, che ha sofferto e che continua a soffrire, come dicono i recenti attentati con le molte vittime proprio nel periodo dell’approssimarsi della Pasqua.

Nel 2013, Bergoglio aveva accolto a Roma papa Tawadros II, capo della Chiesa Copto-ortodossa, e lo aveva fatto con un gesto squisito di fratellanza vera: lo aveva atteso, al di là del protocollo, fuori della porta della sua residenza di Santa Marta, accogliendolo come si fa con un ospite fratello che viene a casa. Da allora, i rapporti tra Francesco e la Chiesa sorella sono stati costanti e profondi. In una intervista rilasciata all’agenzia SIR, nel gennaio scorso, Tawadros II definiva il papa come «un uomo animato dallo spirito divino». Ricordando l’incontro del 10 maggio di 4 anni fa nella Città del Vaticano, il leader religioso copto-ortodosso affermava di aver sentito che «egli è mio fratello benedetto che ci sostiene con la preghiera, con l’esperienza spirituale e con gli insegnamenti scritti da cui la nostra vita può trarre grande beneficio». Proprio in quella occasione Tawadros II esprimeva un sogno: «Spero vivamente che Sua Santità venga a visitare il nostro Egitto». A questo punto la visita di Bergoglio seguirà di poche settimane i recenti attentati avvenuti la Domenica delle Palme e subito dopo la Pasqua, che hanno riportato alla mente quell’“ecumenismo del sangue” che i due leader avevano discusso in occasione del loro primo incontro.

Ma Egitto significa anche uno dei Paesi musulmani più importanti nel mondo, soprattutto in quello arabo, sia per il numero di fedeli che per la presenza della famosa università e moschea di al-Azhar che da secoli rappresenta un punto di riferimento per tutto il mondo sunnita. Dopo anni di gelo fra il Vaticano e il centro religioso musulmano del Cairo, a seguito dell’incidente di Ratisbona che aveva visto una citazione piuttosto azzardata di Benedetto XVI mal interpretata dai media, oltre che avulsa dal contesto dell’intera riflessione del predecessore di papa Francesco, gli ultimi tempi sono stati testimoni di un riavvicinamento fraterno del Grande Imam Cheikh Ahmed Mohamed el-Tayyib alla Chiesa cattolica. Nel maggio del 2016, lo sceicco el-Tayyib ha fatto visita a papa Bergoglio, dopo aver affermato nei mesi precedenti che «da quando è stato eletto papa Francesco, abbiamo visto avvisaglie di bene. Abbiamo sentito i suoi discorsi improntati al rispetto per tutte le religioni. Al Azhar a quel punto ha riattivato il canale di dialogo già esistente con il Vaticano». In effetti, il momento ha avuto un significato storico. «L’incontro è il messaggio», disse giustamente in quell’occasione Francesco accogliendo lo sceicco. I rapporti con la Santa Sede sono, poi, continuati durante l’anno con la partecipazione nel febbraio scorso del presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, card. Jean-Louis Tauran, a un seminario presso l’Università di Al Azhar, su un tema cruciale del dialogo con l’Islam: “Il ruolo di Al Azhar e del Vaticano nel contrastare i fenomeni di fanatismo, estremismo e la violenza in nome della religione”.

L’attesa per la visita è grande anche presso l’università e la moschea di al-Azhar, come conferma un’altra intervista rilasciata all’agenzia SIR da Kadri Abdelmottaleb, capo del protocollo del centro universitario, che definisce il viaggio di papa Francesco come “una visita storica”. «C’è grande attesa per questa visita», ha affermato Abdelmottaleb. Il papa, infatti, parteciperà anche alla Conferenza internazionale per la pace promossa dalla stessa università sunnita. Per questo sono attese numerose delegazioni provenienti da diversi Paesi mediorientali e non solo. Papa Francesco prenderà la parola in occasione di questo convegno e lo farà al fianco dell’Imam el-Tayyib come segno tangibile di dialogo fra cristiani e musulmani. Per questo, afferma il capo di protocollo, «stiamo organizzando una accoglienza degna per tutti. Papa Francesco è un uomo di pace e lo accoglieremo con grande onore».

La Conferenza sarà uno dei momenti centrali della visita apostolica del pontefice in Egitto e avviene all’indomani di una serie di attacchi rivendicati da Isis contro luoghi di culto cristiani con molte vittime. Il significato di questa conferenza è stato chiarito anche dall’ambasciatore Abdel Rahman Moussa, consigliere del Grand Imam per le relazioni esterne, che ricorda come il Grand Imam, durante la visita dello scorso anno in Vaticano, «aveva annunciato che al-Azhar avrebbe organizzato una conferenza di tutti i leader religiosi per approfondire il dialogo, promuovere una comune comprensione tra le diverse religioni e fare appello a tutti i leader del mondo affinché facciano del loro meglio per lavorare insieme, combattere il terrorismo e respingere ogni forma di estremismo».

Questi atteggiamenti analoghi presi congiuntamente dal papa e dal Grande Imam di una moschea tradizionalmente considerata punto di riferimento, anche se non totale, dei musulmani sunniti rivestono una importanza fondamentale. Al convegno sono state invitate oltre 200 personalità di tutto il mondo. Non si tratta solo di rappresentanti del mondo musulmano ma anche «delle principali Chiese del Medio Oriente per approfondire il dialogo. Siamo tutti chiamati a lavorare insieme e siamo tutti partner nel ricercare la pace − ha sottolineato il rappresentante di al-Azhar −. Il terrorismo non ha religione, non ha patria. Nessuna religione nel mondo può permettere l’uccisione delle persone», ha insistito l’ambasciatore Moussa, che ha sottolineato come dopo i recenti attacchi sia nelle chiese copte che nel Monastero di Santa Caterina, «Al-Azhar ha diffuso una dichiarazione di forte condanna di questi atti terroristici compiuti verso tutti, verso i nostri cristiani in Egitto e in ogni altra parte del mondo». In effetti, come spesso si dimentica, «il terrorismo non distingue tra musulmani e non musulmani, ma mira a terrorizzare le persone e a creare un clima di instabilità». Per questo motivo anche al-Azhar sta cercando «di far fronte a questa ideologia e a questo tipo di azioni che sono totalmente contro l’Islam e ogni tipo di religione. Stiamo lavorando duro per fronteggiare questi atti».

È indubbio che il papa sia riconosciuto come «uno dei principali leader che può condurre il mondo verso la pace e la sicurezza e per questo – afferma ancora l’ambasciatore − abbiamo deciso di riallacciare i rapporti di dialogo perché lo consideriamo un uomo moderato e un uomo di pace, e questi sono gli stessi nostri obiettivi. Ed è anche per questo che abbiamo deciso di lavorare insieme a lui e speriamo che questa Conferenza getti una luce in questo tempo triste che stiamo vivendo, colpiti da questi atti di terrorismo sparsi ormai in tutto il mondo».

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Guerre di religione in Europa + ASCESA DI FRANCIA, OLANDA E .

STORIA DELLA SPAGNA – La decadenza | controappuntoblog.org

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R.Strauss “Daphne”






Ovidio – Le metamorfosi; Libro Quindicesimo ; “πάντα ῥεῖ ὡς ποταμός”

http://www.controappuntoblog.org/2014/12/02/ovidio-le-metamorfosi-libro-quindicesimo-%cf%80%ce%ac%ce%bd%cf%84%ce%b1-%e1%bf%a5%ce%b5%e1%bf%96-%e1%bd%a1%cf%82-%cf%80%ce%bf%cf%84%ce%b1%ce%bc%cf%8c%cf%82/

Ovidio – Le metamorfosi Libro Nono – Sofia Gubaidulina …

Piramo e Tisbe : Ovidio Metamorfosi – Six Metamorphoses …

Richard StraussDer Rosenkavalier Robert Wiene – controappunto blog

Alpensinfonie Richard Strauss, Kempe&RPO + alcune sue sezioni …

Richard Strauss Friedenstag (Giorno di pace) op. 81 completa

Jessye Norman : Four Last Songs. Nº 2. September. Richard …

Richard Strauss – Violin Concerto, Op.8 – Ulf Hoelscher …

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Sunset (Im Abendrot), from Four Last Songs, by Richard Strauss .

Quell’Hugo fils de pute… La Nuages – Richard Strauss …

Also sprach Zarathustra : Richard Strauss Georg Solti full, 1 mov Karajan – alcuni movimenti Reiner

Richard StraussMetamorphosen,Klemperer ..

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Vier letzte Lieder : Gundula Janowitz – Kirsten Flagstad “Im Abendrot”

Richard Strauss : “Capriccio” | controappuntoblog.org

Domestic Symphony, “Symphonia domestica” op. 53 …

Richard Strauss,”Die Liebe der Danae”, op. 83, Heitere .

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Richard StraussViolin Concerto, Op.8 – Ulf Hoelscher …

Richard Strauss: Symphonische Fantasie aus ‘Die Frau ohne Schatten’

Elektra (Music By Richard Strauss) English Subtitles …

Richard Strauss, Aus Italien Op. 16, 4rth movement …

Die Frau ohne Schatten Richard Strauss La donna senz …

Kokkos ‹kòkos›, Yannis (gr. Γιάννης Κόκκος) | controappuntoblog.org

Arturo Toscanini – Don Quixote (Richard Strauss) – Ozawa …

DER ROSENKAVALIER , Strauss Richard; Zweig Stefan, Strauss e il …

Finale DAPHNE, R.Strauss, MARIA REINING | controappuntoblog.org

la donna silenziosa strauss | controappunto

Toscanini dir. R. Strauss‘ “Till Eulenspiegels lustige Streiche …

ELISABETH RETHBERG Adieu mon doux rivage” L`Africaine …

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Richard Strauss – Der Rosenkavalier: per la mia mamma …

il frutto della rosa – Der Rosenkavalier

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Richard Strauss – Der Rosenkavalier: per la mia mamma …

Richard Strauss,”Die Liebe der Danae”, op. 83, Heitere …

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Gesualdo Bufalino : Argo il cieco – Appuntamento presso un bunker abbandonato

Argo il cieco (Gesualdo Bufalino)

Per presentare “Argo il cieco” di Gesualdo Bufalino non posso fare di meglio che riportare le parole con cui l’autore stesso, nella quarta di copertina del libro (edizione Bompiani che possiedo), descrive brevemente il suo romanzo.

Scrive Leopardi in un luogo della sua Storia del genere umano: “E Giove seguitò dicendo: avranno tutti qualche mediocre conforto da quel fantasma che chiamano Amore”.

Non diversamente il protagonista di queste pagine (lo stesso autore, forse; ma forse no, a dispetto della coincidenza onomastica), assediato dall’inverno in un albergo romano, rievoca, per medicina dei suoi eccessi d’angoscia, antiche venture di cuore nel Sud, al tempo della gioventù. Ne risulta uno sdoppiarsi dell’io parlante in due città e in due età diverse sotto due maschere alterne, in altalena perpetua tra abbandono e impostura, sfogo ingenuo e farnetico astuto. Un diario-romanzo, insomma, che via via può leggersi come ballata del tempo che fu, o come Mea culpa di un vecchio che vanamente si ostina a promuovere in leggenda, attraverso ilarotragici ingranaggi di parole, la sua povera “vita nova”.

(Gesualdo Bufalino)

Per conto mio aggiungo molto sinteticamente che “Argo il cieco” mi è piaciuto molto, così come avevo apprezzato precedentemente “Diceria dell’untore”. Non mi esprimo circa la capacità (o meno) dell’autore di rievocare la “sua” Sicilia, non ho vissuto in quei luoghi, non ho vissuto nell’immediato dopoguerra e quindi non ho strumenti per dire alcunché. Dico però che mi piace molto la scrittura di Bufalino, colta, elegante e colma di riferimenti letterari più o meno espliciti. C’è modo e modo di scrivere di “Amore”, la banalità è sempre in agguato, ma Bufalino riesce a intrecciare ricordi, speranze, illusioni con un linguaggio accattivante, divertito e divertente, ma al tempo stesso tutt’altro che superficiale. Ho detto “scrivere d’Amore” perché è innegabile che l’argomento principale del diario-romanzo, come ha scritto egli stesso, sono proprio i ricordi di avventure più o meno realizzatisi, ma c’è di più. Il tempo, la memoria, il ricordo, evidenti riferimenti a Proust, peraltro citato qua e là, e altro.

Nel consigliarvi il libro, vi riporto un breve passaggio, nel quale l’autore descrive determinate dinamiche da piccolo bar di provincia nelle quali qualcuno di voi, per propria fortuna o sfortuna, senz’altro potrà ritrovarsi.

Albert Camus scrisse: “Ammirava quello strano accecamento per cui gli uomini, che sanno così bene che cosa cambia in loro stessi, impongono ai loro amici l’immagine che si sono fatti di loro una volta per tutte. Lui, lo giudicavano per quello che era stato. Siccome un cane non cambia carattere, gli uomini sono cani per l’uomo”. Il passaggio del libro di Bufalino che trascrivo qui sotto ha evocato nella mia mente la frase di Camus.

“Una cosa, infatti, saltava all’occhio di chi venisse da fuori: la facilità con cui lì dentro ogni rispettabile Tizio e Caio per quanto stabilmente allogato nel guscio della sua identità municipale e sociale, ne veniva subito espulso per consegnarsi a una parte di pinocchio parlante e aereo pulcinella di se stesso. Bastava una singolarità appena accennata nel gestire o nel dire, uno specifico anche irrisorio del’indole, del costume, dell’abito; ed ecco quel vezzo, esaltato dalla loquace chiaroveggenza degli altri, mutarsi immediatamente in stemma, in fulminante connotato d’una mania. Non solo: ma era come se le persone, a furia di specchiarsi nelle presunzioni del prossimo, si sentissero in dovere di adeguarsi alla sembianza imposta, ilare o funebre, o di cucirsela sulla pelle al modo d’una anagrafe seconda e più veritiera. Con gli effetti di comica angoscia ch’è possibile immaginare.

In una tale luogo di maschere, entrandoci per la prima volta, a me ne era sortita una che m’aveva un poco mortificato le ali: di professorino studioso, solito ambulare a piedi con le braccia ingombre di scartafacci; forse socialista, anarchico addirittura!…ma in fin dei conti, uno spaventapasseri timido.

https://antoniodileta.wordpress.com/2012/05/09/argo-il-cieco-gesualdo-bufalino/

Argo il cieco – Gesualdo Bufalino

“Perduta per timidezza l’occasione di morire, uno scrittore infelice decide di curarsi scrivendo un libro felice.”

“Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate.”

“Che sventolare, a quel tempo, di percalli da corredo e lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta; e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune.”

“Gli amori non corrisposti, credetemi, sono i più comodi. Senza nessuno dei sapori di cenere e aceto che accompagnano gli effimeri unisoni.”

“Si sa, non c’è piacere più raro di barare in un solitario.”

“Piano piano un crocchio si formava, Alvise sapeva parlare e i giorni erano tanto pigri, a quel tempo, c’era tanta luce nell’aria, era bello stare in piedi nella luce ad ascoltare un vegliardo dalla canizie solenne che parlava di Lina Cavalieri  e della Bella Otero.”

“Parlava, Alvise, e la sua voce insaporava la luce fra le grandi pietre bionde e bianche dei palazzi e delle chiese, diventava un persuasivo responso che il secolo andato aveva lealmente tenuto in serbo per noi.”

“Un teatro era il paese, un proscenio di pietre rosa, una festa di mirabilia. E come odorava di gelsomino sul far della sera. Non finirei mai di parlarne, di ritornare a specchiarmi in un così tenero miraggio di lontananze; di rivedermici quando la mattina uscivo incontro alle peripezie della vita, offerto alla vita intera, ai suoi colpi di dadi e profusioni di risa e pianti, e concerti di campane. Quante campane c’erano a Modica allora, per nozze, battesimi, compiete, angelus, ma soprattutto per funerali, quanto si moriva a Modica, si sentiva ogni mezz’ora senza che nessuno riuscisse a turbarsene, scoppiare come un tuono nell’aria l’argentino incoraggiante din don della morte.”

“Felicità, mio cielo antico; notti, mio paradiso…”

“…le terribili madri che aspettano alla finestra sentono una blanda spuma di sonno illanguidirle al perdono…”

“Estati di una volta, pergole in collina, sentieri fra i peri nani, arenili di Pietranera…”

“L’ultimo fico di ottobre si raggrinzì di dolcezza, non colto, su uno stecco di ramo irrigidito dal freddo, rimasero nei campi i fiori di cardo soltanto, in pieni, come un gramo plotone di scheletri cappuccini.”

“Così fatti erano gli amici, erano freschi di guerra e per scordarsene bambineggiavano con crudeltà. Saro Licausi, Pietro Iaccarino… Ombre, ora.”

“Erano più o meno cento le chiede di Modica e altrettanti i campanili, da San Pietro a San Giuseppe, al Gesù, cento chiese, ognuna col suo alito di devote impastato nella calce come s’attacca a una tuta l’odore d’un sudore operaio.”

“Primavera per modo di dire, qui la primavera diventa subito estate, qui non è terra di tepori. Non si fa in tempo a svezzare il sole che già ruggisce cresciuto.”

“D’altra parte, che può fare un topo in trappola? Mangiare l’esca, m’ha consigliato un signore in treno, fra Sapri e Salento, nel settembre dell’ottantuno.”

“Com’è caldo e buono, pensai, questo minuto di gioventù. Come voglio sorseggiarlo adagio. Com’è calda e buona, la vita.”

“Se pensavo poi che in Sicilia il primo indimenticabile amore d’ogni cugina è il cugino…”

“La prendeva da così lontano per scroccarmi una sigaretta, ma io rimasi turbato lo stesso, imparai la prima volta a distinguere le memorie plurali da quelle d’un solo, e come moriamo ogni giorno nella morte di chi ci ricorda, e come uccidiamo ogni giorno gli altri dimenticandoli.”

“I Circoli del Far Sud godono cattiva fama. Luoghi d’accidia e d’uggia, si dice, dove, fra rimpalli di carambole, fruscii di giornali inchiavardati nelle bacchette di legno, ragionamenti di lagnosa meteorologia proprietaria, si consumano pantaloni, si consumano anni, ammuffiscono vite in interminabili repliche…”

“Così sono i giovani, immediati e cangianti nel loro sentire.”

“Che triste, balenante destino, in Sicilia, avere tanto sangue da spendere per vene così povere e pigre, e una forza di nani per una superbia di numi…”

“Ora la scelta di don Nitto cadeva di regola su un avvocato scrignuto, grande inventore di sistemi vincenti, il quale, per essere andato a sperimentarli di persona al Casinò di Sanremo, non aveva più un soldo suo da rischiare e si contentava di partecipare platonicamente alla passione di tutti, felice del semplice maneggio di banconote e gettoni, e del lezzo di sudori mortali alitante e quasi palpabile, ssotto il gran lampadario a gocce, tutt’intorno al tavolo verde.”

“Diceva buonanima mia che chi fa l’amore s’ingrassa, chi lo vede fare si scassa.”

“Me ne liberai con una punta di strazio, m’incamminai malvolentieri verso la porta: ecco l’anno è finito, un altro pezzo di gioventù se ne va.”

“Era una villa dell’altro secolo, con le comodità d’una volta, compresa la camera dello scirocco, un padiglione dalle mura ciclopiche armato a fronteggiare le forze della canicola.”

“Sospirò. Poi aggiunse, fissando un punto dove non c’era nessuno: Bei tempi, quando per andare al casino venivo dalla campagna in bicicletta, pedalando sotto la luna. Dopo mangiavo i meloni sul ciglione della strada, facevo acqua contro il muro della casa cantoniera. Era bella, la gioventù.”

“Ora l’acqua prese a respirare adagio, come respirava adagio l’immane mare! Con quel suo sangue pastoso e scuro, attorno al nostro fuscello di legno, alla nostra setta di omuncoli indaffarati, all’arroganza del nostro pensare. Mentre lui non pensava, non pensa, solo fiotta e su e giù senza confini, secondo l’altalena delle sue voglie, scuro scosceso mare sotto il felze curvo del cielo.”

“Così passò luglio. Ogni giorno una favilla di fuoco, tutti e trentuno un roveto ardente. Lingue liquide mi guizzavano, mi salivano lungo le vene. Uscendo di casa barcollavo come un ubriaco; bruciavo, attizzato dal sole, e mi pensavo immortale.”

“Ridono i futuri defunti, le future buonanime del millenovecentonovantanove… Ignari che un’orda invisibile di neonati e neonate, chiusa per ora nei loro lombi, nelle loro pance fasciate di seta, li avrà presto respinti nel fosso; ignari che l’orda stupida del futuro galoppa invisibile dietro di loro, incalza alle reni con una lancia questo minuto di volatile, inutile felicità…”

“Chissà se possono amarsi, due parallele.”

“Avessi magari la vocazione, è un dono, dell’avvelenatore di fontane! Come mi piacerebbe convincerla a questo vizio di desiderarsi, con quanto agio la sbuccerei dalla veste, che sillabe inventerei per appassionarle la mente!”

“E tu anche, Sicilia, isola mia, ti davi il rosso alle labbra, tornavi a civettare con la vita di nuovo. Sotto il sole che non s’è mai accorto di niente, non sa d’invasioni, grandini, mafie, alleva solo imparzialmente vespe su questa cesta di fichi e mosche su quell’ucciso, sotto un ulivo sciancato.”

“Né c’è speranza che quanto accade in questo stesso istantaneo presente abbia ad avere domani più forza che qualunque accaduto di ieri: le stragi sacre della Valtellina, le spallate sull’Isonzo, il diciottesimo parallelo… Sangue, febbre e stridore di denti, ieri; oggi, titoletti in un libro…”

“Salute a Modica, dunque! E al lembo d’isola ionica che la contiene, signorile e rusticano. Ai portoni delle sue chiese, dove maree di scale s’avventano. Al tepore dei suoi cortili, ai suoi carrubi affettuosi. Ai suoi muri di sasso, lampanti come verbi di Dio. Al suo dialetto pacifico. Alle sue feste, ai suoi lutti, al suo frumento, al suo miele…”

“Mio nonno andava sull’Etna a cogliere l’erba mandragora.”

“Quando tornò il silenzio vidi Iaccarino in ginocchio, finiva sempre in ginocchi, quando aveva bevuto troppo. Né avrebbe avuto tanta umiltà, diceva, senza l’aiuto del vino.”

“Scrivere è stato per me solamente un simulacro del vivere, una pròtesi del vivere.”

https://frasiarzianti.wordpress.com/2016/08/19/argo-il-cieco-gesualdo-bufalino/

Gesualdo Bufalino – Appuntamento presso un bunker abbandonato

Io ti dico parole imparate a memoria:
le ascolti appena, frastornata dalla pioggia
che cade sul bunker di Punta Scalambra
e annunzia lungamente un altro addio.

Com’è lontano il mare, a guardarlo da qui,
da questi strombi sbreccati e inermi,
come lontana anche tu, e cangiata da ieri…
Per rivederti devo chiudere gli occhi.

Devo chiudere gli occhi per rivedere i tuoi,
invaghiti e ridenti, per risentire il fatuo
minuetto dell’aria fra i tuoi capelli,
i chiusi trambusti del cuore.

Cosí dunque ci gioca il tempo e ci convince:
basta una raffica sbieca, un giornale che voli,
stremata procellaria, sul dirotto frangente;
quel cencio d’alga che ripugna fra le dita…

poco basta per dirci che l’estate è già morta,
gioventú menzognera dell’anno,
e che di noi, di lei non rimane che un solo
cieco pugno di polvere e di pioggia.

Anch’io, come un maltempo, sopra i tuoi giorni d’oro
recato non ho che deformi
relitti e presagi di fine
e qualche lamentosa fuggitiva pietà.

Un regalo di morte che butterai domani,
questo di me ti lascio, e null’altro, perdonami:
non potevo di piú, io non so camminare
che a braccio d’un fantasma, oppure solo.

Ora lo sai, lo vedi: che servirebbe torcersi
le mani, piangere, stampare in un libro
che siamo stati felici, che un altr’anno
incontrandoci qui sorrideremo?

Lasciami allora andare solo incontro alla notte.
Tu resta a guardare la striscia di sole che torna,
l’airone sul grigio cemento lavato
che s’asciuga le vecchie penne.Gesualdo Bufalino

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