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L’antropologia fenomenologica di edith stein (the phenomenological …

Edith Stein: On the Problem of Empathy – Kris McDaniel’s – Syracuse …

Edmund Husserl e la fenomenologia

Quando Husserl, nel volume “Ricerche logiche” , afferma che le sue ricerche filosofiche possono prendere il nome di indagini fenomenologiche, il termine “fenomenologia” non risuona affatto nuovo alle orecchie dei suoi colleghi filosofi. Prima di lui infatti altri pensatori hanno tentato di dare a questo termine un significato filosofico ben preciso.
Tra questi, nel 1764, Lambert (1) , che intitola la quarta sezione del suo volume “Neues Organon”, appunto “Phänomenologie”: secondo questo autore la fenomenologia altro non è che quella dottrina che aiuta a superare la dimensione prettamente soggettiva dell’apparire, permettendo così di giungere a una distinzione tra ciò che è reale e ciò che invece è proprio delle forme del suo apparire stesso.
Anche Hegel (2) si misura con questo termine, affermando che la fenomenologia ha per suo oggetto la concatenazione necessaria delle figure nelle quali si manifesta lo spirito che perviene alla piena coscienza di sé.
Sebbene l’impronta hegeliana faccia scuola – e ben oltre la prima metà dell’Ottocento -, quando Husserl si accinge a usare il terne “fenomenologia” lo trova già ricondotto nell’alveo della psicologia descrittiva e in quello della analisi dei dati immediati della conoscenza; per questo motivo non teme fraintendimenti nel suo parlare di “fenomenologia della conoscenza”.
In realtà anche altri eminenti autori contemporanei di Husserl o a lui di poco precedenti lo utilizzano.
Per Brentano (3) e la sua scuola ad esempio la fenomenologia è una indagine specificamente descrittiva il cui oggetto è l’esperienza; essa si differenzia dalle indagini psicologico-genetiche perché rinuncia a qualunque tipo di considerazione che vada al di là dei fenomeni così come essi si manifestano alla coscienza.
Anche Pfänder (4), studente di Theodor Lipps – che si accosterà poi a Husserl dopo aver letto le “Ricerche logiche” – intitola, nel 1900, il proprio scritto di abilitazione “Fenomenologia del volere”.
Prima ancora perciò che Husserl conferisca quel significato teorico che poi si imporrà come frutto della sua ricerca filosofica, il termine “fenomenologia” esprime già quella esigenza da molti avvertita di descrivere e classificare le forme dell’esperienza in modo da non cadere nell’errore di confondere il senso dell’esperienza con le modalità empiriche della sua realizzazione fisiologica. Dietro questo evidentemente sta una certa qual presa di distanza dal modello empirista e positivista dominante la ricerca scientifica e condizionante la stessa riflessione filosofica.
Il desiderio che anima Husserl – e, dietro a lui, tutta quella serie di giovani menti che vengono poi a costituire il “Circolo di Gottinga” (5) – è quello di costruire una filosofia che si fondi su dati indubitabili, cioè su evidenze stabili. Rimasto alla storia è lo slogan: “Torniamo alle cose!”.
Il metodo utilizzato è quello della “epoché”, consistente nel sospendere, nel mettere tra parentesi le personali opinioni filosofiche e scientifiche, persino quell’atteggiamento naturale che fa credere all’esistenza delle cose del mondo e del mondo stesso. Ciò che resiste all’assalto di questo dubbio sistematico viene chiamato da Husserl “residuo fenomenologico”; esso, per i fenomenologi, è la coscienza, la soggettività, perché l’esistenza della coscienza è immediatamente evidente.
A proposito del termine scelto, interessante è l’annotazione fatta dagli autori Vincenzo Costa, Elio Franzini e Paolo Spinacci:

“Il termine «epoché» è evidentemente tratto dalla tradizione scettica e cartesiana ma, paradossalmente, la finalità husserliana è quella di farlo agire per mettere in crisi e in discussione entrambe queste istanze teoriche, sia ponendo le basi per una coscienza certa ed evidente, sia superando le conclusioni dicotomiche e sostanzialistiche del cartesianesimo” (6).

Anche a riguardo della novità legata alla “messa tra parentesi”, alla “sospensione del giudizio” e alla “riduzione fenomenologica” i medesimi autori annotano:

“E’ tuttavia indubbio che tale operazione [...] è in primo luogo un metodo per condurre al tema decisivo della costituzione, al rapporto cioè tra immanenza  e trascendenza, al fenomeno puro. Le «tappe» attraverso le quali questa esigenza si realizza, in prima istanza nell’Idea della fenomenologia, ne segnano radicalmente il significato metodico: tematizzazione del problema della trascendenza, cioè di tutto ciò che non appartiene al flusso dei miei vissuti, conseguente messa fuori di tutte le tesi oggettive e riduzione all’immanenza reale; scoperta, infine, della possibilità di recuperare la trascendenza attraverso l’immanenza, cioè le operazioni coscienziali. Sono queste tappe a porsi come i fondamenti di ciò che Husserl chiama «costituzione trascendentale», vero centro della fenomenologia a partire dal 1905” (7).

Passo successivo è l’analisi e la descrizione dei modi tipici in cui le cose e i fatti si presentano alla coscienza; questi modi tipici vengono chiamati “essenze eidetiche”.
Questi modi tipici in cui le cose si presentano alla coscienza sono però costituite dalla coscienza stessa o sono realtà che si impongono alla coscienza?
Dalla risposta a tale questione si ha la direzione idealistica o realistica che la fenomenologia prende. Secondo Husserl infatti ciò che è nella coscienza lo è in quanto indipendente dalla sensibilità – e quindi a priori -, ma è funzionalmente ordinato alla costituzione dell’esperienza. Secondo Scheler (8) invece i valori oggettivi, gerarchicamente organizzati, si impongono alla intuizione emozionale. A continuare a essere comune alle due posizioni è però la convinzione che la coscienza è sempre intenzionale, perché è sempre “coscienza di qualcosa”, in chiara polemica verso Brentano, come anche evidente è l’antipsicologismo diretto contro Bolzano (9). Opponendosi anche all’empirismo, la fenomenologia si definisce come scienza, stabilmente fondata, dedita all’analisi e alla descrizione dell’essenza. Queste ultime diventano oggetto di studio se il ricercatore, ponendosi in un atteggiamento di spettatore disinteressato, si libera dalle opinioni preconcette, dalla ovvietà e dalla banalità, in modo da riuscire a “vedere” e a “intuire” – e dunque a descrivere – quell’universale per cui un fatto è proprio quel fatto e non un altro.
Approfondendo ulteriormente la questione, Husserl afferma che la conoscenza ha inizio con l’esperienza delle cose esistenti. Quando un fatto si presenta alla coscienza, esso viene colto come una essenza; ciò significa che l’individuale si annuncia attraverso l’universale. Quando infatti la prima coglie un fatto nel “qui e ora”, coglie anche la seconda e il “quid” di cui il fatto contingente è caso particolare. Le essenze perciò altro non sono che modi tipici dell’apparire dei fenomeni.
Husserl specifica che la loro conoscenza non è mediata, cioè non è ottenuta attraverso l’astrazione e la comparazione di più fatti; per comparare più fatti è necessario aver già colto una essenza, cioè un aspetto per cui i fatti sono simili. E’ evidente qui la polemica contro l’empirismo.
Come avviene allora la conoscenza?
Essa è, per Husserl, una intuizione, distinta da quella che permette di cogliere i fatti singoli; egli la chiama “intuizione eidetica” o “intuizione dell’essenza”.
Gli universali sono concetti, oggetti ideali, che permettono di classificare, di riconoscere e di distinguere i fatti singoli dei quali la conoscenza riconosce sia il “qui e ora” sia il “quid”; i fatti singoli perciò non sono altro che casi di essenze eidetiche.
Proprio per questa ragione la fenomenologia presenta se stessa come scienza di essenze e non di dati di fatto; suo oggetto infatti sono le essenze dei dati di fatto, gli universali che la coscienza intuisce quando a essa si presentano i fenomeni.
Scrive Giovanni Reale:

“Nel fatto si coglie sempre un’essenza. L’individuale si annunzia alla coscienza attraverso l’universale. [...] Le essenze sono, dunque, i modi tipici dell’apparire dei fenomeni. E non è che noi astraiamo le essenze, come volevano gli Empiristi, dalla comparazione di cose simili, giacché la somiglianza è già un’essenza. Non astraiamo l’idea o essenza di triangolo dalla comparazione di più triangoli, quanto piuttosto questo, quello e quell’altro sono tutti triangoli perché sono casi particolari dell’idea del triangolo. [...] La conoscenza delle essenze è un’intuizione. E’ un’intuizione distinta da quella che ci permette di cogliere i fatti singoli. Essa è ciò che Husserl chiama Wesen. Si tratta di una conoscenza distinta da quella del fatto. I fatti singoli sono casi di essenze eidetiche. Queste essenze eidetiche, pertanto, non sono oggetti misteriosi o evanescenti. E’ vero che sono reali solo i fatti singoli, e che gli universali non sono reali, come i fatti singoli. Gli universali, cioè le essenze, sono concetti, cioè oggetti ideali che tuttavia permettono di classificare, riconoscere e distinguere i fatti singoli, dei quali, la coscienza, quando si presentano ad essa, riconosce sì, l’hic et nunc, ma anche il quid” (10).

Il processo attraverso cui, nella descrizione del fenomeno che appare alla coscienza, si prescinde dagli aspetti empirici e dalle preoccupazioni che legano a essi, al fine di cogliere l’essenza, viene da Husserl chiamato “riduzione eidetica” .
Esse inoltre non sono soltanto all’interno del mondo percettivo: anche fatti come i ricordi, le speranze e i desideri hanno la loro essenza, il che significa che si presentano alla coscienza in modo tipico.
Caratteristica fondamentale dell’apparire e del manifestarsi dei fenomeni alla coscienza è poi l’intenzionalità. Ciò significa che la coscienza è sempre intenzionale e dunque che gli atti psichici hanno la caratteristica di riferirsi sempre a un oggetto.
Dunque perché ci sia conoscenza intenzionale è indispensabile la presenza innanzitutto di un soggetto, cioè di un io capace di atti di conoscenza come il percepire, il giudicare, l’immaginare e il ricordare; in secondo luogo è necessaria la presenza di un oggetto che si manifesta in atti quali i colori, le immagini, i pensieri, i ricordi, ecc.
Importante è anche distinguere tra l’apparire di un oggetto e l’oggetto che appare: è vero infatti che si conosce ciò che appare, ma è anche altrettanto vero che si vive l’apparire di ciò che appare. Per questo motivo Husserl parla di “noesi” – cioè dell’avere coscienza – e di “noema” – ciò di cui si ha conoscenza, come ad esempio i fatti e le essenze -.
Il suo carattere intenzionale però non comporta di per sé una conoscenza realistica; essa infatti si riferisce ad altro, ma ciò non significa che questo altro esista veramente fuori dalla coscienza stessa. Ciò che è importante invece è descrivere quello che effettivamente si dà a essa, quello che si manifesta e nei limiti in cui si manifesta. Ciò che si manifesta, ciò che appare, è appunto il fenomeno.
Se l’obiettivo della fenomenologia è fondare se stessa come scienza rigorosa che guarda alle cose, alle cose stesse, e se, attraverso il metodo della sospensione del giudizio, arriva a individuare la coscienza come l’unica capace di resistere agli attacchi della “epoché” (ciò che è assolutamente evidente è il “cogito” con i suoi “cogitata”), allora è a quest’ultima che si manifesta tutto ciò che appare. Questa è una critica diretta al naturalismo e all’oggettivismo, aventi entrambi la pretesa di affermare che solo la verità scientifica è l’unica verità valida, dunque che solo il mondo descritto dalle scienze è vera realtà. In questo modo infatti, secondo Husserl, si escludono di principio tutti quei problemi che sono i più scottanti per l’uomo, cioè quelli riguardanti il senso e il non-senso dell’esistenza umana nel suo complesso e che fanno sentire l’uomo in balia del suo destino. Tali problemi infatti, sia nella loro generalità come nella loro necessità, esigono una soluzione razionalmente fondata.
Per questo motivo giunge ad affermare che l’intuizione è autentica e adeguata modalità di conoscenza. Nelle “Ricerche logiche” troviamo enunciato il “principio di tutti i principi”:
“Ogni intuizione che presenta originariamente qualche cosa è di diritto fonte di conoscenza; tutto ciò che si offre a noi originariamente nell’intuizione (che ci si offre, per così dire, in carne e ossa) deve essere assunto così come si offre, ma anche soltanto nei limiti in cui si offre” (11).

Se l’oggetto della indagine fenomenologica è l’esperienza vissuta che può essere colta e analizzata mediante l’intuizione, ciò che può essere afferrato attraverso l’intuizione è una “species” di esperienza vissuta; questo significa che la conoscenza ha come presupposto soggettivo l’atto intuitivo e l’essenza come contenuto dell’intuizione. Suo terreno proprio è quello della astrazione, cioè la ricerca di ciò che è essenziale, identico, immutabile, non l’esperienza vissuta concreta e particolare; per questo motivo si pone in polemica con le interpretazioni empiriste e psicologiste ma, come acutamente osserva la Stein, fornisce proprio a esse quel fondamento teorico di cui quelle scienze in se stesse sono prive.
L’intuizione dell’astratto, degli “oggetti generali”, è fondamentale nella prospettiva fenomenologica rispetto alla intuizione del concreto, dell’oggetto empiricamente dato come reale, così come del resto la conoscenza del possibile è fondamentale rispetto a quella del reale.
Per Husserl una indagine ha senso solo in quanto ha una base intenzionale; l’atto di coscienza perciò non è pensabile e analizzabile che in relazione con l’oggetto e quest’ultimo non è pensabile e analizzabile che in relazione al soggetto. In questo modo Husserl punta a liberare la filosofia da tutte quelle tendenze che pongono le basi della conoscenza nella relazione di un io con la realtà esterna e trascendente della natura; il punto di vista intenzionale infatti non accetta il presupposto teorico che il soggetto e il mondo oggettivo entrino in relazione, nell’atto conoscitivo, sussistendo già come un io e come una realtà oggettiva sussistenti in se stesse prima di entrare nella relazione. Centrale è la nozione di “esperienza vissuta”, all’interno della quale si articola la distinzione e la relazione della coscienza e del suo oggetto: ciò che è vissuto non è preesistente all’atto dell’esperienza e nemmeno un elemento psicologicamente reale (come potrebbe per esempio essere una sensazione, elemento reale della attività concreta del vedere).
Ne risulta così l’ “essenza pura” dell’esperienza, poiché da essa è stato eliminato ogni fattore contingente.
Un secondo concetto molto interessante di coscienza che emerge dalle “Ricerche logiche” è quello di percezione. Quella esterna è sempre per aspetti e dunque non può mai essere percezione della totalità dell’oggetto; di contro, quella interiore può essere adeguata alla realtà (ad esempio uno stato interiore) di cui è percezione, perché in essa si verifica una certa qual coincidenza oggettiva fra la coscienza che percepisce e l’oggetto che viene percepito. Proprio a questo riguardo c’è una abissale differenza di posizione tra Husserl e Brentano, perché mentre quest’ultimo distingue tra fenomeni fisici (costituiti dalla apparenza o dalle qualità delle cose, senza alcuna esistenza intenzionale) e fenomeni psichici (costituiti dalle apparenze degli stati del soggetto), Husserl ritiene intenzionali sia gli oggetti esterni sia quelli interni. Scrive Renzo Raggiunti:

Per Husserl tanto gli oggetti cosiddetti esterni quanto gli oggetti cosiddetti interni (egli respinge queste denominazioni che considera di stampo naturalistico e positivistico), sono ugualmente intenzionali, ma non nel senso che essi rimangono delle pure intenzioni vuote, incapaci di darci l’oggetto « in persona» (leibhaftig)[...] Se intenzionale viene contrapposto a reale, e se alle qualità delle cose fisiche viene attribuita un’esistenza puramente intenzionale (nel senso di un’intenzione vuota che non raggiunge il proprio oggetto) mentre alle apparenze degli stati del soggetto viene attribuita un’esistenza reale nella coscienza, una tale distinzione viene necessariamente respinta da Husserl, perché per lui la distinzione tra fenomeni fisici e fenomeni psichici non può essere fondata né sulla trascedendenza, né sull’immanenza dei rispettivi oggetti” (12).
Tanto l’oggetto fisico quanto quello psichico infatti sono, per il fondatore della fenomenologia, immanenti; in un certo senso, tutti essi sono psichici e l’ “apparenza” delle qualità fisiche è nella coscienza ed è indipendente dall’esistenza o non-esistenza reale trascendente di queste qualità. Declinando, si pensi all’importanza di questo nella percezione che ogni persona ha dei fatti e delle altre persone.
Un terzo concetto, assai importante per la determinazione del significato di intenzionale, è quello di atto di coscienza, la cui caratteristica specifica è la sua relazione a un contenuto, cioè la direzione verso un oggetto. Detto in altri termini, si tratta qui della oggettività immanente dell’atto di coscienza. La relazione che, nell’atto, si costituisce tra la coscienza e l’atto ha forme e modalità diverse; dunque essi si differenziano tra loro per il modo di essere intenzionali. Le forme specifiche però non sono nozioni di origine empirica; l’intenzionalità infatti presenta diversità specifiche che sono basate sull’essenza pura e dunque precede l’insieme dei fatti psicologici empirici. Per questo l’atto di coscienza intenzionale può porsi a fondamento di ogni successivo vissuto psicologico. Per Husserl infatti non si potrebbe parlare di coscienza se non fosse possibile una conoscenza degli “oggetti generali”, cioè degli universali; quest’ultima, nella prospettiva fenomenologica, si identifica precisamente con l’intuizione, ove l’oggetto è dato nella sua presenza autentica.
Inizialmente Husserl la identifica con l’intuizione sensibile, percettiva o immaginativa che sia; successivamente però, adeguandone il concetto agli oggetti generali, giunge a far ricorso a un tipo non sensibile, che chiama “intuizione categoriale”. La coscienza delle generalità si realizza mediante un atto di “riempimento”, la cui essenza è intuitiva, che esclude l’individualità dell’oggetto e ne conferma il senso specifico: è particolare dunque e afferra l’unità specifica sulla base intuitiva. Egli esclude che questo riempimento possa avvenire per mezzo della intuizione sensibile. E’ necessario ritornare all’atto percettivo, che ha senso e caratteri diversi a seconda che sia rivolto a oggetti reali, sensibili, o a oggetti categoriali, ideali. I primi sono di grado inferiore; per l’oggetto sensibile l’essere dato in una maniera diretta nell’atto percettivo è necessariamente un atto fondante. La percezione sensibile inoltre implica uno o più atti del medesimo grado; per questo gli atti semplici di essa sono la base, il fondamento, e sono inclusi o presupposti da quegli atti che generano invece una nuova coscienza di oggettività, che però presuppone essenzialmente la forma primitiva. Questo secondo grado, superiore comprende gli oggetti categoriali o ideali. Le oggettività dunque che si mostrano negli atti fondati sono categoriali e gli atti fondati si identificano con l’intuizione al livello soprasensibile. Considerando un flusso continuo di percezioni, a essere percepito è solo ed esclusivamente l’oggetto sensibile. L’identità diventa oggettiva quando questo flusso percettivo viene assunto come fondamento di un atto nuovo che distingue le singole percezioni e mette in relazione i rispettivi oggetti. Ciò che è colto direttamente in un atto fondato è perciò nuovo; Husserl lo identifica con la percezione soprasensibile, nella quale l’oggetto è dato “in persona”.
Argutamente sintetizza Angela Ales Bello:

Il compito della fenomenologia è quello di indagarne l’origine dopo essere passati attraverso la riduzione.
Apparirà, però, sempre più chiaro a Husserl che l’obiettivo della fenomenologia non è quello di interessarsi di ciò che è oggettivo, ma di analizzare come l’oggettivo appaia alla coscienza e come l’oggettività pura possa essere indagata nel suo manifestarsi, dopo la neutralizzazione di ogni posizione empirica; nonostante l’apparente coincidenza, il trascendentale husserliano si distingue da quello kantiano perché non guarda le posizioni apriori della conoscenza empirica ma, data la dimensione empirica, si tratta di analizzare il modo in cui un certo contenuto si manifesta nell’esperienza [...]
Tutte le analisi che egli compie sono ritenute essenziali, nel senso che individuano immediatamente, intuitivamente, le strutture fondamentali del conoscere, così come si danno, rispettando, da un lato, il «principio di tutti i principi» indicato programmaticamente nelle Idee e proponendo un’indagine ostensiva e, pertanto, legittimamente fondata, che può essere definita «scientifica»”
(13).

Note

(1) Johann Heinrich LAMBERT (Mulhouse, 1728 – Berlino 1777) è un fisico, matematico, astronomo e filosofo tedesco, di origine francese. Contemporaneo di Eulero, in campo matematico è annoverato tra i pionieri della geometria non euclidea, a motivo della sua analisi del quinto postulato di Euclide. Nel campo della fisica fa importanti studi di ottica che portano alla formulazione della legge del coseno; studiando l’assorbimento della luce, giunge alla creazione di uno dei primi diagrammi ottici. Nella sua opera più famosa, appunto il “Neues Organon”, sostiene la tesi che a priori le scienze possono venire costruite per combinazione di nozioni elementari, assunte come primitive, dando così un interessante contributo alla riflessione dell’allora discusso e problematico rapporto tra matematica e metafisica.

(2) Georg Wilhelm Friedrich HEGEL, (Stoccarda, 1770 – Berlino 1831) è un filosofo tedesco, considerato come l’esponente di maggior rilievo dell’idealismo tedesco. A partire  dai lavori di Fichte e Schelling, suoi predecessori, sviluppa una filosofia innovativa. E’ del 1806 la stesura della sua prima grande opera “Fenomenologia dello Spirito”, che segna la rottura definitiva con Schelling e inaugura la fase matura del pensiero hegeliano, i cui capisaldi sono: a) la realtà in quanto tale è Spirito infinito (cioè Soggetto, attività, processo, automovimento, non Sostanza fissa e immutabile); b) la struttura e la vita stessa dello Spirito – e dunque anche la modalità di procedimento del sapere filosofico – è dialettica (nei suoi tre movimenti di tesi, antitesi e sintesi); c) caratteristica di questa dialettica è l’elemento speculativo (cioè la riaffermazione  del positivo che si realizza mediante la negazione del negativo proprio delle antitesi dialettiche, cosicché il positivo della tesi viene posto a un livello più elevato).
(3) Franz Clemens Honoratus Hermann BRENTANO (Boppard, 1838 – Zurigo 1917), è un filosofo e psicologo tedesco, discendente da famiglia italiana. Prete cattolico, uscito poi dalla Chiesa, insegna a Vienna (ove ha per allievo Edmund Husserl), per lungo tempo vive a Firenze e muore in Svizzera. Scrive molto su Aristotele, ma la sua opera di maggior successo è “Psicologia dal punto di vista empirico”, del 1874; è qui che Brentano afferma il carattere intenzionale della coscienza ed è proprio questa intenzionalità a caratterizzare i fenomeni psichici (cioè il fatto che si riferiscono sempre ad altro). Questi fenomeni psichici possono essere distinti in tre classi: a) rappresentazione (l’oggetto è semplicemente presente); b) giudizio (l’oggetto viene affermato o negato); c) sentimento (l’oggetto viene amato oppure odiato).
(4) Alexander PFÄNDER (Iserlohn, 1870 – Monaco di Baviera 1941) è un filosofo tedesco, fenomenologo del circolo di Monaco. Studente di ingegneria, viene attirato dalla filosofia di Theodor Lipps. Inizialmente si dedica alla psicologia, ma il disaccordo con le correnti di pensiero imperanti lo fa volgere, come Edith Stein, verso la fenomenologia di Husserl, che incontra personalmente nel 1904. Quando Husserl nel 1913 pubblica le “Idee”, Pfänder e altri fenomenologi della prima ora prendono le distanze da lui, preferendo rimanere più legati al realismo delle “Ricerche logiche” che non alla fenomenologia trascendentale; da qui nasce la corrente della “fenomenologia di Monaco”.
(5) vedi http://www.edithstein.name/fenomenologia-e-dintorni/circolo-di-gottinga/
(6) COSTA  V. – FRANZINI E. – SPINACCI P., La fenomenologia, p. 116, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2002.
(7) idem, pp.115-116.
(8) vedi http://www.edithstein.name/fenomenologia-e-dintorni/circolo-di-gottinga/
(9) Bernard Placidus Johann Nepomuk BOLZANO (Praga, 1781-1848), matematico, filosofo, teologo, logico e prete cattolico (poi sospeso a divinis) boemo, scrive in lingua tedesca dapprima di matematico, poi elaborando la “Dottrina della scienza” in cui si afferma che: a) la “proposizione in sé” è il puro significato logico di un enunciato e non dipende dal fatto che esso venga pensato o espresso; b) la “verità in sé” è data da qualsiasi proposizione valida, sia che essa sia o non sia pensata e/o espressa. Ne risulta dunque che la validità di un principio logico, come ad esempio quello della non-contraddizione, resta tale sia che sia o non sia pensato, sia che sia o non sia espresso. le proposizioni possono poi derivare una dall’altra ed entrare in contraddizione: esse fanno infatti parte di un mondo logico-oggettivo e sono perciò indipendenti dalle condizioni soggettive del conoscere.
(10) REALE G.- ANTISERI D., Storia della filosofia, volume 3, p. 557, Editrice La Scuola, Brescia, 1997.
(11) HUSSERL E., Ricerche logiche, Il Saggiatore, Milano, 1968.
(12) RAGGIUNTI R., Introduzione a Husserl, pp.30-31, Edizioni Laterza, Bari, 1970.
(13) ALES BELLO A., L’universo nella coscienza – Introduzione alla fenomenologia di Edmund Husserl, Edith Stein, Hedwig Conrad -Martius, pp. 25-26, Edizioni ETS, Pisa, 2007.

http://www.edithstein.name/fenomenologia-e-dintorni/


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Les tribulations d’un Chinois en Chine Jules Verne (pdf) e film

Les tribulations d’un Chinois en Chine (pdf) – La Bibliothèque …

Les tribulations d’un chinois en Chine

« Les Tribulations d’un chinois en Chine » (publié en 1879) sont un chef d’œuvre méconnu. Un des rares romans français dont l’action se déroule entièrement en Orient, il tient une place à part dans l’œuvre de Jules Verne. C’est sûrement pour cela que Les Editions de Londres ont choisi de commencer la publication des œuvres verniennes avec ce livre. Elles ont fait plus que ça, c’est aussi la première publication des Editions de Londres qui ne se contente pas d’une illustration de couverture mais intègre six illustrations originales à l’intérieur de l’œuvre. D’ailleurs, si la lecture des « Tribulations d’un chinois en Chine » vous donne envie de découvrir d’autres livres « à la Chinoise », nous vous conseillons la lecture des Divagations d’un français en Chine de Vercors , publié aux Editions Kailash, avec des dizaines d’illustrations originales de Vercors.

Si Les Editions de Londres pourfendent les germanopratins dans l’article sur Jules Verne en leur reprochant notamment d’avoir associé Jules Verne à la littérature pour enfants, nous sommes aussi coupables puisque nous n’arrêtons pas de parler de notre enfance dés que nous nous attardons sur Jules Verne. Ainsi, il est indéniable que « Les Tribulations d’un chinois en Chine » eurent une influence non négligeable sur l’enfance des fondateurs des Editions de Londres. Les Tribulations sont avant tout une réflexion sur la vie humaine.

Résumé des Tribulations

Kin-Fo, le héros principal est un jeune chinois de la fin du Dix Neuvième siècle qui s’ennuie de la vie. Il cherche des émotions. Il est riche, voire richissime. Il est promis au mariage à une jeune beauté shanghaienne, Lé-Ou. Il a pour maître un ancien Taiping du nom de Wang. Un jour il apprend qu’il est ruiné, et décide d’annuler son mariage plutôt que de condamner la jeune Lé-Ou à une vie misérable en sa compagnie. Il envisage de mettre fin à ses jours, mais change d’avis et convainc son vieux maître Wang de s’en charger, puis souscrit une énorme police d’assurances sur la vie. Lorsque soudain il redevient riche, il veut épouser Lé-Ou et vivre, mais il est trop tard : Wang a disparu. Protégé par Craig et Fry, les détectives de la compagnie d’assurances, et accompagné par sa promise Lé-Ou et son domestique, il traverse toute la Chine pour retrouver Wang et le prévenir avant que celui-ci le prive de la vie qu’il a enfin apprise à aimer.

C’était une époque de spleen dans l’existence des fondateurs des Editions de Londres, et l’idée que le malheur et le bonheur sont inextricablement liés dans l’existence a profondément marqué notre imaginaire adolescent.

Mais il existe bien d’autres choses dignes d’être notées dans « Les tribulations d’un chinois en Chine ».

Les Tribulations et Candide

Sans prétendre être des spécialistes de Verne Les Editions de Londres voient un fort parallèle entre Voltaire, la tradition des contes philosophiques, et surtout Candide dans ce livre de Jules Verne. Il y a la naïveté de Kin-Fo, son manque de personnalité, ses considérations un peu spécieuses sur l’amour (Candide qui refuse de voir la vulgarité et la bêtise de Cunégonde, Kin-Fo qui refuse dans un premier temps de voir l’amour de Lé-Ou), il y a Wang, sorte de parallèle avantageux avec Pangloss, puis il y a leur disparition à tous deux dans la plus grande partie de l’ouvrage, et leur réapparition quasiment miraculeuse en fin de livre. Et puis il y a toutes ces aventures exotiques, teintées d’un Orientalisme occidental qui n’a pas tant évolué entre le milieu du Dix Huitième siècle et la fin du Dix Neuvième. Enfin, il y ce parallélisme à la fin de l’ouvrage : « Il faut cultiver notre jardin », qui s’oppose de façon amusante à « Il faut aller en Chine pour voir cela ! ».

Les Tribulations et Tintin

Le parallèle avec le célèbre reporter nous semble encore plus évident. D’ailleurs, cela n’a sûrement pas échappé à Philippe de Broca qui en portant les tribulations d’un chinois en Chine au cinéma semble trahir l’œuvre alors qu’il en met l’essence au grand jour, c’est-à-dire l’énorme influence que Les Tribulations auront sur la bande dessinée quelques décennies plus tard. En cela, Les Tribulations peuvent être considérées comme une œuvre précurseur. Kin-Fo, c’est un peu Tintin avec le spleen et les considérations métaphysiques. Craig et Fry, ce sont sans aucun doute Dupont et Dupond. S’il n’y a pas vraiment de capitaine Haddock, qu’on ne connaît aucune aventure amoureuse à Tintin, la ressemblance reste frappante, accentuée par le film de Broca, dont on pourrait dire qu’il fait le pont entre les deux œuvres ou encore souligne leurs traits communs, puisque le film emprunte largement aux Cigares du pharaon et au Lotus bleu, deux des meilleures BD jamais écrites. En conclusion, comme toujours, Les Editions de Londres osent et s’avancent à dire qu’au commencement on avait Candide, dont Verne s’est très vaguement inspiré, puis Kin-Fo qui a ensuite donné Tintin, dont Les cigares du pharaon et L’oreille cassée ont fourni la matière des « Aventuriers de l’arche perdue » à Steven Spielberg lequel, honnête, sort enfin Tintin. Alors, Monsieur Spielberg, à quand votre adaptation des Tribulations ?

Alors, n’attendez plus un instant : découvrez Les tribulations d’un chinois en Chine.

http://www.editionsdelondres.com/Les-tribulations-d-un-chinois-en

CHAPITRE XXII

que le lecteur aurait pu écrire lui-même, tant il finit d’une façon peu inattendue !

La Grande-Muraille — un paravent chinois, long de quatre cents lieues, — construite au troisième siècle par l’empereur Tisi-Chi-Houang-Ti, s’étend depuis le golfe de Léao-Tong, dans lequel elle trempe ses deux jetées, jusque dans le Kan-Sou, où elle se réduit aux proportions d’un simple mur. C’est une succession ininterrompue de doubles remparts, défendus par des bastions et des tours, hauts de cinquante pieds, larges de vingt, granit par leur base, briques à leur revêtement supérieur, qui suivent avec hardiesse le profil des capricieuses montagnes de la frontière russo-chinoise.

Du côté du Céleste Empire, la muraille est en assez mauvais état. Du côté de la Mantchourie, elle se présente sous un aspect plus rassurant, et ses créneaux lui font encore un magnifique ourlet de pierres.

De défenseurs, sur cette longue ligne de fortifications, point ; de canons, pas davantage. Le Russe, le Tartare, le Kirghis, aussi bien que les Fils du Ciel, peuvent librement passer à travers ses portes. Le paravent ne préserve plus la frontière septentrionale de l’Empire, pas même de cette fine poussière mongole, que le vent du nord emporte parfois jusqu’à sa capitale.

Ce fut sous la poterne de l’un de ces bastions déserts que Kin-Fo et Soun, après une fort mauvaise nuit passée sur la paille, durent s’enfoncer le lendemain matin, escortés par une douzaine d’hommes, qui ne pouvaient appartenir qu’à la bande de Lao-Shen.

Quant au guide, il avait disparu. Mais il n’était plus possible à Kin-Fo de se faire aucune illusion. Ce n’était point le hasard qui avait mis ce traître sur son chemin. L’ex-client de la Centenaire avait évidemment été attendu par ce misérable. Son hésitation à s’aventurer au-delà de la Grande-Muraille n’était qu’une ruse pour dérouter les soupçons. Ce coquin appartenait bien au Taï-ping, et ce ne pouvait être que par ses ordres qu’il avait agi.

Du reste, Kin-Fo n’eut aucun doute à ce sujet, après avoir interrogé un des hommes qui paraissait diriger son escorte.

« Vous me conduisez, sans doute, au campement de Lao-Shen, votre chef ? demanda-t-il.

— Nous y serons avant une heure ! » répondit cet homme.

En somme, qu’était venu chercher l’élève de Wang ? Le mandataire du philosophe ! Eh bien, on le conduisait où il voulait aller ! Que ce fût de bon gré ou de force, il n’y avait pas là de quoi récriminer. Il fallait laisser cela à Soun, dont les dents claquaient, et qui sentait sa tête de poltron vaciller sur ses épaules.

Aussi Kin-Fo, toujours flegmatique, avait-il pris son parti de l’aventure et se laissait-il conduire. Il allait enfin pouvoir essayer de négocier le rachat de sa lettre avec Lao-Shen. C’est ce qu’il désirait. Tout était bien.

Après avoir franchi la Grande-Muraille, la petite troupe suivit, non pas la grande route de Mongolie, mais d’abrupts sentiers qui s’engageaient, à droite, dans la partie montagneuse de la province. On marcha ainsi pendant une heure, aussi vite que le permettait la pente du sol. Kin-Fo et Soun, étroitement entourés, n’auraient pu fuir, et, d’ailleurs, n’y songeaient pas.

Une heure et demie après, gardiens et prisonniers apercevaient, au tournant d’un contrefort, un édifice à demi ruiné.

C’était une ancienne bonzerie, élevée sur une des croupes de la montagne, un curieux monument de l’architecture bouddhique. Mais, en cet endroit perdu de la frontière russo-chinoise, au milieu de cette contrée déserte, on pouvait se demander quelle sorte de fidèles osaient fréquenter ce temple. Il semblait qu’ils dussent quelque peu risquer leur vie, à s’aventurer dans ces défilés, très propres aux guet-apens et aux embûches.

Si le Taï-ping Lao-Shen avait établi son campement dans cette partie montagneuse de la province, il avait choisi, on en conviendra, un lieu digne de ses exploits.

Or, à une demande de Kin-Fo, le chef de l’escorte répondit que Lao-Shen résidait effectivement dans cette bonzerie.

« Je désire le voir à l’instant, dit Kin-Fo.

— À l’instant », répondit le chef.

Kin-Fo et Soun, auxquels leurs armes avaient été préalablement enlevées, furent introduits dans un large vestibule, formant l’atrium du temple. Là se tenaient une vingtaine d’hommes en armes, très pittoresques sous leur costume de coureurs de grands chemins, et dont les mines farouches n’étaient pas précisément rassurantes.

Kin-Fo passa délibérément entre cette double rangée de Taï-pin. Quant à Soun, il dut être vigoureusement poussé par les épaules, et il le fut.

Ce vestibule s’ouvrait, au fond, sur un escalier engagé dans l’épaisse muraille, et dont les degrés descendaient assez profondément à travers le massif de la montagne.

Cela indiquait évidemment qu’une sorte de crypte se creusait sous l’édifice principal de la bonzerie, et il eût été très difficile, pour ne pas dire impossible, d’y arriver, pour qui n’aurait pas tenu le fil de ces sinuosités souterraines.

Après avoir descendu une trentaine de marches, puis s’être avancés pendant une centaine de pas, à la lueur fuligineuse de torches portées par les hommes de leur escorte, les deux prisonniers arrivèrent au milieu d’une vaste salle qu’éclairait à demi un luminaire de même espèce.

C’était bien une crypte. Des piliers massifs, ornés de ces hideuses têtes de monstres qui appartiennent à la faune grotesque de la mythologie chinoise, supportaient des arceaux surbaissés, dont les nervures se rejoignaient à la clef des lourdes voûtes.

Un sourd murmure se fit entendre dans cette salle souterraine à l’arrivée des deux prisonniers. La salle n’était pas déserte, en effet. Une foule l’emplissait jusque dans ses plus sombres profondeurs.

C’était toute la bande des Taï-ping, réunie là pour quelque cérémonie suspecte.

Au fond de la crypte, sur une large estrade en pierre, un homme de haute taille se tenait debout. On eût dit le président d’un tribunal secret. Trois ou quatre de ses compagnons, immobiles près de lui, semblaient servir d’assesseurs.

Cet homme fit un signe. La foule s’ouvrit aussitôt et laissa passage aux deux prisonniers.

« Lao-Shen », dit simplement le chef de l’escorte, en indiquant le personnage qui se tenait debout.

Kin-Fo fit un pas vers lui, et, entrant en matière, comme un homme qui est décidé à en finir :

« Lao-Shen, dit-il, tu as entre les mains une lettre qui t’a été envoyée par ton ancien compagnon Wang. Cette lettre est maintenant sans objet, et je viens te demander de me la rendre. »

À ces paroles, prononcées d’une voix ferme, le Taï-ping ne remua même pas la tête. On eût dit qu’il était de bronze.

« Qu’exiges-tu pour me rendre cette lettre ? » reprit Kin-Fo.

Et il attendit une réponse qui ne vint pas.

« Lao-Shen, dit Kin-Fo, je te donnerai, sur le banquier qui te conviendra et dans la ville que tu choisiras, un mandat qui sera payé intégralement, sans que l’homme de confiance, que tu enverras pour le toucher, puisse être inquiété à cet égard ! »

Même silence glacial du sombre Taï-ping, silence qui n’était pas de bon augure.

Kin-Fo reprit en accentuant ses paroles :

« De quelle somme veux-tu que je fasse ce mandat ? Je t’offre cinq mille taëls ?[1] »

Pas de réponse.

« Dix mille taëls ? »

Lao-Shen et ses compagnons restaient aussi muets que les statues de cette étrange bonzerie.

Une sorte de colère impatiente s’empara de Kin-Fo. Ses offres méritaient bien qu’on leur fit une réponse, quelle qu’elle fût.

« Ne m’entends-tu pas ? » dit-il au Taï-ping.

Lao-Shen, daignant, cette fois, abaisser la tête, indiqua qu’il comprenait parfaitement.

« Vingt mille taëls ! Trente mille taëls ! s’écria Kin-Fo. Je t’offre ce que te paierait la Centenaire, si j’étais mort. Le double ! Le triple ! Parle ! Est-ce assez ? »

Kin-Fo, que ce mutisme mettait hors de lui, se rapprocha du groupe taciturne, et, croisant les bras : « À quel prix, dit-il, veux-tu donc me vendre cette lettre ?

— À aucun prix, répondit enfin le Taï-ping. Tu as offensé Bouddha en méprisant la vie qu’il t’avait faite, et Bouddha veut être vengé. Ce n’est que devant la mort que tu connaîtras ce que valait cette faveur d’être au monde, faveur si longtemps méconnue de toi ! »

Cela dit, et d’un ton qui n’admettait pas de réplique, Lao-Shen fit un geste. Kin-Fo, saisi avant d’avoir pu tenter de se défendre, fut garrotté, entraîné. Quelques minutes après, il était enfermé dans une sorte de cage, pouvant servir de chaise à porteurs, et hermétiquement close.

Soun, l’infortuné Soun, malgré ses cris, ses supplications, dut subir le même traitement.

« C’est la mort, se dit Kin-Fo. Eh bien, soit ! Celui qui a méprisé la vie mérite de mourir ! »

Cependant, sa mort, si elle lui paraissait inévitable, était moins proche qu’il ne le supposait. Mais à quel épouvantable supplice le réservait ce cruel Taï-ping, il ne pouvait l’imaginer.

Des heures se passèrent. Kin-Fo, dans cette cage, où on l’avait emprisonné, s’était senti enlevé, puis transporté sur un véhicule quelconque. Les cahots de la route, le bruit des chevaux, le fracas des armes de son escorte ne lui laissèrent aucun doute. On l’entraînait au loin. Où ? Il eût vainement tenté de l’apprendre.

Sept à huit heures après son enlèvement, Kin-Fo sentit que la chaise s’arrêtait, qu’on soulevait à bras d’hommes la caisse dans laquelle il était enfermé, et bientôt un déplacement moins rude succéda aux secousses d’une route de terre.

« Suis-je donc sur un navire ? » se dit-il.

Des mouvements très accusés de roulis et de tangage, un frémissement d’hélice le confirmèrent dans cette idée qu’il était sur un steamer.

« La mort dans les flots ! pensa-t-il. Soit ! Ils m’épargnent des tortures qui seraient pires ! Merci, Lao-Shen ! »

Cependant deux fois vingt-quatre heures s’écoulèrent encore. À deux reprises, chaque jour, un peu de nourriture était introduite dans sa cage par une petite trappe à coulisse, sans que le prisonnier pût voir quelle main la lui apportait, sans qu’aucune réponse fût faite à ses demandes.

Ah ! Kin-Fo, avant de quitter cette existence que le ciel lui faisait si belle, avait cherché des émotions ! Il n’avait pas voulu que son cœur cessât de battre, sans avoir au moins une fois palpité ! Eh bien, ses vœux étaient satisfaits et au-delà de ce qu’il aurait pu souhaiter !

Cependant, s’il avait fait le sacrifice de sa vie, Kin-Fo aurait voulu mourir en pleine lumière. La pensée que cette cage serait d’un instant à l’autre précipitée dans les flots, lui était horrible. Mourir, sans avoir revu le jour une dernière fois, ni la pauvre Lé-ou, dont le souvenir l’emplissait tout entier, c’en était trop.

Enfin, après un laps de temps qu’il n’avait pu évaluer, il lui sembla que cette longue navigation venait de cesser tout à coup. Les trépidations de l’hélice cessèrent. Le navire qui portait sa prison s’arrêtait. Kin-Fo sentit que sa cage était de nouveau soulevée.

Pour cette fois, c’était bien le moment suprême, et le condamné n’avait plus qu’à demander pardon des erreurs de sa vie.

Quelques minutes s’écoulèrent, — des années, des siècles !

À son grand étonnement, Kin-Fo put constater d’abord que la cage reposait de nouveau sur un terrain solide.

Soudain, sa prison s’ouvrit. Des bras le saisirent, un large bandeau lui fut immédiatement appliqué sur les yeux, et il se sentit brusquement attiré au dehors. Vigoureusement tenu, Kin-Fo dut faire quelques pas. Puis, ses gardiens l’obligèrent à s’arrêter.

« S’il s’agit de mourir enfin, s’écria-t-il, je ne vous demande pas de me laisser une vie dont je n’ai rien su faire, mais accordez-moi, du moins, de mourir au grand jour, en homme qui ne craint pas de regarder la mort !

— Soit ! dit une voix grave. Qu’il soit fait comme le condamné le désire ! »

Soudain, le bandeau qui lui couvrait les yeux fut arraché. Kin-Fo jeta alors un regard avide autour de lui…

Était-il le jouet d’un rêve ? Une table, somptueusement servie, était là, devant laquelle cinq convives, l’air souriant, paraissaient l’attendre pour commencer leur repas. Deux places non occupées semblaient demander deux derniers convives.

« Vous ! vous ! Mes amis, mes chers amis ! Est-ce bien vous que je vois ? » s’écria Kin-Fo avec un accent impossible à rendre.

Mais non ! Il ne s’abusait pas. C’était Wang, le philosophe ! C’étaient Yin-Pang, Houal, PaoShen, Tim, ses amis de Canton, ceux-là mêmes qu’il avait traités, deux mois auparavant, sur le bateau-fleurs de la rivière des Perles, ses compagnons de jeunesse, les témoins de ses adieux à la vie de garçon !

Kin-Fo ne pouvait en croire ses yeux. Il était chez lui, dans la salle à manger de son yamen de Shang-Haï !

« Si c’est toi ! s’écria-t-il en s’adressant à Wang, si ce n’est pas ton ombre, parle-moi…

— C’est moi-même, ami, répondit le philosophe. Pardonneras-tu à ton vieux maître, la dernière et un peu rude leçon de philosophie qu’il ait dû te donner ?

— Eh quoi ! s’écria Kin-Fo. Ce serait toi, toi, Wang !

— C’est moi, répondit Wang, moi qui ne m’étais chargé de la mission de t’arracher la vie que pour qu’un autre ne s’en chargeât pas ! Moi, qui ai su, avant toi, que tu n’étais pas ruiné, et qu’un moment viendrait où tu ne voudrais plus mourir ! Mon ancien compagnon, Lao-Shen, qui vient de faire sa soumission et sera désormais le plus ferme soutien de l’Empire, a bien voulu m’aider à te faire comprendre, en te mettant en présence de la mort, quel est le prix de la vie ! Si, au milieu de terribles angoisses, je t’ai laissé et, qui pis est, si je t’ai fait courir, encore bien que mon cœur en saignât, presque au-delà de ce qu’il était humain de le faire, c’est que j’avais la certitude que c’était après le bonheur que tu courais, et que tu finirais par l’attraper en route ! »

« Tu as offensé Bouddha ! » (Page 197.)

Kin-Fo était dans les bras de Wang, qui le pressait fortement sur sa poitrine.

« Mon pauvre Wang, disait Kin-Fo, très ému, si encore j’avais couru tout seul ! Mais quel mal je t’ai donné ! Combien il t’a fallu courir toi-même, et quel bain je t’ai forcé de prendre au pont de Palikao !

— Ah ! celui-là, par exemple, répondit Wang en riant, il m’a fait bien peur pour mes cinquante-cinq ans et pour ma philosophie ! J’avais très chaud et l’eau était très froide ! Mais bah ! je m’en suis tiré ! On ne court et on ne nage jamais si bien que pour les autres !

La charmante Lé-ou apparaissait, tenant la fameuse lettre. (Page 202.)

— Pour les autres ! dit Kin-Fo d’un air grave. Oui ! c’est pour les autres qu’il faut savoir tout faire ! Le secret du bonheur est là ! »

Soun entrait alors, pâle comme un homme que le mal de mer vient de torturer pendant quarante-huit mortelles heures. Ainsi que son maître, l’infortuné valet avait dû refaire toute cette traversée de Fou-Ning à Shang-Haï, et dans quelles conditions ! On en pouvait juger à sa mine !

Kin-Fo, après s’être arraché aux étreintes de Wang, serrait la main de ses amis.

« Décidément, j’aime mieux cela ! dit-il. J’ai été un fou jusqu’ici !…

— Et tu peux redevenir un sage ! répondit le philosophe.

— J’y tâcherai, dit Kin-Fo, et c’est commencer que de songer à mettre de l’ordre dans mes affaires. Il a couru de par le monde un petit papier qui a été pour moi la cause de trop de tribulations, pour qu’il me soit permis de le négliger. Qu’est décidément devenue cette lettre maudite que je t’avais remise, mon cher Wang ? Est-elle vraiment sortie de tes mains ? Je ne serais pas fâché de la revoir, car enfin, si elle allait se perdre encore ! Lao-Shen, s’il en est encore détenteur, ne peut attacher aucune importance à ce chiffon de papier, et je trouverais fâcheux qu’il pût tomber entre des mains… peu délicates ! »

Sur ce, tout le monde se mit à rire.

« Mes amis, dit Wang, Kin-Fo a décidément gagné à ses mésaventures d’être devenu un homme d’ordre ! Ce n’est plus notre indifférent d’autrefois ! Il pense en homme rangé !

— Tout cela ne me rend pas ma lettre, reprit Kin-Fo, mon absurde lettre ! J’avoue sans honte que je ne serai tranquille que lorsque je l’aurai brûlée, et que j’en aurai vu les cendres dispersées à tous les vents !

— Sérieusement, tu tiens donc à ta lettre ?… reprit Wang.

— Certes, répondit Kin-Fo. Aurais-tu la cruauté de vouloir la conserver comme une garantie contre un retour de folie de ma part ?

— Non.

— Eh bien ?

— Eh bien, mon cher élève, il n’y a à ton désir qu’un empêchement, et, malheureusement, il ne vient pas de moi. Ni Lao-Shen ni moi nous ne l’avons plus, ta lettre…

— Vous ne l’avez plus !

— Non.

— Vous l’avez détruite ?

— Non ! Hélas ! non !

— Vous auriez eu l’imprudence de la confier encore à d’autres mains ?

— Oui !

— À qui ? à qui ? dit vivement Kin-Fo, dont la patience était à bout. Oui ! À qui ?

— À quelqu’un qui a tenu à ne la rendre qu’à toi-même ! »

En ce moment, la charmante Lé-ou, qui, cachée derrière un paravent, n’avait rien perdu de cette scène, apparaissait, tenant la fameuse lettre du bout de ses doigts mignons, et l’agitant en signe de défi.

Kin-Fo lui ouvrit ses bras.

« Non pas ! Un peu de patience encore, s’il vous plaît ! lui dit l’aimable femme, en faisant mine de se retirer derrière le paravent. Les affaires avant tout, ô mon sage mari ! »

Et, lui mettant la lettre sous les yeux :

— Mon petit frère cadet reconnaît-il son œuvre ?

— Si je la reconnais ! s’écria Kin-Fo. Quel autre que moi aurait pu écrire cette sotte lettre !

— Eh bien, donc, avant tout, répondit Lé-ou, ainsi que vous en avez témoigné le très légitime désir, déchirez-la, brûlez-la, anéantissez-la, cette lettre imprudente ! Qu’il ne reste rien du Kin-Fo qui l’avait écrite !

— Soit, dit Kin-Fo en approchant d’une lumière le léger papier, mais, à présent, ô mon cher cœur ! permettez à votre mari d’embrasser tendrement sa femme et de la supplier de présider ce bienheureux repas. Je me sens en disposition d’y faire honneur !

— Et nous aussi ! s’écrièrent les cinq convives. Cela donne très faim d’être très contents ! »

Quelques jours après, l’interdiction impériale étant levée, le mariage s’accomplissait.

Les deux époux s’aimaient ! Ils devaient s’aimer toujours ! Mille et dix mille félicités les attendaient dans la vie !

Il faut aller en Chine pour voir cela !

fin des tribulations d’un chinois en chine

https://fr.wikisource.org/wiki/Les_Tribulations_d%E2%80%99un_Chinois_en_Chine


Les procédés de modalisation dans l’oeuvre romanesque de jules verne

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Fårö e Ingmar Bergman

Fårö e Ingmar Bergman

di pubblicato venerdì, 18 settembre 2015 · 1 Commento

di Pierfrancesco Matarazzo

Proprio al centro del Mar Baltico c’è un’isola di monoliti lunari che escono dall’acqua cristallina come attori dormienti in attesa di un segnale dal loro regista: Ingmar Bergman che, dagli anni ’60, fece di Fårö la sua casa. È lui stesso che racconta l’arrivo sull’isola per trovare la location ideale per il primo film della trilogia del silenzio di Dio: Come in uno specchio (1961): «Stavo lavorando a un film di quattro persone su un’isola. Senza essere mai stato lì volevo ambientarlo sulle isole Orcadi in Scozia, ma i finanziatori del film non erano d’accordo. Io ero determinatissimo, poi uno di loro suggerì Fårö. […] Arrivammo lì in un giorno tempestoso di Aprile. […] Un taxi ci portò alle steli, colonne di roccia sul lato nord dell’isola che resistevano alla potenza degli elementi. Siamo rimasti in piedi a fronteggiare il vento pur di osservare questi idoli misteriosi e reticenti che si confrontavano con le onde e il cielo oscuro. Non so davvero cosa accadde […] avevo trovato il mio paesaggio, la mia casa.»

Qualcosa di potente e misterioso si avverte arrivando in questa piccola isola fin dal mare che la circonda. Qualcosa che la differenzia brutalmente dalla vicina isola di Gotland. Niente mura medievali a difesa di antiche città a Fårö, niente chiese romaniche e crocifissi intagliati, niente foreste lucide e prati infiniti. Basta prendere una delle navi piatte e gialle che collegano Fårösund a Broa per capire che qualcosa sta cambiando. Il mare sull’isola di Gotland sembra dipinto da Seraut: è placido, avvolgente e potrebbe risucchiarti in un attimo nel silenzio che ammanta l’isola. Quello di Fårö invece è come un Seraut che nasconde sotto la superficie un Pollock: è tumulto e rabbia, nascosto sotto un’apparente immobilità. È contrasto stridente fra il “fuori” e il “dentro”. Lo stesso contrasto su cui Ingmar Bergman ha costruito la sua cinematografia.

Come in uno specchio (1961), Persona (1966), Vergogna (1968), Passione (1969) e Scene da un matrimonio (1973), sono tutti film girati sull’isola di Fårö, dove il regista, sceneggiatore e drammaturgo svedese (Bergman ha iniziato con il teatro e molti suoi film, anche Il settimo sigillo, sono adattamenti di sue pièce teatrali) ha abitato fino alla sua morte nel 2007. Luogo dai forti contrasti, Fårö risucchia il viaggiatore in un giorno senza tempo e senza troppe parole, lasciandolo vagare fra il brullo paesaggio in bianco e nero (tanto caro a Bergman prima e a Woody Allen poi) di Langhammars, immerso in un silenzio solido e onnipresente, e le morbide spiagge di Sudersand, con il mare cristallino e i bambini biondi con capelli di luce che corrono a bassa voce fra le dune.

È in quest’isola che molti artisti oggi si recano, non soltanto per passeggiare e contemplare ciò che Ingmar Bergman ha contemplato, ma anche per staccarsi dal mondo esterno e creare. La fondazione Bergman proprio a Fårö accoglie ogni anno scrittori, cineasti, fotografi e artisti per offrire loro una bolla di silenzio in cui muovere la propria creatività in modo differente, perché non debba piacere al loro editore, produttore, agente, ma soltanto a loro stessi e al desiderio di creare cui è facile sfuggire in una società dai mille “distrattori”, come quella in cui siamo immersi e cui siamo fatalmente connessi.

Seduti su una roccia pensosa, aggrappata ad acque più leggere del vento, respireremo quel giorno che Ingmar Bergman ha chiesto con la sua opera di vivere anche a noi. Pronti a fronteggiarne le conseguenze, come i monoliti di Fårö.

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Vargtimmen. L’ora del lupo, Hour of the Wolf da Ingmar …

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Musik i mörker (Musica nel buio)

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THE SERPENT’S EGG Bergman

http://www.controappuntoblog.org/2012/01/18/the-serpents-egg-bergman/

l’uovo del serpente – The Serpent’s Egg : la più “sgradevole .

L’Uovo Del Serpente (The Serpent’s Egg) -di Ingmar Bergman

Persona

http://www.controappuntoblog.org/2012/02/09/persona/

La morte si sconta vivendo – Il Settimo Sigillo – illusoria felicita

Il Settimo Sigillo – illusoria felicita – controappuntoblog.org

Più niente che dolga. Niente che sanguini o palpiti

Per una nuova possibilità etica: l’apertura all’alterità

“The Ritual” (1969: (Riten) d’Ingmar Bergman ; IL RITO ; BERGMAN: “tutte le persone anche minimamente impressionabili non lo guardino, leggano un libro”.

http://www.controappuntoblog.org/2014/05/23/the-ritual%E2%80%9D-1969-riten-dingmar-bergman-il-rito-bergman-tutte-le-persone-anche-minimamente-impressionabili-non-lo-guardino-leggano-un-libro/

I sentimenti sono il fondamento della nostra mente. Damasio

Il perturbante (Das Unheimliche) Freud pdf – Maddalena Damasso e l’uomo di sabbia, HOFFMANN

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Barcelona Gipsy balKan Orchestra (BGKO)♫

Barcelona Gipsy balKan Orchestra (BGKO)

Tendenze continua la sua proposta musicale con uno dei gruppi di maggior respiro internazionale del panorama musicale spagnolo: la Barcelona Gipsy balKan Orchestra (BGKO), in programma al Teatro Camploy i1 1° marzo 2017.

La BGKO si fa interprete della musica tradizionale dei Balcani, dei gitani e degli ebrei dell’est Europa con un approccio del tutto originale: le sonorità contemporanee, uniche e particolari nascono dall’esplorazione instancabile e appassionata dei timbri e delle varietà della musica balcanica e della tradizione klezmer e rom. La musica balcanica è qui intesa con una vasto insieme di tradizioni musicali e cultura multietnica, che supera i confini geografici e si nutre ancora di più di tutte quelle usanze che storicamente hanno convissuto in quest’area nel corso dei secoli: aschenaziti, ebrei e sefarditi, gipsy, ottomani, arabi.

Il risultato è una miscela musicale originale che combina sonorità latino americane alle canzoni tradizionali catalane, italiane, greche, russe e del medio oriente, fino ad arrivare al jazz, al flamenco, e alla musica rockabilly. La BGKO è formata da Sandra Sangiao (voce, Catalogna), Mattia Schirosa (fisarmonica, Italia), Ivan Kovacevic (contrabbasso, Serbia), Julien Chanal (chitarra, Francia), Stelios Togias (percussioni, Grecia), Joaquín Gil (clarinetto, Malaga) e Oleksandr Sora (violino, Ucraina), che si sono uniti a Barcellona per la “leggendaria” jam sessions dedicata a questo genere musicale.
La Barcelona Gipsy balKan Orchestra (BGKO) è l’evoluzione della Barcelona Gipsy Klezmer Orchestra, un gruppo che nell’arco di tre anni è diventato il punto di riferimento nella scena della musica etnica di Barcellona e che in brevissimo tempo ha avuto un largo eco internazionale.

Grazie al successo del loro album di debutto, Imbarca (2012), pubblicato appunto con la precedente formazione, la BGKO ha messo insieme, a partire dalla sua creazione nel 2012, una solida base di fan ai concerti e tramite internet, con più di 2.000.000 di visioni del video Djelem Djelem su YouTube.

L’ultimo album del gruppo, Del Ebro al Danubio, uscito a settembre, dimostra la maturità artistica raggiunta dalla BGKO, un viaggio musicale dove ogni canzone rappresenta un’atmosfera sonora completa, differente e unica che trasporta l’ascoltatore attraverso i Balcani, l’Europa dell’Est e il Medio Oriente, racchiudendo le diverse influenze di ognuno degli elementi di questo collettivo di musicisti e viaggiatori.

http://www.eventiverona.it/index.php/event/barcelona-gipsy-balkan-orchestra-bgko/





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Gibran IL PROFETA pdf : breviario per mistici laici, il pettirosso

Gibran IL PROFETA – VerbumWeb.Net

L’arrivo della Nave

Almustafa, l’eletto e l’amato, come un’alba verso il suo giorno, aveva aspettato per dodici anni nella città di Orphalese il ritorno della nave che avrebbe dovuto ricondurlo alla sua isola natale.
E nel dodicesimo anno, il settimo giorno di Ielool, il mese del raccolto, salì sulla collina fuori le mura della città e guardando il mare vide la nave venire nella nebbia.
Gli si aprirono le porte del cuore, e la sua gioia volò lontano sul mare. Chiuse gli occhi e pregò nei silenzi dell’anima

Ma mentre discendeva la collina, fu invaso dalla tristezza, e pensò nel suo cuore: Come andarmene in pace e senza pena? Ahimè, non senza una ferita nello spirito lascerò questa città.
Lunghi furono i giorni di dolore vissuti dentro le sue mura, e lunghe furono le notti in solitudine; e chi può lasciare il suo dolore e la sua solitudine senza rimpianto?
Troppi frammenti del mio spirito ho seminato in queste vie, e troppi figli della mia brama camminano nudi fra queste colline, e io non posso staccarmene senza un peso e un dolore.
Non è un vestito che mi tolgo, quest’oggi, ma una pelle che strappo con le mie proprie mani.
Né è un pensiero che lascio dietro di me, ma un cuore addolcito dalla fame e dalla sete.

E tuttavia non posso trattenermi più a lungo.
Il mare che chiama a sé tutte le cose mi chiama, e io devo imbarcarmi.
Perché restare, sebbene brucino le ore della notte, è gelare e diventare cristallo, ed essere fissati in uno stampo.
Vorrei prendere con me tutto quello che è qui. Ma come potrò farlo?
Una voce non può trascinare la lingua e le labbra che le diedero le ali. Da sola, deve cercare l’etere. E sola e senza il nido dovrà volare l’aquila nel sole.

Così, quando ebbe raggiunto i piedi del colle, si volse ancora verso il mare, e vide la sua nave approssimarsi al porto, e a prua i marinai, uomini della sua patria.

E la sua anima gridò loro e disse:

Figli della mia antica madre, oh voi cavalieri dei flutti,
Quanto spesso veleggiaste nei miei sogni. E ora arrivate al mio risveglio, che è il mio sogno più profondo. Sono pronto a partire, e la mia impazienza aspetta il vento con le vele spiegate.
Solo un’ultima volta respirerò in quest’aria immobile, un solo sguardo d’amore volgerò ancora alle mie spalle. E poi sarò tra voi, un navigante fra i naviganti.
E tu, mare immenso, madre insonne,
Che sola sei pace e libertà per il fiume e il ruscello,
Solo un’ultima curva avrà questo ruscello, solo un altro mormorio questa radura,
E poi verrò da te, goccia senza confini all’infinito oceano.




il pettirosso

O pettirosso, canta,
che è nel canto il segreto dell’eternità!
Avrei voluto essere come sei tu,
libero da prigioni e catene..
Avrei voluto essere come sei tu…
anima che si libra sulle valli
libando la luce come vino da ineffabili coppe.
Avrei voluto essere come sei tu,
innocente, pago e felice,
ignaro del futuro e immemore del passato…
Avrei voluto essere come sei tu,
per la tua bellezza, la tua leggiadria
e la tua eleganza,
con le ali asperse della rugiada
che regala il vento
Avrei voluto essere come sei tu,
un pensiero che fluttua sopra la terra
ed effondere i miei canti
tra la foresta e il cielo…
O pettirosso, canta,
dissipa l’ansia ch’io sento!
Io odo la voce che è dentro la tua voce
e sussurra al mio orecchio segreto.

 Khalil Gibran.

HOMOLAICUS – AFORISMI E CITAZIONI  SU “GIBRAN”

1

Il desiderio è metà della vita; l’indifferenza è metà della morte. (Kahlil Gibran)

2

La generosità consiste nel dare più di quel che si potrebbe, l’orgoglio nel prendere meno di quanto si avrebbe bisogno. (Kahlil Gibran)

3

La perplessità è l’inizio della conoscenza. (Kahlil Gibran)

4

Persino le mani che fanno corone di spine sono da preferire alle mani oziose. (Kahlil Gibran)

5

Quando ci rivolgiamo gli uni agli altri per un consiglio noi riduciamo il numero dei nostri nemici. (Kahlil Gibran)

6

Quando l’amore vi chiama seguitelo. Benchè le sue vie siano ardue e ripide (Kahlil Gibran)

7

Quando la mano di un uomo tocca la mano di una donna, entrambi toccano il cuore dell’eternità (K.Gibran)

8

Sarai completamente in pace con il tuo nemico solo quando morirete entrambi. (Kahlil Gibran)

9

Se riveli al vento i tuoi segreti, non devi poi rimproverare al vento di rivelarli agli alberi (K.Gibran)

10

Se tutti noi ci confessassimo a vicenda i nostri peccati, rideremmo sicuramente per la nostra totale mancanza di originalità (K.Gibran)http://www.homolaicus.com/linguaggi//aforismi_citazioni/hypertext/1752.htm

dialogo con Kahlil Gibran – St Matthew Passion, Final Chorus, JS Bach

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