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Benedette guerre. Crociate e jihad by Barbero Alessandro ;L’Alessiade di Ἀννα Κομνηνή internet archive

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Punto per punto by francosenia.blog

Punto per punto

Alcuni punti essenziali della Critica del Valore
– di Anselm Jappe –

Il sistema capitalista è entrato in una grave crisi. Questa non è solamente una crisi ciclica, bensì finale, e va vista non nel senso di un collasso imminente, ma come disgregazione di quello che è un sistema plurisecolare. Non si tratta della profezia di un evento futuro, ma della constatazione di un processo diventato visibile nei primi anni ’70, le cui radici risalgono alle origini stesse del capitalismo. Quella cui assistiamo, non è una transizione che ci porta ad un altro regime di accumulazione (come avvenne nel caso del fordismo), né coincide con l’avvento di nuove tecnologie (come avvenne nel caso dell’automobile), e non si tratta neppure di uno spostamento del centro di gravità e della sua dislocazione verso altre regioni del mondo, ma dell’esaurimento di quella che è la fonte stessa del capitalismo: la trasformazione del lavoro vivente in valore.
Le teorie fondamentali del capitalismo, così come le analizza Karl Marx nella sua critica dell’economia politica, sono il lavoro astratto e il valore, la merce e il denaro, e che vengono riassunti nel concetto di feticismo della merce.
Una critica morale basata sulla denuncia dell’«avidità» eviterebbe di prendere in considerazione ciò che è essenziale. Non si tratta di essere marxisti o post-marxisti, o di interpretare l’opera di Marx, o integrarla per mezzo di altri contributi teorici.  Ma, piuttosto, va ammessa la differenza tra il Marx «essoterico» ed il Marx «esoterico», tra il nucleo concettuale e lo sviluppo storico, tra l’essenza ed il fenomeno. Marx non è «obsoleto», come sostengono i critici borghesi. Anche se ci si concentra soprattutto sulla critica dell’economia politica,e all’interno di quella che è la teoria del valore e del lavoro astratta, ciò costituisce tuttora il contributo più importante per comprendere il mondo in cui viviamo.
Un uso emancipatorio della teoria di Marx non significa affatto «superarla» , o mescolarla a quella di altri autori, oppure tentare ancora di ripristinare il «vero Marx», se non addirittura prenderlo sempre alla lettera, ma significa piuttosto pensare il mondo di oggi per mezzo degli strumenti che ci ha reso disponibili. Bisogna sviluppare le sue intuizioni fondamentali, a volte anche contro la lettera stessa dei suoi testi.
Le categorie di base del capitalismo non sono né neutre né sovra-storiche. Le loro conseguenze sono disastrose: la supremazia dell’astratto sul concreto (quindi, la loro inversione), il feticismo della merce, l’autonomizzazione dei processi sociali in relazione alla volontà umana cosciente, l’uomo dominato dalle sue stesse creazioni. Il capitalismo è inseparabile dalla grande industria, valore e tecnologia procedono di pari passo – sono queste le due forme del determinismo e del feticismo.
Inoltre, queste categorie sono soggette ad una dinamica storica che le rende ancora più distruttive, ma che allo stesso tempo apre alla possibilità di un loro superamento. Di fatto, il valore si esaurisce. Sin dai suoi inizi, più di duecento anni fa, la logica capitalistica tende a «segare il ramo su cui si trova seduta», poiché la concorrenza spinge ogni capitale particolare ad utilizzare delle tecnologie che sostituiscono il lavoro vivente: la cosa comporta un vantaggio immediato per il capitale particolare in questione, ma a livello globale, in misura corrispondente, riduce altrettanto la produzione di valore, di plusvalore e di profitto, mettendo perciò in difficoltà quella che è la riproduzione del sistema. I vari meccanismi di compensazione, l’ultimo dei quali è stato il fordismo, si sono definitivamente esauriti. La «terziarizzazione» non salverà il capitalismo: dobbiamo tener conto di quella che è la differenza tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo (di capitale, ovviamente!)
Agli inizi degli anni ’70, venne raggiunto un triplo, se non quadruplo, punto di rottura: economico (visibile nell’abbandono dell’indicizzazione del dollaro sul gold-standard), ecologico (visibile nel rapporto del Club di Roma), energetico (visibile nel «primo shock petrolifero», cui si può aggiungere il cambiamento di mentalità e delle forme di vita dopo il ’68 («modernità liquida», «terzo spirito del capitalismo»).  In questo modo, la società delle merci ha cominciato a cozzare contro i suoi propri limiti, sia interni che esterni.
In questa crisi permanente di accumulazione – cosa che significa una crescente difficoltà a realizzare dei profitti – i mercati finanziari (il capitale fittizio) sono diventati la principale fonte di profitto, che consente di consumare dei guadagni futuri non ancora realizzati. L’impennata mondiale della finanza è l’effetto, e non la causa, della crisi della valorizzazione del capitale. Gli attuali profitti di alcuni attori economici non dimostrano che il sistema si trova in buona salute. La torta è sempre più piccola, anche se viene tagliata in fette sempre più grandi. Né la Cina, né gli altri «paesi emergenti» salveranno il capitale, nonostante tutto lo sfruttamento selvaggio di cui essi sono il teatro.
In quella che è l’analisi del capitalismo, il concetto di «lotta di classe» va criticato. Il ruolo delle classi è quello, piuttosto, di una conseguenza del loro posto nell’accumulazione di valore, in quanto processo anonimo – non sono le classi che si trovano all’origine di questa accumulazione. Ciò che rende storicamente unico il capitalismo non è l’ingiustizia sociale, essa esisteva già da molto prima. A renderlo unico, sono il lavoro astratto ed il denaro che lo rappresenta, e che hanno creato una società del tutto inedita, nella quale gli attori, anche quelli «dominanti», sono sostanzialmente gli esecutori di una logica che va al di là di essi, e trascendendoli li supera (un’affermazione questa che, tuttavia, non assolve determinate figure da quelle che sono le loro responsabilità).
Il ruolo storico del movimento operaio, al di là di quelle che erano le sue intenzioni proclamate, ha consistito soprattutto nel promuovere l’integrazione del proletariato. Ciò si è rivelato effettivamente possibile nel corso di quella che è stata la lunga fase ascendente della società capitalista. Ma oggi non è più così. È necessario riprendere una critica della produzione, e non solo limitarsi a richiedere un’equa distribuzione delle categorie presupposte (denaro, valore, lavoro). Oggi, la questione del lavoro astratto smette di essere «astratta», ma diventa direttamente sensibile.
L’Unione Sovietica è stata essenzialmente una forma di «modernizzazione di recupero» (attraverso l’autarchia). Ciò vale anche per i movimenti rivoluzionari della «periferia» e per quei paesi che tali movimenti hanno potuto governare. Dopo il 1980, il loro fallimento è stata la causa di numerosi conflitti attuali. Il trionfo del capitalismo è anche con la sua bancarotta. Il valore non solo non crea una società sostenibile, oltre che ingiusta, ma distrugge anche quelle che sono le sue stesse basi per quanto concerne tutti i settori.
Anziché continuare a cercare un «soggetto rivoluzionario», bisogna superare quello che è il «soggetto automatico» (Marx), sul quale si fonda la società delle merci. Accanto allo sfruttamento – che continua ad esistere, anche in proporzioni gigantesche – quello che è diventato il problema creato dal capitalismo, è la creazione di un’umanità «superflua», se non addirittura di un’«umanità-spazzatura». Il capitale non ha più bisogno dell’umanità, e finisce così per auto-divorarsi. Tale situazione, costituisce un terreno favorevole all’emancipazione, ma anche alla barbarie. Piuttosto che una dicotomia Nord-Sud, quello che ci troviamo di fronte è un «apartheid globale», con dei muri costruiti intorno a delle isole di ricchezza, in ogni paese, in ogni città.
L’impotenza degli Stati di fronte al capitale globale non è solamente un problema di cattiva volontà, ma è la conseguenza del carattere dello Stato e della politica, strutturalmente subordinato alla sfera del valore. É impossibile superare la crisi ecologica nel contesto del capitalismo, anche avendo come obiettivo la decrescita o, peggio ancora, il «capitalismo verde» e lo «sviluppo sostenibile»: Fino a ché perdura la società delle merci, la crescita della produttività significa che una massa sempre più crescente di oggetti materiali – la cui produzione consuma quelle che sono delle risorse reali – rappresenta una massa sempre più piccola di valore, la quale è l’espressione del lato astratto del lavoro – e nella logica del capitale ciò che conta è solamente la produzione di valore. Il capitalismo è perciò essenzialmente, inevitabilmente, produttivistica e rivolto alla produzione per la produzione.
Allo stesso tempo, stiamo vivendo una crisi antropologica, una crisi di civiltà che è anche una crisi della soggettività. Quella che c’è, è una perdita dell’immaginario, soprattutto di quella nata nel corso dell’infanzia. Il narcisismo è diventato la forma psichica dominante. Quello con cui abbiamo a che fare, è un fenomeno mondiale: la Playstation, la possiamo trovare nella capanna, in mezzo alla giungla, così come nel loft newyorkese.  Di fronte alla regressione e alla decivilizzazione promossa dal capitale, bisogna decolonizzare l’immaginario e reinventare la felicità.
La società capitalista, basata sul lavoro e sul valore, è anche una società patriarcale – ed essa lo è nella sua essenza, e non solo per caso. Storicamente, la produzione di valore è una faccenda maschile. In effetti, non tutte le attività creano del valore che poi appare nello scambio sul mercato. Le attività cosiddette «riproduttive», e che si svolgono soprattutto nella sfera domestica, vengono generalmente assegnate alle donne. Tali attività sono indispensabili alla produzione di valore, ma non producono alcun valore. Giocano un ruolo indispensabile, ma ausiliario, nella società del valore. Questa società consiste tanto nella sfera del valore quanto in quella del non valore, vale a dire che essa è l’insieme di queste due sfere. Ma la sfera del non valore non è una sfera libera, o «non alienata», ma tutto il contrario. Questa sfera del non valore contiene lo status di «non-soggetto» (e per molto tempo, anche a livello giuridico), dal momento che queste attività non vengono considerate «lavoro» (per quanto utili esse possano essere) e non compaiono sul mercato.
Il capitalismo non ha inventato la separazione tra la sfera privata, domestica, e la sfera pubblica del lavoro. Ma l’ha accentuata, e di molto. Malgrado tutte le sue pretese universalistiche che si sono espresse attraverso l’Illuminismo, il capitalismo è nato nella forma di quello che era un dominio dell’uomo bianco occidentale, ed ha continuato a basarsi su una logica di esclusione: da un lato, separazione tra la produzione del valore, il lavoro che lo crea  e le qualità umane che ad esso contribuiscono (in particolar modo, la disciplina interiorizzata e lo spirito di concorrenza individuale), e, dall’altro lato, tutto ciò che non ne fa parte.
Una parte degli esclusi, nel corso degli ultimi decenni, soprattutto le donne, sono state parzialmente «integrate» nella logica di mercato ed hanno potuto accedere allo status di «soggetto» – ma solo quando hanno dimostrato di aver acquisito ed interiorizzato le «qualità» dell’uomo bianco occidentale. Generalmente, il prezzo da pagare per questa integrazione consiste in una doppia alienazione (per le donne, famiglia e lavoro). Allo stesso tempo, vengono create delle nuove forme di esclusione, specialmente in tempi di crisi. Tuttavia, non si tratta tanto di chiedere l’«inclusione» degli esclusi nella sfera del lavoro, del denaro e dello status di soggetto, quanto di farla finita con una società nella quale solo la partecipazione al mercato dà il diritto di essere «soggetto». Il patriarcato, così come il razzismo, non è una sopravvivenza anacronistica nel contesto di un capitalismo che tenderebbe invece all’uguaglianza davanti al denaro.
Attualmente, il populismo costituisce un enorme pericolo. Attraverso di esso, viene criticata solamente la sfera finanziaria, ed in questo si mescolano quelli che sono degli elementi di sinistra e di destra, arrivando perfino ad evocare l’«anticapitalismo» tronco dei fascisti. Bisogna combattere il capitalismo nel suo insieme, in blocco, e non solo quella che è la sua fase neoliberista. Un ritorno al keynesismo e allo stato sociale non è né desiderabile né possibile. Vale la pena lottare per «integrarsi» nella società dominante (ottenere dei diritti, migliorare la propria situazione materiale) – oppure questo è semplicemente impossibile?
Occorre,    quindi, evitare l’entusiasmo fuorviante di chi va a sommare quelle che sono tutte le attuali forme di contestazione per poi dedurne l’esistenza di una rivoluzione che sarebbe già in atto. Alcune di queste forme rischiano di essere recuperate da una difesa dell’ordine costituito, mentre altre possono portare alla barbarie. Il capitalismo arriva a realizzare esso stesso, da sé solo, la sua propria abolizione, quella del denaro, del lavoro, ecc. – ma fare in modo che il risultato non sia peggiore, dipende solamente da un agire cosciente. È necessario superare la dicotomia tra riforma e rivoluzione – ma questo va fatto in nome del radicalismo, dal momento che il riformismo non è in alcun modo «realista». Spesso, si presta eccessiva attenzione a quella che è la forma della contestazione (violenza/non-violenza, ecc.) anziché interessarsi al suo contenuto.
L’abolizione del denaro e del valore, della merce e del lavoro, dello Stato e del Mercato deve avvenire in un sol colpo, tutt’insieme – né come programma massimalista né come utopia, bensì come la sola forma possibile di «realismo». Non basta liberarsi dalla «classe dei capitalisti», occorre liberarsi dalla relazione sociale capitalistica – una relazione che riguarda tutti, in tutto il mondo, quali che siano i ruoli sociali di ciascuno. Appare quindi difficile il poter tracciare una linea tra «loro» e «noi», anche solo per dire che «noi siamo il 99%», come hanno fanno molti  «movimenti nelle piazze». Tuttavia, questo genere di problema può presentarsi in maniera assai diversa nelle varie regioni del mondo.
Non si tratta assolutamente solo di realizzare una qualche forma di autogestione di quella che è l’alienazione capitalistica. L’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione non basterebbe. La sottomissione e la subordinazione della vita sociale alla sua forma valore e alla sua accumulazione, al limite, potrebbe fare a meno di una «classe dominante» ed avvenire in una forma «democratica», senza essere per questo meno distruttiva. La colpa non ricade né sulla struttura tecnica, in quanto tale, né su una modernità considerata come insuperabile, ma su quel «soggetto automatico» che è il valore.
Esistono modi diversi di intendere l’«abolizione del lavoro». Concepirla attraverso le tecnologie, rischia di rafforzare la diffusa tecnolatria. Piuttosto che ridurre semplicemente il tempo di lavoro, o fare un «elogio dell’ozio», si tratta di andare perfino oltre quella che è la distinzione che si fa tra il «lavoro» e le altre attività. Su questo punto, le culture non capitaliste sono assai ricche di insegnamenti.
Non esiste alcun modello del passato da riprodurre tale e quale, nessuna saggezza ancestrale che ci possa guidare, nessuna spontaneità del popolo che ci possa dare la certezza di essere salvati. Ma il fatto stesso che tutta l’umanità, per periodi di tempo molto lunghi – ed anche una buona parte dell’umanità fino a poco tempo fa – abbia vissuto facendo a meno delle categorie capitaliste dimostra che tali categorie non hanno niente di naturale e che è possibile vivere senza di esse.

Anselm Jappe – 2017 – da “La société autophage: Capitalisme, démesure et autodestruction” – Éditions La Découverte –

fonte: Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

https://francosenia.blogspot.com/2019/09/punto-per-punto.html?spref=fb&fbclid=IwAR3n_b1iF9Eag2kW5hFGSuPJxXTwhrcBlJvMUJ1NiIc11njROVzdIOgRmUo

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Klaus Huber Erniedrigt-Geknechtet-Verlassen-Verachtet

 

Klaus Huber

Compositeur suisse né le 30 novembre 1924 à Berne et mort le 2 octobre 2017 à Pérouse.

Klaus Huber est né à Berne le 30 novembre 1924. Il fréquente le lycée à Bâle et l’École Normale d’instituteurs à Küsnacht. De 1947 à 1949, il étudie au Conservatoire de Zurich et y obtient les diplômes de violon (classe de Stefi Geyer) et de didactique musicale, puis il étudie, de 1947 à 1955, toujours à Zurich, avec son parrain Willy Burkhard et, de 1955 à 1956, avec Boris Blacher, à la Staatliche Hochschule für Musik de Berlin. De 1961 à 1972, il enseigne à la Musikakademie de Bâle et débute ainsi une longue carrière de professeur de composition, qui fait de lui l’un des grands maîtres auprès de qui nombre de compositeurs nés après 1945 viennent étudier. En 1969, il est boursier du DAAD à Berlin et succède à Wolfgang Fortner à la Staatliche Hochschule für Musik de Fribourg en Brisgau, poste qu’il ne quittera plus jusqu’à sa retraite en 1990 (il y a formé entre autres compositeurs Brian Ferneyhough, Wolfgang Rihm ou Michael Jarrell).

En 1955 a lieu la création de Sechs kleine Vokalisen à Bilthoven (Hollande). En 1959, la création de Des Engels Anredung an die Seele, aux Journées Mondiales de la SIMC à Rome, lui apporte une consécration internationale en remportant le premier prix de musique de chambre (figurent dans le jury Luigi Dallapiccola et Wladimir Vogel). En 1961 a lieu, durant les Internationale Ferienkurse für Neue Musik à Darmstadt, la création de Noctes ; à cette occasion, Theodor Adorno demande à rencontrer le compositeur. Une partie de Soliloquia est jouée lors du festival SIMC à Londres, en 1962. Au printemps de 1968, Huber entreprend, avec Constantin Regamey, un voyage en U.R.S.S. et en 1983, un voyage au Nicaragua, où il rencontre Ernesto Cardenal. Toujours en 1983, la création de la version complète de Erniedrigt-Geknechtet-Verlassen-Verachtet a lieu aux Donaueschinger Musiktage. En 1999, il travaille à son opéra Schwarzerde, créé à Bâle en 2001. Il compose Die Seele muss vom Reittier steigen…, créé en 2002 à Donaueschingen et à Paris. En 2003 et 2004, des exécutions de Die Erde tanzt sich auf den Hörnern eines Ochsen ont lieu au Caire et à Drochtersen-Huell. En 2004, la première de À l’âme de marcher sur ses pieds de soie… a lieu aux Wittener Tagen für Neue Kammermusik. De nombreux concerts et manifestations célèbrent le quatre-vingtième anniversaire du compositeur, en Allemagne, au Luxembourg, en Suisse, en France, en Espagne. En 2007, Quod est pax ? – Vers la raison du cœur… est créé durant l’Automne de Varsovie.

Klaus Huber a été professeur invité et compositeur en résidence dans de nombreux lieux. Il a ainsi enseigné à Bilthoven (1966, 1968, 1972), à l’Université McGill et au Brésil (1984), à Sienne (1985), à l’Ircam (1986, 1998, 1990, 1993), au CNSMD de Paris (1987, 1989, 1992), à Radziejowice (1987), à Malmö, à Stockholm et à l’Académie Sibelius (1989), à Royaumont (1990, 1996), à la Royal Academy of Music et au Conservatoire de Genève (1991), au Brandenburgisches Kolloquium Neue Musik à Berlin, au festival Musica de Strasbourg, à la Musikakademie de Bâle et au Huddersfield Festival (1992), à la Scuola Civica di Musica de Milan (1992, 1993), au Centre Acanthes (1993, 2003), aux New Music Concerts de Toronto (1993), aux Internationale Musikfestwochen de Lucerne (1994), au Festival Akiyoshidai au Japon (1995), au CNSMD de Lyon et à Aigion en Grèce (1996), à Sarajevo, à Bremen et à Caracas (1997), à Bergen (1998) et à Trossingen (2004).Il a reçu de nombreux prix et distinctions : le prix Beethoven, le prix de composition de l’Association Suisse des Musiciens, le prix des arts de la Ville de Bâle, le prix Reinhold Schneider, le prix Italia, le prix de la culture et de la paix de la Villa Ichon à Bremen, le prix de la musique de Salzbourg, le prix allemand des compositeurs de musique (Deutscher Musikautorenpreis 2013). Il est membre de l’Académie bavaroise des Beaux-Arts, de l’Académie des Arts de Berlin et de l’Académie Libre des Arts de Mannheim ainsi que membre honoraire de la SIMC et docteur honoris causa de l’Université de Salzburg. Ses œuvres sont publiées depuis 1975 chez Ricordi (München), chez Schott et ses manuscrits déposés à la Fondation Paul Sacher à Bâle. Ses écrits ont été rassemblés en 1999 dans l’ouvrage Umgepflügte Zeit. Klaus Huber vit à Panicale et à Brême.

© Ircam-Centre Pompidou, 2009

Sources

  • Éditions Ricordi, München.
  • Max Nyffeler, « Klaus Huber », Grove Music Online © Oxford University.
  • Site officiel Klaus Huber, voir ressources documentaires.

http://brahms.ircam.fr/composers/composer/1676/

Huber Erniedrigt; Geknechtet; Verlassen; Verachtet

Huber’s politically motivated modernism is highly theatrical but still sincere

Author:
Philip_Clark

Huber Erniedrigt; Geknechtet; Verlassen; Verachtet

File Swiss composer Klaus Huber’s work for voices, chorus, orchestra and tape under Nono’s Il canto sospeso and Zimmermann’s Requiem für einen jungen Dichter as one of those modernist, politically motivated oratorios that have been entirely the domain of post-war central European composers. Erniedrigt-Geknechtet-Verlassen-Verachtet (1975-83) raises characteristic concerns: it’s a rage against the machine of political censure, constructed around the writings of Nicaraguan priest and politician Ernesto Cardenal and relayed through angsty, serially derived music that pulls in collage and quotation.

Is Huber’s trade-off between text and music as powerfully affecting as Nono’s and Zimmermann’s? Probably not: he leans heavily towards theatrics when the narrative going gets tough, slipping from the metaphysical towards some pretty crude artifice. The opening passage is a case in point, as voices are symbolically suffocated through layers of polyrhythmic instrumental writing (so polyrhythmic three co-conductors are required) while, further on, recordings of marching jackboots feel overly propagandist.

But Huber’s sincerity ultimately wins through. In Part 3, explosive texts by one-time Black Panther activist George Jackson are collaged against blues and work songs. Hearing Jackson appeal to his “brothers and sisters” in post-Schoenbergian Sprechstimme is incongruous but the conceit is also curiously moving. In the finale, Huber “fakes” a chorale: he reassembles lines from Bach’s cantata Christ lag in Todesbanden, overlaying them to form a thick purée, and finally he punctures holes in the texture that allow triads and fragments of melody to blossom before the music sinks back towards its silent starting-point.

https://www.gramophone.co.uk/review/huber-erniedrigt-geknechtet-verlassen-verachtet

 

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Un libro è qui, potete scaricarlo e leggerlo!

Un libro è qui, potete scaricarlo e leggerlo!

Ho finito di scrivere un libro e lo regalo a chi vuole leggerlo.

Il libro lo pubblico su questo Blog,  di seguito a questa premessa e alla copertina, se lo volete in pdf cliccateci sopra,  se lo volete in word, cliccateci sopra e buona lettura.
È  una mia scelta in sintonia con l’idea che ho de libro e che condivido con tante e tanti altri, come opera umana libera e da condividere agevolmente, che non è né può essere una merce da scambiarsi sul mercato in cambio di denaro.
Questo libro parla di carcere. Tanto altro potete trovare di carcere su questo Blog, ci sono notizie storiche e attuali sulla detenzione, però in questo libro la parola va alle persone detenute. Immaginate di aver messo in una cella, nei corridoi e nei passeggi di un carcere dei microfoni, per ascoltare in diretta le parole che tra loro si scambiano le persone prigioniere. Sono parole sconosciute da chi sta dall’altra parte del muro; sono parole che rispecchiano e comunicano idee, tensioni, emozioni, insomma quello che provano le persone recluse.
Pubblicare il libro sul Blog perché?
Non voglio certo criticare né demonizzare gli editori, soprattutto le piccole case editrici. A loro un plauso e il mio affetto perché, tra mille difficoltà, aumentate dalle restrizioni dei governi, propongono tantissime opere che altrimenti non sarebbero conosciute.
Penso però che, ogni tanto, un passo avanti si possa fare. D’altronde con le tecnologie digitali quanti scritti vengono diffusi attraverso blog, social network e siti vari, ci sono interessanti raccolte di racconti, di poesie e di analisi politiche e sistemiche; è tanto il materiale da leggere su internet che, a volte, non abbiamo tempo per farlo. Ci sono anche molti libri pubblicati oltre che in versione cartacea, anche in quella digitale.
A me piace immaginare che, in questo modo, ciò che scrivo venga letto da più persone. Forse mi sbaglio, ma lasciatemi provare. Dunque, dopo i libri pubblicati in cartaceo (Maelstrom e Cos’è il carcere, entrambi editi da DeriveApprodi, e il libro di Ottone Ovidi, Salvatore Ricciardi edito da Bordeaux) questo lo pubblico sul Blog.
Il libro si intitola esclusi dal consorzio sociale”; è questo il termine con cui il regolamento fascista del 1931 definiva le persone incarcerate, e non mi pare, purtroppo, che il sentire comune sulle persone incarcerate si sia allontanato molto da questa definizione, nonostante la Costituzione dica il contrario. Dunque leggetelo, se vi va, non è lungo, 62 schermate in word o in pdf.
Scaricatelo, stampatelo, prendetene parti e utilizzatele come volete. Potete farci ciò che desiderate, spero soltanto che ne vorrete indicare la provenienza.
Se vi piace e vi interessa, ma anche se lo ritenete un obbrobrio o per qualsiasi altra ragione, sono contento se lo divulgate.

Le critiche e le opinioni, se volete, potete scriverle direttamente sul Blog.   Buona lettura!

Anche in versione epub

Un libro è qui, potete scaricarlo e leggerlo!

a minuscola. Una vita per l’autonomia proletaria. Salvatore Ricciardi: ascolta

http://www.controappuntoblog.org/2014/06/28/a-minuscola-una-vita-per-l%e2%80%99autonomia-proletaria-salvatore-ricciardi-ascolta/

Salvatore Ricciardi: Maelstrom : incipit

http://www.controappuntoblog.org/2012/10/14/salvatore-ricciardi-maelstrom-incipit/

Salvatore Ricciardi: Maelstrom

http://www.controappuntoblog.org/2012/06/26/salvatore-ricciardi-maelstrom/

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Natale a Regalpetra – Leonardo Sciascia

Natale a Regalpetra – Leonardo Sciascia

– Il vento porta via le orecchie – dice il bidello.
Dalle vetrate vedo gli alberi piegati come nello slancio di una corsa.
I ragazzi battono i piedi, si soffiano sulle mani cariche di geloni.
L’aula ha quattro grandi vetrate: damascate di gelo, tintinnano per il vento come le sonagliere di un mulo.
Come al solito, in una paginetta di diario, i ragazzi mi raccontano come hanno passato il giorno di Natale:
tutti hanno giuocato a carte, a scopa, sette e mezzo e ti-vitti (ti ho visto :un gioco che non consente la minima distrazione); sono andati alla messa di mezzanotte, hanno mangiato il cappone e sono andati al cinematografo.
Qualcuno afferma di aver studiato dall’alba, dopo la messa, fino a mezzogiorno; ma è menzogna evidente.
In complesso tutti hanno fatto le stesse cose; ma qualcuno le racconta con aria di antica cronaca:”La notte di Natale l’ho passata alle carte, poi andai alla Matrice che era piena di gente e tutta luminaria, e alle ore sei fu la nascita di Gesù”.
Alcuni hanno scritto,senza consapevole amarezza, amarissime cose:
“Nel giorno di Natale ho giocato alle carte e ho vinto quattrocento lire e con questo denaro prima di tutto compravo i quaderni e la penna e con quelli che restano sono andato al cinema e ho pagato il biglietto a mio padre per non spendere i suoi denari e lui lì dentro mi ha comprato sei caramelle e gazosa”.
Il ragazzo si è sentito felice, ha fatto da amico a suo padre Pagandogli il biglietto del cinema…
Ha fatto un buon Natale. Ma il suo Natale io l’avrei voluto diverso, più spensierato.
“La mattina del Santo Natale – scrive un altro – mia madre mi ha fatto trovare l’acqua calda per lavarmi tutto”.
La giornata di festa non gli ha portato nient’altro di così bello. Dopo che si è lavato e asciugato e vestito, è uscito con suo padre “per fare la spesa”. Poi ha mangiato il riso col brodo e il cappone.
“E così ho passato il Santo Natale”.

(Natale a Regalpetra di Leonardo Sciascia)Nel 1956 Leonardo Sciascia ha pubblicato “Le parrocchie di Regalpetra“, una serie di racconti sulla sua esperienza come maestro nelle scuole del suo paese. In questo racconto narra come si trascorreva il Natale a Regalpietra.

Todo modo ; pdf, audiolibro, film : Gesualdo Bufalino – Leonardo Sciascia i post

Gesualdo Bufalino : L’uomo invaso e i post di Bufalino e Sciascia

http://www.controappuntoblog.org/2018/02/18/gesualdo-bufalino-l%e2%80%99uomo-invaso-e-i-post-di-bufalino-e-sciascia/

Leonardo Sciascia : Gli zii di Sicilia, L’Antimonio by Rosalia Centinaro ; Sciascia i post

http://www.controappuntoblog.org/2017/04/15/leonardo-sciascia-gli-zii-di-sicilia-l%e2%80%99antimonio-by-rosalia-centinaro-sciascia-i-post/

LEONARDO SCIASCIA LE PARROCCHIE DI REGALPETRA pdf …

Capolavori scomodi, Cadaveri Eccellenti di Francesco Rosi .

libro e film del giorno pdf e Telechargement : UNA STORIA SEMPLICE ..

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Todo modo ; pdf, audiolibro, film : Gesualdo Bufalino – Leonardo Sciascia i post

Todo modo – Provincia di Pesaro e Urbino

Todo modo

gli Adelphi, 221
2003, 12ª ediz., pp. 123
isbn: 9788845917585
Temi: Letteratura italiana
€ 10,00 -15% € 8,50

Risvolto

Se dovessimo indicare una forma romanzesca capace di rivelare come si compone e come si manifesta quell’impasto vischioso del potere che la politica italiana ha avuto per lunghi anni il funesto privilegio di produrre, basterebbe rimandare alle asciutte pagine di Todo modo, alla scansione crudele dei suoi episodi, che solcano una materia informe, torbida e sinistra, quale nessun altro romanziere italiano aveva saputo affrontare. Non meraviglia dunque che questo libro, pubblicato nel 1974, possa essere letto come una guida alla storia italiana dei decenni successivi.

https://www.adelphi.it/libro/9788845917585

La storia di “Todo Modo“, pubblicato per la prima volta nel 1974 dalla casa editrice Einaudi, si sviluppa all’interno dell’eremo di Zafer in Sicilia nel periodo degli anni Settanta.
E’ un giallo senza conclusione che presenta una vicenda amara dai contenuti torbidi e ambigui in cui vengono messi a nudo gli interessi privati o pubblici, la vicenda sembra quella di un passato definitivamente finito e invece….

TRAMA E CONTENUTI DEL LIBRO

Il personaggio che racconta la storia, capita casualmente nell’ eremo di Zafer, attratto da un segnale stradale, mentre sta facendo un giro in macchina e qui, con grande sopresa, scopre di essere entrato in contatto con un mondo completamente diverso da quello che sembrava essere da una prima impressione.
Il pittore scopre di essere capitato in un luogo che è al centro di uno scandalo per una speculazione urbanistica. in quanto si era deciso di costruire all’interno una struttura di lusso alberghiera.
Il pittore si rende presto conto che questo centro è frequentato da personaggi altolocati, del mondo della politica e della finanza che frequentano la struttura, con la motivazione apparente, di praticare degli esercizi spirituali.
In realtà all’interno dell’eremo-albergo questi personaggi si ritirano non solo per coltivare relazioni ed interessi d’affari tra di loro, ma anche per incontri d’amore, il luogo è infatti frequentato da giovani e belle donne.
Tutte queste tresche avvengono grazie all’accondiscendenza e alla copertura del direttore che è un sacerdote, Don Gaetano.
La situazione al’interno dell’eremo precipita improvvisamente a seguito della morte inaspettata dell’onorevole Michelozzi assassinato poco prima di assumere la direzione di un importante ente statale.
L’autorità di pubblica sicurezza, a questo punto, indaga mentre si affaccia un testimone l’avvocato Voltrano che misteriosamente viene assassinato subito dopo che si è ipotizzato che l’onorevole Michelozzi sarebbe stato al centro di finanziamenti illeciti.
Dopo questi due omicidi, accade un altro omicidio eccellente: viene ucciso il direttore dell’albergo, Don Gaetano.
Nonostante le indagini del commissario e del procuratore della Repubblica, il colpevole dei tre omicidi rimane sconosciuto.

Il romanzo appartiene al periodo in cui Sciascia porta avanti un’analisi sulle situazione dell’Italia a lui contemporanea in cui gli argomenti di fondo riguardano le vicende politiche di quegli anni, presentate attraverso il pamphlet, per ricostruire fatti appartenenti alla cronaca politica o a fatti storici del passato.

Il titolo “Todo modo” deriva da una frase che Ignazio de Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù ( ordine dei Gesuiti), scrisse nell’opera “Esercizi Spirituali” e la scelta della frase riconduce immediatamente ad un mondo quello della Chiesa e dei personaggi politici del partito cattolico dominante, legati da un filo doppio in cui l’intreccio misterioso del potere rivela una dimensione inquietante e ambigua.
In questa sorta di apologo del potere, Sciascia utilizza il giallo, la struttura dell’inchiesta per lanciare un vero e proprio atto d’accusa contro la società a lui contemporanea dominata da una forte corruzione e nello stesso tempo avidamente corruttrice.
Il genere del giallo è solo un pretesto letterario per ricondurre il lettore alla sfera della coscienza individuale, della responsabilità del singolo che spesso è assalito dal dubbio, dalla perplessità ogni qual volta si presenta un aut-aut in cui bisogna ricostruire i propri punti di riferimento valoriali decidendo che cosa è il bene e che cosa è il male.
Ancora una volta Sciascia indaga sul concetto di giustizia, partendo dal fatto di cronaca per poter parlare delle trame di potere che rendono lo stesso sistema democratico disponibile, debole e nello stesso tempo fortemente condizionato.
Attuale più che mai il tema dell’ estraneità della politica e del potere dalla vita dei cittadini, un tema che si mescola a quello del complotto, comune, tra l’altro, a molti sistemi democratici occidentali in cui il problema della trasparenza della democrazia è avvertito da quelle componenti della società civile ( spesso minoritarie) che credono nei valori della giustizia e nell’onestà.

Un altro bel libro di Sciascia, ancora oggi  molto attuale, in cui si affronta il problema della “certezza” della giustizia.

http://condividendoidee.over-blog.it/article-todo-modo-leonardo-sciascia-103699088.html

Todo modo. Un film di Elio Petri

Questa volta cominciamo a parlare del titolo: Todo modo. Citato, rubacchiato, ammirato, censurato, profetico, accusato di blasfemia; e la lista potrebbe essere molto più lunga. Sicuramente il film di Elio Petri è la pellicola più ricercata del cinema italiano e non a caso esce solo ora in dvd dopo essere sparito e, (probabilmente, per quanto la memoria mi aiuti) mai passato in televisione.
E in fondo perché sarebbe dovuto passare in tv un film che prediceva l’omicidio Moro. Todo modo è del 1976, un film che mostrava il volto nero della chiesa e che attraverso una girandola di omicidi dimostrava che l’equazione politica + potere + chiesa = morte non è solo fisica ma anche sociale e, soprattutto, morale.

Sicuramente per quegli anni, Elio Petri ha spostato ciò che si poteva mostrare oltre l’intuibile e il metaforico, anche se poi Todo Modo spingeva lo spettatore in un mondo al limite del fantastico (ma solo per la sua ambientazione). Esattamente come è riuscito il cileno Pablo Larrain nel recentissimo El Club, opera che sicuramente faceva riferimento a Todo modo quando edificava la sua prigione-rifugio religiosa. Come, d’altronde, ha fatto anche Sorrentino nel suo Il Divo, quando ha mescolato, senza battere ciglio, il mondo petriano con quello del teatro d’avanguardia napoletano, il tutto per raccontare “l’evoluzione” del potere.

Ma se Sorrentino è un aristocratico della regia, l’ormai purtroppo dimenticato Petri era un esteta minimalista. Ogni sua inquadratura raccoglieva il senso supremo del racconto e non era visibile mai una metafora che faceva pensare solo a un direttore di fotografia artista. Sarà per questo che la sua furia anticlericale e anti potere (quest’ultimo elemento logorato dall’ossessione del controllo) trova sfogo in questa pellicola magnifica, mai apprezzata come avrebbe dovuto sia dal pubblico che dalla critica ufficiale, attraverso una narrazione lenta, quindi inquietante, movimenti di macchina alle spalle dei suoi attori (che solo Wilder in Fedora ha potuto eguagliare), e soprattutto una recitazione sofferta, ma mai sopra le righe.

Attori malinconici che trascinano i passi verso un destino ineluttabile che non avrebbero mai voluto affrontare. Attori i cui volti rimangono sigillati tra i muri apparentemente lontani dalla Morte Rossa che colpisce il paese. Ma Gian Maria Volontè, Marcello Mastroianni, Mariangela Melato, l’enorme Ciccio Ingrassia, Franco Citti e tutti gli altri non sanno che hanno la Morte Rossa dentro di loro.

Todo modo ha vinto un Nastro d’Argento con Ciccio Ingrassia premiato come miglior attore non protagonista. Ed è stato pubblicato quest’anno in dvd con vari extra, tra cui due preziose interviste a Marco Bellocchio e Giuliano Montaldo. È stato restaurato dalla Cineteca di Bologna. Diamogli, finalmente, l’attenzione che merita.

© CultFrame 03/2015

CREDITI
Titolo: Todo modo / Regia: Elio Petri / Sceneggiatura: Elio Petri, Berto Pelosso dal romanzo di Leonardo Sciascia / Fotografia: Luigi Kuveiller / Montaggio: Ruggero Mastroianni / Scenografia: Dante Ferretti / Interpreti: Gian Maria Volontè, Mariangela Melato, Marcello Mastroianni, Ciccio Ingrassia, Tino Scotti, Franco Citti / Produzione: Daniele Senatore / Anno: 1976 / Durata (originale): 125 minuti / Edizione in dvd: Surfmedia, 2014

http://www.cultframe.com/2015/03/rarofilm-todo-modo-film-elio-petri/

Gesualdo Bufalino : L’uomo invaso e i post di Bufalino e Sciascia

http://www.controappuntoblog.org/2018/02/18/gesualdo-bufalino-l%e2%80%99uomo-invaso-e-i-post-di-bufalino-e-sciascia/

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