François Bayle in pillole

François Bayle in pillole

CategoriesFeatureTagsAcousmonium, François Bayle, Ina GRM, musica acusmatica, Tempo Reale Festival

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di Marco Baldini

“… il mio intento è sempre stato lo stesso: comporre suono con ‘images-de-sons’ (immagini sonore); per spiegare come, attraverso l’ascolto puro in una situazione acusmatica, queste immagini sonore si muovono come farfalle nello spazio udibile e proiettano uno scintillio colorato sull’ascoltatore. Visto da fuori, è un mondo che si definisce da sé.” F. Bayle, dalle note di Les couleurs de la nuit

Il prossimo 23 settembre, in occasione del Tempo Reale Festival 2017, un’intera giornata sarà dedicata a una delle figure chiave della musica elettronica francese: François Bayle. Presentiamo qua un ritratto essenziale del grande compositore francese.

François Bayle nasce il 27 aprile 1932 a Toamasina in Madagascar, all’epoca protettorato francese, dove rimane fino al 1946. In seguito si trasferisce prima a Bordeaux, dove completa il suo percorso scolastico, e poi a Parigi dove inizia a studiare musica da autodidatta. Durante gli anni Cinquanta, frequenta come uditore la classe di armonia di Olivier Messiaen e i Ferienkurse di Darmstadt, dove incontra Karleheinz Stockhausen. Alla fine degli anni Cinquanta, dopo l’incontro con Pierre Schaeffer, si unisce al neonato Groupe de recherches musicales (GRM) – fondato da Schaeffer nel 1958 – di cui diviene direttore nel 1966. Nel 1975, in seguito alla fusione del GRM con l’Institut national de l’audiovisuel (INA), Bayle è nominato direttore di dipartimento, carica che ricopre fino al 1997.

François Bayle è stato sicuramente una delle figure cardine per lo sviluppo della musica elettroacustica del Novecento. Oltre a essere stato per decenni al vertice del GRM, a lui si deve il recupero del termine “musica acusmatica”, utilizzato per la prima volta da Schaeffer nel suo Traité des objets musicaux (1966). Il termine “musica acusmatica”, con Bayle, diventa identificativo per tutta la musica elettroacustica realizzata per essere diffusa dagli altoparlanti.

Sempre a Bayle si deve la concezione e la realizzazione dell’Acousmonium nel 1974, un sistema di diffusione sonora ancora oggi in uso pensato appositamente per l’esecuzione di opere acusmatiche, composto da oltre 80 altoparlanti di varie forme e dimensioni.
Bayle è un compositore prolifico: il suo voluminoso corpus di composizioni potrebbe essere suddiviso cronologicamente in periodi che presentano caratteristiche differenti, fasi che lo stesso Bayle ha definito “utopie, dove è possibile esplorare la genesi di movimenti sonori, la grammatica della loro forma, e le loro relazioni con gli eventi fisici e psicologici del mondo”.
Le sue primissime opere prevedono un organico esclusivamente acustico e risentono dell’influenza del clima musicale respirato a Darmstadt: Points critiques (1960) per piano, violoncello, corno e percussioni; Echiquier (1960) per oboe, flauto, trombone, campane tubolari e legnetti; Ereignis (1961) per flauto, violino, trombone, clarinetto, contrabbasso e due percussionisti; L’Object captif (1962) per due trombe e sei percussionisti. Nel 1963, con L’Archipel per quartetto d’archi e nastro magnetico, le sue composizioni iniziano a contemplare l’elemento elettronico. Lo stesso anno Bayle compone il primo brano interamente elettroacustico, L’Oiseau chanter, realizzato come colonna sonora del film di Robert Lapoujade Trois portraits d’un Oiseau-Qui-N’Existe-Pas.
In seguito Bayle si dedicherà esclusivamente alla composizione di musica acusmatica abbandonando la scrittura per strumenti acustici. Tra le sue numerose opere che hanno segnato la storia e l’evoluzione della musica acusmatica ricordiamo: Espaces inhabitables (1966); Jeîta ou murmure des eaux (1970); l’insieme dei 14 pezzi in cinque parti de L’Expérience Acoustique (1970-73); Purgatoire, d’après Dante (1971-72); Vibrations composées (1973); Tremblement de terre très doux (1978); Toupie dans le ciel (Erosphère I e III) (1979); le cinque parti della suite Son Vitesse-Lumière (1980-83); Voyage au centre de la tête [Son Vitesse–Lumière #3] (1981); Les couleurs de la nuit (1982); Théâtre d’ombres (1989) ; Fabulae (1992); La forme du temps est un cercle (1999-2002); La forme de l’esprit est un papillon (2002-2004); Univers nerveux (2004-05); Extra-Ordinaire (2005); L’Oreille étonnée (2015).

Per visitare il sito ufficiale del compositore cliccare qui http://www.francoisbayle.fr/
Per consultare il catalogo delle opere cliccare qui http://www.magison.org/oeuvre.html

http://www.musicaelettronica.it/francois-bayle-in-pillole/





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Manzoni : ADELCHI TRAGEDIA CON UN DISCORSO SOPRA ALCUNI PUNTI DELLA STORIA LONGOBARDICA

DISCORSO

SOPRA ALCUNI PUNTI

DELLA STORIA LONGOBARDICA IN ITALIA


Le Notizie Storiche premesse a questa tragedia non son altro che una serie di nudi fatti scelti nelle cronache e nelle memorie d’ogni genere, che ci rimangono dell’epoca rappresentata nella tragedia stessa. S’è detto scelti; perchè quelle cronache e quelle memorie sono non di rado così discordi tra loro, che dalla lettura di esse risulta tutt’altro che un concetto unico di storia. In casi simili, cioè quasi sempre, a voler formarsi, per quanto è possibile, un tal concetto, è necessario ricavare dalle relazioni di scrittori, o creduli, o ingannati, o appassionati, e spesso posteriori di molto agli avvenimenti, ciò che ha più carattere di probabilità, e si accomoda meglio con que’ fatti principali che, affermati da tutti, sono come la parte certa e fondamentale della storia. Chi scrive ha cercato di fare alla meglio una tale scelta; e le Notizie suddette sono il risultato del suo ultimo convincimento. Ma, in esse, non ha addotte le ragioni della preferenza data a una testimonianza sull’altra; non ha fatto parola delle discordanze tra i cronisti; ha dissimulate le opinioni degli storici moderni, contrarie alla sua; ha preso insomma il metodo affermativo, come il più spiccio. Que’ lettori però ai quali alcune pagine di ricerche storiche non fanno spavento, troveranno nel primo capitolo di questo discorso le ragioni dell’opinione espressa nelle Notizie intorno ad alcuni punti più disputati; e nello stesso tempo, qualche schiarimento, e qualche riflessione su de’ fatti esposti in quel luogo con asciutta brevità.

Ma una serie di fatti materiali ed esteriori, per dir così, foss’anche netta d’errori e di dubbi, non è ancora la storia, nè una materia bastante a formare il concetto drammatico d’un avvenimento storico. Le circostanze di leggi, di consuetudini, d’opinioni, in cui si sono trovati i personaggi operanti; i loro fini e le loro inclinazioni; la giustizia, o l’ingiustizia di quelli e di queste, indipendentemente dalle convenzioni umane, secondo o contro le quali hanno operato; i desidèri, i timori, i patimenti, lo stato generale dell’immenso numero d’uomini che non ebbero parte attiva in quell’avvenimento, ma che ne provaron gli effetti; queste ed altre cose d’uguale, cioè di molta importanza, non si manifestano per lo più ne’ fatti stessi; e sono però i dati necessari, per giudicarne rettamente. Dalla lettura attenta e replicata de’ documenti che posson servire a far conoscere il pezzo di storia su cui è fondata questa tragedia, è risultato all’autore un concetto opposto, in molti de’ punti accennati or ora, a quello che ne hanno avuto e lasciato storici d’alto grido. Per quanto dovesse essere, e fosse, diffidente del suo giudizio, e propenso a credere più ragionato il loro, non ha però potuto ricevere [p. 98 modifica]il giogo d’opinioni, le quali, più esaminate, più gli sono parse contrarie all’evidenza. Quindi lo spirito storico del dramma è in molti punti affatto opposto a quello che esce, per dir così, dalle più riputate storie moderne, e per conseguenza all’opinione del più de’ lettori. A quelli che desiderassero conoscere le ragioni di questi dissentimenti, sono consacrati gli altri capitoli.

Ma giustificare il concetto storico d’una tragedia, non è lo scopo unico, e nemmeno il primario di questo discorso: chi scrive sente benissimo quanto sarebbe cosa vana e puerile lo spender tante parole per un tal fine.

Accennare alcuni soggetti importanti di ricerche filosofiche nella storia del medio evo; osservare che alcuni di questi soggetti non sono stati presi in considerazione finora 1; che su d’altri sono state proposte, e comunemente ricevute opinioni assolutamente non fondate; indicare insomma quanto importi questa storia, e quanto ancora ci manchi; ed eccitare così qualche amico del vero a farne uno studio serio, e a intraprenderne il lavoro con nuove e più certe mire, con gli aiuti più generali e più potenti che dà l’aumento attuale di tutte l’idee relative alla storia, e con un’utile e ragionata diffidenza, la quale non iscema per nulla il rispetto e la riconoscenza dovuta a chi ha fatto i primi passi; ecco lo scopo principale di questo discorso. Se questo scopo s’ottiene, la tragedia, qualunque sia per sè, sarà stata almeno un’occasione felice.


  •  Capitolo I 75%.svg. — Schiarimenti d’alcuni fatti riferiti nelle Notizie storiche
  •  Capitolo II 75%.svg. — Se al tempo dell’invasione di Carlomagno i Longobardi e gl’Italiani formassero un popolo solo
  •  Capitolo III 75%.svg. — Problemi sulla facoltà lasciata agli italiani di vivere con la legge romana
  •  Appendice al capitolo III 75%.svg. — Esame de’ fatti allegati dal professor Romagnosi (nell’opera Dell’indole e dei fattori dell’incivilimento), per dimostrare che, sotto i Longobardi, gl’Italiani conservarono i loro municìpi, ed ebbero giudici della loro nazione
  •  Capitolo IV 75%.svg. — D’una opinione moderna sulla bontà morale de’ Longobardi
  •  Appendice al capitolo IV 75%.svg. — Intorno al significato di due luoghi della Storia de’Longobardi di Paolo Diacono
  •  Capitolo V 75%.svg. — Della parte che ebbero i Papi nella caduta della Dinastia longobarda
  •  Capitolo VI 75%.svg. — Sulla cagione generale della facile conquista di Carlo

Note

Questo discorso fu pubblicato, la prima volta, nel 1822. Preghiamo chi lo vorrà leggere di rammentarsene in tutti que’ luoghi dove ce ne sarà bisogno, come qui.

https://it.wikisource.org/wiki/Discorso_sopra_alcuni_punti_della_storia_longobardica_in_Italia

ADELCHI

TRAGEDIA

CON UN DISCORSO SOPRA ALCUNI PUNTI

DELLA STORIA LONGOBARDICA

IN ITALIA.

 

Indice

https://it.wikisource.org/wiki/Adelchi






Manzoni : La storia della colonna infame full testo – la monaca di monza e consorelle

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Jascha Heifetz :L’Imperatore solo Biografia – Zecchini Editore

Jascha Heifetz suona con il figlio  (Joseph) che guarda (1960).

foto da

http://jaschaheifetz.com/

 

Jascha Heifetz (1900?-1987) è stato il violinista più influente dopo Paganini. Con un terremoto epocale che muove dal concerto alla Carnegie Hall di New York il 27 ottobre 1917, Heifetz ha fissato le regole del violinismo moderno. La sua visione profetica e la tecnica sovrumana hanno segnato il XX secolo con un’impronta indelebile ridimensionando beniamini quali Elman e Kreisler, provocando un’ecatombe di violinisti già famosi o pronti a spiccare il volo e costringendo tutti, da Príhoda a Perlman, a ripensare il rapporto con lo strumento. Un repertorio smisurato (oltre 30 concerti sempre pronti e i cachet più alti in assoluto: sino a 10.000 dollari), 320 brani per 65 cd ad escludere i dischi non autorizzati, 150 trascrizioni composte ed eseguite con inarrivabile maestria. Un violinista che pubblico e colleghi sentono e un “Imperatore solo”: solo per la grandezza e più ancora nel privato di una personalità complessa, inaccessibile e contradditoria anche quanto al didatta e al camerista importanti. Discografia a cura di Marco Iannelli

Jascha Heifetz – L’Imperatore solo – Biografie – Zecchini Editore






Jascha Heifetz plays March by Prokofiev

http://www.controappuntoblog.org/2012/07/26/16800/

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NELO RISI, IL POETA CON LA CINEPRESA – Poesie Scelte Cristina Campo, video

Nelo Risi – Wikipedia

Ricordo di Nelo Risi – Rai Letteratura

da L’ESPERIENZA

I lupi

La mia città deserta

un nero vento invade,

la mia città dolora

all’alba delle case

Il muro non misura

più di tre metri, il sonno

di quel ragazzo steso

a lato è un peso eterno

Il lupi sono scesi

visitano le strade,

autunno o primavera

non mutano paese

La mia città deserta

ha occhi di rovina,

le rose del suo sangue

c’è già chi le coltiva.

I meli i meli i meli

Quell’albero che mi sorprese

con i suoi rami gonfi

quanti corvi sul ramo più alto

Quel toro che si accese

per una macchia scura al mercato

quanto sangue versato alle frontiere

Quella ragazza in tuta che s’intese

prima con i francesi e i polacchi

quanti vantaggi il suo corpo tra le braccia

Quel soldato che mi chiese

la via breve oltre Sempione

quanta ansia in uno sguardo

Da PENSIERI ELEMENTARI

Sotto i colpi

C’è gente che ci passa la vita

che smania di ferire:

doví’è il tallone gridano doví’è il tallone,

quasi con metodo

sordi applicati caparbi.

Sapessero

che disarmato è il cuore

dove più la corazza è alta

tutta borchie e lastre, e come sotto

è tenero l’istrice.

A compierla domanda fatica

buona pratica e usura, con tutto

che uno si dedica

magari in privato magari alla cieca

con appena uno sguardo in tralÏce

per vedere se cresce (vien su

così aspra) e poi sotto di lima

di puntello di leva, con tutto che uno

la cova di notte vero inno nel buio

(nel buio dellíaltro) all’insaputa

che uno ci sbava per metterla a punto

e quando scatta: allora è vendetta.

Geroglifici

In Egitto la valle dei Re sarà presto sommersa. A monte di una grande diga

forse centinaia di tombe rimarranno per sempre ignorate, sepolte sotto le acque del Nilo che annualmente crescono e si ritirano come ai tempi del Faraone o dei viaggi di Erodoto. Mi piace pensare di aver scoperto una di quelle tombe. E di essere riuscito a leggere nel porfido e nel granito qualche geroglifico riportato alla luce. Ecco alcuni esempi di traduzione di una  serie di segni nota a me solo.

IV – I subumani

In vendita, alla gogna, siamo noi la preda

di Libia e di Nubìa. Non uno che non abbia

assaggiato la canna del padrone é siamo

sangue inferiore inquadrato a consumo.

Chi scappa muore di freccia o è divorato

dalle fiere. Basta un frego sul papiro

e la pratica è archiviata dallo scriba

che ignora le sue vittime e ha le mani nette.

Telegiornale

Stando nel cerchio d’ombra

Come selvaggio intorno al fuoco

Bonariamente entra in famiglia

Qualche immagine di sterminio.

Così ogni sera si teorizza

La violenza della storia.

Alea

una serie d’eventi sfortunati (per es.
l’uso del latino o della storia senza
apprendistato) uno sbaglio di opinioni?
lo si dovrà pur rimediare, l’oggi
non è più un domani

La strada è polverosa la luce vaga
anche il tramonto è in fuga e la notte
una pietra levigata che non sia il momento
dell’antico fiume il nostro rubicone?
un ruscello e sembra un mare puro azzardo
che una volta sola è dato attraversare
un VADO O RESTO un tagliar corto
senza un amico cui consultarsi
solo con te stesso tu conosci
alternative un esito diverso?

da Né il giorno né l’ora Nelo Risi

Nelo Risi Scheda e Poesie Scelte – Cristina Campo

Paolo Di Stefano, Corriere della Sera 19/9/2015, 19 settembre 2015

NELO RISI, IL POETA CON LA CINEPRESA

Nel 1957, quando cominciarono ad apparire le prove poetiche di Nelo Risi, Montale scrisse che leggendolo si avvertiva una specie di paradosso: e accennava alla lievità di Raoul Dufy, il pittore e illustratore francese, mescolata con una tetraggine da Ecclesiaste. In realtà, Risi aveva iniziato ben prima, a scrivere versi: quindici poesie le pubblicò già nel 1948, all’età di 28 anni, in un volumetto ben presto introvabile, intitolato Le vacche magre. Erano componimenti

Ma non solo la poesia, anche la vita l’ha vissuta precocemente. Nelo Risi è nato nel 1920 a Milano, dove, solo dopo la guerra, si è laureato in medicina (il padre era medico), senza mai esercitare, esattamente come il fratello maggiore Dino. Il padre era morto nel ’28, dunque i tre fratelli sono cresciuti con la madre, una donna colta che ai figli leggeva le poesie di Goethe in tedesco. Negli anni della guerra Nelo è stato soldato, tra l’altro sul fronte russo: «Eravamo sul Don, nelle divisioni che i russi chiamavano cikai, cioè “scappa”, un nome che già rende l’idea… ». Raccontava in una bella intervista, rilascia a Massimo Raffaeli e Francesco Scarabicchi nel 2006, di essere stato sergente di sanità, cioè in pratica infermiere, a 15 gradi sotto zero, prima di rientrare a casa, raggiungendo a piedi la ferrovia distante seicento chilometri.
Dopo l’internamento in Svizzera e dopo aver lavorato con Vittorini al «Politecnico», ha vissuto molto all’estero, in particolare a Parigi (dove è stato amico di Queneau) e in «una fetta d’Africa». Nella sua città natale è rimasto fino al ’55, quando si è trasferito a Roma, dove è morto nella sera di giovedì a 95 anni, ormai patriarca della poesia italiana. Come il fratello, si sarebbe dedicato al cinema e alla televisione, con documentari e lungometraggi: da Andremo in città, tratto da un racconto di sua moglie, la scrittrice ungherese Edith Bruck, al Diario di una schizofrenica (1968), a La colonna infame, a Le città del mondo (1975). Nell’immediato dopoguerra aveva girato l’Europa in macerie al seguito di due fotografi, un inglese e un americano, che volevano documentare le conseguenze del conflitto.
Era a Berlino quando si ritrovò tra le mani, per la prima volta, una macchina da presa, una Arriflex. Da lì in Grecia, sempre per girare documentari. Nonostante l’interesse per la psicanalisi, durato per tutta la vita (nel 1996 diresse un film su Sabina Spielrein, la paziente e amante di Jung, che divenne allieva di Freud), diceva di non credere nell’immagine romantica dell’artista folle: «Non sono mai stato in analisi, non mi sento un nevrotico, ho un buon rapporto di disagio con me stesso, sono molto legato alla realtà, non sfuggo all’autocritica. La mia poesia è un buon barometro di quello che so essere…».
Realtà è una parola molto importante per capire il poeta Risi, che evidentemente non si è mai dimenticato di essere anche documentarista. La critica ne ha sempre sottolineato il legame con l’illuminismo e il moralismo lombardo, specialmente con Parini: ma tra i contemporanei si avverte un’affinità con Giorgio Orelli e Luciano Erba, e anche con il siciliano-milanese Bartolo Cattafi, grazie alla tensione etico-realistica impostata sulla brevità quando non sull’epigramma. L’epigramma, come ha avvertito Maurizio Cucchi (prefatore della raccolta delle sue opere poetiche, Di certe cose, 19532005), diventa «il carattere più vistoso» del lavoro di Risi, esprimendosi in «un tocco brillante ed estroso», o in una vena civile che «assume il tono di un’ironia irridente, acuminata».
Classificato subito da Luciano Anceschi dentro la cosiddetta «linea lombarda» (nella famosa antologia del 1952), in verità Risi sente molto l’influsso del surrealismo francese (Prevert e Vian): la raccolta Polso teso (1956) è nata infatti negli anni parigini. «La poesia — ha scritto — è verità intuita con ritmo»: non è un pessimista, Risi, ma un deluso (sulla capacità di incidenza dell’intellettuale progressista), dunque, dopo le prime prove, fa poesia nutrendo una sorta di sfiducia nella poesia stessa e rifugiandosi perciò «in toni minori e svagati, nel “fatto personale” sia pure corretto sempre da un trattamento auto-ironico dell’io parlante» (Mengaldo). Mai nostalgici, però. Minime massime è una sua breve raccolta del 1962: «Il poeta è cosciente che l’inerte / appena nominato è già vivente». Altri suoi titoli, già in sé significativi della sua poetica da «stilista dell’usuale», sono: Pensieri elementari (1964) e Dentro la sostanza (1965).
Una poesia essenzialmente «non metaforica», l’ha definita Giovanni Raboni, nella quale contano la parola letterale, la nettezza, la trasparenza del dettato, il discorso diretto e frontale. Un anarchico, poeta di tensione morale, critica, civile, anzi «civilissima» per sua stessa ammissione, che si fa sempre più politica, quasi rivoluzionaria, con denunce e appelli con il potere e la violenza del proprio tempo. Ma Risi, pur restando fedele a se stesso, riesce a rinnovarsi anche utilizzando slogan e frammenti di linguaggi settoriali, composti in forma di collage alla maniera del neosperimentalismo, così apparentemente lontano dalla sua più profonda vocazione. Senza dimenticare l’esercizio continuo delle traduzioni: da Kavafis e da Sofocle, da Jouve e da Laforgue.

In una serie del 1983, I fabbricanti del «bello», Risi tocca forse il suo vertice con la poesia dedicata a Tasso («Ha perso la quiete / forse la vita stessa…»), dove il poeta della Gerusalemme liberata viene raffigurato in catene, nell’«infinita malinconia che lo tormenta», vittima di topi indemoniati e di un tribunale che ha i tratti della brutalità eterna del potere. In una poesia raccolta in Risonanze, del 1987, Risi tornava meravigliosamente sulla sua città: «Milano, quando i navigli facevano corona/ portava in sé afrori di darsena, parvenze/ di mare, le donne a braccia nude/ battevano i panni su lucide ardesie…». E nello stesso libro enunciava la tensione e l’impegno che hanno sempre animato il suo scrivere: «Troppi avvenimenti, arduo/ essere del proprio tempo,… sto in mezzo/ ai fatti che urgono si accalcano/ e non ne afferro bene il disegno». Arduo, sì, ma sto.

PAOLO DI STEFANO

http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php?storyId=0000002328064



Andremo in città

Trama

Jugoslavia, seconda guerra mondiale, la giovane Lenka vive in un piccolo villaggio con il fratellino cieco Mischa, ella vive sola, a seguito della morte della madre e della scomparsa del padre Ratko, dopo che questi, un maestro elementare ebreo, è stato deportato dai nazisti. I due fratelli vivono aiutati da alcuni amici, tra i quali Ivan, un partigiano del quale Lenka si innamora.

Quando il padre, ufficialmente dato per morto, ricompare, Lenka lo accudisce nascondendolo nella soffitta, sostenendo contemporaneamente Mischa, continuando a descrivergli la realtà che non può vedere e promettendogli una nuova vita in “città” ed un’operazione che dovrebbe dargli la vista ma, all’arrivo delle SS, Ratko si sacrifica per non rivelare la presenza di Ivan che giace ferito ed altrettanto farà Lenka, che si incammina verso il treno diretto al campo di sterminio.

Durante il viaggio la giovane, abbracciando il fratellino, gli descrive uno scenario inesistente, con l’approssimarsi della “città” e la prospettiva dell’operazione con la quale “potrà vedere tutto”.

Sceneggiatura

Il film è un adattamento cinematografico del romanzo omonimo del 1962 scritto da Edith Bruck, moglie del regista e sopravvissuta ai campi di concentramento di Auschwitz, Dachau e Bergen-Belsen[1].

https://it.wikipedia.org/wiki/Andremo_in_citt%C3%A0


Anna Karénina….Nelo Risi incontra la signora Tolstoj …

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20 ottobre 1974: assassinio Adelchi Argada – cuori rossi di Armati – Storia delle stragi, dei servizi segreti

Dal libro “Cuori Rossi” – WordPress.com

Abbiamo trovato su Adelchi questo importante contributo

…“Lamezia non era distante da tutto questo…fino a diventare uno dei punti di riferimento per l’intera regione. Sono anni in cui personaggi legati al neofascismo organizzano nella nostra regione summit con esponenti della ‘ndrangheta e dei servizi’deviati.’ (Rimini)

I camerati di Junio Valerio Borghese e quelli di S. d. C. (trent’anni dopo quest’ultimo vive e lavora proprio a Lamezia Terme) fanno proselitismo e attività sovversive. (Leporace)

…vengono rinvenuti un arsenale e i resti di un campo paramilitare fascista e una bomba, sul tratto ferroviario tra Sambiase e Nicastro. (R)

I camerati di Junio Valerio Borghese e quelli di S. d. C. (trent’anni dopo quest’ultimo vive e lavora proprio a Lamezia Terme) fanno proselitismo e attività sovversive. (Leporace)

…vengono rinvenuti un arsenale e i resti di un campo paramilitare fascista e una bomba, sul tratto ferroviario tra Sambiase e Nicastro. (R)

Il “Giornale di Calabria” ha riproposto all’attenzione pubblica la bomba esplosa nell’atrio del Palazzo della Provincia di Catanzaro la notte tra il 3 e 4 febbraio 1971, ad opera – si disse allora – di un commando (neofascista) di Lametia Terme, poche ore prima dell’esplosione che uccise (l’operaio socialista) Malacaria. (Malvedi)

In questo contesto matura la morte di Argada. Adelchi che nell’omonima tragedia manzoniana è il figlio di Desiderio, re dei Longobardi, l’eroe che preferisce battersi fino in fondo fedele al suo dovere. Il desiderio di Argada, come tanti giovani rivoluzionari di quel periodo, era quello di battersi per una società più giusta fondata su un forte senso di collettività e solidarietà. Anche Adelchi Argada si batterà fino in fondo, senza tirarsi indietro, per i valori in cui credeva. Milita in un gruppo extraparlamentare di estrema sinistra che a Lamezia prende il nome di Fronte Popolare Comunista Rivoluzionario FPCR, un gruppo di lotta sociale, impegno politico e valori antifascisti.

Lamezia era la città delle scuole occupate, dei circoli culturali, dei collettivi femministi, insomma della sinistra molto a sinistra e del vecchio PCI.
Era anche però la Lamezia democristiana e perbenista, del campanile agitato nelle lotte per l’università, della SIR e delle sue promesse mancate di sviluppo, la Lamezia dei fascisti catalizzatori e simbolo dell’intolleranza e dell’odio verso chi come Adelchi esprimeva una volontà di riscatto, uno sguardo generoso e aperto nei confronti del mondo. (Tavella)

La sera di sabato 19 ottobre, Sergio Adelchi Argada aveva assistito allo spettacolo che il “Canzoniere Popolare Calabrese” di Cosenza aveva dato nella piazza del Municipio verso le 19. Assieme ad altri giovani del suo gruppo formava il pubblico che accompagnava con la voce i canti popolari della resistenza. (M)

Una mattina mi son svegliato…

20 ottobre1974, Lametia Terme

Quella mattina, di fronte al Comune a Lamezia, c’era stata una manifestazione nell’ambito del Festival Provinciale dell’Avanti. Nella notte scritte fasciste ingiuriose sui muri avevano provocato tensione tra gli opposti estremismi, “avevano avuto parole” – fino ad arrivare alle mani, spinte, minacce: la questione era destinata, purtroppo, a non finire li.

Alle 15.30 Adelchi in compagnia del fratello Otello e dei fratelli Morelli tornano dallo stadio quando incrociano cinque camerati. (L)

Spari, molti spari, si udirono provenire dalla zona dietro la Madonnina, a lato della Chiesa di San Domenico.
“Hanno ammazzato Argada” fu la voce che correva velocemente per le vie di Lamezia, da Corso Numistrano poi su per il centro storico, fino ad echeggiare stridula e struggente per tutta la piana lametina in quella, apparente, tranquilla domenica d’autunno.

Si è appreso che i colpi sparati contro il morto ed i feriti sono stati 14 … Le pistole che li hanno esplosi … sono due: una di O.P., l’altra di M.d.F.. Sembra confermato che il primo a sparare sia stato P.. Egli avrebbe sparato contro Giovanni Morello che gli si era avvicinato per chiedergli i motivi per i quali domenica mattina P. stesso avrebbe picchiato un suo fratello di 14 anni.
P., invece di rispondere, ha esploso un proiettile che ha ferito alla coscia Morello.
E, in questa fase, per proteggere il ferito dall’aggressione neofascista, che sarebbe intervenuto Adelchi Argada, giovane generoso e pieno di coraggio. Ma le pistole hanno continuato a sparare e Adelchi è stato colpito una prima volta al ventre, mentre cadeva a terra, con cinismo inaudito, i fascisti lo hanno finito. Sul suo corpo sarebbero stati accertati quattro fori di proiettile, due ritenuti e a due fuoriusciti, e uno dei quali – il secondo – è stato quello mortale avendo attraversato il cuore. (Saccà)

Il rifiuto, per il vile gesto, fu immediato, P. scappa, d. F. fu assalito dalla folla, salvato dall’intervento dei Vigili Urbani, la sede dell’MSI bruciata.

Chi sono? Uno, M. d. F., è studente universitario a Firenze, figlio di famiglia che intrattiene rapporti con fascisti del posto e della città in cui frequenta la facoltà di legge. … L’altro, O. P., è iscritto al MSI della cui organizzazione giovanile lametina è stato segretario per un paio di anni. (M)

Al processo, spostato a Napoli per motivi di ordine pubblico, riconosciute le attenuanti generiche, furono condannati rispettivamente a 15 e 8 anni di reclusione.

La reazione che suscitò in città la morte di Adelchi fu dapprima di generale incredulità, certo il clima di quegli anni a Lamezia era si di lotta, ma di ‘lotta politica’, nessuno mai avrebbe pensato che si potesse arrivare all’omicidio, poi commozione e pianto, soprattutto per le persone che avevano avuto modo di conoscere il ragazzo. Ci fu una partecipazione enorme della città ai funerali, come grande fu la partecipazione da ogni parte della regione, arrivarono anche da fuori.

L’Italia rossa guardò a Lamezia per la morte di un compagno che incarnava quelle qualità che non tutti i militanti rivoluzionari possedevano. (L)

22 ottobre 1974

Studenti, operai, militanti ed anche rappresentanze istituzionali. Ci fu il Presidente della Giunta regionale Aldo Ferrara e Francesco Caruso per la Federazione CGIL. Una folla immensa, più di trentamila persone, di tutte le estrazioni sociali, si era riversata, dopo due giorni di lungo lutto, su Corso Numistrano. La gente già dalla prima mattina a fare la fila, in processione di fronte alla bara, di fronte alla mamma piangente, ai fratelli disperati, ai familiari e agli affetti lasciati, distrutti dal dolore, a manifestare solidarietà e cordoglio. Stretta attorno al Palazzo Municipale la casa lametina e la città oggi piange il suo figlio, figlio del suo popolo: Adelchi Sergio Argada, figlio del Sud, costretto ad emigrare negli anni della sua ‘meglio gioventù’.

Un ragazzo di vent’anni. Un proletario ucciso dai fascisti. Da ragazzo la mattina va a scuola, il pomeriggio in segheria per aiutare la famiglia. (L)

Proprio il giorno del suo funerale, martedì 22 ottobre, il giovane compagno, operaio edile lametino, sarebbe dovuto partire per Modena e lavorare in un cantiere di quella città come altre migliaia di calabresi emigrati. (M)

Argada è il frutto di un Sud sottosviluppato, clientelare, familista e notabil-politico, incarna l’archetipo dell’operaio di massa e il luogo comune, diffuso nella letteratura marxista, della connessione tra emigrazione e proletarizzazione. Ma nel meridione l’utopia si scontrerà con una realtà di sradicamento, stravolgimento sociale e pervasività mafiosa.

Nella Cattedrale dei S.S. Pietro e Paolo, di Papa Marcello II e Innocenzo IX, il rito funebre celebrato dal Vescovo della città Mons. Ferdinando Palatucci. A lato, davanti al Palazzo di Città, c’è ancora il palco messo su per il Festival dell’Avanti, sarà luogo da dove si terranno le orazioni funebri. A chiudere gli interventi è lo

…studente di sinistra Jovine il quale ha detto: “Conoscevamo Adelchi Argada come uno dei nostri migliori militanti, sempre schierato dalla parte degli oppressi. Bisogna capire perché è morto; era un operaio, uno dei tanti giovani costretto ad una certa età a lavorare perché per i proletari, per i figli dei lavoratori non esistono privilegi che sono di altri. Argada ha fatto una scelta, si è messo dalla parte di chi vuole una società diversa, non a parole, in cui lo sfruttamento sia abolito e il fascismo non possa trovare spazio…” (M)

Infine il corteo ha accompagnato la bara lungo le vie della città, fino al cimitero. Di fronte al luogo del delitto il feretro, portato a spalle dei giovani compagni del morto, si e fermato.———Migliaia di braccia alzate a pugno chiuso hanno reso omaggio in silenzio. (S)

Nel punto in cui il giovane è caduto colpito a morte, c’è una scritta: «Qui è stato assassinato il compagno Argada». Sul muro una gigantografia ne mostra il volto aperto, leale, di lavoratore … (S)

Il cronista locale sostiene la tesi della legittima difesa e non è tenero con la figura dell’ucciso. (L)

Un giornale, di “certa stampa siciliana” molto vicina ad ambienti neofascisti (S) bruciato a in migliaia di copie sulla piazza del delitto il giorno dei funerali (M) dai giovani compagni di Adelchi Argada. (S)

“Tutti devono morire, ma non tutte le morti hanno eguale valore. La morte di chi si sacrifica per gli interessi del popolo ha più peso del Monte Taj”; era scritto su un manifesto scritto a mano ed affisso sul muro di un edificio accanto al Municipio di Lametia. (M)

Memoria / non è peccato fin che giova.
Dopo / è letargo di talpe, abiezione / che funghisce su sé …

Eugenio MONTALE

Adelchi è uno dei morti della non memoria, della memoria mancata…Tra gli smemorati non vi sono solo i semplici voltagabbana del personale politico, di cui Lamezia abbonda… Coltivare la memoria è compito di una classe politica, disposta ad assumersi le proprie responsabilità. Comprendere le cause che hanno portato all’assassinio di Adelchi … significa abbandonare l’omertà sulle pesanti condizioni di vita in cui sono costretti tanti nostri concittadini e i tanti migranti che la abitano… quella di Adelchi, non è una storia del passato…ma del presente. (R)

A Milano, nel ’78, dopo quattro anni di iniziative e lotte gli dedicano una scuola. Istituto Tecnico per Geometri “Adelchi Argada.”
Il 18 ottobre 1994, a Lamezia, nel corso delle celebrazioni del ventennale, con una lettera ex studenti ed ex professori comunicano che, nel frattempo, una nuova docenza aveva cambiato idea intitolando l’istituto ad un ex sindaco di Milano (che già dava il nome ad altre quattro scuole milanesi) ma testimoniano anche ai lametini che il ricordo di Adelchi era ancora vivo, non conosceva né distanze, né tempo. (E)

20 ottobre 1974. Una data che resta nella storia di Lamezia e che alcuni compagni di Aldelchi, come Luciano Rimini e Rosa Tavella non hanno mai fatto disperdere. (L)

…in difficoltà sui problemi dell’oggi, impigliati in contraddizioni dalle quali non abbiamo saputo più districarci e che ci hanno reso incapaci di comunicare, di vedere oltre, di dare valore ai tanti giovani e non che vivono nelle pieghe di questa città. (T)

Non ho mai conosciuto Adelchi Argada, e questo oggi mi dispiace. Infatti se le nostre strade si fossero incrociate, mi avrebbe sicuramente arricchito -e non poco- conoscerlo, frequentarlo, confrontarmi con uno come lui. Con le sue speranze dei vent’anni; la sua ansia d’un futuro migliore; il suo impegno per il riscatto di una terra -la sua- che di speranze e riscatti non ne avrà mai abbastanza, per quanto sono stati -troppo spesso, e più o meno volutamente- dimenticati, soffocati, sottovalutati…
Stasera a mio figlio ho raccontato di Adelchi. Di Adechi, che io non ho mai conosciuto. Gli ho raccontato di come un’intera città lo salutò, fino a commuovere anche qualcuno che i calli non li ha soltanto sui polpastrelli; di come in tanti, in quei giorni e spero anche dopo, lo abbiano onorato; di come, davanti a lui per l’ultima volta, un vescovo gridasse che la violenza é davvero – l’arma arma dei deboli”. Di come le indagini -una volta tanto, perché non capita sempre- abbiano avuto un corso sollecito e un esito chiaro: tale da non lasciarci l’angoscia del dubbio, o la rabbia dell’insoluto. L’ho raccontato a mio figlio, e mio figlio l’ha capito. Adesso anche lui, conosce un pochino Adelchi: perché è giusto, perché quelli come lui nessuno deve dimenticarli. Mai. (Isman)

Compagno Argada Presente,
DOVE SON FINITI TUTTI?

Lamezia Terme, lì 20 ottobre 2005

ALTRI CONTRIBUTI SULLA VICENDA:

UN VOLANTINO DEL 1974

L’ASSASSINIO DI SERGIO ARGADA

——RIPROPONE LA NECESSITA’ DI GIUSTI METODI DI LOTTA AL FASCISMO——

Una calda manifestazione di cordoglio del proletariato calabrese ha concluso i funerali di Sergio Adelchi Argada; il giovane operaio militante del “Fronte Popolare Comunista Rivoluzionario Calabrese” ucciso a Lamezia Terme domenica pomeriggio [20 ottobre 1974], a colpi di pistola dall’universitario Mi De Fa…

Nessuno può sminuire la gravità di questo ennesimo assassinio fascista. Oltre a Sergio Argada, altri quattro giovani operai, che erano con lui (fra cui fratello Otello), sono rimasti feriti. Gli aggressori, una mezza dozzina di elementi di destra tra cui il fascistello Po.., hanno sparato ben 15 colpi di pistola. Si è trattato quindi, di una vera e propria strage premeditata.

C’è in questo episodio, non solo lo sviluppo dello squadrismo locale, ma il segno dello sviluppo sanguinario della violenza fascista nell’aggravarsi della crisi di regime. E’ proprio questo secondo aspetto che ripropone categoricamente la necessità di adottare adeguati metodi di lotta al fascismo. Piangere ad ogni morto è prova di impotenza; come è prova di ipocrisia limitarsi a chiedere la semplice messa fuori legge del MSI. A compiere gli attentati sanguinari sono le organizzazioni fasciste legalmente disciolte. Il problema è quindi quello di combattere il fascismo coi metodi della lotta di classe.

I metodi classisti per combattere il fascismo poggiano sull’autodifesa e l’attacco proletario.

Le forme  attuali per applicare questi metodi sono i “gruppi autonomi di autodifesa” e i “comitati proletari antifascisti” di zona e di quartiere. Noi Internazionalisti, mentre tributiamo ONORE COMUNISTA a Sergio Argada ed esprimiamo la nostra solidarietà ai compagni feriti; chiamiamo tutti i proletari e i rivoluzionari onesti ad adottare questi metodi di lotta.

A questo riguardo sottolineiamo, con viva stima, la coraggiosa reazione proletaria dei compagni scampati alla strage i quali hanno acciuffato per linciarlo il De F,,,, mentre tentava di ricaricare l’arma, e che solo l’intervento dei vigili ha sottratto alla inesorabile GIUSTIZIA PROLETARIA.

Lo stesso dicasi per l’assalto attuato con lo stesso meritevole scopo da alcune centinaia di compagni, al comando di polizia dov’era stato rinchiuso l’assassino.

Tratto da: LOTTE OPERAIE  Supplem. murale (affisso sui muri non solo di Milano) al Bollettino Sindacale dei Comunisti Internazionalisti. – RIVOLUZIONE COMUNISTA -   NR.61 del 24/10/1974    —————————-

[Volantinato e distribuito nelle fabbriche del milanese - del varesotto e nei cortei operai e studenteschi  succedutisi per parecchi giorni nell’ottobre 1974.]

Milano, 24 ottobre 1974

Piazza Morselli, 3

CiclinproprioL’esecutivo milanese di RIVOLUZIONE COMUNISTA

http://www.pugliantagonista.it/archivio/Adelchi_%20Argada_arch.htm




Storia delle stragi, dei servizi segreti, delle trame nere e mafiose, delle …

Il tentato golpe del 7 -8 dicembre1970 : “L’Immacolata”; video …

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Como – 20 ottobre 2017 Incendio Como morti padre e tre figli

Cronaca Como –

Incendio Como morti padre e tre figli LA MATTINATA

 

Sul posto un grande dispiegamento di forze.

 

Incendio Como: è scoppiato in via Per San Fermo 18. LA DIRETTA DELLA MATTINATA

Incendio Como è stato il padre a dar fuoco alla casa

Incendio Como, i vicini sapevano: “Era in grande difficoltà”

Incendio Como le immagini del dramma FOTO

Gli aggiornamenti

14.45 – Appresa la tragica notizia, il sindaco Mario Landriscina e l’assessore ai servizi sociali Alessandra Locatelli si sono recati in ospedale per esprimere vicinanza alla madre che non viveva nella stessa casa.

14.00 – In lacrime di fronte alla palazzina in via per San Fermo della Battaglia c’è una donna straniera. E’ amica della famiglia rimasta vittima dell’incendio, le sue bambine andavano all’asilo con una delle piccole della tragedia familiare. Qui le sue parole nella nostra intervista.

13. 00 – La bambina soccorsa dal 118 nell’incendio è stata trasportata in ambulanza assistita da due rianimatori e un infermiere del presidio canturino.

12.20 – Sospeso per nebbia il previsto trasferimento all’ospedale di Bergamo della piccola sopravvissuta all’incendio. La piccola, in condizioni gravissime, sarà trasferita tra pochi minuti all’ospedale Buzzi di Milano in ambulanza assistita da due rianimatori e un infermiere del presidio canturino.

11.20 – Via per San Fermo e via Bixio sono state riaperte al traffico.

11.15 – La bimba sopravvissuta, classe 2012, è stata sottoposta a manovre rianimatorie e attualmente, presso l’ospedale di Cantù , ha avuto una ripresa dell’attività cardiocircolatoria. Ancora massima allerta sulle sue condizioni visto il lungo periodo passato in arresto cardiaco.

11.01 – All’ospedale di Cantù, in corso della manovre respiratorie per provare a salvare l’ultimo dei bambini sopravvissuti

11.00 – I quattro bambini sono stati soccorsi in arresto cardiaco all’interno di appartamento saturo di fumi a causa dell’incendio. L’età comprese dei bambini è dai 4 ai 14 anni. Due sono stati trasportati all’ospedale Sant’Anna, di San Fermo della Battaglia. Per entrambi i pazienti è stato constatato il decesso dopo prolungata rianimazione cardio polmonare.  Un altro bambino è stato portato all’ospedale Valduce di Como ed è stato constatato il decesso dopo prolungati tentativi di rianimazione cardio polmonare.

10.50 – Sarebbero morti tre dei quattro bambini coinvolti nell’incendio. Attualmente soltanto un bambino sarebbe in vita.

10.30 – Secondo quanto è stato possibile ricostuire, il padre, di origine marocchina, avrebbe perso la vita. Gravi invece i quattro figli che sono stati trasportati in ospedale. Da una prima ricostruzione, l’incendio potrebbe essere stato appiccato dal padre stesso.

10.00 – Sul posto anche la Polizia scientifica.

http://giornaledicomo.it/notizie-cronaca-como/incendio-a-como-casa-bambini-padre/

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