The Men) (1950)Fred Zinnemann


 


Un soldato tornato paraplegico dalla seconda guerra mondiale cerca di recuperare in un ospedale specializzato la possibilità di condurre una vita quasi normale.

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Marlon Brando Documentary e musica



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Hermann Broch, tra “I sonnambuli” e “L’incognita”.

Hermann Broch, tra “I sonnambuli” e “L’incognita”.

Ah, l’impero austroungarico (o quel che ne rimane)… E’ impossibile non dire questo leggendo i due volumi di Broch. Il tema della disgregazione della società di Guglielmo II è affrontato ne “I sonnambuli” (trilogia scritta tra il 1888 e il 1918), ma è proprio l’atmosfera di declino e rottura che attraversa le due opere a dare l’impressione che in realtà l’autore voglia trasmettere la triste rinuncia alle ambizioni e (in modo forse per lui consequenziale) all’integrità umana.

“I sonnambuli” è l’opera più completa, profonda e strettamente intrecciata con l’animo umano che abbia mai letto. I personaggi riflettono nella propria codardia e piccolezza borghesi le aspirazioni di una grande cultura in declino, mostrando nelle loro contraddizioni il dolore strutturale dell’uomo. Però (c’è un però) la struggente nostalgia (il “sonnambulismo”, appunto) trova risposta nella comunanza degli uomini, nella

certezza solenne e festiva per cui sappiamo che ognuno porta in fondo all’anima la piccola scintilla e che l’unità non si perde.

In preda ad un innamoramento dai vaghi tratti molesti (credo che se Broch fosse ancora vivo andrei a cercarlo per vivere sotto casa sua e cantarne le lodi ogni volta che dovesse uscire per andare a comprare il pane o i dolciumi), mi sono avventata subito dopo su “L’incognita”.

Bellissimo. Tre fratelli rimasti nella casa paterna, scelgono modi diversi per trovare la verità. Richard, il maggiore, cerca nella scienza e in un amore di compromesso; Susan prova ad usare la fede come strumento, mentre Otto, il minore, cerca risposte nell’amicizia e nell’edonismo. A margine, una madre inquieta e due altri fratelli fuggiti per il mondo. Libro triste, che mostra quanto sia estenuante non arrendersi alla facile accettazione di una realtà di seconda mano.

Hermann Broch, I Sonnambuli, Einaudi 1960.

Hermann Broch, L’incognita, Lerici 1962.

http://ekscerpta.wordpress.com/2013/08/14/hermann-broch-tra-i-sonnambuli-e-lincognita/

Michelangelo Antonioni, La notte (via Revolver)

«Vede, – disse Kapperbrunn – la matematica è una sorta di atto disperato dello spirito umano… in sé e per sé non ci serve per niente, ma è una specie di isola dell’onestà, e per questo le voglio bene.» da l’incognita : Hermann Broch

Paola Quadrelli

Autore di un celebre e innovativo saggio sul Kitsch e spesso affiancato a Musil, Joyce e Kafka come uno dei maestri del romanzo novecentesco, il romanziere e saggista viennese Hermann Broch (Vienna 1886-New Haven 1951) resta uno scrittore più citato che letto e certamente non noto in Italia come meriterebbe.

La sua opera conobbe qui da noi un momento di congiuntura favorevole negli anni Sessanta in concomitanza con la fortuna della letteratura austriaca della «crisi», da Musil, a Doderer, da Roth a Canetti. Nel 1960 uscì la trilogia dei Sonnambuli da Einaudi e forse più d’uno ricorderà la scena de La notte di Antonioni, in cui Valentina (Monica Vitti) è intenta nella lettura del romanzo di Broch, simbolico suggello dell’esistenza «sonnambolica» dei personaggi del film e della fragilità etica della società in cui vivono. Einaudi pubblicò negli anni successivi anche La morte di Virgilio e Gli incolpevoli. A Broch dedicò attenzione pure la casa editrice Lerici che pubblicò nel 1962 L’incognita, nel 1964 il dramma L’espiazione e nel biennio successivo due importanti volumi antologici: Poesia e conoscenza e Azione e conoscenza. Nei decenni successivi, nonostante alcune isolate riproposte editoriali, la fama di Broch si appanna: l’oggettiva difficoltà della sua prosa, ardua e tutt’altro che agevole, la complessità teorica del suo pensiero e il sottofondo mistico che ne permea l’opera hanno probabilmente contribuito al declino di Broch qui in Italia. Eppure negli ultimi dieci anni si assiste a un discreto revival dell’opera dello scrittore viennese: il germanista Roberto Rizzo ne ha tradotto l’Autobiografia psichica e la pressoché sconosciuta opera teatrale, mentre nel 2007 ha debuttato al Piccolo di Milano Inventato di sana pianta ovvero gli affari del Barone Laborde che nella regia di Luca Ronconi si è rivelata una commedia smagliante. Nel 2006 Marietti ha pubblicato il carteggio tra Broch e Hannah Arendt in un volume che contiene in appendice anche i tre importanti saggi che la Arendt dedicò all’opera dell’amico e Vito Punzi ha proposto un’antologia della poesia di Broch presso Città Nuova editrice (2009). Nell’anno appena trascorso, infine, l’editore italiano più attento al lascito mitteleuropeo, Adelphi, ha ripubblicato il lungo saggio Hofmannsthal e il suo tempo (nella nuova e più accurata traduzione di Ada Vigliani) e Mimesis ha mandato in libreria la trilogia I sonnambuli curata da Massimo Rizzante.

Broch fu una figura profondamente austriaca per formazione intellettuale e sensibilità culturale; nato in una famiglia della borghesia ebraica assimilata, svolse un percorso di studi tecnici coltivando nel frattempo interessi nell’ambito della matematica, della filosofia e della letteratura a contatto con il vivacissimo ambiente culturale dei caffè viennesi. Negli anni della giovinezza Broch seguì le celeberrime conferenze di Karl Kraus, che rappresentò, anche negli anni successivi, un modello di opposizione e resistenza etica alla cultura estetizzante e filistea della Vienna di inizio secolo. «Kraus», ebbe a dire Broch ancora nel 1950, un anno prima della sua morte, «fu una delle grandi emozioni della mia giovinezza, una di quelle che è persistita senza affievolirsi mai».

Testimonianza dell’intenso legame sentimentale e culturale con la città natale è il saggio Hofmannsthal e il suo tempo, cui l’autore attese in America negli anni 1947-48. Esso rappresenta, al contempo, un’analisi lucida e una rievocazione struggente della Vienna fin de siècle e pre-bellica, quando la capitale danubiana, edonista e spensierata, si avvicinava alla «gaia apocalisse» e riassumeva in sé il «vuoto di valori» dell’epoca. Il saggio, in cui Broch coniuga l’analisi politica e sociologica alla critica estetica, l’approccio teorico agli squarci narrativi (intriso di malinconia è lo splendido ritratto del vecchio Francesco Giuseppe, isolato custode della stabilità imperiale, arroccato in un patetico e fatale conservatorismo), è pure un’opera di forte impronta autobiografica. Come osserva Paul Michael Lützeler nell’importante postfazione, esso «documenta le esperienze personali dello scrittore viennese Hermann Broch, il quale anche in esilio [Broch riparò in America nel 1938] non riuscì mai a staccarsi completamente dalla sua città e con questo autorevole e memorabile saggio lasciò proprio a Vienna il suo testamento storico-culturale». Nel percorso di assimilazione che Broch delinea tratteggiando la biografia degli avi di Hugo von Hofmannsthal, lo scrittore ritrae, del resto, un percorso di assimilazione alla borghesia austriaca comune a generazioni di ebrei viennesi e vissuto dal padre stesso di Broch, Joseph, che abbandonò lo shtetl nativo in Moravia per raggiungere il fratello maggiore a Vienna.

L’opera di Broch, pur sorprendente per multiformità e ricchezza, è però caratterizzata da un’impronta fortemente unitaria; l’inadeguatezza della cultura scientifica e della filosofia positivista dinanzi alle questioni metafisiche e il riconoscimento della disgregazione dei valori che mina la moderna società secolarizzata costituiscono il punto di partenza e il motore intellettuale della riflessione teorica e dell’opera romanzesca dell’autore. In un testo autobiografico redatto nel 1941, nei primi anni dell’esilio americano, Broch ricorda a distanza di molti anni la delusione dinanzi allo scientismo imperante nelle aule universitarie a inizio Novecento: «Quando nel 1906 iniziai a frequentare l’università di Vienna per studiare matematica e filosofia, scoprii – come tanti altri – con sgomento e delusione, di non essere più autorizzato a porre una qualsiasi delle domande di tipo metafisico di cui ero giunto sovraccarico; appresi che non vi era nessuna speranza di avere una qualsiasi risposta».

Senza esautorare la scienza, di cui fu anzi un appassionato cultore, e senza rifugiarsi in ipotesi improntate a una vacua retorica spiritualista, Broch imposta, dunque, la sua indefessa, prolifica e coraggiosa attività critica e narrativa sulla necessità di rifondare lo statuto del romanzo, di determinarne un nuovo compito conoscitivo ed etico dinanzi alla «disgregazione dei valori» insorta in età moderna e dinanzi a quell’«immenso residuo metafisico» che la filosofia positivista, orfana dell’etica e della teologia, non è più in grado di cogliere. Compito della poesia è «elevare l’espressione poetica alla sfera della conoscenza», asserisce Broch nella conferenza James Joyce e il presente (1932); la riconciliazione, di matrice goethiana, tra poesia e conoscenza, nonché l’ambizione dell’opera d’arte a ricostruire una nuova «totalità» costituiscono per Broch l’enorme sfida posta di fronte al romanziere moderno. È evidente che nella tensione conoscitiva dell’arte romanzesca e nell’aspirazione a una ricongiunzione di «anima ed esattezza», Broch si situa nella scia della grande letteratura austriaca a lui coeva, da Robert Musil sino al più giovane Elias Canetti che frequentò Broch all’inizio degli anni Trenta lasciandone un memorabile ritratto ne Il gioco degli occhi.

Molti sono gli elementi che rendono Musil e Broch figure affini: la pratica del «romanzo-saggio», l’attenzione a temi di critica della cultura e di filosofia della storia, nonché il ruolo lucido e partecipe di testimoni e analisti della «crisi dei valori»: una crisi in cui «quest’Austria grottesca non è altro che un caso particolarmente evidente del mondo moderno» (Musil). Diversa, tuttavia, è la diagnosi sulla crisi in atto: mentre Musil non oppone alla disorganicità del mondo moderno un modello storico alternativo, Broch vi contrappone il modello religioso e sociale del Medioevo. Il Medioevo è inteso da Broch come un’epoca organica, strutturata gerarchicamente in un sistema finito attorno a un valore centrale: la fede religiosa. L’epoca moderna inizia con il Rinascimento e la Riforma, «quando con lo sfasciarsi dell’organon medievale cominciò il processo della dissoluzione dei valori, che dura ormai da cinque secoli, e fu posto il seme dell’era moderna» (I Sonnambuli, edizione Mimesis, p. 521). Alla totalità organica di valori del Medioevo subentra la sussistenza disarmonica e caotica di Partialwertsysteme, di differenti «sistemi di valori parziali». Ogni attività diventa autonoma, si estranea dalle altre e ubbidisce a un differente sistema di valori, mentre l’uomo subisce un progressivo processo di alienazione: la sfera economica, sottomessa a un cinico affarismo, sussiste accanto a quella artistica dell’art pour l’art, asserisce Broch, e così, la sfera militare esiste accanto a quella tecnica o sportiva, «ognuna autonoma, ognuna ‟in sé”, ognuna ‟scatenata” nella sua autonomia. (…) L’uomo, un tempo immagine di Dio (…) rimane smarrito nell’ingranaggio dei valori fatti indipendenti, e non gli resta che sottomettersi a quel valore singolo che è diventato il suo mestiere, non gli resta che diventarne una funzione» (ivi, p. 489). Alla «perdita del centro» subentrata con la Riforma, si connette, nella visuale filosofica di Broch, il problema del Kitsch, a cui egli dedicò un’indagine originale e acuta. Broch, detto per sommi capi, intende il Kitsch come un’inversione della categoria etica con quella estetica, e lo mette in correlazione con altri fenomeni storici di reazione, quali il romanticismo, il culto dell’art pour l’art, l’estetismo e l’eccesso decorativo proprio degli stili architettonici dell’Ottocento, dal falso gotico di età romantica all’eclettismo dell’architettura del Ring viennese.

La lunga attività di imprenditore nell’azienda tessile del padre, che Broch vendette nel 1927 per dedicarsi definitivamente all’attività di scrittore, determinò un debutto piuttosto tardivo di Broch sulla scena letteraria. Il suo esordio come romanziere risale infatti all’inizio degli anni Trenta con la pubblicazione della trilogia dei Sonnambuli (1931-1932). Il valore e l’originalità compositiva dei Sonnambuli furono subito riconosciuti da scrittori e critici e la tempestiva traduzione in inglese valse a Broch l’ammirazione di T. S. Eliot, che sulla rivista «Criterion» pubblicò un estratto dalla Disgregazione dei valori (un trattato filosofico contenuto nel terzo volume dei Sonnambuli), e di Aldous Huxley. Il romanzo, come era peraltro prevedibile stante la sua ardita costruzione formale e la sua complessità teorica, si rivelò però un insuccesso economico per l’autore e per l’amico editore Daniel Brody. L’Einaudi, dopo la prima edizione nel 1960, aveva ripubblicato la trilogia nel 1986 e poi nel 1997 in unico volume: l’opera era però da tempo introvabile e dunque opportuna e meritoria è l’attuale riedizione da Mimesis nella storica traduzione di Clara Bovero, rispetto alla quale il curatore, Massimo Rizzante, afferma di aver compiuto «soltanto una leggerissima opera di aggiornamento linguistico». La discutibilità filologica e l’alea di arbitrio che circonfondono una simile impresa avrebbero richiesto una più attenta «Nota del curatore» in cui si desse conto delle modalità di intervento e del senso delle modifiche operate. Peraltro la nuova edizione non manca di apparati critici: un’introduzione di Milan Kundera, grande estimatore dello scrittore austriaco, che presenta qui in una versione scorciata le considerazioni sui Sonnambuli già esposte in un capitolo dedicato a Broch nel suo L’arte del romanzo, una postfazione di Carlos Fuentes e una serie di brani tratti dall’epistolario di Broch riguardanti la genesi del romanzo.

Broch appone ai tre romanzi un titolo di esplicita evidenza simbolica: Pasenow o il romanticismo, Esch o l’anarchia, Huguenau o il realismo (laddove la congiunzione «o» sta per «ovvero»). I romanzi sono ambientati in Germania a quindici anni di distanza l’uno dall’altro e mostrano in diverse tappe storiche e sociali la progressiva disgregazione dei vecchi sistemi di valori e la crescente irrazionalità della vita quotidiana: l’azione del primo romanzo si svolge a Berlino e nella Prussia orientale nell’ambiente dei militari di carriera e dell’aristocrazia terriera nel 1888, l’anno dell’ascesa al trono di Guglielmo II; il secondo conduce il lettore nell’ambiente del proletariato e della piccola borghesia renana nel 1903, mentre l’azione del terzo volume si svolge in una cittadina sulla Mosella nel 1918, sul finire della prima guerra mondiale. L’ambientazione del primo romanzo nella Germania della «Gründerzeit», nell’epoca di massima espansione economica, non è casuale e si connette con la severa valutazione di tale periodo storico, formulata in Hofmannsthal e il suo tempo, dove Broch parla di tale epoca come di «un periodo di completo deserto spirituale». In Note sul Kitsch, Broch colloca Guglielmo II accanto al suo successore Hitler tra gli «entusiastici adepti» del Kitsch. Siamo dunque in un’epoca e in un luogo geografico − la Germania del periodo guglielmino − che Broch associa allo stadio finale della crisi culturale europea. Tanto il maggiore Pasenow quanto il contabile Esch appartengono a un sistema «chiuso» (la casta militare prussiana per Pasenow, l’anarchismo piccolo-borghese per Esch) e come tali si ergono a rappresentanti esemplari di quei «sistemi di valore parziali» denunciati da Broch. Passività, torpore spirituale, incapacità decisionale e impotenza progettuale, mancanza di riflessione, nevrosi e forte egocentrismo connotano queste figure e spiegano il titolo della trilogia che allude, appunto, a una condizione di alienazione, di incoscienza, di «dormiveglia psichico» (Forte).

Joachim von Pasenow è un giovane luogotenente dell’esercito, proveniente da una famiglia di Junker della Prussia orientale: fedele ai valori tradizionali − l’esercito, la patria, Dio, l’onore, la famiglia − Pasenow riserva un culto maniacale e feticistico all’uniforme. Essa diventa per Pasenow una sorta di argine e di baluardo difensivo nei confronti dell’irrazionalità del mondo. L’innalzamento all’assoluto di gerarchie e uniformi terrene è ciò che Broch intende quando parla di «Romanticismo». Ancora una volta, si tratta, secondo Broch, di un fenomeno riconducibile al processo di secolarizzazione innescato dalla Riforma protestante: «un tempo solo l’abito del sacerdote si distingueva dagli altri come qualcosa di non umano e persino nella toga traspariva ancora il carattere borghese», ma una volta che il peccatore si erse a giudice del peccatore, ovvero dopo che la riforma protestante negò al sacerdote il ruolo di giudice delle azioni umane «la toga terrena dovette sostituire quella celeste e la società dovette scindersi in gerarchie e uniformi terrene e innalzarle all’assoluto al posto della fede» si legge nel romanzo (p. 34).

Broch interviene pure in alcuni importanti saggi per illustrare la particolare accezione con cui egli intende il concetto di «Romanticismo». Ne Lo stile dell’età mitica e in Note sul Kitsch l’«atteggiamento romantico» viene messo in relazione con la disintegrazione di un sistema di valori coerente provocata dalla Riforma e con l’assoluta autonomia dell’anima umana decretata dal protestantesimo che «trasferisce l’atto della rivelazione in ogni singola e individuale anima umana», sicché l’anima diventa «presuntuosa e spaccona» e tende a «elevare il mondano nella sfera dell’eterno». La negazione di valori sovratemporali e di ogni metafisica, il mancato riconoscimento di un fine nella Storia dell’uomo e una prospettiva inchiodata alla contingenza determinano l’alienazione dell’individuo nel presente, l’incapacità di progettare il futuro e il conseguente insorgere di un «insopprimibile spirito conservatore». Ne Il male nel sistema dei valori dell’arte Broch associa al Romanticismo quello spirito conservatore che «vuole mantenere in vita per sempre i valori del passato e che vede nella continuità del corso storico uno specchio dell’eterno».

La fuga dal presente, l’incapacità di riconoscere il cambiamento dei tempi, l’attaccamento a consuetudini ormai in declino caratterizzano tutta la famiglia e il milieu di Pasenow. Broch dedica splendide pagine alla descrizione delle stanze della dimora dei Pasenow a Stolpin, antiche e severe, immutate da generazioni, e alle inveterate abitudini del padre, tra cui il rito mattutino della lettura della posta. Il fratello di Joachim, Helmuth, muore per difendere l’onore in un duello insensato ed è santificato dal padre come un martire. Antitetico a Pasenow è l’amico Eduard von Bertrand, che ha abbandonato l’esercito per dedicarsi all’attività commerciale. Bertrand, che incarna la mobilità e il relativismo etico dei tempi presenti, deplora l’anacronismo della pratica del duello che ha provocato la morte del giovane Helmuth: «È davvero stupefacente che si viva in un mondo di macchine e di ferrovie e che, mentre i treni viaggiano e le fabbriche lavorano, due uomini si mettano l’uno di fronte all’altro e sparino!», afferma Bertrand con sottile sarcasmo (p. 68). Pasenow respinge inorridito le affermazioni di Bertrand, ma agli occhi del lettore è proprio la morte assurda di Helmuth che disvela l’intima vacuità del codice militare. La follia che obnubila il vecchio Pasenow nell’ultima parte del romanzo è anch’essa evidente metafora di un mondo in declino. Accanto alla figura di Bertrand, che funge da contraltare a Pasenow, compaiono anche nel romanzo due figure femminili antitetiche: la prostituta boema Ružena, con cui Pasenow intrattiene una relazione erotica, ed Elisabeth, la donna destinata a Pasenow dalla famiglia e che egli finirà per sposare. Allucinata e spettrale è l’ultima scena del romanzo in cui il narratore ritrae la prima notte di nozze della coppia. Joachim si stende accanto alla sposa con indosso l’uniforme, attento a che essa non si pieghi, e per non sporcare le lenzuola con le scarpe laccate solleva impacciato i piedi sulla sedia accanto al letto. Come ha osservato Laura Bazzicalupo in uno studio sulla filosofia della storia in Broch, nei Sonnambuli «il presente (…) è completamente divaricato tra due linee di fuga, quella in un passato superato e quella in un futuro irraggiungibile».

Se Pasenow rappresenta l’estraniazione dell’uomo dal tempo presente tramite la fuga in un passato tramontato, il contabile August Esch, l’inquieto e irascibile protagonista del secondo volume, incarna l’esplodere disordinato dell’utopia, intesa come progettualità confusamente riformatrice. Fanatico dell’ordine e ossessionato dalla disonestà altrui, Esch si trasferisce dopo il suo ingiusto licenziamento da Colonia a Mannheim, si dà alla lotta sindacale, s’impegna per trarre fuori di prigione il segretario del sindacato, Martin Geyring, è attratto dal teatro, sposa «mamma Hentjen», la proprietaria di un’osteria di Colonia, sogna di emigrare in America, si avvicina ai movimenti religiosi, vorrebbe denunciare Nentwig, responsabile del suo licenziamento, e finisce per denunciare Bertrand, un capitano d’industria responsabile della detenzione di Geyring (è lo stesso Bertrand del primo romanzo) la cui omosessualità disturba per Esch l’«ordine divino». Esch, nel suo furore riformatore e nel suo carattere impetuoso e fanatico, è apparentato da Broch alla figura di Lutero. Rispetto al primo volume, lo stile narrativo si fa qui più sfrangiato: come ha osservato Luigi Forte, si tratta non tanto (o non solo) di “anarchia” intesa come fenomeno politico e sociale ma, piuttosto, di una «connotazione di anarchia come disordine interiore, come labilità psicologica [dei personaggi] di fronte alla realtà che li imprigiona». S’impone inoltre in questa seconda parte, con maggiore evidenza, la metafora religiosa nelle aspirazioni di martirio e di sacrificio che tormentano Esch. Sia Esch che Pasenow ricompaiono nel terzo volume rispettivamente in qualità di proprietario di un quotidiano e di autorità militare locale.

Con il personaggio dell’alsaziano Wilhelm Huguenau, disertore sul fronte belga e uomo d’affari spregiudicato, siamo al «punto zero» della crisi dei valori. Huguenau sottrae a Esch il quotidiano di cui egli è proprietario, lo porta alla rovina, lo uccide, inganna la vedova sull’eredità e, lungi dal subire qualsiasi sanzione, finisce per inserirsi nella comunità borghese come membro stimato e autorevole. Il bieco Huguenau costituisce l’esemplare più spaventoso di un tipo umano e sociale più volte declinato da Broch nella sua opera: il capitano d’industria senza scrupoli, l’affarista pronto alla truffa e all’imbroglio. La familiarità di Broch con il mondo del commercio e della finanza, riconducibile alla sua ventennale attività di direttore dell’azienda tessile paterna, rese l’autore sensibile al tema della truffa economica e della speculazione finanziaria. Ne sono testimonianza i personaggi intriganti e poco limpidi che popolano le pièce teatrali di Broch, dal consigliere di commercio Albert Menck nel dramma L’espiazione, all’amabile truffatore Laborde nella commedia omonima. Del resto, secondo il Broch saggista, il sistema della speculazione finanziaria sta al sistema commerciale nello stesso rapporto che il sistema del Kitsch sta al sistema dei valori dell’arte: sono entrambi (la speculazione finanziaria e il Kitsch) sistemi imitativi di segno negativo, che scambiano l’effetto che scaturisce automaticamente dall’azione eticamente buona con il fine razionale dell’attività stessa: «Il commerciante ideale – scrive Broch – non deve pensare all’effetto della sua ricchezza, ma semplicemente a dirigere i suoi affari, la sua azienda secondo le leggi e la tecnica dell’onestà commerciale. (…) Una direzione onesta e efficiente degli affari è un’azione etica: il suo risultato estetico, in senso lato, è la ricchezza». Ma un commerciante che pensa soltanto all’effetto (la ricchezza), così come un artista che pensa soltanto all’effetto (la bellezza) sono «eticamente riprovevoli» e sono infatti bollati da Broch rispettivamente come trafficanti ed esteti.

Il terzo romanzo è il più ardito sotto il profilo della sperimentazione formale e linguistica e aderisce pienamente al modello di «romanzo polistorico» teorizzato da Broch, connotato da una pluridimensionalità di storie, di stili, di registri e di ottiche narrative, funzionale a ritrarre la frammentazione della realtà moderna. La narrazione giustappone e intreccia diverse storie – la storia di Huguenau, la storia del soldato Gödicke, la storia dei medici, la storia di Hanna Wendling, la storia della giovane salutista di Berlino, il trattato sulla Disgregazione dei valori – ed esibisce una stupefacente e virtuosistica pluralità di linguaggi, ora lirici e innodici, ora tecnico-burocratici, ora prettamente teorici ora sottilmente psicologici (si veda la raffinatissima descrizione dei sussulti dell’anima di Hanna Wendling). Nonostante l’orrore della guerra, che Broch condanna con toni accorati, nonostante il trionfo di Huguenau e nonostante il materialismo dell’epoca moderna, schiacciata sull’immanenza, Broch non cessa di coltivare la speranza, fondata sulla «certezza solenne e festiva per cui sappiamo che ognuno porta in fondo all’anima la piccola scintilla e che l’unità non si perde». Così, «nella gelida bufera», dalla «nostra tenebra più amara e greve» risuona il messaggio di speranza paolino su cui si chiude la trilogia: «Non farti del male alcuno, perché noi siamo tutti qui».

Paola Quadrelli

BIBLIOGRAFIA

Hofmannsthal e il suo tempo, trad. di Ada Vigliani, a cura di Paul Michael Lützeler, Adelphi 2010, pp. 330

I sonnambuli, a cura di Massimo Rizzante, trad. di Clara Bovero, introduzione di Milan Kundera, postfazione di Carlos Fuentes, Mimesis 2010, pp. 716

Si vedano inoltre: Poesie, trad. di Vito Punzi, Città Nuova editrice 2009; Hannah Arendt, Hermann Broch, Carteggio 1946-1951, a cura di Roberto Rizzo, trad. di V. Punzi, Marietti 2006; Teatro, a cura e trad. di R. Rizzo, postfazione di Claudio Magris, Ubulibri 2001; Il Kitsch, a cura di Saverio Vertone e Roberta Malagoli, Einaudi 1990; Poesia e conoscenza, a cura di S. Vertone, Lerici 1965

Testi di critica citati: Luigi Forte, Romanzo e utopia. Hermann Broch e la trilogia dei Sonnambuli, Olschki, Firenze 1970; Laura Bazzicalupo, Tempo e storia in Hermann Broch, ESI, Napoli 1987.

da: Pulp Libri, luglio/agosto 2011, pp. 64-71

http://www.germanistica.net/2011/07/28/hermann-broch/

LA MORTE DI VIRGILIO di Hermann Broch ossia del DEL …

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Cristo si è fermato a Eboli

comincia, tu lo sai, con le parole: «Sono passati molti anni, pieni di guerra, e di quello che si usa chiamare la Storia». Ora, di nuovo molti anni sono passati, di guerra e di storia, e di mutamenti delle cose e degli uomini, anni cosí gremiti e densi e

rinnovatori che non possono descriversi con numeri, perché ogni loro momento vivo è stato, come avviene delle

cose reali, eterno

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TNT Outlook, la nuova “brand identity”….“METHOD AND SYSTEM FOR ANTICIPATORY PACKAGE …

TNT Outlook, la nuova “brand identity”. Ma cosa c’è veramente dietro?

ottobre 9th, 2014 | Category: capitale/lavoro, rassegna stampa
Il prossimo 16 ottobre il comparto produttivo logistico vivrà uno sciopero generale promosso dalle principali sigle sindacali che, in questi ultimi due anni, hanno sostenuto le lotte dei lavoratori delle principali multinazionali del facchinaggio e della global express distribution (TNT, DHL, SDA, GLS, etc.). Avremo modo nei prossimi giorni di tornare sull’argomento dello sciopero, ma oggi invece vogliamo condividere l’amara curiosità che ci ha destato la nuova campagna pubblicitaria della TNT, che abbiamo avuto il piacere di scoprire a partire da questo spot pubblicitario. Guardatelo anche voi, e poi ne riparliamo più sotto. -

 Andiamo con ordine e capiamo anzitutto da dove origina questa aberrante produzione. Alcuni giorni fa TNT ha lanciato la nuova campagna Outlook, la «nuova brand identity di TNT che sottolinea l’ambizione e la volontà dell’azienda di essere competitiva sul mercato». Crediamo sia superfluo in questa sede ribadire quanto influisca il marketing pubblicitario sui fatturati aziendali; quale forma di controllo sui dipendenti giochi la retorica del “sentirsi squadra e comunità” nel posto di lavoro (ne avevamo ampiamente parlato qui a proposito del modello Amazon e dell’inchiesta di Jean-Baptiste Malet). Nel comunicato emesso dalla multinazionale, che ha lanciato la campagna in 8 paesi europei promuovendo spedizioni gratuite promozionali in 26 destinazioni mondiali, si leggono alcune perle che è il caso di riportare. Prima di tutto, a scanso di equivoci, si afferma che

«La nostra strategia è chiara, vogliamo focalizzarci sui nostri punti di forza: le nostre persone, il loro approccio umano al servizio clienti, e la nostra rete. I clienti non sono codici a barre e noi non siamo robot. Capiamo molto bene cosa guida i nostri clienti: la crescita del business. Il tocco personale e il tempo speso per capire cosa vogliono davvero i clienti sono ciò che ci distingue dagli altri. Siamo The People Network»

Se non fosse per le lotte dei facchini della logistica negli ultimi due anni, qualcuno potrebbe forse sorvolare su tanta ipocrisia. Questo essere People Network, in realtà, nasconde i turni massacranti in hangar fuori norma, salari sotto la soglia del minimo sindacale, impossibilità di fruire dei diritti sindacali minimi, l’essere sottoposti alla vigile attenzione di dispositivi di controllo h24, oltre ad una ferrea propaganda anti-sindacale che limita (se non annulla, nella maggior parte dei casi) il sacrosanto diritto di sciopero e riunione dei lavoratori.
Ma la meschinità di questa campagna e del suo spot pubblicitario, non finisce di certo qui. Come riportato da un recente articolo, Dick van der Lecq, il GM dell’azienda di marketing pubblicitario Etcetera (quella che ha curato la campagna Outlook per TNT), ha dichiarato che mentre prima «i clienti acquistavano prodotti o marchio, oggi i clienti comprano consciamente un’azienda. Il DNA e le persone dietro a quel brand. Parlare con i dipendenti di TNT ci ha reso chiaro l’unico modo per esprimere il loro atteggiamento nei confronti dei clienti: un’azienda di trasporti umana. Un vero e proprio “camion umano” immortala a colpo d’occhio questo concetto nello spot televisivo. Il making of del video – realizzato in parte con dipendenti TNT – catturerà l’attenzione sui social media».

Un’intuizione più che vera questa, ma che – secondo noi – ha persino travalicato quelli che erano i business goals prefissati da van der Lecq, mettendo sotto i riflettori (inconsciamente) una delle realtà più gravi che plasma l’intero lavoro della TNT così come quello degli altri colossi della logistica. Quelle ruote fatte di uomini, quelle corse, quelle spedizioni che devono arrivare nonostante le strade bloccate, quelle catene umane di persone che si fanno automi, quelle braccia che non si fermano mai – tutto ciò è la pura verità, scevra dai mille sorrisi che sembrano restituire ai lavoratori protagonisti dello spot una dignità lavorativa che invece è prossima allo zero. Noi siamo certi che se la gente sapesse cosa c’è dietro la spedizione con TNT, come auspicato dal GM di Etcetera, se avesse avuto davvero modo di parlare con dipendenti, forse tutta questa pubblicità l’azienda non l’avrebbe avuta. Un’azienda che mente quando lancia una campagna sul “lato umano”, che perculeggia i lavoratori garantendo da un lato il proprio impegno affinché ci sia “un futuro sicuro e significativo per i dipendenti” (ma che vuol dire sicuro e significativo?!) e dall’altro, come dice in nonchalance la voce fuori campo dello spot, si cura di consegnare “rispettando le promesse, ovunque, ogni giorno, a qualsiasi ora”. E a qualsiasi costo, aggiungiamo noi. A costi bassi, per la manodopera dei facchini che stockano la merce nei magazzini, e per la sicurezza sul lavoro.

C’è un parte del video, infine, che ci ha fatto sorridere: quella in cui il traffico è in tilt, e il “camion umano” si sfalda ridando corpo ad ognuno dei lavoratori che lo componevano. Ci immaginiamo quel traffico, quell’ingorgo, dovuto ai blocchi stradali di chi sciopera e ferma la produzione, di chi lotta per una condizione salariale ed umana migliore. E quei lavoratori che corrono, fuggendo il camion aziendale, li vediamo andare verso i cancelli a dare man forte a chi già li ha serrati e resi inespugnabili. Che sia l’auspicio di questo sciopero, che sia ancora la lotta dei facchini e dei lavoratori della logistica a mantenere acceso l’innesco delle lotte.

http://www.militant-blog.org/?p=11205

“METHOD AND SYSTEM FOR ANTICIPATORY PACKAGE …

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Il regime del salario #6. Il TFR magico e la finanziarizzazione del welfare

Il regime del salario #6. Il TFR magico e la finanziarizzazione del welfare

di LAVORO INSUBORDINATO

→ vedi anche Il regime del salario #1#2#3#4, #5

Bosch il prestigiatore

La bacchetta magica con cui nel bel paese immaginario si sarebbe trasformata la crisi in prospettiva di crescita mostra finalmente tutto il potere delle sue illusioni. Il nostro eccentrico illusionista ha avuto un colpo di genio degno di uno che scala le classifiche del prestigio internazionale. Il trucco che ci presentano oggi i nostri saltimbanchi in giacchetta di pelle è (rullo di tamburi): il TFR in busta paga! La logica è: «aumentati il salario da solo, perché il mercato deve ripartire e noi contiamo su di te»! È un po’ come se, nel mezzo dello show, il nostro prestigioso illusionista avesse richiesto l’aiuto di un volontario dal pubblico e avesse preso per le orecchie il lavoratore in prima fila per infilarlo alla bell’e meglio nella scatola magica che lo farà a fette…

Ancora una volta, infatti, lavoratori e lavoratrici dovrebbero indirettamente farsi carico dell’allarmante mancanza di liquidità delle aziende e della crisi finanziaria, questa volta autofinanziandosi l’aumento del salario. In che modo? La proposta è ancora vaga, ma l’idea che negli ultimi giorni è circolata a più riprese è che il lavoratore potrà «scegliere», al posto di un aumento di salario che è ormai un ormai miraggio, di farsi anticipare parte del salario lordo, il TFR – di norma non percepibile immediatamente ma messo da parte in vista di una liquidazione futura – senza però gravare sulle casse dell’impresa. Quest’ultima, infatti, potrà chiedere alla banca (che aderirà a un’apposita convenzione su base volontaria), padrona indiscussa di questa operazione, di anticipare la somma da versare al lavoratore, che verrà poi rimborsata dall’impresa alla banca alla fine rapporto di lavoro con la stessa remunerazione garantita al TFR in azienda. Le aziende cioè continuerebbero ad accantonare il TFR nel modo attualmente previsto (nel proprio bilancio, versandolo all’INPS o a un fondo di previdenza, secondo la normativa) e a pagare l’importo della liquidazione al momento della chiusura del rapporto di lavoro. La quota annuale o mensile al lavoratore che ne fa richiesta verrebbe erogata da un’istituzione finanziaria (banche o Cassa Depositi e prestiti). Alla fine del rapporto di lavoro, l’impresa erogherebbe la liquidazione non al lavoratore che «teoricamente» (visto che una parte gli è stata sottratta dallo Stato tramite la tassazione ordinaria) l’ha già ricevuta, ma all’istituto bancario che ha fornito l’anticipo e che guadagnerebbe un tasso di rivalutazione del TFR all’1,5% più lo 0,75% dell’inflazione (oggi equivalente a 2,25%). In questo modo le imprese non dovrebbero sopportare costi aggiuntivi perché il costo dell’intermediazione bancaria (a carico dell’impresa) sarebbe esattamente quello che l’impresa già oggi sostiene per remunerare il TFR. Nel caso in cui l’impresa si trovasse nella condizione di non poter pagare, la banca sarà garantita da un apposito fondo INPS (con contro-garanzia dello Stato), pagato dai contribuenti. Questo è a tutti gli effetti un autofinanziamento, senza contare che gli unici a rimetterci sarebbero i lavoratori perché, mentre le banche guadagnano interessi sul prestito, le aziende vedono tutelata la loro liquidità e rimborsano le banche a parità di condizioni, i lavoratori dovrebbero invece pagare una tassazione ordinaria sul TFR anticipato, dal quale lo Stato guadagnerebbe non poco. Inoltre, tutti i lavoratori nel loro complesso finirebbero per pagare con le loro imposte tutti quei TFR che le imprese realmente o appositamente fallite non potrebbero più rimborsare alle banche. Insomma tutti contenti tranne lavoratori e lavoratrici che, come i bambini al circo, dovrebbero fare i volontari paganti nel gioco di prestigio, venendo «usati», ufficialmente, per far ripartire i consumi e per i profitti dei veri protagonisti. Si tratta però anche di un processo di finanziarizzazione del welfare, o meglio, a ben vedere, di una finanziarizzazione «d’uscita», ovvero di un’operazione finalizzata a far uscire il «welfare» dalle aziende, trasformando la previdenza sociale in salario con la bacchetta magica della finanza. Paradossalmente, con l’ingresso della finanza nel rapporto di lavoro, il welfare scompare. Il TFR infatti è pur sempre uno strumento della previdenza sociale, ma allo stesso tempo è completamente inglobato nel bilancio delle aziende secondo una finanziarizzazione in entrata. La richiesta del TFR in busta paga rappresenta una finanziarizzazione in uscita, che è possibile solo grazie all’intervento delle banche, proprio perché chi ha goduto degli effetti dell’entrata non sarebbe in grado di liberare autonomamente quello che ha funzionato a tutti gli effetti come un prestito dei lavoratori alle imprese.

Il TFR in busta paga, infatti, è estremamente funzionale alla frammentazione del lavoro e alla conversione del welfare universale in un welfare secondario gestito a livello di impresa, i cui aspetti previdenziali si affermerebbero più facilmente come leva gestionale delle cosiddette risorse umane, da un lato riducendo la concorrenzialità dei fondi complementari a cogestione sindacale (fondi pensione di vario tipo) e dall’altro conseguendo riduzioni di costo del lavoro sotto il profilo sia contributivo sia fiscale.

La possibilità di ottenere il TFR in busta paga in base all’ultimo provvedimento proposto dal nostro grande e potente Houdini riguarda soltanto quelle lavoratrici e quei lavoratori del settore privato che sono tutelati da contratti «standard» e che maturano un TFR, mentre non è prevista per i dipendenti pubblici e per tutte quelle tipologie di contratti precari e accessori dove il TFR o non c’è o è minimo. Secondo gli esperti della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro «è necessario sottolineare che questa proposta non porterà a un aumento delle retribuzioni. Si tratta, infatti, solo di un sistema di autofinanziamento con cui i lavoratori si anticipano indennità future, mettendo però a rischio gli equilibri pensionistici e indirizzando i futuri pensionati a una misera esistenza».

Uno sguardo al futuro di queste riforme del lavoro, tese a stabilizzare la precarietà anziché la condizione di lavoratori e lavoratrici, ci permette di prevedere (anche noi abbiamo i nostri poteri magici!) che questa proposta è l’ennesimo gioco di prestigio per lavoratori e lavoratrici che si trovano di fronte ai contratti accessori e precari tramite i quali non potranno far alcun riferimento a tutele previdenziali e a diritti sul lavoro per come li abbiamo conosciuti nei contratti indeterminati. Figuriamoci scelte discrezionali sul TFR! Anche per un illusionista così bravo è difficile far comparire il TFR dove non c’è. Ma in compenso bisogna ammettere che è molto bravo a farlo scomparire dove c’è e non si tratta affatto di pochi intimi. Pur essendo una decisione volontaria quella di usufruire del TFR nell’immediato, è chiaro che il lavoratore è messo alle strette e la proposta segue la formula magica: riformiamo il lavoro con la crisi finanziaria. Questa è la vera scatola magica dalla quale nessun lavoratore è finora uscito intero. Sembra invece che il trucco delle tre carte – governo banche e imprese – funzioni molto bene perché oggi permette di rendere produttiva l’erosione del welfare a scapito dei redditi dei lavoratori e delle lavoratrici.

Ma allora perché molte imprese hanno storto il naso di fronte a questo provvedimento? Se è vero che con ogni probabilità le piccole e medie imprese saranno tutelate e non sopporteranno costi aggiuntivi (anche se bisogna vedere quale sarà la soglia considerata…), è anche vero che l’accordo con le banche non sarà valido per tutte e le grandi aziende dovranno fare da sole. Il problema delle illusioni è che producono realtà, vale a dire, in questo caso, la legittimazione politica di un mago da cabaret. Non basta perciò strappare il sipario o svelare a gran voce l’illusione, guastando la festa al pubblico pagante, perché è dimostrato che con 80 euro si possono comprare molte cose ed è veramente ridicolo dire che non servono a niente. O che sono un’ingiustizia. Quello che bisogna fare è cambiare la realtà di chi ogni giorno fa i conti in euro mancanti.

Come si deve fare con ogni prestigiatore, quindi, seguiamolo, senza farci distrarre da tutti i suoi trucchi. Con l’erogazione mensile del TFR lo stipendio aumenterebbe e si avrebbero più soldi da spendere subito, il tutto nell’ottica dell’aumento del potere d’acquisto, del rilancio dei consumi e del «viviamo il presente» speculando sul futuro dei precari. Carpe diem! Cogli la rosa quando è il momento che domani appassirà! (e questa appassirà anche prima di domani…) Ogni rosa ha però le sue spine:

Non si può parlare di un reale aumento del salario, perché l’incremento percepito appartiene già a lavoratori e lavoratrici. C’è solo uno spostamento temporale e non in termini di guadagno, nell’ottica della produttività dell’incertezza. Il trucco in questione penalizza i redditi più alti, perché applicando la tassazione ordinaria, le tasse aumentano con l’aumentare del reddito. Il lavoratore gode di un aumento immediato del salario, una somma che ora accantona o sfrutta, ma alla fine prende meno soldi perché nel lungo periodo paga più tasse e rinuncia a una delle poche forme di risparmio che garantisce interessi certi e rischi zero. La chiamavano previdenza…

Non si può parlare di un reale aumento del salario, perché se il reddito mensile aumenta, il reddito annuo rimane lo stesso e forse diminuisce a causa della tassazione ordinaria sul TFR e dell’aumento delle tasse sui fondi complementari. La realtà è che la questione del salario non è ancora stata affrontata direttamente, intervenendo realmente sul suo aumento e istituendo un salario minimo che non giochi al ribasso.

Non si può parlare di un reale aumento del salario, anche perché si tratta in ogni caso di percepire cifre minime. Gli esperti della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro stimano infatti che ci sarebbe un aumento di 40 euro se il TFR venisse erogato al 50%, di 62 euro se erogato al 75% e di 82 euro se erogato al 100%. Queste cifre comporterebbero comunque un maggior imponibile ISEE, perché, come abbiamo detto, non sarebbero più considerate come retribuzione speciale, com’era in passato in caso di TFR anticipato, ma come retribuzione ordinaria, vale a dire priva delle agevolazioni fiscali della prima, imponendo quindi ai lavoratori il pagamento delle imposte al tasso ordinario. In parole semplici, il lavoratore se la suona e se la canta, ma soprattutto se lo paga, l’aumento di salario. Questi soldi, infatti, come i famosi 80 euro in busta paga, che dovrebbero migliorare la qualità della vita presente, non solo lo faranno al costo di rendere miserabile quella futura (la rosa appassita), ma nei fatti non miglioreranno neppure le condizioni attuali, perché si tratta solo di entrate ottenute a caro prezzo per il lavoratore, di un’illusione ottica, dal momento che questi soldi vengono decurtati del valore delle agevolazioni fiscali. In questo modo, il guadagno immediato sul salario passa dalle tasche dei lavoratori alle imprese (che potranno così gestire al meglio le loro risorse umane senza il grattacapo degli aumenti salariali), dalle imprese alle banche e alle casse dello Stato (le spine!)

Dulcis in fundo, questa misura ha un effetto negativo sulla previdenza integrativa, provocando un aumento delle tasse sui fondi pensione (dal 12,5 al 20%).

Il trattamento di fine rapporto perde in questo modo definitivamente la sua natura previdenziale a tutela di lavoratori e lavoratrici per diventare uno dei tanti strumenti per governare la crisi fuori dall’emergenza, per gestire normalmente la precarietà quotidiana, imponendo un nuovo modello di cittadinanza che renda cogente la coazione al lavoro e garantisca la circolazione produttiva della povertà. Si tratta di quell’illusione progressiva del welfare che a livello globale sta ridefinendo i rapporti di forza e che segna la trasformazione definitiva del welfare in dispositivo di riproduzione della forza-lavoro e di messa a valore dell’incertezza. Dalla monetizzazione alla finanziarizzazione del welfare, oggi le riforme sul lavoro si fanno riducendo tutto al nudo salario e stabilendo così un comando ferreo su ogni forma di cooperazione sociale. Il regime del salario si impone grazie a questa illusione continua della possibilità del lavoro, nella forma tanto evocata dell’occupabilità, che agita pochi quattrini in cambio di una condanna all’incertezza.

Come gli incantesimi delle vecchie streghe nelle favole di una volta, la riforma del welfare in tutta Europa promette qualcosa oggi per togliere molto domani. La differenza è però che quello che promette oggi è meno di quello che ci spetta. Le streghe erano assai più generose.

Come in ogni favola che si rispetti la maledizione si combatte organizzando un piano per colpire la strega. La nostra priorità ora deve essere quella di opporre a queste illusioni letteralmente da quattro soldi una comunicazione politica capace di non solo metterle a nudo, ma anche di organizzare un’offensiva reale, complessiva e non occasionale, cioè in vista di quell’avvenire che governi, imprese e banche non sanno immaginare. Dobbiamo riuscire a essere il coccodrillo per Capitan Uncino. Dobbiamo smetterla di farci rubare il tempo sotto forma di denaro. Il tempo è dalla mia parte, diceva qualcuno. E ognuno dovrebbe finalmente poterlo dire per sé.

http://www.connessioniprecarie.org/2014/10/20/il-regime-del-salario-6-il-tfr-magico-e-la-finanziarizzazione-del-welfare/

Il regime del salario 1: Voucher, ovvero del lavoro …

Il regime del salario 3. «Job sharing» e «baby-sitting voucher»

Il regime del salario 4: Formarsi e dirsi addio: l …

 

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