Il Pittor Parigino Domenico Cimarosa : musica napoletana

Trama

Monsieur de Crotignac, pittore francese innamorato di Eurilla – ricca ragazza appassionata di poesia – è un giovane di nobile estrazione che ora si guadagna da vivere tramite le sue opere di pittura. il barone Cricca, un nobile in là con l’età con un temperamento collerico e assai geloso, è il fidanzato di Eurilla e ha commissionato al giovane pittore un ritratto della ragazza. Mentre Eurilla si diletta a scrivere un suo componimento drammatico, il suo segretario Broccardo le legge il testamento lasciato dal padre. Nel documento è promessa una ricca eredità alla giovane fanciulla che diventerà effettiva proprietà della ragazza solo dopo il suo matrimonio col barone Cricca. Il testamento contiene poi un’altra insidiosa postilla: in caso in cui Eurilla decidesse di sposare un altro uomo, l’eredità passerà immediatamente alla di lei cugina Eurilla. La ragazza, a questo punto, è lacerata tra il suo amore per Crotignac e il miraggio della ricca eredità. Intanto proprio la cugina Eurilla (che fu, a suo tempo, amante respinta del baron Cricca e che ancora lo ama) giunge da Marsiglia travestita da cantante d’opera e tenta di screditare Cricca agli occhi di Eurilla per costringerla a rompere il fidanzamento. I successivi vari intrecci della trama si fanno via via più complicati quando le attenzioni di Crotignac nei confronti di Cintia scatenano le gelosie di Eurilla. Alla fine, Eurilla sceglie l’amore al posto dell’eredità e decide di sposare l’amato pittore; Cricca, a questo punto, può sposare Cintia diventata proprietaria della ricca eredità.

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Hidden treasures – Domenico Cimarosa – Il pittore parigino (1780 …

 

Gli Orazi e i Curiazi, Domenico Cimarosa ; musica napoletana …

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Juan Rodolfo Wilcock by doppiozero – El caos – EspaPdf – El ángel

Wilcock, iconoclasta solitario

El caos – EspaPdf

“Sarà esistito davvero?”: è questa la domanda che mi faccio sempre ogni volta che chiudo un suo libro. Sarà esistito veramente Juan Rodolfo Wilcock, o è soltanto un personaggio partorito dalla fantasia di qualcun altro? Prima ancora che uno scrittore (Adelphi, suo editore “storico” sta pian piano ristampando in edizione economica tutte le sue opere), Wilcock è in effetti un gran personaggio letteario. Anche per questo, non mi ha sorpreso più di tanto ritrovarlo fra le pagine del non-fiction novel di Sandra Petrignani Addio a Roma (Neri Pozza, 2012), indispensabile regesto di aneddoti sulla Roma delle Arti e delle Belle Lettere a cavallo del mezzo secolo.

Il “personaggio-Wilcock” possiede innegabilmente un suo pittoresco fascino, a cominciare dalla scelta di vivere nell’estrema periferia capitolina, in un fabbricato anonimo di via Demetriade, fra la Tuscolana e l’Appia Nuova: un appartamento che l’amico Elio Pecora ricorda «barocco, pieno di libri, di polvere e peli di cane» e dove Sebastiano Vassalli ricordava d’aver preso anche le pulci («e non fu facile debellarle»). Né passava inosservata la sua aria da dandy straccione, con gli abiti acquistati di seconda mano e un laccio da scarpe al collo invece della cravatta: «Un gioco di parole: fra callo e collo», come egli stesso spiegò a una perplessa Ginevra Bompiani.

Wilcock interpreta Caifa ne “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini, 1964.

E ancora: Wilcock, l’intellettuale dalla cultura cosmopolita (nato a Buenos Aires da padre inglese e madre svizzero-italiana); l’ingegnere con incorporata la vocazione alla scrittura (come vuole la tradizione: Musil, Gadda…); il giovane protetto della triade Borges-Ocampo-Bioy Casares; il poeta che, nonostante la promettente carriera letteraria in patria, abbandona l’Argentina a metà degli anni Cinquanta. Celebri le parole che rivolse, prima di imbarcarsi, all’amico scrittore Héctor Bianciotti: «Se non te ne vai subito da questo Paese sei perduto per sempre. C’è una nave che parte per l’Italia tra venticinque giorni, non è cara. Io la prenderò».

Anche se quello di Wilcock si sarebbe ben presto rivelato un esilio nell’esilio (persino la cittadinanza italiana gli venne concessa postuma), lui fece comunque della lingua italiana la propria patria letteraria, lasciando memorabili versioni di scrittori anglofoni – autori tutt’altro che agevoli, dall’amatissimo Joyce (pagine scelte dal Finnegans Wake, recentemente raccolte dal wilcockiano Edoardo Camurri e pubblicate da Giometti & Antonello), a Flann O’Brien (Una pinta d’inchiostro irlandese).

Importanti le sue incursioni nella pubblicistica: Il punto, Il Mondo, La voce repubblicana, L’espresso. Su Il punto teneva una rubrica dal titolo sfacciatamente borgesiano (“La biblioteca di Babele”), in cui, al posto dei libri da leggere, (s)consigliava quelli “da non leggere”. Inutile precisare che si trattava perlopiù di titoli inesistenti. Qualcosa di analogo fece su Il Mondo di Mario Pannunzio, ove tra l’altro già pubblicava velenossissimi elzeviri sulla società letteraria degli anni Sessanta. Secondo Roberto Calasso, Wilcock sostituì per un certo periodo Nicola Chiaromonte come critico teatrale. Ma, poiché «andare a teatro lo annoiava profondamente», s’inventava di sana pianta gli spettacoli da recensire. Particolarmente apprezzate erano le regie del catalano Llorenz Riber, che era arrivato a mettere in scena le Ricerche filosofiche di Wittgenstein e che finì divorato da un leone nei pressi di Fort Lamy, nel Ciad, in circostanze che l’autore tiene a definire «ancora oscure».

Questa di Riber è una delle trentasei “voci” biografiche de La sinagoga degli iconoclasti, che Wilcock pubblica nel 1972 per Adelphi. Intervistato dalla Rai in occasione dell’uscita del libro, egli lo descrive come «una collezione di scienziati fasulli… Li ho presi abbastanza sul serio, non ho preso in giro nessuno. Tutte le teorie si possono perdonare. Se legge una storia della scienza, vedrà che tutti i più grandi filosofi hanno proposto teorie che stanno più o meno sull’orlo del ridicolo…».

Libro amatissimo da Roberto Bolaño, che a quanto pare vi ricavò lo spunto iniziale per il suo La letteratura nazista in America, più che nel solco delle Finzioni di Borges (riferimento tanto ingombrante quanto ovvio), La sinagoga sembra volersi collocare a modo suo in quello delle Vite immaginarie narrate da Marcel Schwob: brevi biografie tracciate con l’impassibile rigore filologico del compilatore di epitomi. Uno stile che, in questo caso, contribuisce ad acuire la sensazione di vertigine: pagina dopo pagina, il lettore si rende conto che il contenuto riportato dalle singole “voci” fa decisamente a pugni non soltanto con la logica, ma anche con le più elementari leggi della fisica. A confondere ulteriormente le acque, ci si mette una nota conclusiva di Wilcock, che avverte il lettore di come alcune di quelle biografie siano state ricavate da testi a prima vista attendibili come In the Name of the Science di Martin Gardner; e di come altre siano ispirate a personaggi realmente esistiti, incluso un bisnonno italiano dell’autore. Nel frattempo, però, noi ci siamo innamorati di personaggi come Aaron Rosenblum, deciso a riportare indietro le lancette del progresso umano fino all’Età Elisabettiana; come Roger Babson, fondatore dell’istituto scientifico più inutile del XX secolo, dedicato alla ricerca della sostanza «capace di isolare e annullare la forza di gravità»; o come Klaus Nachtknecht, «geologo tedesco di nessuna fama», il quale, convinto che «nulla giova alla salute come vivere sopra un vulcano», si impegnò nell’impresa di costruire una catena alberghiera alle falde dei vulcani attivi di mezzo mondo e perì sotto un’eruzione nel 1924.

Libro “gemello” della Sinagoga è Lo stereoscopio dei solitari, pubblicato nel medesimo anno dal medesimo editore e riedito in edizione economica pochi mesi fa. L’autore lo presentava come «un romanzo con settanta personaggi principali che non s’incontrano mai». Più che romanzo in senso canonico, è una serie di frammenti che sembrano quasi ricavati da narrazioni più ampie (inizi in medias res, conclusioni sospese, tronche, impreviste) e che tuttavia risultano compatti, completi in ogni loro parte – esattamente come le immagini stereoscopiche riuscivano a riprodurre, su scala ridottissima, interi mondi: favolosi scenari tridimensionali che facevano sognare la piccola borghesia europea del XIX secolo.

Nello stereoscopio di Wilcock, però, non c’è più posto per la meraviglia. Per quanto le sue prose siano disseminate di personaggi biblici (L’angelo), classici e mitologici (Il centauro, Medusa, La sirena), tutti risultano in qualche modo degradati, anacronistici. Solitari, appunto: ultimi superstiti non soltanto di una ipotetica “età dell’oro”, ma anche di una letteratura che non esiste più – se non sotto forma di parodia o di trivializzazione. Come nel racconto L’aruspice, nel quale l’indovino del titolo, ridottosi a leggere il futuro frugando nelle viscere dei polli d’allevamento («notoriamente imprecisi nelle loro indicazioni»), deve oltretutto fare i conti con il proprio stipendio d’impiegato ministeriale. O come ne Il vanesio, in cui Wilcock traccia il ritratto di Fanil, che «ha la pelle e i muscoli trasparenti, tanto che gli si vedono i diversi organi del corpo, come rinchiusi in una vetrina». Ma tutto questo non sembra meravigliare nessuno. Anzi, scrive Wilcock, «riesce estremamente spiacevole», poiché Fanil non fa che «mettere in mostra» la sua peculiarità: «Invece di nasconderla, se ne vanta […] come se dopotutto non avessimo tutti un cuore, uno stomaco e due polmoni».

Nel disincantato universo wilcockiano, gli effetti di mise en abyme e altri trucchi non producono alcuna magia, ma soltanto allucinazioni, disagio e inquietudine. Se l’idea di base del racconto I cani da esca può ricordare certe sequenze dei film di Tex Avery, col malcapitato di turno sballottato fuori e dentro il fotogramma, Wilcock sceglie di descriverla dal punto di vista del protagonista. Al riso si sostituisce inevitabilmente l’angoscia di qualcuno costretto a vivere «come un naufrago che si appiattisce sul suo scoglio viscido [...] aggrappato alle tre dimensioni di ogni giorno per paura di scivolare della quarta». Il mondo narrativo dello Stereoscopio non conosce possibilità d’uscita. Le uniche vie di fuga sono l’autosegregazione, anche a rischio della vita (Nel buio) o la follia. In uno dei racconti a mio avviso più belli della raccolta, Liberazione, il protagonista si sottopone di sua sponte a una serie di pratiche lobotomizzanti: anche in questo caso, gli accenti comici, per certi versi affini al cinema di René Clair (la cerimonia funebre messa a soqquadro con un lancio di… carciofi, il salmone servito a tavola con ripieno di polvere pirica) finiscono via via raggelati da uno sguardo “scientifico”, alla Raymond Roussel, privo di empatia e di enfasi. Quello di Wilcock è un comico che non fa ridere.

Da dove Wilcock estragga questa comicità negativa non è facile dirlo. Una possibile lettura potrebbe partire dal rifiuto – ovviamente aristocratico e venato di misantropia – della contemporaneità. Ne è un esempio il bozzetto Gli amanti, nel quale il tema dell’amore “libero” (siamo agli inizi degli anni Settanta) viene declinato nell’orrida immagine dei due protagonisti, intenti a divorarsi l’un l’altra: «Anestetizzati dal desiderio, si strappano grossi pezzi di carne con i denti [...] si bevono l’un l’altro il sangue; poi, sazi, fanno di nuovo l’amore, come possono [...] Non sono belli a vedersi, certo, insanguinati, dilaniati, appiccicosi; ma il loro amore è al di sopra delle convenzioni». Un’indole da “moralista darwiniano” che sfocia addirittura nell’apocalittico con l’ultimo racconto Le forme nuove, quasi un referto su una palingenesi nucleare prossima ventura che, cancellata in blocco l’umanità, darà origine a nuove forme di vita «molto ardue da descrivere nei termini che si usavano prima della fine del mondo».

Un’altra lettura possibile coinvolge invece lo stesso Wilcock e la sua condizione di marginale, di «ospite assai singolare della nostra letteratura – per non dire un alieno» (così lo presentava Adelphi all’epoca dell’esordio). Quanto c’è di autobiografico in questi ritratti di singolarissimi dropout? E non mi riferisco soltanto a quei racconti che alludono in modo scoperto alle tare della società letteraria dell’epoca (La lettrice, in cui una gallina viene assunta come consulente editoriale; Le bambole, che assimila gli scrittori a pupazzi), e che costituiscono quasi una riscrittura “poetica” delle cronache letterarie raccolte ne Il reato di scrivere. Proprio in quest’ultimo libretto (una silloge edita da Adelphi a cura del solito Camurri), all’interno di un testo intitolato Illusione e critica, Wilcock sembra far luce le componenti “autobiografiche” della propria scrittura.

«Per due motivi noti di carattere biologico (il sesso e la nutrizione)», scrive, «siamo costretti a sopportare l’esistenza, la vicinanza e perfino il contatto di esseri contrari alla nostra ragione; questi esseri vengono genericamente chiamati gli altri». La felicità e il privilegio dei grandi scrittori consiste perciò nel sostituire «le orribili (perché incomprensibili e incomprensive) persone che ci circondano con esseri immaginati, comprensibili e comprensivi, dunque piacevoli». Forse è proprio questo che spinge Wilcock a prendere sul serio i folli scienziati della Sinagoga, a raccogliere vite di reietti nello Stereoscopio: creare un mondo a propria (dis)misura, alla maniera di Lewis Carroll (il quale, ricorda Wilcock, riusciva a concepire «la vita alla stregua di un dialogo fra una tartaruga e un termometro»). Al tempo stesso, l’opera di Wilcock testimonia il fallimento di questa possibilità: forse perché non esistono più grandi scrittori, ma soltanto scrittori mediocri, «costretti viziosamente a riprodurre gli esseri che già conoscono: il più delle volte degli esseri umani».

Non saprei dire se Wilcock soffrisse oppure – almeno un poco – godesse della propria marginalità. Di sicuro, buona parte delle testimonianze di chi lo conobbe personalmente ci restituisce l’immagine di un uomo animato nel profondo da una sorta di cupio dissolvi. È ancora Vassalli a raccontare, per esempio, che, durante un loro incontro, lo scrittore se ne uscì con una definizione lapidaria: «L’amore e l’amicizia vanno e vengono; il solo sentimento durevole è l’odio. Se qualcuno ti odia non sei mai solo». C’è tutta la cupa grandezza di Wilcock, in questa frase, e anche i suoi limiti. Forse non è un caso che, nel Vangelo di Pasolini, egli avesse interpretato la parte di Caifa, l’Antagonista per eccellenza. Può darsi che sia soltanto una suggestione letteraria, ma credo che in qualche modo Wilcock si divertisse a essere odiato, messo ai margini, disprezzato. Soltanto qualcuno che cerca il disprezzo altrui (dei suoi ex-amici Morante e Moravia, per esempio) poteva accettare di collaborare alla pagina culturale di un quotidiano ultraconservatore come Il Tempo, oltretutto diretta all’epoca da Fausto Gianfranceschi, neofascista conclamato. Soltanto qualcuno che vuole ostinatamente stare ai margini poteva scegliere di autosegregarsi nella campagna laziale, in un casale di contadini, con la sola compagnia del proprio bestiario e di qualche occasionale amico, come il solito Pecora («Ci restai sette mesi. Era un posto delizioso, pieno di rose»).

Il 16 marzo 1978 Wilcock moriva, a soli 58 anni, in quel di Lubriano, nel viterbese. Per una coincidenza beffarda e al tempo stesso drammatica, che pare ancora una volta uscita da uno dei suoi libri, era lo stesso giorno del rapimento di Aldo Moro. A parte Gianfranceschi su Il Tempo, quasi nessuno, ovviamente, prestò attenzione alla sua morte. Wilcock aveva scritto: «Felici furono Kafka, Lewis Carrol, Joyce: brevi tratti di vita occidentale dedicati, fra una vita e una morte quasi contemporanee, al sorriso e al divertimento generosi». Si può dire che il destinoo lo abbia esaudito.

http://www.doppiozero.com/materiali/wilcock-iconoclasta-solitario

El caos | Juan Rodolfo Wilcock x MBA –

El ángel

[Minicuento - Texto completo.]

Juan Rodolfo Wilcock


El ángel Elzevar está desocupado, lo único que sabe hacer es llevar mensajes pero ya no hay más mensajes que llevar, y entonces el ángel da vueltas revisando en la basura del gran basurero municipal en busca de restos de comida y sobras de fruta: algo tiene que comer. De noche, hizo la prueba de recorrer la orilla del río en calidad de prostituto todo servicio, y de hecho sabe hacer muchas cosas y su condición angélica lo exime de cualquier escrúpulo moral; pero la mayoría de las veces el encuentro termina mal, por ejemplo cuando el cliente, antes o después, descubre que Elzevar no tiene sexo: por lo que parece, en ciertas ocupaciones el sexo es particularmente requerido, e incluso indispensable. Para aplacar al desilusionado cliente, Elzevar le muestra un poco cómo vuela, primero a la derecha, después a la izquierda, después le pasa sobre la cabeza y le desordena los cabellos como una brisa ligera; pero los clientes de la orilla del río exigen algo más concreto que una normal exhibición de levitación; uno le mordió el tobillo en pleno vuelo, otro calvo con peluca lo llamó sodomita y un tercero lo denunció a la policía, basándose en un artículo del Código Penal que prohíbe exaltar la seducción y otros dos artículos del Código de Navegación Aérea relativos al vuelo urbano sin documentos. Después de lo cual Elzevar tuvo que mudarse a otro recodo del río, peligrosamente frecuentado por familias y pescadores con cañas, incluso de noche.

Estos inconvenientes, natural consecuencia de su desocupación temporaria, no pueden realmente preocupar a un ángel. Para comenzar los ángeles son inmortales, y son pocos los mortales que pueden decir lo mismo. En cuanto a la falta de mensajes, un día u otro tendrá que terminar. Nuevos emisores se están alistando, y los potenciales receptores por cierto no escasean. Ya en el pasado le sucedió estar sin trabajo por períodos más o menos largos, sin hacer nada. Basura de comer nunca le ha faltado; es verdad que la prostitución angélica ya no es lo que era , pero de cualquier forma, hasta que esté listo el nuevo mensaje, hay que seguir en contacto con los hombres. Mientras tanto Elzevar siempre puede encontrar trabajo en un circo, en tanto lamentablemente muchas cosas cambiaron desde que existe la televisión. Si el Gran Silencio durase mucho, otros caminos interesantes y poco recorridos se le abren: por ejemplo el cine underground, la aplicación de antiparasitarios, la manutención de computadoras, la limpieza de ascensores y los desfiles masculinos de moda.

FIN

http://ciudadseva.com/texto/el-angel-2/



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Ti racconto una fiaba e non solo di Oscar Wilde

La fiaba

Una mattina il vecchio topo di fogna sporse la testa fuor della tana: aveva gli occhietti acuti scintillanti, due ispidi baffi e una lunga coda nera che sembrava di gomma. Nello stagno gli anatroccoli, gialli come canarini, nuotavano qua e là, e mamma anatra, che aveva le piume d’un candore abbagliante e le zampe d’un bel rosso vivo, insegnava loro a tenersi con la testa alta nell’acqua.

“Non potete entrare mai nella buona società, se non sapete tenere alta la testa” continuava a dire, e ogni tanto mostrava con l’esempio come dovevano fare. Ma gli anatroccoli non le davano retta, perché erano così giovani da non capire quale vantaggio fosse l’essere ammessi nella buona società.

“Che figlioli disubbidienti!” gridò il vecchio topo, “non meritano proprio di essere annegati”.

“Niente affatto” rispose l’anatra, “da principio, tutti dobbiamo imparare, e i genitori non sono mai abbastanza pazienti”.

“Oh! Io non m’intendo affatto delle cose che riguardano i genitori” disse il vecchio topo “perché non sono sposato, e nemmeno ho voglia di sposarmi. L’amore della famiglia è certamente una bellissima cosa, ma l’amicizia è un sentimento molto più elevato. Ti assicuro che io non conosco nulla al mondo di più nobile e più raro di un amico devoto”.

“Mi piacerebbe sapere come t’immagini che debba essere un amico devoto” intervenne un fanello verde che aveva ascoltato la conversazione standosene posato in cima a un salice.

“Già, è proprio quello che vorrei sapere anch’io” aggiunse l’anatra, e si allontanò a nuoto fino in fondo allo stagno, tenendo ben dritta la testa per dare il buon esempio ai suoi figliolini.

“Che sciocca domanda!” esclamò il topo. “Penso che un amico devoto dovrebbe essermi devoto davvero, ecco tutto”.

“E che cosa daresti tu in cambio?” domandò l’uccellino volando sopra un ramoscello argenteo e scuotendo le alucce.

“Non ti capisco”, rispose il topo.

“Allora ti racconterò una storia su questo argomento” disse il fanello.

“E’ una storia che mi riguarda?” domandò il topo. “Se è così, ti starò ad ascoltare, perché mi piacciono molto i racconti”.

“Va proprio bene per te” rispose il fanello. Poi scese a volo sulla riva dello stagno e cominciò il racconto dell’amico devoto.

“C’era una volta” disse “un onesto giovane chiamato Hans”.

“Era una persona distinta?”, domandò il topo.

No, non lo era affatto, se non per il suo cuore generoso e per la buffa faccia rotonda sempre di buon umore. Viveva solo solo in una casetta di legno e lavorava tutto il giorno nel giardino. In tuta la regione non ve n’era un altro bello come il suo. Vi crescevano garofani screziati e violacciocche, verbaschi e convoli, rose damaschine e gialle, crochi lilla e oro, viole purpuree e bianche. Le campanule, la reseda, la maggiorana e il basilico silvestre, il giglio, il narciso e il ciclamino fiorivano e sbocciavano secondo l’ordine naturale. A mano a mano che i mesi passavano, un fiore prendeva il posto dell’altro, cosicché vi era sempre qualcosa di bello da ammirare, mentre gradevoli odori profumavano l’aria.

Il giovane Hans aveva molti amici, ma il più devoto fra tutti era Hugh il mugnaio. In verità il ricco mugnaio era così devoto al piccolo Hans che, passando accanto al giardino, non poteva fare ameno di sporgersi al disopra del muretto di cinta e di cogliere un gran mazzo di fiori oppure manciate di erbe profumate. Quando era la stagione dei frutti, si riempiva le tasche di susine e di ciliegie.

“I veri amici devono avere tutto in comune” soleva dire il mugnaio, ed il piccolo Hans assentiva sorridendo ed era molto orgoglioso che il suo amico avesse idee così nobili.

Qualche volta, veramente, i vicini pensavano che era un po’ strano che il ricco mugnaio non desse mai niente in cambio al piccolo Hans, sebbene avesse un centinaio di sacchi di farina ammassati nel mulino e sei mucche da latte, e anche un grosso gregge di pecore lanose; ma Hans non aveva mai l’animo turbato da simili pensieri, e niente gli dava maggior piacere dell’ascoltare le meravigliose cose che il mugnaio diceva sul disinteresse della vera amicizia.

Il giovane Hans dunque seguitava a lavorare il suo giardino. Durante la primavera, l’estate e l’autunno era felice, ma quando veniva l’inverno, ed egli non aveva né frutti né fiori da portare al mercato, soffriva molto la fame e il freddo, e spesso doveva andarsene a letto dopo aver mangiato per cene soltanto un pugnerello di pere secche e qualche noce. D’inverno inoltre era molto solo, perché il mugnaio in quella stagione non andava mai a trovarlo.

“Non è bene che io vada dal piccolo Hans finchè nevica” diceva il mugnaio alla moglie, “perché quando uno è nei guai bisogna lasciarlo solo, senza disturbarlo con visite inopportune. Io almeno la penso così, e sono sicuro d’aver ragione. Aspetterò che venga la primavera per andarlo a trovare, allora egli potrà regalarmi un paniere di primule, e ne sarà felice”.

“Tu sei sempre molto premuroso per gli altri”, rispondeva la moglie seduta in una comoda poltrona accanto a un bel fuoco, “molto premuroso davvero. Fa proprio piacere sentirti parlare dell’amicizia. Sono sicura che nemmeno il nostro prete sa dire cose tanto belle, sebbene viva in una casa a tre piani e porti al dito mignolo un anello d’oro”.

“Perché non facciamo venire qui il giovane Hans?” domandò il figlio minore. “Se è povero, potrò dargli metà della mia minestra e fargli vedere i miei conigli bianchi per divertirlo”.

“Che figlio sciocco abbiamo!” gridò il mugnaio. “Non so proprio quale profitto tu ricavi dalla scuola; mi sembra che non impari niente. Se il piccolo Hans venisse da noi e vedesse il nostro bel fuoco, la nostra buona cena e il nostro barile di vino rosso, potrebbe diventare invidioso, e l’invidia è un sentimento molto cattivo che guasta anche il migliore degli uomini. Io certamente non voglio guastare il carattere di Hans. Sono il suo più caro amico e veglio su di lui affinché non cada in tentazione. Inoltre, se Hans venisse qui, potrebbe chiedermi d’imprestargli un po’ di farina, e questo non posso farlo. Una cosa è la farina, ed altro l’amicizia. Non bisogna confonderle. Sono parole scritte in modo differente ed il loro significato è completamente diverso. Chiunque lo capisce”.

“Come parli bene!” disse la moglie del mugnaio versandosi un gran bicchiere di birra calda; “mi sento quasi addormentata, proprio come mi accade in chiesa”.

“Molte persone agiscono bene” rispose il mugnaio “ma poche parlano bene, la qual cosa dimostra che il parlar bene è più difficile e più bello che l’agir bene”. E guardò severamente al di là della tavola il suo bambino, che, pieno di vergogna, arrossì abbassando la testa mentre le lacrime cominciavano a cadergli nella tazza, sebbene fode tanto giovane da meritare di essere perdonato.

“E’ questa la fine del racconto?” domandò il topo.

“No certo, è soltanto il principio” rispose il fanello.

“Allora non segui la moda” disse il topo. “Oggi i bravi narratori cominciano dalla fine, vanno verso il principio e concludono col mezzo del racconto. E’ questo il nuovo sistema, L’ho sentito dire l’altro giorno da un critico che passeggiava con un giovane intorno allo stagno. Parlò a lungo di questo argomento, e son certo che avesse ragione, perché portava gli occhiali blù ed era calvo. Ogni volta che il giovane faceva un’osservazione, egli rispondeva “puf!”. Ma continua il tuo racconto. Il mugnaio mi piace moltissimo, giacchè anch’io ho buoni sentimenti e tra me e lui c’è una grande corrente di simpatia”.

“Bene” disse il fanello saltellando ora su una zampa ora sull’altra. Appena finito l’inverno, quando le primule cominciarono ad aprire le loro pallide stelline, il mugnaio disse alla moglie che doveva andare a trovare il piccolo Hans.

“Che buon cuore hai!” esclamò la moglie. “Tu pensi sempre agli altri. Non ti scordare di portare con te il paniere per mettervi i fiori”.

Il mugnaio allora, legate le ali del mulino a vento con una robusta catena di ferro, scese giù per la collina con al braccio il paniere.

“Buon giorno, piccolo Hans” disse il mugnaio.

“Buon giorno” rispose Hans curvo sulla vanga e con la bocca che nel sorriso cordiale gli arrivava fino agli orecchi.

“Hai passato bene l’inverno?” domandò il mugnaio.

“Oh, siete molto buono a domandarmelo, molto buono davvero. Purtroppo ho passato momenti un po’ difficili, ma ora è venuta la primavera, e sono felice perché i miei fiori crescono bene”.

“Noi abbiamo parlato spesso di te durante l’inverno, e mi domandavo come te la saresti passata”

“Quanto siete gentile!” rispose Hans. “Io invece temevo che mi aveste quasi dimenticato”.

“Hans, mi meraviglio di questo tuo pensiero. Gli amici non si dimenticano mai, e questa è una cosa bellissima; ma io credo che tu non possa intendere la poesia della vita. A proposito, come sono belle le tue primule!”.

“Sono belle davvero” approvò Hans “e per fortuna ne ho molte. Tra poco le porterò al mercato per venderle alla figlia del sindaco, e così potrò ricomprarmi la carriola”.

“Ricomprarti la carriola! L’hai dunque venduta? Che sciocchezza hai fatto!”

“Si, è vero, sono stato costretto a venderla” disse Hans. “Sapete che l’inverno è per me una cattiva stagione; e siccome non avevo abbastanza denaro per comprarmi il pane, ho dovuto vendere prima i bottoni d’argento del mio vestito buono, poi la catena d’argento, poi la pipa, e infine anche la carriola. Ma ora potrò ricomprare tutto.
Hans,” disse il mugnaio “ti regalerò la mia carriola. Non è troppo in buono stato, perché è rotta da una parte e alcuni raggi della ruota sono spezzati. Si, te la darò. Sono davvero troppo generoso, e molti penseranno che faccio una sciocchezza a privarmene, ma io non sono come gli altri. Credo che la generosità sia la sostanza dell’amicizia; e, d’altronde, io potrò ricomprarmi una carriola nuova. Sta’ dunque tranquillo, che ti darò la mia”.

“Siete davvero molto generoso” esclamò il piccolo Hans, e la sua buffa faccia rotonda risplendette tutta di piacere. “Potrò accomodarla facilmente perché ho in casa un’asse di legno”.

“Un’asse di legno!” disse il mugnaio “è proprio quello che mi occorre per il tetto del granaio. Vi è un grande buco, e se non lo chiudo, il grano mi prenderà l’umido. Che fortuna che tu l’abbia detto! E’ proprio vero che una buona azione ne genera sempre un’altra. Io t’ho dato la mia carriola, e ora tu stai per darmi un’asse. Naturalmente la carriola vale molto di più , ma la vera amicizia non dà importanza a certe cose. Portami subito l’asse, così potrò cominciare oggi stesso ad accomodare il granaio”.

“Certo” esclamò il piccolo Hans, e corse nella baracca a prenderla.

“Non è molto grande” disse il mugnaio alla prima occhiata “e credo che dopo avere accomodato il tetto del granaio, non ne rimarrà abbastanza per la carriola, ma io non ci ho colpa. Ed ora che ti ho regalato la carriola, sono certo che mi darai in cambio un po’ di fiori. Eccoti il paniere, e, mi raccomando, riempilo bene”.

“Riempirlo!” esclamò il piccolo Hans sorpreso perché il paniere era davvero molto grande, e se lo avesse riempito di fiori, non ne avrebbe avuti più da portare al mercato, mentre desiderava tanto di poter ricomprare i suoi bottoni d’argento.

“Come!” replicò il mugnaio “dal momento che ti ho regalato la carriola, non è troppo davvero chiederti un po’ di fiori. Sbaglierò, ma ho sempre pensato che l’amicizia, la vera amicizia, fosse completamente libera da ogni forma di egoismo”.

“Mio caro e buon amico” esclamò il piccolo Hans “potete prendere tutti i fiori del mio giardino; preferisco la vostra stima ai miei bottoni d’argento”.

E corse a cogliere le sue graziose primule per riempire il paniere.

“Arrivederci, piccolo Hans” disse il mugnaio risalendo la collina con l’asse sulle spalle e il grande paniere sottobraccio.

“Arrivederci” rispose il piccolo Hans riprendendo a vangare la terra, tutto contento al pensiero d’aver di nuovo una carriola.

Il giorno dopo, mentre piantava chiodi nel muro per sostenere il caprifoglio, sentì la voce del mugnaio che lo chiamava dalla strada. Scese in fretta dalla scala, attraversò di corsa il giardino e guardò al di là del muretto.

Il mugnaio, che aveva sulle spalle un gran sacco di farina, gli disse: “Caro Hans, potresti portarmi questo sacco di farina al mercato?”

“Oh, mi dispiace” rispose Hans “ma ho molto da fare, oggi. Devo sistemare le piante rampicanti, annaffiare i fiori e tagliare l’erba del prato”.

“Davvero!” disse il mugnaio “mi sembra che il tuo rifiuto sia piuttosto scortese, se pensi che sto per darti la mia carriola”.

“Non dite così” esclamò il piccolo Hans “non vorrei essere scortese con voi per tutto l’oro del mondo”. Corse a prendere il berretto, e, messo il grosso sacco sulle spalle, cominciò a camminare faticosamente.

La giornata era caldissima, la strada polverosa, ed egli non aveva ancora percorso sei miglia, che fu costretto a fermarsi per riposare; poi riprese coraggiosamente il cammino e alla fine arrivò al mercato. Trascorso un certo tempo, riuscì a vendere la farina a ottimo prezzo e ritornò in fretta a casa perché temeva d’incontrare i ladri lungo la strada.

“E’ stata una giornata dura” pensò il piccolo Hans andando a letto “ma sono contento d’aver fatto un favore al mugnaio che è il mio migliore amico; tanto più che egli è sul punto di regalarmi la sua carriola”.

La mattina seguente, di buon’ora, il mugnaio andò a prendere il denaro ricavato dalla vendita del suo sacco di farina, e trovò Hans a letto perché era ancora stanco.

“Perbacco!” disse il mugnaio “sei un gran poltrone. Dovresti lavorare di più, se rifletti che sto per darti la carriola. La pigrizia è un gran peccato, e non mi piace che i miei amici siano indolenti. Non devi offenderti della mia franchezza; non parlerei così, se tu non fossi mio amico. Che valore avrebbe l’amicizia, se non si potesse esprimere sinceramente il proprio pensiero? E’ facile dire cose piacevoli per conquistare la simpatia degli altri adulandoli; il vero amico invece deve sapere dire anche cose spiacevoli senza preoccuparsi di far soffrire. Preferisce fare così, perché sa di fare bene”.

“Mi dispiace” disse il piccolo Hans stropicciandosi gli occhi e levandosi il berretto da notte “ma ero tanto stanco che sono rimasto a letto un po’ di più per ascoltare il canto degli uccelli. Non sapete che io lavoro meglio dopo aver sentito gli uccelli cantare?”

“Ne sono contento” gli rispose il mugnaio battendogli la mano sulla spalla. “Appena ti sarai vestito, voglio che tu venga al mulino per riparare il tetto del granaio”.

Il povero Hans era ansioso di rimettersi a lavorare nel giardino, perché non aveva innaffiato i fiori da due giorni, ma non osava dare un rifiuto al mugnaio che gli era tanto amico; tuttavia domandò timidamente:

“Sarei scortese se vi dicessi che ho molto da fare?”

“Davvero!? Non credo di chiederti troppo, se rifletti che sto per darti la mia carriola; ma, naturalmente, se tu rifiuti, farò dame”.

“Oh, non badate a quel che ho detto!” esclamò il piccolo Hans; e saltato giù dal letto, si vestì in fretta per recarsi al granaio.

Lavorò tutto il giorno fino al tramonto, e al tramonto il mugnaio andò a vedere a che punto era.

“Non hai ancora finito, piccolo Hans?” domandò allegramente.

“Ho finito proprio ora” rispose Hans scendendo giù dalla scala.

“Ah,” disse il mugnaio “non c’è lavoro più piacevole di quello che si fa per gli altri”.

“Certo è un gran privilegio ascoltarvi” rispose il piccolo Hans sedendo ed asciugandosi la fronte “un gran privilegio davvero. Temo che io non avrò mai delle belle idee come ne avete voi”.

“Oh, ti verranno!” rispose il mugnaio “ma devi pensarci un po’. Per ora tu sai soltanto la pratica dell’amicizia; un giorno ne conoscerai anche la teoria.”

“Lo crede possibile?”

“Non c’è dubbio; ma ore che hai accomodato il tetto, sarà meglio che tu vada a casa per riposarti, perché domani porterai le mie pecore a pascolare sul monte”.

Il povero Hans non ebbe il coraggio di dir niente. La mattina dopo all’alba il mugnaio arrivò alla capanna con le pecore, e Hans le condusse al monte. Per tutto il giorno vagò di qua e di là e quando tornò a casa si sedette così stanco che cadde addormentato sulla sedia, e si svegliò soltanto allorché il sole era già alto.

“Che bel tempo per il mio giardino!” esclamò mettendosi subito al lavoro.

Ma ormai non gli era più possibile curare i suoi fiori, perché il suo amico mugnaio gli era sempre dintorno per mandarlo a fare lunghe commissioni o chiamarlo al mulino perché lo aiutasse. Il piccolo Hans era desolato al pensiero che i suoi fiori credessero di essere stati dimenticati da lui e cercava di consolarsi riflettendo che il mugnaio era il suo migliore amico. Diceva fra sé: “Egli sta per darmi la sua carriola, e questo è un atto molto generoso”.

Così il piccolo Hans lavorava per il mugnaio, ed il mugnaio gli ripeteva tante belle cose sull’amicizia. Hans le scriveva sul suo taccuino e la sera le rileggeva proprio come uno scolaro diligente.

Una sera, mentre era seduto accanto al fuoco, sentì un forte colpo alla porta. Il vento soffiava impetuoso intorno alla casa, ed egli dapprima credette che il rumore fosse causato dalla tempesta; ma un altro colpo si fece sentire, e un altro ancora sempre più forte.

“E’ un povero viandante” pensò il piccolo Hans correndo alla porta.

Era invece il mugnaio, che teneva con una mano la lanterna e con l’altra un pesante bastone.

“Caro Hans” gli disse “sono in grande ansia. Il mio bambino è caduto giù da una scala e si è fatto male. Sono uscito per andare a chiamare il dottore, ma abita molto lontano ed è una notte orribile. Ho pensato perciò di mandarti in vece mia. Sarebbe gentile che tu facessi qualcosa per me in cambio della carriola che sto per darti”.

“Certo” esclamò il piccolo Hans “è un piacere che mi fate con la vostra richiesta e andrò subito, ma dovreste prestarmi la lanterna, perché la notte è così buia che ho paura di cadere nel fosso”.

“Mi dispiace molto” rispose il mugnaio “ma è la mia lanterna nuova, e sarebbe una gran perdita per me se si sciupasse”.

“Non importa, ne farò a meno” disse Hans, e indossata la pelliccia, si mise in testa un pesante berretto rosso, si ravvolse il collo con una sciarpa e corse via.

Che spaventosa tempesta! Nell’oscurità profonda della notte il piccolo Hans non riusciva a vedere quasi nulla e il vento era così impetuoso che a fatica egli poteva reggersi in piedi; ma non si perdette d’animo e dopo circa tre ore di cammino giunse alla casa del dottore e bussò alla porta.

“Chi è là?” domandò il dottore affacciandosi alla finestra di camera.

“Il piccolo Hans, dottore”.

“Che cosa vuoi?”

“Il figlio del mugnaio è caduto giù da una scala e si è fatto male; il mugnaio vi raccomanda di andare subito da lui”.

“Va bene” rispose il dottore, e fatti preparare il cavallo e la lanterna, infilò gli stivali pesanti, scese le scale e montato in sella si diresse verso la casa del mugnaio, mentre Hans lo seguiva faticosamente.

Intanto la violenza della tempesta cresceva di momento in momento; la pioggia cadeva a torrenti ed il piccolo Hans non poteva scorgere il cammino e non riusciva a mantenersi a pari del cavallo. Alla fine, perduta la strada, si trovò nella brughiera, luogo molto pericoloso, pieno di pozze profonde, in una delle quali il piccolo Hans annegò.

Alcuni caprai la mattina dopo trovarono il suo corpo galleggiante nella pozza e lo trasportarono alla sua capanna.

Tutti andarono al funerale del piccolo Hans, perché egli era conosciuto e godeva molta simpatia. Il mugnaio ebbe il primo posto nel corteo funebre.

“Io ero il suo miglior amico” disse “ed è giusto che abbia il posto migliore”. Così camminò alla testa del corteo ravvolto in un lungo mantello nero e asciugandosi di tanto in tanto gli occhi con un gran fazzoletto.

“La morte del piccolo Hans è una gran perdita per tutti noi” disse il fabbro quando il funerale fu terminato, e, comodamente seduti in un’osteria, tutti bevevano ottimo vino e mangiavano dolci squisiti.

“E’ una gran perdita per me senza dubbio” aggiunse il mugnaio. “Ero stato tanto buono con lui da regalargli la mia carriola, ed ora non so che cosa farne. In casa mi dà noia, ed è in tale stato che non posso venderla. Certo che non darò via più niente, perché ci si scapita sempre ad essere generosi”.

“E poi?” domandò il topo dopo una lunga pausa.

“Il racconto finisce così” rispose il fanello.

“Che cosa accadde al mugnaio?”

“Oh, proprio non lo so, e non me ne curo”.

“E’ evidente che tu per natura non sei capace di provare simpatia per nessuno” aggiunse il topo.

“Io temo invece che tu non abbia capito la morale del mio racconto”

“Che cosa?” strillò il topo.

“La morale”.

“Vuoi dunque dire che il racconto ha una morale?”

“Certamente” confermò il fanello.

“Allora avresti dovuto dirmelo prima” replicò il topo con mal garbo “non sarei stato ad ascoltarti, ed avrei fatto “puf!” come il critico; comunque posso farlo ora”. E gridò “puf!” con quanto fiato aveva in gola, sbattè la coda quasi fosse una frusta e si rintanò nel suo buco.

“Vi piace il topo?” chiese l’anatra al fanello tornando a nuoto qualche minuto dopo. “Ha molte buone qualità; ma io sono madre e non posso vedere un vecchio celibe senza sentirmi venire le lacrime agli occhi”.

“Credo di averlo fatto arrabbiare, perché gli ho raccontato una storia che ha una morale” rispose il fanello.

“Oh, è sempre pericoloso far della morale” confermò l’anatra.

Ed io sono perfettamente d’accordo con lei.

La fiaba fa parte della raccolta “Il principe felice e altri racconti” di Oscar Wilde.

https://www.tiraccontounafiaba.it/fiabe-classiche/oscar-wilde/1091-amico-devoto.html

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Il principe felice – FREDERIC CHOPIN – NOCTURNES complete

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Accademia Bizantina ♫ ♪ ♫ ♩

Accademia Bizantina
L’Accademia Bizantina nasce a Ravenna nel 1983 con l’intento programmatico di “fare musica come un grande quartetto”.
Tra le personalità musicali che ne hanno sostenuto la crescita figurano Jorg Demus, Carlo Chiarappa, Riccardo Muti e Luciano Berio.
Ensemble con strumenti originali specializzato nell’esecuzione del repertorio dei secoli XVII e XVIII, nel corso degli anni si è avvalso della collaborazione di musicisti di larga esperienza, come il violinista Stefano Montanari, che per oltre vent’anni ha fatto parte del gruppo.
Ottavio Dantone entra stabilmente nel 1989 in qualità di clavicembalista e nel 1996 diventa direttore musicale e artistico dell’ensemble.
Sotto la sua guida viene approfondito il percorso di specializzazione nel repertorio antico, coniugando ricerca filologica, studio della prassi esecutiva e dell’estetica interpretativa dell’epoca barocca.
Accademia Bizantina si è specializzata nella riscoperta e nell’esecuzione del repertorio operistico barocco, proponendo, oltre ai titoli di cartellone più importanti, titoli mai eseguiti in tempi moderni.
L’ensemble si esibisce nelle sale da concerto e nei festival più prestigiosi.
Numerose le incisioni discografiche realizzate per Decca, Harmonia Mundi e Naïve; altrettanto numerosi i riconoscimenti della critica, tra cui una nomination ai Grammy Music Award per “Purcell – O Solitude” con Andreas Scholl.
Particolarmente significative le collaborazioni con i violinisti Viktoria Mullova e Giuliano Carmignola e con il controtenore Andreas Scholl che hanno portato alla realizzazione di importanti tournée internazionali e a progetti discografici per Onyx, Deutsche Grammophon, Harmonia Mundi e Decca.

https://criticaclassica.wordpress.com/2017/10/31/venerdi-3-novembre-a-bologna-concerto-dellaccademia-bizantina-di-ottavio-dantone-a-favore-di-fondazione-face3dbo/

Overview

Accademia Bizantina, the Ravenna-based period instrument ensemble, is directed by Ottavio Dantone. Their performances are typified by virtuoso playing and dramatic flair, but never to the detriment of their wonderfully polished tone. It is not surprising therefore that the countertenor Andreas Scholl enjoys working with them so much. HarrisonParrott have arranged a number of high profile tours for this combination often in conjunction with Andreas Scholl, including programmes of works by Handel in Salzburg and Dresden and Bach in Istanbul to name but three.

http://www.harrisonparrott.com/toursprojects/accademia-bizantina


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Ryanair pilots based in Ireland to stage one-day strike next week – Ryanair minaccia i piloti italiani

Ryanair pilots based in Ireland to stage one-day strike next week

12 December 2017 19.04 GMT

Up to 117 pilots expected to take action, with airline’s flights to and from Dublin, Shannon and Cork likely to be affected

Pilots working for Ryanair in Ireland have called a one-day strike next week, potentially disrupting flights for Europe’s biggest airline on its home territory.

Flights to and from Dublin, Shannon and Cork are likely to be affected by the walkout on Wednesday.

The action has been taken in a bid to win collective representation in pay dealsrather than through Ryanair’s own employee channels.

Ryanair said it would “face down” the strike, though it admitted some “disruption may occur”.

Up to 117 pilots in the Irish Airline Pilots’ Association (Ialpa) union – part of Ireland’s second-biggest trade union, Impact – are expected to take action, which Ryanair said is less than a third of the pilots it employs in Ireland.

However, the union said that the 117 represent almost 90% of pilots directly employed by Ryanair, and the majority are captains, a rank needed on every flight. It said the walkout would either cause significant disruption or costs for Ryanair if it replaced them with captains from other European bases.

Crew and pilots in Italy are also planning action on Friday, while pilots in Portugal have also voted to strike. Ryanair has told cabin crew in Italy that action by any one member will see their entire base lose rights to transfers or promotions.

The airline said: “Ryanair will deal with any such disruptions if or when they arise, and we apologise sincerely to customers for any upset or worry this threatened action by less than 28% of our Dublin pilots may cause them over the coming days.”

Ryanair has told pilots who strike that they will be in breach of their agreements, conducted by the airline separately with each base, and lose benefits including guarantees over rosters and pay, and be denied promotion.

It said its pilots had been offered 20% pay deals, adding: “Like any group of workers, Ryanair’s very well paid pilots are free to join unions, but like every other multinational, Ryanair is also free – under both Irish and EU law – to decline to engage with unions.”

Impact said Ryanair was the only Irish-based airline that refused to recognise unions and the dispute was “solely about winning independent representation for pilots in the company”. It warned more strikes could follow.

Ashley Connolly, a union official, said: “Management’s failed negotiating model has let down shareholders and tens of thousands of passengers whose flights were cancelled this year because company-controlled industrial relations proved incapable of recruiting and retaining enough pilots.”

https://www.theguardian.com/business/2017/dec/12/ryanair-pilots-based-ireland-stage-one-day-strike-wednesday-flights-dublin-shannon-cork

Ryanair ai piloti italiani: «Non scioperate o sarete sanzionati»

Pubblicato il 12/12/2017

Ryanair minaccia i dipendenti: chi sciopera potrebbe perdere aumenti o promozioni.

Lo sciopero di venerdì 15 dicembre crea allarme nel comparto

NICOLA LILLO
ROMA

La lettera inviata dal capo del personale di Ryanair a tutti i dipendenti di base in Italia non lascia alcun dubbio. Chiunque aderirà allo sciopero del trasporto aereo indetto per il 15 dicembre avrà in futuro turni più duri e «potrebbe anche perdere aumenti di stipendio, i trasferimenti richiesti e promozioni». È questa la risposta della compagnia low cost irlandese all’annuncio di sciopero di quattro ore da parte dell’Anpac, l’Associazione nazionale professionale aviazione civile, che rappresenterebbe anche numerosi piloti di Ryanair.

La protesta di venerdì coinvolgerà i dipendenti di Alitalia, Vueling, Enav e appunto – questa la novità – anche quelli della compagnia guidata da Michael O’Leary. Si tratterebbe del primo vero e proprio sciopero dei dipendenti della compagnia irlandese, che protestano per avere migliori condizioni di lavoro, tra cui contratti di diritto italiano e non irlandese, e retribuzioni ben più alte. La lettera – datata 12 dicembre e consultata da La Stampa – è una vera e propria minaccia nei confronti dei dipendenti, che nonostante lavorino in Italia hanno contratti di diritto irlandese e quindi non tutelati dal nostro diritto del lavoro.

A firmare la missiva è Eddie Wilson, il capo del personale, il quale fa intendere inoltre che il sindacato Anpac sia legato ad Alitalia, elemento non vero. È noto il pessimo rapporto tra la compagnia e i rappresentanti dei lavoratori, tanto che O’Leary alcune settimane fa era arrivato a dire che i sindacati in Ryanair «non ci saranno mai. Ghiaccerà prima l’inferno».

La lettera, dopo le minacce relative alle future condizioni di lavoro per chi aderirà allo sciopero, termina con queste parole: «Continuate per favore a lavorare secondo il vostro dovere come previsto».

A scioperare nei prossimi giorni non saranno soltanto i piloti e gli assistenti di volo Ryanair di base in Italia. Il sindacato dei piloti tedesco Cockpit ha infatti annunciato lo sciopero per la compagnia con misure di protesta che potrebbero partire anche subito. La mobilitazione è europea e coinvolge altre basi, come Dublino – che è la principale – e altre in diversi paesi europei. L’offensiva dei piloti della low cost arriva dopo l’annuncio delle numerose cancellazioni di voli da parte di Ryanair, legate alla carenza di piloti, fuggiti verso altre compagnie per avere contratti migliori.

http://www.lastampa.it/2017/12/12/economia/ryanair-minaccia-i-dipendenti-chi-sciopera-potrebbe-perdere-aumenti-o-promozioni-tJlshjug7klZjfQBqwKTGL/pagina.html

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Krystian Zimerman :Chopin – Ballade No. 3 in A flat major, – Scherzo in B-flat minor – Piano Sonata no.2 opus 35

Dopo aver suonato Chopin, mi sento come se avessi pianto su peccati che non avevo mai commesso, e  in lutto per tragedie che non erano la mia.” – Oscar Wilde



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http://www.controappuntoblog.org/2013/05/26/milij-alekseevic-balakirev-chopin-balakirev-hamelin-trscrizione/

Maurizio Pollini: Complete scherzos by Chopin (Op. 20, 31, 39, 54)

http://www.controappuntoblog.org/2013/01/02/maurizio-pollini-complete-scherzos-by-chopin-op-20-31-39-54/

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(The Pianist) Roman Polański, il pianista | controappuntoblog.org

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Cameron Carpenter, Organ Revolutionary | controappuntoblog.org

Frédéric Chopin – Marche Funèbre – Funeral March …

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