Poesie di Endre Ady

giovedì 12 novembre 2015

“Sento che da lontano vengono

altri.
Ma il lontano dov’è, dove il vicino?
E dove nel mezzo,
stazioni?”
(Endre Ady)

Fonte: Wikipedia
Suggerimento. Suggestionato. Soggiogato.
Perché la storia di un casuale incontro tra uno studente di letteratura italiana e la poesia di Endre Ady, sconosciuto ungherese, nel 1991, può, tranquillamente, anche riassumersi in mere tre parole. Anche perché stavolta la recensione per vari e svariati motivi e imposizioni non è possibile nei suoi canonici, consueti ed archetipici stilemi. Tutto ciò nasce dalla lettura (obbligatoria) per un esame di “Letterature comparate”, su un testo, Armando Gnisci, “Il colore di Gaia”. Azzurro”,Carucci editore, 1989. Testo di per sé utopico, una ricerca di concordanze e discordanze fra le letterature del mondo, alla ricerca forse di una pietra filosofale. O di qualche magia cattedratica al sapor di re Mida.
Qui è solo una serie di sensazioni e qualche notizia. Perché certo che non si tratti né del primo né dell’ultimo caso di denuncia di brillante operazione per rimozione e cancellazione, per motivazioni ardue da poter sostenere oppure anche lontanamente spiegare. Per le notizie rimando alle forzatamente scarne note.
Poi.

Qui propongo qualche lettura e qualche annotazione a margine. Che si prendano come glosse, alla maniera degli antichi frati medievali, che in qualche modo, oscuri scrivani e forse solo per imposizione di fede, trascorrevano e trastullavano il proprio tempo copiando, senza però resistere alla demoniaca tentazione di lasciare una traccia. Perché questa lunga digressione mi piace scriverla come una chiosa.
“Partiamo. Andiamo verso l’Autunno,
gracchiando, piangendo, inseguendoci,
due falchi dall’ala lenta.
L’estate ha già dei nuovi rapaci
Schioccano le ali dei nuovi falchi
Incrudeliscono le battaglie d’amoreNoi lasciamo l’estate, trasvoliamo scacciati,
ci fermiamo in qualche luogo dell’Autunno,
amorosi, con le piume arruffateSono le nostre ultime nozze:
ci strappiamo le carni a colpi di becco
e cadiamo sul fogliame d’autunno”(“Nozze di falchi sul fogliame secco”)Eccolo l’amore come un’ arena, fatto di volatili eppur rapaci, che si consumano con forza a volte al di fuori del reciproco rispetto, una consumazione lenta ed inesorabile, mentre le stagioni passano, i cieli cambiano e gli amori continuano ad inseguirsi in base a folli dettami senza ragione né pietà. Potente, forse esageratamente drammatica, ma di forte impatto emotivo, molto guerresca e livida, come un’eterna tempesta che alcuni amori, o idee di amore, possono anche scegliere e delegare come propria rappresentazione.
Poi la caducità della vita, torna lo scorre del tempo, l’inasprirsi dei contrasti fra volere ed avere, oppure sentire e sentito, o quello più archetipico vivere ed esistere, fatto di scelte fra un carpe diem fino all’estremo oppure una lenta costruzione di fragili muraglie all’imperversare della casualità:
” Un minuto, e la vita mi bacia
Il mio corpo è una caldaia, lieta ardente
Ardono le donne, le case, le strade
I cuori, i sogni. Tutto arde
E tutto è immortale
Un minuto, e vengono piccoli demoni:
spengono le fiamme con lunghi ciuffi.
Viene il dubbio, viene un gran freddo.
Viene il fango e forse il ricordo
D’un paio di calzoni sdruciti”
(Solo un minuto)Una lotta destinata alla sconfitta contro la mutevolezza e lo scorrere del tempo e degli stati d’animo e la parola pare una umile schiava volta solo a cristallizzare la sensazione di.
Perdersi. Lasciare. Non ritrovarsi.
Non ci è dato sapere se alcuni atteggiamenti così lessicalmente spinti allo stremo furono frutto di una personalità teatrale, o doppiogiochista, troppo poche ancor ora le conoscenze e troppo forti le evocazioni suggestive.
Sessualità certo, ma anche anche intensità lirica, senza struggimento che comunque appaga i romantici, qui siamo pur sempre nel Novecento, anche se in provincia della Letteratura divulgata.
Ancora l’amore. Ancora il fuoco, la carnalità, il consumo, il darsi-aversi ma finire. E poi la labilità umana, il resistere oppure lasciarsi al tutto, un vortice e la scelta che appartiene soltanto all’uomo: poca metafisica, siamo nel campo del carnale:
” Stiamo su una cima selvaggia noi due
Stiamo abbandonatie rigidi
Aggrappati l’uno all’altra, senza lacrime, lamenti, parole:
appena un tremito e cadiamoCi legano lacci di carne e sangue
finché stiamo così avvinghiati:
le nostre labbra livide e tremanti.
Finchè tu mi baci, non abbiamo parole:
ma se dici una parola, cadiamo”
(Stiamo su una cima selvaggia)

Sembra che solo una prorompente e quasi eccessivamente accesa materia possa dare sostanza e linfa ad una comunicazione nella relazione amorosa: il resto pare affidato a vertiginose cadute negli abissi del.
Adolescenziale o monodimensionale forse, come postera interpretazione, ma certo che la forza che emana sembra tatuare gli occhi alla semplice lettura con un marchio di fuoco e fatuità. Però credo sia giusto sottolineare che la poesia a volte non deve esser un semplice mondo circoscritto, un porre paletti sulla base di musicalità e significato delle parole. A volte la poesia può essere un sussurro all’orecchio di mondi e o sensazioni probabili, ma non impossibili, oppure la eco di una musica suadente che ammalia, come dovette forse essere nella fantasia il canto delle sirene per l’Ulisse omerico in preda a passate e future tempeste.
E il poeta Ady ( e probabilmente anche l’uomo che fu,ma non può rispondermi sul quesito) a volte decide l’abbandono con lucida, pazza, a volte egoistica consapevolezza:
” Io sono il parente della morte.
Amo l’amore morente
Amo baciare
Chi se ne va
….
Amo coloro che partono
Che piangono e si destano
E, nei freddi mattini brinati,
i campi….
Amo i delusi, gl’infermi
Coloro che sono fermi
Gli increduli, i tristi:
amo il mondo”

Visione apocalittica e forse anche questa eccessivamente decadentista-nichilista, ma che per quel che se ne legge, una dichiarazione di poetica, stanca forse, ma che riserva sorprese ad ogni verso (gli increduli ed i tristi sono antitesi semanticamente forti per una connotazione come quella evidenziata).
E forse profetico fu il poeta, nella sua visione tragica:

“Nemmeno un frusciare tradisca
Ciò che ha già nascosto l’anima mia:
senza vita se ne è andato qualcuno,
che ne è andato uno che fu di qui

Di altri non fui, neppure di me stesso,
la fredda nullità è mia sposa.
Non ho il diritto di lasciare ricordi,
ne ho il diritto di ricordare

Come una domanda dimenticata
E senza risposta, io cada nella pace:
che non voglia più essere, se fui:
e, se fui, rimanga segreto a tutti”
(La partenza pacifica)

Oppure:
“Le stelle cadenti mi hanno illuminato,
mandragore da poco stordito
e, in luogo della vita, non ho avuto che ore”
(Ore in vece di vita)

Così fu, credo, così è stato. Un segreto, però che lascia qualche vaga inquieta certezza e qualche parola che in certi momenti, in eventuali momenti, può anche divenire una bussola. Una bussola che, sia detto per inciso, non detta coordinate geografiche, ma solo indica terra del pensiero e dell’emozione da cui, eventualmente ripartire.

Insomma la storia di parole che mi hanno a suo tempo vinto e convinto. Come solo la poesia sa e può fare.

BREVI NOTE

Endre Ady (Ermindszent, 22 novembre 1877 – Budapest, 27 gennaio 1919) fu essenzialmente poeta, ungherese, in una futura nazione che andava aprendosi all’Occidente e che vedeva sfaldarsi lentamente e senza sosta l’impero asburgico di cui faceva parte. Nato da una famiglia andata sul lastrico, si avvicinò alla giusta età alla rivista Nyugat, considerata la prima rivista in quei luoghi a svecchiare la letteratura indigena ed anche il senso estetico fino ad allora dominante. Nel sito citato si possono leggere le opere pubblicate in lingua indigena.

Ancora attualmente è poeta essenzialmente di interesse ungherese e talvolta degno di interesse inglese. Assai scarsa la sua notorietà in Italia.

http://libritudini.blogspot.it/2015/11/poesie-endre-ady.html

Endre Ady, il poeta dei desideri che amava i tramonti a via Veneto

“B ENEDICO Roma che brulica, che stringe/ ogni cosa nel suo abbraccio,/ grande anche nelle mollezze”. Endre Ady, poeta e giornalista ungherese, fu ospite più volte a Roma nell’ Albergo Imperiale, in via Veneto. Una targa lo ricorda. “In questo albergo soggiornò Endre Ady, poeta del destino, dei desideri e dei sogni della nazione ungherese.” Dicono che più dei musei, le gallerie e le rovine, amasse la gente e i tramonti. Insieme a lui viaggiava una donna, Leda. Endre Ady era nato ad Érmindszent, distretto di Szilágy, il 22 novembre 1877 in una famiglia di nobili decaduti, calvinisti, e infine poveri. Era nato con sei dita per mano, segno di eccezionalità ma anche di malaugurio, di un destino diabolico. Fu l’ ostetrica ad accorgersene e ad amputargli quello che avanzava. Per tutta la vita il poeta mostrò con orgoglio le sue cicatrici, che chiamava magiche. Visse e studiò in Ungheria, abbandonando gli studi di Legge per diventare giornalista. Due donne gli furono fatali, la prima perché lo avvelenò. E’ lei la protagonista di un bellissimo racconto intitolato “Il bacio di Rosalia Mihaly”. Rosalia, che nasconde la vera identità di Maria Rienzi, visse solo ventisei anni. Fu “piccola, teatrale e virago”. Aveva i capelli rossi e rideva fragorosamente, secondo quanto si addice a una ballerina. “Non l’ ho mai vista Rosalia Mihaly”, scrive il poeta, “ma nessuna altra donna ha segnato la mia vita in modo più possente”. Si era invece invaghito di Marcella Kun, anche lei attrice, e le aveva promesso che se si fosse concessa avrebbe scritto per lei una bella recensione. Ma lei tentennava, spaventata dal suo ardore. “Io non mi ero mica messo a studiare l’ amore per sapere che diavolo fosse”, le diceva, “ma per consumarmici, per ridurmici in cenere, come più mi fa piacere”. Ma alla fine cedette. E lo contagiò. Una ricerca ossessiva delle origini della malattia, porta il poeta, attraverso un giornalista mediocre e volgare, fino alla tomba di Rosalia Mihaly, ultimo anello della catena. Così scriveva Ende Adry, e identica era la sua vita. La sifilide lo tenne in ostaggio tutta la vita. E l’ alcool accompagnò la sua autodistruzione. Quel bacio avvelenato divenne l’ immagine primaria della sua poesia, e insieme il diaframma che lo costrinse al di qua della vita che avrebbe voluto. Era un giornalista di successo e un poeta quasi sconosciuto, quando gli fu diagnosticata da un medico parigino. Era lì, nella ville lumiere dei poeti simbolisti – dove scopre le opere di Mallarmè, Verlaine, Rimbaud, Baudelaire, fratelli d’ arte e di insanità – insieme alla donna che amò perdutamente. Adel Brul, divenuta poi Leda nei canti che le dedicò, era la moglie di un eccentrico e ricco uomo d’ affari, Odon Diosy. “Aveva i capelli tinti di azzurro cupo, le scarpe, le calze dello stesso azzurro; si metteva del rossetto non soltanto sulle guance e sulle labbra, ma ne tingeva anche, rendendole simili all’ interno di una conchiglia, le narici dal disegno inconsueto sul naso imponente”. La descrive così Paolo Santarcangeli nella prefazione alla raccolta di poesie pubblicate da Lerici editore. Una femme fatale, una donna alta provocante sensuale e colta. Lei lo trasformò da giornalista di talento a poeta grandissimo, tra i più importanti della cultura austro-ungarica. Profeta di un mondo prossimo alla dissoluzione, cantore di passione e desiderio, sensuale e potentissimo. “Credo di essere la coscienza dell’ odierna magiarità colta” scriveva Endre Andy di sè dopo la pubblicazione della raccolta di poesie che lo consacrò al successo e lo travolse insieme di critiche e riprovazione (Új ver sek, Poesie nuove), – “ma questa coscienza non può essere sempre pulita”. Rimane a Parigi per un anno, con Leda e il marito, poi torna in Ungheria. Ma nel 1906 ripartono insieme e viene per la prima volta in Italia. Per una crociera che parte da Trieste e arriva fino in Sicilia. Sarà di nuovo a Roma nel 1911 ma il suo amore con Leda, sempre tormentato e funestato dal male e dalla sua vita disperata, sta per finire. L’ anno successivo lei lo lascia per un altro uomo, e lui, su consiglio dell’ amico Sándor Ferenczi, allievo prediletto di Freud, decide di ricoverarsi in un ospedale per malattie mentali. “Siamo in piedi, rigidi e dimenticati/ sull’ orlo di un precipizio selvaggio/ l’ uno all’ altra attaccati,/ né un lamento lacrima o parola/per precipitare basta una mossa/come legami di carne e sangue/ci proteggono le nostre labbra/blu e tremanti, ci tengono attaccati/finche mi baci non abbiamo parole/ma dì un parola e cadiamo entrambi”, scrive in una sua poesia famosa che risale a quel periodo. Si consolerà sposando qualche anno dopo la giovanissima ammiratrice Beruka Bonza, la Csinszka delle sue poesie. Con lei si trasferisce in Transilvania. Nel frattempo, il 28 giugno 1914, lo studente bosniaco Gavrilo Princip uccide l’ arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo. Endre Ady scrive, si spende contro la catastrofe del conflitto in agguato, ma invano. Un mese dopo l’ austria-ungheria dichiara guerra alla Serbia, dando inizio alla prima guerra mondiale. La sconfitta militare, avrà come conseguenza la fine dell’ Impero. Nel 1918, in seguito al Trattato Versailles, nascono Austriae Ungheria come stati autonomi,e insieme la Cecoslovacchia e un nuovo assetto dei Balcani che diventarà la Yugoslavia. I nuovi confini costringono un quarto della entia magiara a vivere fuori dalla nuova nazione ungherese. La Transilvania diventa rumena, e anche il paese natìo di Endre Ady, Érmindszent, che alla morte del poeta verrà a lui intitolato. Nella nuova repubblica, il poeta viene eletto presidente della Accademia Vorosmarty, la più importante istituzione culturale del paese. Ma le sue condizioni di salute non gli permisero neanche di tenere il discorso di insediamento. Muore il 27 gennaio 1919 e i suoi funerali furono seguiti da una folla enorme che lo acclamava come il poeta simbolo della nuova nazione. Lui lasciò scritto soltanto che voleva essere dimenticato, come una domanda senza risposta. Io sono parente della Morte,/ Amo l’ amore che svanisce,/ Amo baciare,/ Chi se ne va… Amo la stanca rinuncia, / Il pianto senza lacrime e la pace, /Di saggi, poeti, malati/ Il rifugio/Amo chi è deluso,/ Chi è invalido, chi si è fermato,/ Chi non crede, chi è malinconico:/ Il mondo.

ELENA STANCANELLI

cantò l’amore, Dio, la malattia, la morte e la tragica sorte della sua nazione in un originale e soggettivo linguaggio simbolista che dà alle sue opere una mistica tendenza e una ieratica elevatezza di tono.

http://www.treccani.it/enciclopedia/endre-ady/

Mio padre dalla mattina alla sera
suda, va e viene, lavora;
non c’è un uomo migliore di mio padre,
non c’è, non c’è in nessun posto

Porta una giacca logora mio padre,
ma a me compra un vestito nuovo,
e mi parla di un bel futuro,
amorosamente.

Dei ricchi è prigioniero mio padre,
e lo maltrattano, lo umiliano, poveretto,
ma la sera ci porta lo stesso
una buona speranza.

Mio padre è un combattente, un grand’uomo,
per noi vende orgoglio e forza,
ma non umilia mai se stesso
davanti al denaro.

Se mio padre non volesse
non esisterebbero i ricchi,
così ogni mio piccolo compagno sarebbe
come sono io.

Se mio padre dicesse una sola parola,
ah, molti tremerebbero,
e molti non vivrebbero così allegramente
e felicemente.

Mio padre lavora e lotta,
non c’è nessuno più forte di lui, forse;
è più potente anche del re
mio padre.

Questa poesia proviene da: Poesia di Endre Ady – Il ragazzo proletario – Poesie di Endre Ady -

Stringo con la mia mano
che invecchia, la tua mano,
e proteggo i tuoi occhi
con questi occhi che invecchiano.

Belva di spente età, mi bracca l’orrore,
sono arrivato da te
attraverso rovine di mondi,
e attendo, insieme a te, atterrito.

Stringo con la mia mano
che invecchia, la tua mano,
e proteggo i tuoi occhi
con questi occhi che invecchiano.

Non so perché né sino a quando
rimarrò qui con te:
ma stringo la tua mano
e proteggo i tuoi occhi.

Mi piacerebbe essere amato




Pubblicato in cultura, musica | Contrassegnato , | Lascia un commento

Langston Hughes II: The Negro Speaks of Rivers – Paul Robeson ecc

The Negro Speaks of Rivers (1920)
To W.E.B. DuBois

I’ve known rivers:
I’ve known rivers ancient as the world and older than the flow of human blood in human veins.

My soul has grown deep like the rivers.

I bathed in the Euphrates when dawns were young.
I built my hut near the Congo and it lulled me to sleep.
I looked upon the Nile and raised the pyramids above it.
I heard the singing of the Mississippi when Abe Lincoln went down to New Orleans, and   I’ve seen its muddy bosom turn all golden in the sunset.

I’ve known rivers:
Ancient, dusky rivers.

My soul has grown deep like the rivers.

Il Negro parla di fiumi (1920)
Per W.E.B. DuBois

Ho conosciuto fiumi:
Ho conosciuto fiumi antichi come il mondo e più vecchi del flusso di sangue umano nelle vene dell’uomo.

L’anima mia è diventata profonda come i fiumi.

Mi sono immerso nell’Eufrate quando l’alba era giovane.
Ho costruito la mia capanna vicino al Congo che al sonno mi cullava.
Ho guardato il Nilo e sopra vi ho innalzato le piramidi.
Ho udito il canto del Mississippi quando Abe Lincoln scese a New Orleans, e ho visto il suo letto di mota farsi tutto d’oro al tramonto.

Ho conosciuto fiumi:
Fiumi antichi, cupi.

L’anima mia è diventata profonda come i fiumi.

https://shortcutsamerica.com/2015/03/21/t-3/

Langston Hughes ; Che fine fa un sogno differito … – controappunto blog

L’épopée des musiques noires : Paul Robeson rfi.fr + post miei su …

Their Eyes Were Watching God Zora Neale Hurston , I loro

Tre quarti di dollaro dorati. L’African American … – controappunto blog

Pubblicato in cultura | Contrassegnato | Lascia un commento

Immigrazione, numeri da record: rileggi ma quando tutti outsider ? e altri post…

Rileggi e considera come è peggiorata  la questione.

In merito è  sbagliato  negare che è un dato di fatto reale e minimizzare, invece,  per buonismo  che di una migrazione  record si tratta, con tutti i problemi di una migrazione di massa  in epoca industrializzata e  con una crisi economica che si protrae dal 2008 , senza via di uscita; che gli autoctoni si sentano minacciati è un dato reale da cui non si può prescindere.  Il fatto grave è che il proletariato locale e mondiale non ha gli strumenti per affrontare e risolvere la situazione, perché non scordiamoci le che migrazioni non riguardano solo il continente europeo, nello stesso continente africano ci sono problemi di migrazione!

Altro dato fondamentale è che il sistema capitale non è in grado di risolvere il problema, anzi lo fomenta con le guerre e con il neocolonialismo di ultima generazione, del resto  le guerre fra i poveri sono sempre produttive per il sistema capitale, specialmente oggi che di fatto ci troviamo con una mano d’opera in eccedenza rispetto alla IV RIVOLUZIONE INDUSTRIALE , aggiungi a questi fattori  desertificazione e carestia,  e poi dimmi se te la puoi cavare a cuor leggero con accuse di razzismo. La realtà  è che gli abitanti dei quartieri popolari vedono sommarsi problemi a problemi, scontato che i reazionari, come sempre, facciano leva su situazioni di disagio e degrado : è sempre stato così.

Allora io dico che ci troveremo non in una epoca rivoluzionaria, ma in una epoca di barbarie totale. Considerazioni banali, ma stufa di sentire lamentazioni pietistiche o forcaiole!

Se avete dati che mi provano il contrario  grazie! Anche io mi illudevo qualche anno fa.

Vittoria

L’Avamposto degli incompatibili.



Teoria insider-outsider e il biscotto che non c’è : ma quando tutti outsider ?….Mappa dei nazionalismi n Europa , un vecchio post

http://www.controappuntoblog.org/2014/05/07/teoria-insider-outsider-e-il-biscotto-che-non-c%E2%80%99e-ma-quando-tutti-outsider-%E2%80%A6-mappa-dei-nazionalismi-n-europa-un-vecchio-post/

Quello shisha cafè a New York e Corcolle Roma ; Teoria insider ..

Tor Sapienza ancora anti-immigrati: Teoria insider-outsider .

Italia: nuovo rapporto povertà, povertà post, tanti … – controappunto blog

Terzo Rapporto Caritas, rapporto istat ultimo, povertà germania …

Storming the Food Banks: Charities Struggle with Growing

Europa in ginocchio, Germania in recessione 14 Agosto .

L’italia piange e la Germania ride a denti stretti? IN USA .

Germania, i pro ei contro dei minijob – Insight: The dark side …

Forex: Calendario Economico del 24 Aprile, 2013 (Market .

Save the Children: rapporto su povertà infantile | controappuntoblog.org

Infanzia, in Italia 1 milione 876mila bambini vivono in povertà …

In Italia 4,1 milioni senza cibo – controappuntoblog.org

ricchi e poveri | controappuntoblog.org

Italia In 4D. Anni 50 – Ricchi & Poveri: Il lato oscuro del boom .

se invece i compagni ragionassero su i fatti di San Basilio…. ; Teoria insider-outsider i post

famine : South Sudan , Somalie : IL PROBLEMA DEI PROBLEMI i post …

SENZA CLASSE IN GUERRA IN UN MONDO IN … – controappunto blog

Pubblicato in documenti politici, schiavitù e capitalismo | Contrassegnato , | Lascia un commento

Erik Satie : Rêverie du Pauvre – Trois Morceaux en Forme de Poire




Erik Satie :Messe des Pauvres, Choses vues à droite et à gauche (sans lunettes)

Erik Satie ~1900~ Geneviève de Brabant – Parade : Le Groupe de six!

Erik Satie & Aldo Ciccolini | controappuntoblog.org

Erik Satie: Gnossienne nº 2 – 3 | controappuntoblog.org

Erik Satie | controappuntoblog.org

Erik Satie Cocteau Picasso’ | controappuntoblog.org

Le Feu Follet (Louis Malle, 1963) – Erik Satie – Gnossienne No 4, 5 …

 L’affaire Germaine Tailleferre- Valse lente : Le Groupe de six!

http://www.controappuntoblog.org/2017/04/20/laffaire-germaine-tailleferre-valse-lente-le-groupe-de-six/

Darius Milhaud : Scaramouche: Brazileira. Maximilien – La Cheminée …

Darius Milhaud: Les Choéphores op.24 – L’Orestie d’Eschyle …

La création du monde Darius Milhaud – Le Bœuf sur le toit …

Trois poèmes de Jean Cocteau,Darius Milhaud | controappuntoblog.org

Les Six: Les Mariés de la Tour Eiffel (Complete ballet) (1921

coreografi: Börlin – Jean Cocteau & The Group of six …

Darius Milhaud: Pacem in terris op.404 | controappuntoblog.org

Pubblicato in musica | Contrassegnato | Lascia un commento

Melancolía de izquierda ENZO TRAVERSO – Theodoros Angelopoulos – KEN LOACH films

Melancolía de izquierda

24/05/2017 | Michael Löwy

Este brillante ensayo* es un intento de recuperar una tradición ocultada y discreta: la de la “melancolía de izquierda”, un estado de ánimo que no forma parte del relato canónico de la izquierda, más propensa a celebrar los triunfos gloriosos que las derrotas trágicas. Sin embargo, el recuerdo de esas derrotas –junio de 1848, mayo de 1871, enero de 1919, septiembre de 1973– y la solidaridad con los vencidos irrigan la historia revolucionaria como un río subterráneo, invisible. En las antípodas de la resignación, esta melancolía de izquierda es un hilo rojo que cruza la cultura revolucionaria desde Auguste Blanqui hasta Walter Benjamin, pasando por Gustave Courbet y Rosa Luxemburgo, como también el cine crítico. Traverso revela con vigor y de modo contraintuitivo toda la carga subversiva y liberadora del duelo revolucionario.

La historia del socialismo a lo largo de dos siglos ha sido una constelación de derrotas, trágicas, a menudo sangrantes; pero esto no induce a la aceptación del orden establecido, sino todo lo contrario. En su último artículo, de enero de 1919, Rosa Luxemburgo escribió: “La vía al socialismo está pavimentada de derrotas… En ellas hemos fundado nuestra experiencia, nuestros conocimientos, la fuerza y el idealismo que nos animan.” El mismo espíritu anima a Che Guevara cuando, en octubre de 1967, dice a sus asesinos: “Hemos fracasado, pero la revolución es inmortal.” Sin embargo, esta dialéctica de la derrota podía conducir, señala Traverso, a una especie de teodicea seglar, con una fe casi religiosa en la victoria final. Es mejor reconocer, como hizo la propia Rosa Luxemburgo en 1915, que el futuro sigue siendo incierto: “socialismo o barbarie”.

Contrariamente a las derrotas gloriosas del pasado –1848, 1871, 1919–, la de 1989 (la caída del Muro de Berlín, seguida de la restauración del capitalismo) es una derrota oscura que genera desencanto. De ahí el desarrollo, a partir de esos años, de un marxismo melancólico, del que Daniel Bensaid es uno de los representantes más eminentes. Su arte reside, según Enzo Traverso, en la organización del pesimismo (fórmula de Walter Benjamin): asumir un fracaso sin capitular ante el enemigo, sabiendo que un nuevo comienzo adoptará formas inéditas.

La melancolía de izquierda se expresa mejor en las creaciones del imaginario revolucionario que en las controversias teóricas. El libro explorará por tanto esta sensibilidad en el cine, a través de las obras de Chris Marker, Gillo Pontecorvo y Ken Loach. Contrariamente a la historiografía, el cine no aspira a la exactitud, pero muestra la dimensión subjetiva de los acontecimientos, lo que lo convierte en un barómetro de la experiencia revolucionaria. Marxista anticolonialista, Pontecorvo es el realizador por excelencia de las derrotas gloriosas que preparan el futuro, como en La batalla de Argel (1966) o en Queimada (1969), que Edward Said consideraba “una obra maestra”. El mismo juicio puede aplicarse, en cierta medida, a Tierra y libertad, de Ken Loach, que proyecta una mirada melancólica, pero “todo menos resignada”, sobre la revolución española de 1936-1937. Su película quiere ser un monumento a las revoluciones del siglo XX, un monumento épico, pero ni dogmático ni lirico, impregnado de duelo.

Otra obra maestra, Rua Santa-Fé (2007), de Carmen Castillo, es un epitafio dedicado a la memoria de su compañero Miguel Enríquez y de las revoluciones latinoamericanas de la década de 1970. Distinta de la película de Ken Loach, esta es ante todo un documento sensible: Carmen Castillo no indaga en las razones de la derrota, sino en las emociones que esta ha generado, así como en las reacciones de la juventud chilena actual, que “se apropia la memoria de los vencidos”. Las páginas que consagra Enzo Traverso a esta película figuran entre las más logradas del libro.

Las películas de estos tres cineastas, como también las de Theo Angelopoulos o Patricio Guzmán, describen el siglo XX como una edad trágica de revoluciones quebradas y utopías derrotadas. Su melancolía de izquierda expresa el duelo colectivo de una generación.

Traverso dedica un capítulo a lo que denomina “melancolía poscolonial”, que adopta dos formas: l) desencanto ante las descolonizaciones fallidas y 2) decepción ante el desencuentro entre marxismo y anticolonialismo. Analiza con mucha finura los escritos de Marx, destacando tanto su visión eurocéntrica inicial como su progresiva superación a partir de la década de 1860. En el transcurso del siglo XX, la historia del marxismo es indisociable de los movimientos de liberación nacional, por mucho que los marxistas occidentales (Lukács, la Escuela de Fráncfort) hayan ignorado la lucha de los pueblos colonizados. A mi juicio, esta limitación es innegable, pero no creo que haya generado una “melancolía de izquierda”, contrariamente a la primera forma de la “melancolía poscolonial” –la de las independencias fallidas–, de la que Enzo Traverso habla muy poco, pero que ha pesado mucho sobre una generación de militantes anticolonialistas.

El último capítulo del libro está dedicado a nuestro amigo Daniel Bensaid. En la nueva coyuntura creada por los años noventa (restauración del capitalismo en la URSS y Europa del Este), Daniel tratará de repensar la historia a partir de Marx y Trotsky, aunque también de la “galaxia melancólica” –Baudelaire-Blanqui-Péguy-Walter Benjamin–, como el terreno de lo incierto y lo posible, de las arborescencias y las bifurcaciones. Se puede criticar la lectura que hace Bensaid de los escritos de Benjamin –en particular de sus Tesis sobre el concepto de la historia–, porque deja de lado la dimensión teológica y la relación con la utopía. Sin embargo, esta lectura atípica, no convencional, fue una de las primeras en destacar la dimensión política de Benjamin. Más que una interpretación erudita del texto, el ensayo de Bensaid, Walter Benjamin, sentinelle messianique (1990), es una reflexión a partir de Benjamin, a quien utiliza como una brújula para los revolucionarios en la tempestad de 1989-1990. La revolución ya no puede plantearse como “inevitable”: hipótesis estratégica y horizonte regulador, solo puede ser objeto de una apuesta melancólica (la apuesta de Pascal revisada y corregida por el marxista Lucien Goldmann).

En conclusión, Enzo Traverso critica el discurso normativo actual, que presenta el régimen liberal y la economía de mercado como el orden natural del mundo, estigmatizando las utopías del siglo XX. Para este discurso dominante, la melancolía de izquierda es culpable debido a sus vínculos con los compromisos subversivos del pasado. Sin embargo, la propia izquierda ha rechazado a menudo la melancolía para “no desesperar a Billancourt” 1/. Es hora de descubrir esta melancolía rebelde que se diferencia tanto de la resignación como de la “compasión” por las víctimas. Es uno de los atributos de la acción revolucionaria y está inscrita en la historia de todos los movimientos que, desde hace dos siglos, han intentado cambiar el mundo. Porque “es con las derrotas como se transmite la experiencia revolucionaria de una generación a otra”. Creo que el autor de Le Pari mélancolique 2/ (1997) estaría de acuerdo con esta conclusión…

* Mélancolie de gauche : La force d’une tradition cachée (XIXe-XXIe siècle). Enzo Traverso. La Découverte, Paris, 2016

11/04/2017

Artículo publicado originalmente en www.contretemps.eu

Traducción: viento sur

Notas

1/ Billancourt: centro industrial a las afueras de París, símbolo del movimiento obrero francés. (N.d.t.)

2/ Daniel Bensaid (N.d.t.)

http://vientosur.info/spip.php?article12631



Θόδωρος Αγγελόπουλος (A tribute to filmography Theo Angelopoulos …

zibaldone di Eternità e un giorno Theodoros Angelopoulos

http://www.controappuntoblog.org/2017/01/07/zibaldone-di-eternita-e-un-giorno-theodoros-angelopoulos/

Il passo sospeso della cicogna Το μετέωρο βήμα του πελαργού : Theodoros Angelopoulos

Reconstruction/Αναπαράσταση 1970 – Turkey Crime,Full Movies Theo ..

Theo Angelopoulos | controappuntoblog.org

Θόδωρος Αγγελόπουλος (A tribute to filmography Theo .

La Mirada de Ulises Theo Angelopoulos | controappuntoblog.org

The Odyssey: by Nikos Kazantzakis Translation by Kimon Friar ; Bohuslav Martinů ed altri Ulisse

http://www.controappuntoblog.org/2016/03/25/the-odyssey-by-nikos-kazantzakis-translation-by-kimon-friar-bohuslav-martinu-ed-altri-ulisse/

La sorgente del fiume | controappuntoblog.org

per voi il cinema | controappuntoblog.org

Gian Maria Volonté by mexicanjournalist e qualche film

I, DANIEL BLAKE – KEN LOACH : GRAZIE VECCHIO ROSSO …


Pubblicato in cultura | Contrassegnato | Lascia un commento

Erik Satie :Messe des Pauvres, Choses vues à droite et à gauche (sans lunettes)

A New Gloria for Satie’s Messe des pauvres – Érudit



Erik Satie ~1900~ Geneviève de Brabant – Parade : Le Groupe de six!

Erik Satie & Aldo Ciccolini | controappuntoblog.org

Erik Satie: Gnossienne nº 2 – 3 | controappuntoblog.org

Erik Satie | controappuntoblog.org

Erik Satie Cocteau Picasso’ | controappuntoblog.org

Le Feu Follet (Louis Malle, 1963) – Erik Satie – Gnossienne No 4, 5 …

 L’affaire Germaine Tailleferre- Valse lente : Le Groupe de six!

http://www.controappuntoblog.org/2017/04/20/laffaire-germaine-tailleferre-valse-lente-le-groupe-de-six/

Darius Milhaud : Scaramouche: Brazileira. Maximilien – La Cheminée …

Darius Milhaud: Les Choéphores op.24 – L’Orestie d’Eschyle …

La création du monde Darius Milhaud – Le Bœuf sur le toit …

Trois poèmes de Jean Cocteau,Darius Milhaud | controappuntoblog.org

Les Six: Les Mariés de la Tour Eiffel (Complete ballet) (1921

coreografi: Börlin – Jean Cocteau & The Group of six …

Darius Milhaud: Pacem in terris op.404 | controappuntoblog.org

Pubblicato in musica | Contrassegnato | Lascia un commento