censimento dei rom? : non è nuovo; Porajmos …. qualche post

Il Dott. Robert Ritter identifica una rom con un poliziotto. Donazione dell’Archivio Federale Tedesco (Deutsches Bundesarchiv)

Salvini lancia un censimento dei rom. Ma un censimento c’è già

Il ministro dell’Interno vuole una “ricognizione per vedere chi, come e quanti sono”. L’opposizione lo attacca: “È faticoso essere cattivo”. E l’associazione 21 luglio ricorda che tutti i dati ci sono già.

19 giugno 2018,07:30

Un censimento sui rom in Italia, “una ricognizione per vedere chi, come e quanti” sono. Lo ha annunciato il ministro dell’Interno Matteo Salvini sottolineando che “dopo Maroni non si è fatto più nulla, ed è il caos”. “Facciamo un’anagrafe, una fotografia della situazione“, ha aggiunto Salvini. Gli irregolari saranno espulsi mentre “i rom italiani purtroppo – ha detto il ministro – te li devi tenere a casa”. Una proposta ‘shock’, secondo alcuni commentatori, accusa che Salvini respinge al mittente: “Qualcuno parla di ‘shock’. Perchè??? Io penso anche a quei poveri bambini educati al furto e all’illegalità”, twitta nel pomeriggio.

Spiegazione che non convince il Pd: “Ieri i rifugiati, oggi i Rom, domani le pistole per tutti. Quanto è faticoso essere cattivo”, scrive l’ex presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, su Twitter. “Le parole sono pietre e il ‘dossier Rom’ di Salvini è agghiacciante, ricorda politiche di stampo nazista”, attacca il senatore dem Edoardo Patriarca. “Forse il leader della Lega asseconda la pancia dei cittadini spaventati, ma a tutto c’è un limite. Dove vuole arrivare nell’aizzare l’odio sociale ed etnico? Si ricordi che è il ministro dell’Interno di un grande paese del G7”, aggiunge.

E se per Ettore Rosato il censimento sui Rom è “volgare e demagogico”, secondo il deputato Pd Walter Verini “è una escalation che va fermata. Cominciò così anche ottanta anni fa e sappiamo come andò a finire”. “E poi …? – si chiede il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso – Proporranno un segno per riconoscerli? La barbarie è sempre iniziata con un ‘censimentò, magari per la loro sicurezza. Che orrore e che schifo!”.

All’annuncio del ministro rispondono anche le associazioni: “Il ministro Salvini dovrebbe studiare, ne avrebbe tanto bisogno. Quello che fu definito un censimento, organizzato dal ministro Maroni tra il 2009 e il 2011, fu in realtà una schedatura su base etnica, vietata in Italia. Per tale ragione ci fu una strigliata da parte dell’Europa”, sottolinea Carlo Stasolla, presidente dell’associazione 21 luglio. Mentre l’Associazione Nazione Rom ricorda come sia già presente un dossier “elaborato dall’Istat nel 2017” e sia stato “prontamente consegnato al ministro Salvini e sulla email del Gabinetto del Ministro dell’Interno”.

Peraltro l’Italia ha ricevuto, dalla Commissione Europea, “ingenti finanziamenti per il periodo 2014 2020 al fine di garantire una casa, un lavoro, una scuola e una protezione sanitaria” per rom, sinti e caminanti, e per la popolazione in estrema povertà come i senza fissa dimora”, ricorda l’associazione, che si è recata la scorsa settimana a Bruxelles “per ottenere l’apertura di inchiesta da parte della Commissione Europea relativamente all’utilizzo improprio di questi fondi. Adesso è necessario rispettare Accordi e Strategia, pena la sospensione dei finanziamenti europei erogati per un totale di 7 miliardi di euro”. Per questo ANR chiede “un incontro urgente con il ministro Matteo Salvini che veda il coinvolgimento di UNAR punto di contatto nazionale per implementare gli Accordi Ue di Inclusione e la Strategia Nazionale RSC”.

Ma un censimento già c’è

Sono tra 120 e 180 mila i cittadini di origine rom e sinti in Italia, 26 mila dei quali vivono in emergenza abitativa in baraccopoli formali (insediamenti gestiti dalle amministrazioni locali) e informali (‘campi abusivì) o nei centri di raccolta monoetnici.

Sono i dati dell’ultimo Rapporto dell’Associazione 21 luglio. Le baraccopoli formali sono 148, distribuite in 87 comuni di 16 regioni da Nord a Sud, per un totale di circa 16.400 abitanti, mentre 9.600 è il numero di presenze stimato all’interno di insediamenti informali. Dei rom e sinti residenti nelle baraccopoli formali si stima che il 43% abbia la cittadinanza italiana mentre sono 9.600 i rom originari dell’ex Jugoslavia di cui circa il 30% – pari a 3 mila – è a rischio apolidia.

Baraccopoli e micro insediamenti

Nelle baraccopoli informali e nei micro insediamenti vivono nell’86% dei casi cittadini di origine romena. A vivere sulla propria pelle le tragiche conseguenze della segregazione abitativa sono molti minori, il 55% secondo le stime di Associazione 21 luglio “con gravi ripercussioni sulla salute psico-fisica e sul loro percorso educativo e scolastico”. A incidere sui livelli di scolarizzazione contribuiscono in modo significativo sia le condizioni abitative sia la forte catena di vulnerabilità perpetrata dalle operazioni di sgombero forzato attuate in assenza delle garanzie procedurali previste dai diversi Comitati delle Nazioni Unite.

Associazione 21 luglio ha registrato in tutto il 2017 un totale di 230 operazioni: 96 nel Nord, 91 al Centro (di cui 33 nella città di Roma) e 43 nel Sud. Proprio Roma detiene il triste primato del maggior numero di insediamenti presenti, 17 in totale di cui 6 formali e 11 cosiddetti “tollerati”. “Nella capitale – denuncia il Rapporto – nonostante le aspettative create a fine 2016 con la Memoria di Giunta e il ‘Progetto di Inclusione Rom’ presentato dalla sindaca Raggi che aveva come obiettivo il graduale superamento dei ‘campi’ presenti all’interno della città, nel 2017 non è stato di fatto avviato alcun processo di inclusione”.

Il giudizio degli Enti internazionali ed europei di monitoraggio sui diritti umani appare impietoso: anche nel 2017 l’Italia ha continuato a essere il “Paese dei campi”, “perseverando nell’utilizzo di politiche discriminatorie e segreganti nei confronti delle popolazioni rom e sinti presenti sul territorio nazionale oltre che nelle persistenti operazioni di sgombero forzato”.

https://www.agi.it/politica/salvini_censimento_rom-4041339/news/2018-06-19/

Discrimination: Death: Denial:

Porajmos, the forgotten Roma Holocaust.

Under the rule of Nazi Germany, the Roma were persecuted, detained and executed as part of the Holocaust. Roma call the Holocaust the Porajmos, which means the ‘Devouring’ in Romani language.

There was segregated provision even in extermination camps. In the extermination camp at Auschwitz II-Birkenau, section Blle was known as the ‘zigeunerlager’, or Gypsy Camp. Men, women and children were imprisoned together, forced into slave labour and tortured. Josef Mengele took a particular interest in the Roma and made them the subject of horrific experiments.

August 2nd is assigned Roma Holocaust Memorial day because on the night of 2nd August 1944, the remaining 2,897 Roma women, old men and children from the so called “Zigeunerlager” or “Gypsy” camp were killed in gas chambers. There were no Roma and Sinti survivors from Auschwitz concentration camp.

The number of Roma killed has often been underestimated as a result of Roma being sometimes grouped in Nazi records under headings such as ‘remainder to be liquidated’, ‘hangers-on’, and ‘partisans’. It is estimated between 1/3 to 2/3 of the Roma community living in Europe at the time were exterminated approx. 500,000 Roma. In addition at least another 500,000 were displaced, dispossessed, or had their identity papers lost or destroyed.

Under the July 1933 sterilisation law, many Roma were sterilised against their will.

As was the case for the Jewish, the outbreak of war in September 1939 radicalised the Nazi regime’s policies towards Roma. Their ‘resettlement’ to the East and their mass murder closely parallel the systematic deportations and killings of the Jewish people.

By the summer of 1938, large numbers of German and Austrian Roma were rounded up and sent to concentration camps. They were forced to initially wear black triangular patches, which classified them as ‘asocials’, or green patches, which was a symbol for ‘professional criminals’. Finally a brown triangle was used for Roma and the letter Z (Zigeuner) was put in front of the number tatooed onto each prisoner.

Before being exterminated, Roma were subjected to medical experiments. At Sachsenhausen, they were subjected to special experiments that were supposed to prove scientifically that their blood was different from German blood.

Along with the camps, ghettos were set up in major cities, set apart with brick walls and armed guards – from these areas, countless Roma and Sinti were murdered and buried in mass graves. Along with this mobile death squads were deployed.

Under Antonescu’s rule, it is estimated that over 25,000 Roma were deported to camps in Transnistria, a region in the Soviet Union occupied by Romanian and German forces. Food was scarce, medical care absent and prisoners were subjected to forced labour, starvation, disease and brutality.  In 1944, when the camps were liberated just 11,000 Roma had survived.

The genocide of Jewish people was recognised during the Nuremberg trials and the German government paid war reparations to Jewish survivors of the Holocaust.

The genocide of Roma people wasn’t formally recognised until 1982. Until then, the West German government denied that Roma were subjects of racially motivated persecution. Instead, it was insisted that Roma were imprisoned for their ‘asocial’ and ‘criminal’ characteristics, allowing the government to avoid responsibility for racial discrimination and compensation for genocide.

Today Roma continue to be subjected to racially motivated hate crime, violence, persecution, expulsion and discrimination. Recent rise of anti-Gypsyism across Europe is embedded within the anti-Roma rhetoric and discourse, which fuelled the events of the Porajmos.

Porajmos- The Forgotten Roma Holocaust Pavee Point

Karl Stojka Porajmos e Karl Ratzer – The lucky Man Blues …

16 maggio 1944: la rivolta dei gitani ad Auschwitz …

storie di pugni : Johann Trollmann Buttati giù … – controappunto blog

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Gassid Mohammed : La vita non è una fossa comune by poesia.argonline. e versanteripido

La vita non è una fossa comune | L’esperienza tra Iraq e Italia nel libro di Gassid Mohammed

È da qualche numero che su L’Espresso escono articoli – è certamente il caso del bell’articolo di Orsina ‘Quando nacque il rancore’ – che cercano di fare il punto della situazione del vuoto prodotto dal consumo, sull’onda di alcuni assunti di quella sociologia che ha teorizzato l’individualismo narcisistico come l’evoluzione coerente del singolo all’interno della società di massa, una volta venute a mancare le ideologie. Questa lettura pare rispecchiare l’attuale contemporaneità tanto sociale quanto poetica. Anche la poesia, soprattutto la lirica, o meglio quella lirica che molti che affermano di scrivere, si rivela ammorbata da questa minaccia. Come ho accennato in un articolo uscito su Argo, a proposito di uno scrittore del mezzogiorno, l’individualismo autobiografico viene sostenuto da un apparato visibile che punta alla spettacolarizzazione fine a se stessa di certi prodotti lirici all’interno di quella piccola nicchia che è la poesia: vuota di lettori, ma piena di scrittori. I concorsi, i festival, gli apparentemente innocui circoli di lettura nei bar di provincia: queste nicchie nascono spesso, ma non sempre, da un sodalizio tra istituzione comunale e casa editrice, oppure banca e case editrici, oppure una commistione dei due tipi. Il vuoto poetico altro non è che una forma di vuoto culturale.  Quello che ci ha rimesso e ci sta rimettendo è proprio la poesia, che sta venendo gradualmente svuotata a partire dagli stilemi che hanno fatto grande una generazione, con la quale una generazione si è fatta grande riuscendo a pervenire a una contiguità tra cronaca personale e realtà, conferendo così ai fatti autobiografici una profondità interpretativa, razionalizzante, insomma di pensiero attraverso cui generazioni successive potevano leggere e comprendere quel periodo così lucidamente esposto: primariamente Giudici e Sereni sono i più bersagliati dallo svuotamento culturale, ma non si possono certo dimenticare i grandi apporti, in questo senso, di Bertolucci e Luzi.
Ora invece ci si riempie la bocca con il nome di questi autori, ma i loro supposti adepti, nati dal 70 in poi, tendono a svuotare quel modello non tanto riparando in fatti personali, ma rinunciando a rifletterci sopra veramente, rinunciando a leggerli con l’ambizione di razionalizzarli, di razionalizzare un momento storico e sociale buio, conferire una chiave di lettura, facendoli divenire dunque solo immagini piatte cristallizzate non più vitali e rappresentative come quelle dei maestri. L’autobiografismo, il quale spesso tra l’altro sconfina nel moralismo generazionale di bassa lega, che ha rinunciato di offrire chiavi di lettura ripresenta quel problema, in realtà mai svanito, solo dimenticato, del distacco tra cronaca e storia. La cattiva scrittura e lo stile cattivo, anzi peggio, viziato, non può dunque che essere la logica conseguenza della pigrizia intellettuale dove quello che conta non è l’artigianato della parola, che si basa sempre su una variatio meditata, ma quello del consolidamento dello schema, della sua riproduzione.
In questo desolato ambiente la casa editrice Arcolaio pubblica La vita non è una fossa comune di Gassid Mohammed, che si rivela un passo nella giusta direzione: un lavoro vitale nella sua commistione culturale. In questo libro si cerca di conservare e di esporre una reale connessione tra individuo e forme letterarie che si rivelano in rapporto dialogico: gli stilemi arabi leggono quelli italiani, quelli italiani leggono quelli arabi.

Una raccolta divisa fra Iraq ed Italia la quale raccoglie la sfida di amalgamare tradizioni e stili letterari diversi. Lo scheletro retorico predominante nella maggior parte dei componimenti è epiforo-anaforica, che costituisce uno dei lasciti più vistosi della poesia mediorientale, ma se la lingua araba attraverso la flessione poteva modificare il significato di ogni parola in modo diretto, mantenendo la stessa radice, Mohammed rappresenta questa concatenazione metamorfica in una catena continua di epifore o anafore. L’effetto è quello di progressione ritmica fondata sulla sintassi, che consente al verso di dilatarsi . La poesia di Mohammed ha una forte componente narrativa.
le immagini delineate, specialmente attraverso l’uso serrato di metafore e similitudini nella sezione un cadavere mi raccontò (poesia per l’Iraq), le descrizioni risultano simili ad arabeschi: l’avvicendamento di una serie di particolari cuciti sul tessuto geometrico della progressione retorico-sintattica. Dunque ripetizione e variazione da una parte, metafora e similitudini dall’altra costituiscono gran parte della compagine su cui si sviluppano le descrizione dell’autore il quale si impegna, in gran parte del libro, a mostrare ora gli scenari della guerra in Iraq , ora a delineare la Bologna vissuta dagli occhi di uno studente arabo-italiano assieme altrettanti personaggi nel quadro asfittico della città.
Se lungo tutta la raccolta è presente una dimensione filosofica, è solo nelle fasi conclusive del libro che la speculzione su temi capitali si fa centrale. In alcune poesie, precipuamente liriche, come sono fragile, sono magro, sono nullità si potrebbe azzardare il legame con certa postura crepuscolare italiana, come del resto dimostra l’inedito qui riportato.  A questo si aggiunge, similmente a certa poesia contemporanea di area araba, come vengano utilizzate simbologie di tipo religioso in senso ironico. Parallelamente alle meditazioni sulla morte, il nulla emerge come carattere costitutivo del consumismo. Questo viene declinato talvolta come solitudine dell’individuo nella città che pare essere un altro tema fondamentalmente sotteso a gran parte della raccolta. Il nulla viene contrapposto dialetticamente all’insistenza di un noi declinato comunitariamente il quale cerca di rimarginare la lacerazione dell’individualismo. Un noi estremo che spinge il singolo fino al sacrificio riportando per questo in gioco un tipo di eroismo ormai, dall’Italia, dimenticato come si legge nel poema pg 39-40. Non credo tuttavia che quella di Mohamed possa dirsi poesia propriamente civile, né una poesia di contestazione, poiché tende più che altro a configurarsi come testimonianza: l’azione del pensiero che descrive la propria contemporaneità con ironica distanza. È infatti come testimone della bellezza, quanto delle atrocità e insensatezze del presente che Mohamed vede la più genuina azione del poeta, giustificata tanto a livello tematico quanto a livello stilistico dall’architettura di tutta la raccolta.
Delineata per sommi capi la raccolta vorrei concludere con una chiosa comparatistica al fine di illuminare, a livello stilistico, alcuni passaggi: cercare di mostrare come Mohammed innesta nella propria poesia topos della tradizione classica, partendo dal corano: bacino figurale cui la letteratura araba da sempre attinge. Difatti il libro sacro è la fonte principale tanto della poesia conservatrice, quanto della poesia reazionaria utilizza le sue forti immagini in maniera ironica. Nei paesi di lingua araba, oltretutto, non hanno mai avuto una cesura netta con la tradizione, che si è sempre vista centro di costanti riattualizzazioni anche in modo stringente, quasi manieristico, come è il caso dei muhāfizūn tra la fine del 800 e gli inizi del 900, o per la poesia iranica Diwan al-Rusafi che pubblicò un canzoniere completato nel 1931, oppure in modo più libero come nel caso di Halil Mutran che cercava appunto un compresso alla soglia del 900 tra le nuove forme d’espressione e la poesia araba antica.
Da queste breve informazioni ritengo si possa sostenere che i poeti e gli scrittori di lingua araba, al di là di ogni partito, sentivano la necessità di confrontarsi con i grandi stili del passato. Così anche Mohammed conserva all’interno dei suoi versi figuratività tradizionale che vengono innestati insieme a temi e luoghi del 900 soprattutto italiano.
Vorrei riprendere dunque in considerazione tre poesie La morte del poeta e Quanta acqua scorre per le strade?  In generale nella raccolta troviamo disseminati elementi che riconducono alla tradizione: oltre la struttura anaforica si ripresenta anche la tensione plastica figurale propria della lirica araba sin dalla poesia pre-silamica.  Il pimo componimento è una delle quali chiamerei cortesi dove l’autore declina autonomamente il topos dell’amore lontano,della contiguità di amore con la sofferenza e dello schiavo d’amore. Nonostante le metafore naturali pervadano classicamente il testo, in questo genere di componimenti la morte si rivela un elemento altrettanto fondamentale e ineliminabile, che fa emergere un onnipresente pessimismo di fondo. Questo è il caso del componimento la morte del poeta dove un esprit plastico entra in contrasto dialettico con la celebre formula di Pavese verrà la morte e avrà i tuoi occhi, che si rivela primaria fonte italiana per la compagine linguistico-narrativa. Elemento di questa poesia è l’enfasi che l’autore mette sugli occhi . il destino dell’amata è espresso dalla figuratività che trapela dallo sguardo e in questa particolarità Mohammed dialoga su morte e nulla tanto con Pavese quanto vuole riproporre in una nuova chiave alcuni elementi tradizionali come l’interpretazione del tema dello schiavo d’amore, il tema dell’amore lontano e, ovviamente, il legame topico della letteratura araba tra amore e sofferenza.
La donna Destinata comunque alla morte viene letificata. La sura LV Al-rahman si rivela centrale per dimostrare come anche le immagini di Mohammed non si sottraggano ad attingere da questo grande bacino figurativo. Difatti l’autore ,dell’amata, riporta un singolare accostamento “labbra di corallo” che si rivela citazione diretta delle fanciulle paradisiache all’interno della sura, versetto 56-58: “vi saranno quelle dagli sguardi casti, mai toccate da uomini e da demoni / saranno simili a rubino e cristallo”. Attraverso un esercizio della memoria l’autore fa trapelare dallo sguardo gli elementi paradisiaci tipici del giardino arabo. La midons di Mohammed dunque rivela essere al centro di una dimensione edenica in cui la donna è un assoluto, una visione immanente riassunta nell’intensità del qui e dell’ora, che dimostra l’attaccamento irriducibile alla vita, altro modalità contestativa nella poesia, se vogliamo: perché nel Corano gli eversori e I miscredenti sono I più attaccati alla vita.
Altro elemento figurale tratto dal libro sacro potrebbe essere quello della poesia successiva. Se nella Sura della Giovenca ricorrenti sono le immagini, specialmente nei versetti riguardanti Mosè, dell’acqua e, più precisamente, dei rivoli che sgorgano dalla pietra anche in questa poesia Mohammed attua la sua variatio comprendendo topos nell’immaginario liquido delle persone che scorrono nelle strade.
Da queste brevi incursioni sul testo si nota l’originalità della prova di questa poeta che attraverso la variazione riesce a rinvigorire forme tradizionali facendo perno su temi largamente invalsi nel novecento italiano ed europeo pervenendo così a uno stile vitale e vibrante, dimostrando così elegantemente come sia possibile ancora avere un rapporto col passato che non sia puro impeto archeologico.

Quanta acqua scorre per le strade?
eppure erano gocce di pioggia,
gocce che scendevano solitaria
una ad una,
come noi umani
scorriamo per le strade
uno ad uno,
eppure non abbiamo mai imparato
l’arte della pioggia.

*

Un cadavere mi raccontò:
ho visto e ho sentito tanto
ho visto il tempo sciogliersi in un momento di silenzio
e il silenzio estendersi fino a ingoiare il luogo
e la vita stringersi fino a diventare un lampo
poi si sono susseguite veloci le immagini:
tuono, tempesta, fumo e fiamme
in un momento che vale tutta la vita
intenso d’immagini
il tempo si è dileguato… solo il momento silente è rimasto
pochi istanti prima di immergermi nel buio
buio senza inizio né fine.

ho visto e ho sentito tanto
mi disse il cadavere
ho visto un corpo frantumarsi come il vetro
e ho sentito i frantumi scagliarsi contro la parete
ho visto la lingua della morte,soltanto la sua lingua,
lambire il viso di una bambina
e ho sentito il gemito della bambina
prima di sciogliersi, come una caramella, sulla lingua della morte
e ho visto i denti delle fiamme azzannare le cosce d’una giovane
e ho sentito il grido della giovane
prima di trasformarsi in una statua di carbone
ho visto pezzi di vetro volare lentamente
piantarsi nel petto d’un giovane che non ebbe il tempo di stupirsi
e ho sentito il tonfo dei pezzi mentre si conficcavano sul suo petto
ho visto una grossa scheggia avanzare lenta
verso una donna che teneva in braccio un bambino
l’ho Vista prendere con sé la testa della donna
lasciando solo il corpo che continuava ad abbracciare forte il bambino
e ho sentito lo scagliarsi della grossa scheggia
e della testa della donna contro il muro
ho visto il corpo senza testa crollare insieme al bambino
e il bambino aprire la bocca con soli tre denti
e ho sentito il tonfo del corpo della donna sulla terra
ma non ho sentito il grido del bambino
nulla ho sentito dopo ciò
e nulla ho visto
c’era soltanto il buio.
Nient’altro che buio.

*

Inedito

Sono un filo sottile
seguo il mio cammino
intrecciato da molti cammini
di fili sottili
figli d’una natura severa

Sono un filo sottile
di quella ragnatela
che svolazza al vento
che a stento resiste
sgretolata, minacciata
quasi consumata

Sono un filo sottile
sarei uno sputo al vento
caduto chissà dove
se non fosse per gli altri fili
che sorreggono il mio cammino

Allora tu, pagliaccio delle mille facce
che saltelli su quella ragnatela
sgretolata, minacciata quasi consumata
guardati dal romperla
perché sotto
ti aspetta il vuoto

Scrittore poeta e traduttore iracheno, Gassid Mohammed nasce a Babilonia nel 1981; dopo la laurea quadriennale a Baghdad continua gli studi a Bologna. Nel 2011 conclude la magistrale in Italianistica per poi conseguire il dottorato nel 2015. Svolge le sue attività letterarie e culturali a Bologna e in altre città italiane, facendo parte di diversi gruppi. Attualmente vive a Bologna ed è docente di lingua araba all’Università di Bologna e all’università di Macerata. Suoi testi sono apparsi su diverse riviste cartacee e online. Tra le sue traduzioni: dall’italiano all’arabo ha tradotto: il Corsaro Nero di Emiglio Salgari (Al Mutawassit), la Bella Estate di Cesare Pavese (Al Mutawassit), City di Alessandro Baricco (Al Mutawassit) e Senilità di Italo Svevo (Waraq). Dall’arabo all’italiano ha tradotto: Le istruzioni sono all’interno di Ashraf Fayad (Terra d’Ulivi).

La vita non è una fossa comune | L’esperienza tra … – ARGO | poesia

L’ho dimenticato al mercato, inediti di Gassid Mohammed.

Gassid Mohammed: Scrittore, poeta e traduttore iracheno. Nasce e cresce a Babilonia, dopo la laurea quadriennale a Baghdad continua i suoi studi a Bologna. Nel 2011 conclude la magistrale in Italianistica, per poi conseguire il dottorato nel 2015. Svolge le sue attività letterarie e culturali a Bologna e in altre città italiane, facendo parte di diversi gruppi. Attualmente vive a Bologna ed è docente di lingua araba all’Università di Bologna e all’Università di Macerata

1-

Una madre
Era immersa nei colori
Alla ricerca di un vestito per la sposa di suo figlio
Mentre costui era immerso nel fuoco e nel fumo
L’aveva riconosciuto dalla fede nuziale
Dopo che il fuoco si era spento sul suo corpo

Una scarpa di una bimba
Il fuoco ha rovinato l’estremità del laccio
Pensi, forse, che la bimba fosse bruciata?
No, ti sbagli
Stava invece sognando
Sotto le macerie di un muro

Sul marciapiede un cappello di un matto
Diceva alla gente che l’inferno era alle porte
Nessuna gli credette … e anche lui smise di credere in sé stesso
Chiuse gli occhi sotto il cappello, e stette in silenzio
Si disse che non aveva smesso di credere in sé stesso
Che stava invece prestando attenzione alla rivelazione dell’inferno
E venne l’inferno … si disse che l’aveva prescelto
Volò col fumo senza che nulla di lui cadesse
Tranne il suo cappello
Era caduto sul marciapiede
Sopra una scarpa

Un cellulare con uno schermo rotto
Cadde dalla mano del giovane che lo teneva sull’orecchio
Dopo che un pezzo di vetro gli spuntò nel collo
Suonò il cellulare diverse volte
Sullo schermo rotto c’era:
Mamma
(5) chiamate perse

Si ruppe il vetro della finestra del terzo piano
Una donna col vestito colorato si lanciò
Seguita dalle fiamme
Si disse che somigliava ad [1] Abbas Bin Fernas ma senza ali
E si disse che somigliava a un pavone che provava a volare
Si abbatté nuda sull’asfalto
E il fuoco masticava la sua carne

Un vecchio alzò la testa verso il cielo
Osservava le fiamme al terzo piano
Pregò Dio che scendesse la pioggia
Ma la pioggia non scese
E il camion dei pompieri non arrivava
Così i trecento che bruciavano
Avevano spento il fuoco col fumo delle loro anime

[1] Uno scienziato e inventore berbero, visse nella Cordova musulmana, nel nono secolo. Famoso per il suo esperimento di volo, mille anni prima dei fratelli Wright.

2-

Pianse molto il mio bambino
Quando un giorno tornai dal mercato
Senza un braccio
Piangeva alzando la manina cercando la mia
Per attaccarsi e uscire insieme a me
Pensava non volessi portarlo con me
Gli dissi che l’avevo dimenticato al mercato
Che l’avrei recuperato senz’altro

E un giorno ritornai con un braccio giallo che dondolava dalla spalla
Il mio bimbo si attaccò alle dita dure
Le esaminò e rise stranito
Così ricominciammo a uscire insieme al mercato

Un giorno ritornai dal mercato
Col braccio giallo ma senza il mio bambino
Sua madre pianse molto, e mi chiese:
dov’è mio figlio?
Le dissi:
l’ho dimenticato al mercato.

3-

Ogni mattina
Laviamo le nostre colpe con baci stampati sulle fronti delle madri
Lasciamo la speranza di ritornare come polvere sulle loro ciglia
Sulle estremità delle loro dita tremanti
Varchiamo la soglia di casa come se andassimo in un viaggio eterno
Non come chi sarebbe ritornato la sera

Ogni mattina
Usciamo e la morte è appesa agli orli dei nostri vestiti
Attraversiamo le tappe dell’ignoto
Tocchiamo ogni tanto le nostre teste
E guardiamo le nostre gambe
Per accertarci che siamo ancora qui
Che abbiamo ancora la terra sotto i piedi

Ogni sera
Alcuni di noi tornano dall’orgia della morte
Aprono le porte con mani intatte
E con una testa ancora sul collo
Mentre altri restano nell’orgia della morte
A danzare senza teste né gambe
Dopo che la speranza si è seccata sulle ciglia delle loro madri
E sulle estremità delle loro dita scarne.

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Separation at the border: children wait in cages at south Texas warehouse

Separation at the border: children wait in cages at south Texas warehouse

Separazione al confine: i bambini attendono in gabbia nel magazzino del sud del Texas

Sun 17 Jun 2018

Inside an old warehouse in south Texas, hundreds of children wait away from their parents in a series of cages created by metal fencing.

One cage had 20 children inside. Scattered about are bottles of water, bags of chips and large foil sheets intended to serve as blankets.

One teenager told an advocate who visited she was helping care for a young child she didn’t know because the child’s aunt was somewhere else in the facility. She said she had to show others in her cell how to change the girl’s diaper.

On Sunday, the US Border Patrol allowed reporters to briefly visit the facility where it holds families arrested at the southern border, responding to new criticism and protests over the Trump administration’s “zero tolerance” policy and resulting separation of families.

More than 1,100 people were inside the large, dark facility that was divided into separate wings for unaccompanied children, adults on their own and mothers and fathers with children. The cages in each wing open into common areas, to use portable restrooms. The overhead lighting stays on around the clock.

Reporters were not allowed by agents to interview any of the detainees or take photos.

Nearly 2,000 children have been taken from their parents since the attorney general Jeff Sessions announced the policy, which directs homeland security officials to refer all cases of illegal entry into the US for prosecution.

Church groups and human rights advocates have sharply criticized the policy, calling it inhumane.

Stories have spread of children being torn from their parents’ arms, and parents not being able to find where their kids have gone. A group of congressional lawmakers visited the same facility on Sunday and were set to visit a longer-term shelter holding around 1,500 children – many of whom were separated from their parents.

“Those kids inside who have been separated from their parents are already being traumatized,” said the Democratic senator Jeff Merkley, of Oregon, who was denied entry earlier this month to children’s shelter. “It doesn’t matter whether the floor is swept and the bedsheets tucked in tight.”

In Texas’ Rio Grande Valley, the busiest corridor for people trying to enter the US, Border Patrol officials argue that they have to crack down on migrants and separate adults from children as a deterrent to others.

“When you exempt a group of people from the law … that creates a draw,” said Manuel Padilla, the Border Patrol’s chief agent here. “That creates the trends right here.”

Agents running the holding facility – generally known as “Ursula” for the name of the street it’s on – said everyone detained is given adequate food, access to showers and laundered clothes, and medical care.

People are supposed to move through the facility quickly. Under US law, children are required to be turned over within three days to shelters funded by the Department of Health and Human Services.

Padilla said agents in the Rio Grande Valley have allowed families with children under the age of five to stay together in most cases.

An advocate who spent several hours in the facility on Friday said she was deeply troubled by what she found. Michelle Brane, the director of migrant rights at the Women’s Refugee Commission, met a 16-year-old girl who had been taking care of a young girl for three days. The teen and others in their cage thought the girl was two years old

“She had to teach other kids in the cell to change her diaper,” Brane said.

Brane said that after an attorney started to ask questions, agents found the girl’s aunt and reunited them. It turned out that the girl was actually four. Part of the problem was that she did not speak Spanish but K’iche, a language indigenous to Guatemala.

“She was so traumatized that she wasn’t talking,” Brane said. “She was just curled up in a little ball.”

Brane said she also saw officials at the facility scold a group of five-year-olds for playing around in their cage, telling them to settle down. There are no toys or books. But one boy nearby wasn’t playing with the rest. According to Brane, he was quiet, clutching a piece of paper that was a photocopy of his mother’s ID card.

“The government is literally taking kids away from their parents and leaving them in inappropriate conditions,” Brane said. “If a parent left a child in a cage with no supervision with other five-year-olds, they’d be held accountable.”

Since you’re here…

… we have a small favour to ask. More people are reading the Guardian than ever but advertising revenues across the media are falling fast. And unlike many news organisations, we haven’t put up a paywall. By making our journalism publicly available, we’re able to hold governments, companies and institutions to account, and offer our diverse readership a platform for debate and commentary – encouraging us all to challenge our opinions on what’s happening in our world.

The Guardian’s independent, investigative journalism takes a lot of time, money and hard work to produce. But we do it because we believe our perspective matters – because it might well be your perspective, too.

I appreciate there not being a paywall: it is more democratic for the media to be available for all and not a commodity to be purchased by a few. I’m happy to make a contribution so others with less means still have access to information. Thomasine, Sweden

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https://www.theguardian.com/us-news/2018/jun/17/separation-border-children-cages-south-texas-warehouse-holding-facility

SIMONE WEIL, IL MALE –

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Dialoghi di profughi VI.* – Bertolt Brecht

Dialoghi di profughi VI.* – Bertolt Brecht

Cos’è “Dialoghi di Profughi“:    http://www.controappuntoblog.org/2013/10/18/quando-si-parla-di-umorismo-io-penso-sempre-al-filosofo-hegel-fluchtlingsgesprache-dialoghi-di-profughi-brecht-bertolt/ 

TRISTE DESTINO DELLE GRANDI IDEE. – IL PROBLEMA DELLA POPOLAZIONE CIVILE.

Ziffel osservava malinconicamente i giardinetti polverosi davanti al ministero degli Esteri, dove dovevano farsi rinnovare il permesso di soggiorno. In una vetrina aveva visto esposto un giornale svedese con le notizie dell’avanzata dei tedeschi in Francia. 

ZIFFEL     Tutte le grandi idee falliscono per colpa degli uomini.

KALLE     Mio cognato le darebbe ragione. Perso un braccio, che era finito negli organi di trasmissione di una macchina, gli era venuta l’idea di aprire un negozio di sigarette con annessa vendita dell’occorrente per cucire, aghi, filo e cotone da rammendo, perché le donne fumano, sì, volentieri, ma non entrano volentieri in una tabaccheria; ma l’idea fallì, perché non gli diedero la licenza. Non che importasse molto, tanto non sarebbe comunque riuscito a mettere insieme i soldi necessari.

ZIFFEL     Non è questo che io chiamo una grande idea. Una grande idea è la guerra totale. Ha letto che in Francia la popolazione civile ha messo i bastoni fra le ruote alla guerra totale? Ha mandato a monte tutti i piani degli stati maggiori, si dice. Ha ostacolato le operazioni militari, perché le fiumane di profughi hanno ingorgato le strade e impedito i movimenti delle truppe. I carri armati si sono impantanati nella massa umana – dopo che finalmente si era riusciti a inventare delle macchine, appunto i carri armati, che non si impantanano nemmeno nel fango altro fino al ginocchio e possono abbattere boschi interi. La gente affamata ha divorato le provviste delle truppe, cosicché la popolazione civile si è rivelata una vera piaga delle cavallette. Un esperto militare scrive con preoccupazione sui  giornali che la popolazione civile è diventata un problema serio per i militari.

KALLE     Per i tedeschi?

ZIFFEL     No, per i propri: la popolazione francese per i militari francesi.

KALLE     Questo è sabotaggio.

ZIFFEL     Certo, almeno negli effetti. A che servono i calcoli più minuziosi degli stati maggiori, se la folla si ficca sempre tra i piedi, rendendo malsicuro il teatro di guerra? Pare che né ordini, né ammonimenti, né discorsi persuasivi, né appelli alla ragione abbiano potuto farci niente. Bastava che apparissero bombardieri nemici sopra una città perché tutto ciò che aveva gambe se ne scappasse via alla svelta, senza preoccuparsi minimamente del grave intralcio alle operazioni militai. Gli abitanti si sono dati ala fuga proprio senza nessun riguardo.

KALLE     Di chi è la colpa?

ZIFFEL     Si sarebbe dovuto pensare in tempo all’evacuazione del continente. Solo il totale allontanamento dei popoli potrebbe permettere una condotta di guerra ragionevole e il totale sfruttamento delle nuove armi. E dovrebbe essere un’evacuazione permanente, perché le guerre oggi scoppiano con la velocità del fulmine, e se non è pronto tutto, cioè non c’è più nulla, allora tutto è perduto. Inoltre l’evacuazione dovrebbe essere fatta in tutto il mondo, perché le guerre si estendono a velocità folle e non si sa mai in quale direzione si spingano le avanzate.

KALLE     Evacuazione permanente in tutto il mondo? Ci vorrebbe una bella organizzazione.

ZIFFEL     Esiste un suggerimento del generale Amedeo Stulpnagel che potrebbe essere preso in considerazione come soluzione provvisoria di compromesso. Il generale propone di paracadutare la propria popolazione civile dietro le linee del fronte, in territorio nemico. Ciò produrrebbe un duplice effetto nel senso desiderato. Anzitutto si terrebbe sgombro il proprio campo di operazioni, sicché lo spostamento delle truppe al fronte avverrebbe senza difficoltà e i generi alimentari andrebbero tutti all’esercito; in secondo luogo si porterebbe confusione nelle retrovie nemiche. Le strade di accesso e le linee di comunicazione del nemico sarebbero bloccate.

KALLE     Ma questo è l’uovo di Colombo! Come ha detto il Führer: le uova di colombo si trovano per strada. Manca solo che arrivi uno a metterle su ritte, e naturalmente intendeva se stesso.

ZIFFEL     L’idea è prettamente tedesca per audacia e originalità. Ma non è una soluzione definitiva del problema. Ché naturalmente per ritorsione il nemico butterebbe giù subito la sua popolazione in territorio nemico, perché la guerra comincia e finisce con la massima: «Occhio per occhio, dente per dente». Una cosa è certa: se non si vuole che la guerra totale resti nel regno dei sogni, qui si deve trovare una soluzione. Il dilemma è questo: o si elimina la popolazione, o la guerra diventa impossibile. Presto o tardi, ma piuttosto presto che tardi, la scelta deve essere fatta.

Ziffel vuotò il suo bicchiere piano piano, come se bevesse per l’ultima volta. Poi si separarono e se ne andarono, ciascuno per la propria strada. 

Prima parte:         http://ilcomunista23.blogspot.it/2016/02/dialoghi-di-profughi-bertolt-brecht.html

Seconda parte:     http://ilcomunista23.blogspot.it/2016/02/dialoghi-di-profughi-ii-bertolt-brecht.html#more

Terza parte:          http://ilcomunista23.blogspot.it/2016/02/dialoghi-di-profughi-iii-bertolt-brecht.html

Quarta Parte:        http://ilcomunista23.blogspot.it/2016/03/dialoghi-di-profughi-iv-bertolt-brecht.html

Quinta Parte:        http://ilcomunista23.blogspot.it/2016/03/dialoghi-di-profughi-v-bertolt-brecht.html

https://ilcomunista23.blogspot.com/2016/03/dialoghi-di-profughi-vi-bertolt-brecht.html

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alcune poesie di Dietrich Bonhoeffer

Tre poesie di Dietrich Bonhoeffer

(Perugino. Deposizione dalla croce.)

Tre poesie di Dietrich Bonhoeffer
di Anna Maria Curci

Qualche giorno fa ho letto una delle preghiere che Dietrich Bonhoeffer scrisse per i compagni di prigionia. La lettura mi ha dato lo spunto per rileggere le poesie di Bonhoeffer nel testo originale, limpido e insieme profondo. Ho provato a rendere limpidezza e profondità anche nella lingua italiana.

La prima delle tre poesie proposte è diventata anche una canzone.
Dietrich Bonhoeffer scrisse questi versi nel carcere militare di Tegel, a Berlino. Li accluse a una lettera all’amico Eberhard Bethge dell’8 luglio 1944.

Chi sono?

Chi sono? Spesso mi dicono
che esco dalla mia cella
sciolto e sereno e saldo
come un signore dal suo castello

Chi sono? Spesso mi dicono
che parlo con i sorveglianti
libero e cordiale e franco
come se avessi da comandare.

Chi sono? Mi dicono anche
che i giorni porto della malasorte
imperturbabile, sorridente e fiero,
come chi è uso alle vittorie.

Davvero sono quello che altri di me dicono?
O son soltanto ciò che io stesso di me so?
Inquieto, nostalgico, malato, come un uccello in gabbia,
boccheggiante per un soffio di vita, come se mi strozzassero,
affamato di fiori, di colori, cinguettii,
assetato di buone parole, di calore umano,
tremante d’ira per l’arbitrio e la minima offesa,
tormentato dall’attesa di grandi cose,
invano trepidante per amici a distanza infinita,
stanco e troppo vuoto per pregare, per pensare, per fare,
fiacco e pronto a dire addio a tutto?
Chi sono? Questo o quello?
Sono forse oggi questo e domani un altro?
Sono entrambi al contempo? Dinanzi agli uomini un ipocrita
e per me stesso un debole piagnucoloso degno di disprezzo?
O forse ciò che è ancora in me assomiglia all’esercito in rotta
che arretra confuso dinanzi a vittoria già ottenuta?

Chi sono? Solitario porsi domande si fa beffe di me.
Chiunque io sia, Tu mi conosci, Tuo sono, o Dio!

Wer bin ich?

Wer bin ich? Sie sagen mir oft,
ich träte aus meiner Zelle
gelassen und heiter und fest
wie ein Gutsherr aus seinem Schloß.

Wer bin ich? Sie sagen mir oft,
ich spräche mit meinen Bewachern
frei und freundlich und klar,
als hätte ich zu gebieten.

Wer bin ich? Sie sagen mir auch,
ich trüge die Tage des Unglücks
gleichmütig, lächelnd und stolz,
wie einer, der Siegen gewohnt ist.

Bin ich das wirklich, was andere von mir sagen?
Oder bin ich nur das, was ich selbst von mir weiß?
Unruhig, sehnsüchtig, krank, wie ein Vogel im Käfig,
ringend nach Lebensatem, als würgte mir einer die Kehle,
hungernd nach Farben, nach Blumen, nach Vogelstimmen,
dürstend nach guten Worten, nach menschlicher Nähe,
zitternd vor Zorn über Willkür und kleinlichste Kränkung,
umgetrieben vom Warten auf große Dinge,
ohnmächtig bangend um Freunde in endloser Ferne,
müde und zu leer zum Beten, zum Denken, zum Schaffen,
matt und bereit, von allem Abschied zu nehmen?
Wer bin ich? Der oder jener?
Bin ich denn heute dieser und morgen ein anderer?
Bin ich beides zugleich? Vor Menschen ein Heuchler
und vor mir selbst ein verächtlich wehleidiger Schwächling?
Oder gleicht, was in mir noch ist, dem geschlagenen Heer,
das in Unordnung weicht vor schon gewonnenem Sieg?

Wer bin ich? Einsames Fragen treibt mit mir Spott.
Wer ich auch bin, Du kennst mich, Dein bin ich, o Gott!

In “Cristiani e pagani”, che risale allo stesso periodo di Chi sono? ho ritrovato il Dio bisognoso di aiuto al quale parla Etty Hillesum nel suo Diario (annotazione del 12 luglio 1942).

Cristiani e pagani

Da Dio gli uomini vanno quando hanno bisogno
aiuto implorano, chiedono pane e buona sorte,
d’essere liberati da malattia, da colpa e morte.
Così fan tutti, cristiani e pagani.

Da Dio gli uomini vanno quando Lui ha bisogno,
lo trovan povero, oltraggiato, senza pane e dimora,
vedono come il peccato lo divora,
debolezza e morte.

Dio va da tutti quando hanno bisogno,
sazia il corpo e l’anima con il Suo pane
morte di croce muore per cristiani e pagani
e perdona entrambi.

Christen und Heiden

Menschen gehen zu Gott in ihrer Not,
flehen um Hilfe, bitten um Glück und Brot,
um Errettung aus Krankheit, Schuld und Tod.
So tun sie alle, alle, Christen und Heiden.

Menschen gehen zu Gott in Seiner Not,
finden ihn arm, geschmäht, ohne Obdach und Brot,
sehn ihn verschlungen von Sünde,
Schwachheit und Tod.

Gott geht zu allen Menschen in ihrer Not,
sättigt den Leib und die Seele mit Seinem Brot,
stirbt für Christen und Heiden den Kreuzestod
und vergibt ihnen beiden.

Che nella poesia “Luce” il contrasto tra la limitatezza umana e l’anelito al divino possa risolversi nell’abbandono fiducioso è svelato già dal titolo.

Luce

In me è buio, ma da te c’è luce,
io sono solo, ma tu non mi lasci
son pusillanime, ma da te c’è aiuto
sono irrequieto, ma da te c’è pace
in me c’è amarezza, ma da te pazienza
le tue vie non comprendo, ma tu conosci
la retta via per me.

Licht

In mir ist es finster, aber bei dir ist Licht
ich bin einsam, aber du verläßt mich nicht
ich bin kleinmütig, aber bei dir ist die Hilfe
ich bin unruhig, aber bei dir ist Frieden
in mir ist Bitterkeit, aber bei dir ist Geduld
ich verstehe deine Wege nicht, aber du weißt
den rechten Weg für mich.

Tre poesie di Dietrich Bonhoeffer

Dietrich Bonhoeffer by Internet Encyclopedia of Philosophy

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Dietrich Bonhoeffer by Internet Encyclopedia of Philosophy

Dietrich Bonhoeffer (1906—1945)

For Bonhoeffer, the foundation of ethical behaviour lay in how the reality of the world and the reality of God were reconciled in the reality of Christ. Both in his thinking and in his life, ethics were centered on the demand for action by responsible men and women in the face of evil. He was sharply critical of ethical theory and of academic concerns with ethical systems precisely because of their failure to confront evil directly. Evil, he asserted, was concrete and specific, and it could be combated only by the specific actions of responsible people in the world. The uncompromising position Bonhoeffer took in his seminal work Ethics, was directly reflected in his stance against Nazism. His early opposition turned into active conspiracy in 1940 to overthrow the regime. It was during this time, until his arrest in 1943, that he worked on Ethics.

Table of Contents

  1. Life and Resistance
  2. Ethics
  3. References and Further Reading

1. Life and Resistance

Dietrich Bonhoeffer was born in Breslau on February 4, 1906. Dietrich and his twin sister, Sabina, were two of eight children born to Karl and Paula (von Hase) Bonhoeffer. Karl Bonhoeffer, a professor of psychiatry and Neurology at Berlin University, was Germany’s leading empirical psychologist. Dietrich received his doctorate from Berlin University in 1927, and lectured in the theological faculty during the early thirties. He was ordained a Lutheran pastor in 1931, and served two Lutheran congregations, St. Paul’s and Sydenham, in London from 1933-35.

In 1934, 2000 Lutheran pastors organized the Pastors’ Emergency League in opposition to the state church controlled by the Nazis. This organization evolved into the Confessing Church, a free and independent protestant church. Bonhoeffer served as head of the Confessing Church’s seminary at Finkenwalde. The activities of the Confessing Church were virtually outlawed and its five seminaries closed by the Nazis in 1937.

Bonhoeffer’s active opposition to National Socialism in the thirties continued to escalate until his recruitment into the resistance in 1940. The core of the conspiracy to assassinate Adolph Hitler and overthrow the Third Reich was an elite group within the Abwehr (German Military Intelligence), which included, Admiral Wilhelm Canaris, Head of Military Intelligence, General Hans Oster (who recruited Bonhoeffer), and Hans von Dohnanyi, who was married to Bonhoeffer’s sister, Christine. All three were executed with Bonhoeffer on April 9, 1945. For their role in the conspiracy, the Nazis also executed Bonhoeffer’s brother, Klaus, and a second brother-in-law, Rudiger Schleicher, on April 23, 1945, seven days before Hitler himself committed suicide on April 30.

Bonhoeffer’s role in the conspiracy was one of courier and diplomat to the British government on behalf of the resistance, since Allied support was essential to stopping the war. Between trips abroad for the resistance, Bonhoeffer stayed at Ettal, a Benedictine monastery outside of Munich, where he worked on his book, Ethics, from 1940 until his arrest in 1943. Bonhoeffer, in effect, was formulating the ethical basis for when the performance of certain extreme actions, such as political assassination, were required of a morally responsible person, while at the same time attempting to overthrow the Third Reich in what everyone expected to be a very bloody coup d’etat. This combination of action and thought surely qualifies as one of the more unique moments in intellectual history.

2. Ethics

Bonhoeffer’s critique of ethics results in a picture of an Aristotelian ethic that is Christological in expression, i.e., it shares much in common with a character-oriented morality, and at the same time it rests firmly on his Christology. For Bonhoeffer, the foundation of ethical behavior is how the reality of the world and how the reality of God are reconciled in the reality of Christ (Ethics, p. 198). To share in Christ’s reality is to become a responsible person, a person who performs actions in accordance with reality and the fulfilled will of God (Ethics, p.224). There are two guides for determining the will of God in any concrete situation: 1) the need of one’s neighbor, and 2) the model of Jesus of Nazareth. There are no other guides, since Bonhoeffer denies that we can have knowledge of good and evil (Ethics, p.231). There is no moral certainty in this world. There is no justification in advance for our conduct. Ultimately all actions must be delivered up to God for judgment, and no one can escape reliance upon God’s mercy and grace. “Before God self-justification is quite simply sin” (Ethics, p.167).

Responsible action, in other words, is a highly risky venture. It makes no claims to objectivity or certainty. It is a free venture that cannot be justified in advance (Ethics, p.249). But, nevertheless, it is how we participate in the reality of Christ, i.e., it is how we act in accordance with the will of God. The demand for responsible action in history is a demand no Christian can ignore. We are, accordingly, faced with the following dilemma: when assaulted by evil, we must oppose it directly. We have no other option. The failure to act is simply to condone evil. But it is also clear that we have no justification for preferring one response to evil over another. We seemingly could do anything with equal justification. Nevertheless, for Bonhoeffer, the reality of a demand for action without any (a priori) justification is just the moral reality we must face, if we want to be responsible people.

There are four facets to Bonhoeffer’s critique of ethics that should be noted immediately. First, ethical decisions make up a much smaller part of the social world for Bonhoeffer than they do for (say) Kant or Mill. Principally he is interested only in those decisions that deal directly with the presence of vicious behavior, and often involve questions of life and death. Second, Bonhoeffer’s own life serves as a case study for the viability of his views. Bonhoeffer is unique in this regard. His work on ethics began while he was actively involved in the German resistance to National Socialism and ended with his arrest in 1943. He fully expected that others would see his work in the conspiracy as intrinsically related to the plausibility of his ethical views. When it comes to ethics, Bonhoeffer noted, “(i)t is not only what is said that matters, but also the man who says it” (Ethics, p.267).

Third, like Aristotle, Bonhoeffer stays as close to the actual phenomenon of making moral choices as possible. What we experience, when faced with a moral choice, is a highly concrete and unique situation. It may share much with other situations, but it is, nevertheless, a distinct situation involving its own particulars and peculiarities, not excluding the fact that we are making the decisions, and not Socrates or Joan of Ark.

And finally, again like Aristotle, Bonhoeffer sees judgments of character and not action as fundamental to moral evaluation. Evil actions should be avoided, of course, but what needs to be avoided at all costs is the disposition to do evil as part of our character. “What is worse than doing evil,” Bonhoeffer notes, “is being evil” (Ethics, p.67). To lie is wrong, but what is worse than the lie is the liar, for the liar contaminates everything he says, because everything he says is meant to further a cause that is false. The liar as liar has endorsed a world of falsehood and deception, and to focus only on the truth or falsity of his particular statements is to miss the danger of being caught up in his twisted world. This is why, as Bonhoeffer says, that “(i)t is worse for a liar to tell the truth than for a lover of truth to lie” (Ethics, p.67). A falling away from righteousness is far worse that a failure of righteousness. To focus exclusively on the lie and not on the liar is a failure to confront evil.

Nevertheless, the central concern of traditional ethics remains: What is right conduct? What justifies doing one thing over another? For Bonhoeffer, there is no justification of actions in advance without criteria for good and evil, and this is not available (Ethics, p.231). Neither future consequences nor past motives by themselves are sufficient to determine the moral value of actions. Consequences have the awkward consequence of continuing indefinitely into the future. If left unattended, this feature would make all moral judgments temporary or probationary, since none are immune to radical revision in the future. What makes a consequence relevant to making an action right is something other than the fact that it is a consequence. The same is true for past motives. One motive or mental attitude surely lies behind another. What makes one mental state and not an earlier state the ultimate ethical phenomenon is something other than the fact that it is a mental state. Since neither motives nor consequences have a fixed stopping point, both are doomed to failure as moral criteria. “On both sides,” Bonhoeffer notes, “there are no fixed frontiers and nothing justifies us in calling a halt at some point which we ourselves have arbitrarily determined so that we may at last form a definite judgement” (Ethics, p.190). Without a reason for the relevance of specific motives or consequences, all moral judgments become hopelessly tentative and eternally incomplete.

What is more, general principles have a tendency to reduce all behavior to ethical behavior. To act only for the greatest happiness of the greatest number, or to act only so that the maxim of an action can become a principle of legislation, become as relevant to haircuts as they do to manslaughter. All behavior becomes moral behavior, which drains all spontaneity and joy from life, since the smallest misstep now links your behavior with the worst crimes of your race, gender, or culture. Ethics cannot be reduced to a search for general principles without reducing all of the problems of life to a bleak, pedantic, and monotonous uniformity. The “abundant fullness of life,” is denied and with it “the very essence of the ethical itself” (Ethics, p.263).

Reliance on theory, in other words, is destructive to ethics, because it interferes with our ability to deal effectively with evil. Bonhoeffer asks us to consider six strategies, six postures people often strike or adopt when attempting to deal with real ethical situations involving evil and vicious people. Any of these postures or orientations could employ principles, laws, or duties from ethical theory. But, in the end, it makes little difference what principles they invoke. The ethical postures themselves are what make responsible action impossible. A resort to the dictates of reason, for example, demands that we be fair to all the details, facts, and people involved in any concrete moral situation (Ethics, p.67). The reasonable person acts like a court of law, trying to be just to both sides of any dispute. In doing so, he or she ignores all questions of character, since all people are equal before the law, and it makes no difference who does what to whom. Thus, whenever it is in the interest of an evil person to tell the truth, the person of reason must reward him for doing so. The person of reason is helpless to do otherwise, and in the end is rejected by all, the good and the evil, and achieves nothing.

Likewise, Bonhoeffer argues, the enthusiasm of the moral fanatic or dogmatist is also ineffective for a similar reason. The fanatic believes that he or she can oppose the power of evil by a purity of will and a devotion to principles that forbid certain actions. Again, the concern is exclusively on action, and judgments of character are seen as secondary and derivative. But the richness and variety of actual, concrete situations generates questions upon questions for the application of any principle. Sooner or later, Bonhoeffer notes, the fanatic becomes entangled in non-essentials and petty details, and becomes prone to simple manipulation in the hands of evil (Ethics, p.68).

The man or woman of conscience presents an even stranger case. When faced with an inescapable ethical situation that demands action, the person of conscience experiences great turmoil and uncertainty. What the person of conscience is really seeking is peace of mind, or a return to the way things were, before everything erupted into moral chaos. Resolving the tensions is as important as doing the right thing. In fact, doing the right thing should resolve the conflicts and tensions or it is not the right thing. Consequently, people of conscience become prey to quick solutions, to actions of convenience, and to deception, because feeling good about themselves and their world is what matters ultimately. They fail completely to see, as Bonhoeffer notes, that a bad conscience, that disappointment and frustration over one’s action, may be a much healthier and stronger state for their souls to experience than peace of mind and feelings of well being (Ethics, p.68).

An emphasis on freedom and private virtuousness are even less capable of dealing effectively with evil. What Bonhoeffer means by freedom is not coextensive with the theoretical freedom of the existential either/or, where it makes no difference what we do, since we are all going to get it in the end anyway; nor is it the freedom of the positivist’s personal preference or emotivism. No, freedom here means the freedom to make exceptions to general rules or principles. The free person is the person who has the where-with-all to ignore conscience, reputation, facts, and anything else in order to make the best arrangement possible under the circumstances. This is the freedom to act in any way necessary, even to do what is wrong, in order to avoid what is worse, e.g., avoiding war by being unjust to large numbers of people, and consequently failing to see that what he thinks is worse, may still be the better, failing to see that evil can never be satiated (Ethics, p. 69).

On the other hand, the escape to a domain of private virtue is, perhaps, of all temptations the most dangerous to the Christian. This is a pulling back from the petty and vulgar affairs of the world in order to avoid being contaminated by evil. This monastic urge is rejected by Bonhoeffer, because for him there is no such thing as escaping your responsibility to act. When faced with evil, there is no middle path. You either oppose the persecution of the innocent or you share in it. No one can preserve his or her private virtue by turning away from the world (Ethics, p.69).

Bonhoeffer’s last category, duty, is perhaps the most important to him, because it is the most easily co-opted by evil; and again it makes no difference what laws we introduce to determine our duty. If a devotion to duty does not discriminate in terms of character, it will end up serving evil. “The man of duty,” Bonhoeffer observes, “will end by having to fulfill his obligations even to the devil” (Ethics, p.69).

Bonhoeffer replaces philosophical ethics and its pursuit of criteria to justify action in advance with an ethics grounded in the emergence of Christ as reconciler. The cornerstone of Bonhoeffer’s ethical world is a social/moral realism. In any given context there is always a right thing to do. This reality is a direct result of his Christology. The reality of the sensible world, with all its variety, multiplicity, and concreteness, has been reconciled with the spiritual reality of God. These two radically divorced worlds have now been made compatible and consistent in the reality of Christ (Ethics, p.195). Through Jesus the reality of God has entered the world (Ethics, p.192). If an action is to have meaning, it must correspond to what is real. Since there is only the reality of Christ, Christ is the foundation of ethics. Any Christian who attempts to avoid falsehoods and meaninglessness in his or her life must act in accordance with this reality.

Furthermore, the sole guide for acting in accordance with this reality is the model of Jesus’ selfless behavior in the New Testament. There are numerous dimensions to this model. First and foremost, your action can in no way be intended to reflect back on you, your character, or your reputation. You must, for the sake of the moment, unreservedly surrender all self-directed wishes and desires (Ethics, p.232). It is the other, another person, that is the focus of attention, and not yourself. In ethical action, the left hand really must be unaware of what the right hand is doing if the right hand is to do anything ethical. If not, your so-called good action becomes contaminated and its moral nature altered.

Bonhoeffer illustrates this notion of selfless action by contrasting the behavior of Jesus in the New Testament to that of the Pharisee. The Pharisee “…is the man to whom only the knowledge of good and evil has come to be of importance in his entire life…”(Ethics, p.30). Every moment of his life is a moment where he must choose between good and evil (Ethics, p.30). Every action, every judgment, no matter how small, is permeated with the choice of good and evil. He can confront no person without evaluating that person in terms of good and evil (Ethics, p.31). For him, all judgments are moral judgments. No gesture is immune to moral condemnation.

Jesus refuses to see the world in these terms. He lightly, almost cavalierly, casts aside many of the legal distinctions the Pharisee labors to maintain. He bids his disciples to eat on the Sabbath, even though starvation is hardly in question. He heals a woman on the Sabbath, although after eighteen years of illness she could seemingly wait a few more hours. Jesus exhibits a freedom from the law in everything he does, but nothing he does suggests all things are possible. There is nothing arbitrary about his behavior. There is, however, a simplicity and clarity. Unlike the Pharisee, he is unconcerned with the goodness or badness of those he helps, unconcerned with the personal moral worth of those he meets, talks to, dines with, or heals. He is concerned solely and entirely with the well being of another. He exhibits no other concern. He is the paradigm of selfless action, and the exact opposite of the Pharisee, whose every gesture is fundamentally self-reflective.

The responsible person is, thus, a selfless person, who does God’s will by serving the spiritual and material needs of another, since “…what is nearest to God is precisely the need of one’s neighbor” (Ethics, p.136). The selfless model of Jesus is his or her only guide to responsible action. And second, the responsible person must not hesitate to act for fear of sin. Any attempt to avoid personal guilt, any attempt to preserve moral purity by withdrawing from conflicts is morally irresponsible. For Bonhoeffer, no one who lives in this world can remain disentangled and morally pure and free of guilt (Ethics, p.244). We must not refuse to act on our neighbor’s behalf, even violently, for fear of sin. To refuse to accept guilt and bear it for the sake of another has nothing to do with Christ or Christianity. “(I)f I refuse to bear guilt for charity’s sake,” Bonhoeffer argues, “then my action is in contradiction to my responsibility which has its foundation in reality” (Ethics, p.241). The risk of guilt generated by responsible action is great and cannot be mitigated in advance by self-justifying principles. There is no certainty in a world come of age. No one, in other words, can escape a complete dependency on the mercy and grace of God.

3. References and Further Reading

All quotes from: Dietrich Bonhoeffer, Ethics, (New York: Simon & Schuster Inc., Touchstone Edition, 1995).

Works by Bonhoeffer:

  • Sanctorum Communio (The Communion of Saints)
  • Act and Being
  • The Cost of Discipleship
  • Life Together
  • Ethics
  • Letters and Papers from Prison
  • Gesammelte Schriften, 4 vols.

Author Information

Douglas Huff
Email: dhuff@gac.edu
Gustavus Adolphus College
U. S. A.

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