Osip Mandel’štam by Antonella Anedda e poesie

Osip Mandel’štam, il codice della terra

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Antonella Anedda

In preda alle allucinazioni uditive ma non ammutolito in quel silenzio poetico che chiamava “asma”: è l’Osip Mandelštam che emerge da due libri recentemente pubblicati: Quasi leggera morte. Ottave, a cura di SerenaVitale e il primo dei Quaderni di Voronež in una versione rivista e aggiornata rispetto al volume pubblicato nel 1995 a cura sempre di Maurizia Calusio e dal poeta, ora scomparso, Ermanno Krumm.

Cosa aggiungono questi volumi al codice di Mandel’štam e alla sua vita raccontata dai capolavori in prosa di Nadežda Mandel’štam? Moltissimo in termini di scoperta e rilettura. Entrambe, Vitale e Calusio, e noi attraverso loro, continuano il lavoro assegnato dallo stesso Mandel’štam ai suoi interlocutori: ripercorrere i testi, interrogarli di nuovo rendendoli vicini, azzerando quasi midrashicamente il tempo per farlo rivivere nello spazio del linguaggio. Seamus Heaney nel saggio Fede, speranza e poesia ci ricorda che “Mandel’štam servì il popolo servendo la sua lingua”. La lingua lo ha ripagato strappando i suoi versi al silenzio, concedendogli prima della morte, nel 1938 nel campo di transito di Vtoraja Rečka, brevi tregue, con poesie all’altezza di capolavori come Mi lavavo all’aperto nel cortile: una poesia a proposito della quale la mai abbastanza ricordata Pia Pera aveva scritto “c’è tutto, denso come un buco nero, la luce di una stella dissolta”.

La traduzione compie allora il suo percorso più vero, quello fisico, seguendo la lezione di Paul Celan che a Mandel’štam dedica la raccolta Die Niemandrose: “il nome Osip ti viene incontro”. Mandel’štam è per Celan l’emblema di una restituzione: “quanto divelto si salda di nuovo – eccoli, prendili, eccoli entrambi, il nome, il nome, la mano, la mano, ecco prenditeli in pegno, lui prende anche questo, e tu hai di nuovo ciò che è tuo, ciò che era suo”. Avere di nuovo ciò che è tuo, che è nostro, significa ritrovarlo all’indietro. Ciò che è tuo, nostro, ritorna attraverso ciò che è stato nelle parole di un morto. I corpi che abbiamo conosciuto e amato: mani e nomi sono stati dati in pegno perché, appunto, “quanto divelto si saldi di nuovo”.

Scritte nel 1933, a fronte della poesia contro Stalin, le Ottave non hanno nulla di politico eppure, nascoste nelle federe dei cuscini, ribadiscono la convinzione di Mandel’štam che la vera poesia sgualcisce il letto lasciando che risponda dal suo luogo d’insonnia all’incalzare del secolo cane-lupo. Se compaiono nomi appartengono al passato: Mozart, Goethe, Schubert. Il tempo lineare non conta (Mandel’štam aveva ascoltato le lezioni di Bergson e amava la Recherche di Proust). Alla storia totalizzante e brutale si contrappone l’aria del foglio; alla ottusa regolarità delle convenzioni l’inaspettato di dettagli abbaglianti: “i monasteri di lumache e conchiglie”, “la zampa dentata dell’acero”. Mandel’štam si china sulle parole con la passione e la precisione dell’entomologo. Foglie, farfalle, rocce, lucertole. Grazie alla resa non addomesticata di Serena Vitale assistiamo al prodigio terreno di una poesia fatta di resti, abbozzi, scie, cesure, affondi; ma compiuta e irrevocabile: “Superando la fissità della natura / il durazzurro occhio ne penetra la legge: / nella crosta terrestre impazzano le rocce, / dal petto sgorga un lamento minerale”.

Mandel’štam – nota Vitale nell’introduzione – non amava il caso nominativo “buddista” ma i dativi “che indicano una direzione”. Direzione in cui l’istante “scola via” e dativi come “a te”, “a me”, “a noi”, “a voi”, sono interscambiabili. Il “fiato” dell’io è dissolto nella consapevolezza che la creazione di una poesia non è folgorazione ma sedimentazione. Davvero, come ha scritto Philippe Jaccottet (altro grande traduttore di Mandel’štam) in La parola Russia, Mandel’štam “unisce prossimità e distanza”. Astrazione e concretezza si rispondono come vuoti e pieni in architetture verbali dove conta anche il minimo elemento e l’esattezza rende forte l’immagine. Così l’infinito non è (come non è per Leopardi) un deragliamento mistico ma, come si legge a proposito dell’ultima (la numero 11) delle Ottave, un termine matematico presente nei manuali scolastici. La contrattura della “quasi leggera morte” nel testo precedente si spalanca nell’“infinità” di questi versi: “E dallo spazio esco nel giardino / incolto delle grandezze, / strappo l’immaginaria costanza, / l’autoconsenso delle cause. // E il tuo manuale, infinità, io leggo / da solo, lontano dagli uomini: / selvaggio erbario senza foglie, libro di problemi dalle radici enormi.”

Anche la parola “erbario”, lečebnik, rimanda, spiega Vitale, a un “repertorio manoscritto, per lo più anonimo, di notizie e cure”, in seguito sostituito dai libri a stampa. Se le Ottave sono “una raccolta casuale” non lo è questo lessico in cui non c’è traccia di balbettio.

Il viaggio in Armenia, l’osservazione del suo paesaggio, l’amicizia con l’entomologo Boris Kuzin, entomologo e biologo avevano intensificato la passione di Mandel’štam per le pietre (Kamen’, “pietra”, è il titolo del suo primo libro) e per i fossili. Prima di Elizabeth Bishop, vede in Darwin un maestro di concentrazione assoluta e dimentica di sé. “Con stupefacente tenacia”, scrive, “egli [Darwin] calcola attentamente le distanze usando l’effetto del plein air, fornisce affascinanti fotografie dell’animale o dell’insetto, colti di sorpresa nella loro più caratteristica posizione”. L’ammirazione per Darwin fu fonte di problemi politici. Mandel’štam fu accusato di volersi impossessare della fede evoluzionistica, di non comprenderla e di manipolarla. “Non gli permetteremo di rubarci l’evoluzione e il progresso”, aveva protestato con Nadežda un certo signor Čedanovskij marxista “credente”. In realtà Mandel’štam è uno dei pochi (ancora oggi) che abbia letto davvero Darwin. “Alla natura”, nota (e sembra Leopardi), “Darwin non attribuisce nessun fine, le nega qualsiasi tipo di intenzione benigna. E meno di tutto pensa di attribuirle una volontà o una facoltà raziocinanti”.

Fondamentale per la comprensione delle Ottave (e dei Quaderni) è il Discorso su Dante. L’intuizione di un Medioevo fondato sul passo di un raznocinec, di un poveraccio come Dante, rivela la strada (per capre) da percorrere in poesia: concretezza di suoni-pensieri, orecchio-occhio ritmati su memoria e realtà. L’inferno per Mandel’štam è “una grammatica senza futuro”. In quello dantesco aveva tradotto l’orrore della letteratura sotto Stalin, così come in Tristia – titolo omonimo dei Tristia di Ovidio scritti in esilio a Tomi – aveva avuto il presagio del suo destino di confinato a Voronež.

Se le Ottave sono “conoscenza”, i versi del Primo Quaderno sono esperienza di un luogo preciso. Il poeta di Kamen’, che aveva sognato in greco, adesso si confronta con la grassa terra-nera di Čerdyn, con le sue “colline di voci dissodate”.

Rispetto ai Quaderni di Voronež pubblicati nel 1995, questo “Primo quaderno” (il progetto prevede la pubblicazione del secondo e del terzo), accompagnato – come le Ottave – da un irrinunciabile apparato di note e corredato anche da foto e disegni, presenta una diversa composizione dei testi e una maggiore condensazione. Esemplare a questo proposito è il testo Devo vivere, in cui la terra “ammattita” sostituisce la precedente “mezza ammattita”, e il verso “com’è gradevole al vomere la terra grassa” sfronda il “come fa piacere lo strato di grasso che arriva sul vomere” della prima versione. Una sintesi che riflette la condensazione suono-senso, fisicità-composizione musicale e architettonica, distesa dello spazio e acuto del tempo. La prima poesia, Abito orti importanti, immette chi legge nella realtà della periferia di Voronež, dove abitavano i Mandel’štam, con strade dissestate, cani randagi e galline. Il sarcasmo del tono iniziale si trasforma in un affondo di amarezza nell’ultima quartina: “sontuosamente si è curvata una tavola – / in questa tolda coperchio della bara. / In casa d’altri dormo male – solo la morte e una panca ho vicino”.

C’è la tentazione di trasformare Mandel’štam un “santino”, come da noi succede a Leopardi. Chissà – lui che si era scagliato contro ogni ritratto olegrafico di Dante tutto naso e cappuccino – se sarebbe stato contento del ritratto che ci consegna Lidija Ginzburg: “Mandel’štam parla stringendo la bocca senza denti, parla quasi cantando con una intonazione particolarmente ricercata”. La sua vicenda di poeta senza appoggi, non inquadrabile in nessuna corrente letteraria, è stata quella di tanti. Basta leggere le testimonianze raccolte “in cucina” da Svetlana Aleksievič nel suo Tempo di seconda mano. Le denunce erano la normalità di un’aberrazione corale come in ogni totalitarismo. L’articolo 58 puniva ogni “reato controrivoluzionario”, qualsiasi azione che potesse “rovesciare il soviet”. Mandel’štam viene arrestato, come tanti, per la delazione di qualcuno probabilmente convinto di servire il proprio paese. Se si vuole individuare un mandante è, per usare le sue stesse parole, “la rattristante crudeltà umana”. Lo dicono con terribile laconicità i versi di Anna Achmatova, nella poesia intitolata Voronež: “Nella stanza del poeta vegliano a turno la paura e la musa”.

Quando la paura dorme, la musa si risveglia, respira, dilata la poesia con l’esperienza dello spazio, delle acque, delle terre. Quando la paura dorme si consolida quella che Serena Vitale definisce “la più radicale e insieme più straziante utopia di Mandel’štam, poeta senza pubblico”, ossia “quella di un lettore “fondamentale esecutore-creatore”.

Voronež fa da cassa di risonanza all’ultima tregua della poesia e della vita di Mandel’štam. Vi arriva insieme a Nadežda dopo l’arresto e la traumatica esperienza della detenzione alla Lubjanka. Nadežda si ammala di tifo, viene ricoverata in ospedale; Mandel’štam inseguito da voci, tormentato dall’insonnia, si butta o cade dal balcone dell’ospedale. Si salva e appena in condizioni di sopravvivere tutte le cellule del suo corpo provato sembrano organizzarsi in funzione della poesia: gli Urali, i boschi di querce, le pietre, le acque cominciano a rivolgergli la parola, a dettargli versi “irsuti”, come li ha definiti giustamente Mario Caramitti, che prima formulati sulle labbra vengono copiati in solo un secondo tempo sulla pagina: “Guardavo allontanandomi l’oriente di conifere. La Kama in piena correva verso la boa…”. I luoghi sono versi-sonorità che anche noi ritroviamo leggendo. Cernozem-nerecerna-sinevii: il nero quasi blu (sinevii) è quello dell’aratura sui cui orizzonti ci sono “mille colli di voci dissodate”.

Lo stesso nome di Voronež si scompone e si dilata: suono-coltello-corvo. È ferita ma anche ritmo, volo, vocativo: “Fammi andare, lasciami Voronež: mi puoi far fuggire o scappare, / cadere o lasciarmi tornare, / Voronež ticchio / Voronež corvo / coltello”. Si può ascoltare il suono anche senza sapere il russo: Voronej – blaji – voronej – voron, noj.

A Voronež, Mandel’štam è di nuovo abbastanza vivo da essere in grado di osservare, concentrarsi, scrivere. Ha bisogno solo di questo per respirare: non soffrire dell’asma del non scrivere e del non scrivere frasi vere. Non ha molte armi, una è quella dell’ironia contro “i caproni diffamatori” e la loro ansia di rieducazione: “Devo vivere, respirando e bolscevizzando, e migliorando prima della morte / restare ancora un po’, giocare con la gente”. Prova a scrivere un reportage sulle fattorie, ma non ci riesce. Prova a scrivere versi impegnati, ma ne è disgustato e li disconosce. Con Marina Cvetaeva condivide un intreccio fatale di smarrimento e intransigenza. Intuisce cosa lo aspetta, sa quale atteggiamento (forse) lo salverebbe, ma non può non reagire all’imbecillità. Quando viene a sapere che i versi del Canto della schiera di Igor compaiono (insieme ai suoi) nell’elenco dei nemici di classe, risponde ancora una volta servendo la sua lingua: “E non sono depredato, non sono piegato, / ma solo enormemente ingigantito… / Come il Canto della Schiera è tesa la mia corda / e nella mia voce dopo l’asma / risuona la terra-ultima arma- / l’arido umido di ettari di terra nera!”.

Osip Mandel’štam

Quasi leggera morte. Ottave

a cura di Serena Vitale

Adelphi, 2017, 91 pp., € 10

https://www.alfabeta2.it/2017/07/23/osip-mandelstam-codice-della-terra/

OSIP MANDEL’ŠTAM
Otto poesie da Kamen’ (Pietra)

a cura di Fiamma Giuliani

Una indicibile tristezza
ha spalancato gli occhi,
un vaso di fiori s’è svegliato
ed ha versato il suo cristallo.

Tutta la stanza è impregnata
di languore-dolce rimedio!

Un così piccolo regno
ha risucchiato tanti sogni.

Un po’ di vino rosso,
un po’ di maggio radioso
e la bianchezza delle piccole dita fine
che spezza il friabile biscotto

Un povero raggio, con misura fredda,
semina lentamente la luce nel bosco umido.
Io porto la tristezza nel cuore, come un uccello grigio.

Cosa fare con un uccello ferito?
Il cielo che tace, è morto.
Da un campanile velato di nebbia
qualcuno ha tolto la campana.

E resta orfano
e muto lo spazio -
come una vuota torre bianca
dove sono nebbia e silenzio.

Mattino, senza limite di tenerezza -
Metà realtà e metà sogno,
deliquio insoddisfatto,
suono vago di pensieri…

Oggi è un brutto giorno:
dorme il coro delle cavallette
e l’ombra delle cupe rocce
è più tetra di una lapide.
Sibilare di frecce che passano
E grida di corvi profetici…
Vedo, in un brutto sogno,
l’istante inseguire l’istante.
Allontana i limiti dei fenomeni,
distruggi la gabbia terrestre,
leva un inno furioso
il rame dei segreti in rivolta!
O pendolo severo delle anime,
oscilla dritto e sordo
e, con passione, il fato bussa
alla porta proibita, per noi

Un vento nero fa frusciare le foglie
che respirano confuse
e una rondine, tremando,
nel cielo oscuro traccia un cerchio.

Il crepuscolo che avanza
discutendo in silenzio
nel mio cuore tenero e morente
con il raggio che per ultimo sparisce.

E sopra il bosco quando fa sera
s’alza una luna di rame;
perché mai così poca musica,
perché mai un tale silenzio?

Perché l’anima è così melodiosa
e così pochi nomi amati
e un ritmo istantaneo – ascolta solo
l’inatteso Aquilone?

Solleverà una nuvola di polvere,
comincerà a fare un rumore di fogli di carta
e non tornerà mai più – o
tornerà completamente diverso…

O, vento largo di Orfeo,
te ne andavi verso i paesi marini -
e, accarezzando un mondo ancora non creato,
io dimenticavo l’inutile “io”.

Ho vagato in un bosco fitto di giocattoli
e ho scoperto una grotta celeste…
possibile che io sia proprio qui, ora
e che davvero arriverà la morte?

No, non la luna, ma un quadrante luminoso
brilla per me e per quale motivo sono colpevole
di sentire la sostanza lattea delle stelle?

E l’orgoglio di Batjuškov mi repelle:
che ora è? Gli hanno domandato qui -
e lui ha risposto con curiosità: è l’eternità!

Odio la luce
delle stelle monotone.
Salve, mio antico delirio -
crescita della torre ogivale!
Pietra, sii come merletto
e diventa una ragnatela.
Ferisci con un ago sottile
il petto vuoto del cielo!
Così sarà il mio turno -
sento un’apertura di ali.
Così – dove va
la freccia del pensiero vivo?
O forse, portati a termine la strada e la data,
io tornerò:
là – non posso amare
qua – ho paura di amare…


PEDONE

Sento una paura invincibile
in presenza dell’altezza misteriosa;
io sono soddisfatto della rondine nei cieli
e amo il volo delle campane!

E, sembra, antico pedone,
che sopra l’abisso, sui ponti che si curvano,
ascolto come cresce una palla di neve
e l’eternità batte sulle ore di pietra.

Se così fosse! Ma io non sono
quel viandante che passa rapido sulle foglie sbiadite
e veramente in me canta la tristezza.

In realtà, la valanga è sulle montagne!
E tutta la mia anima è nelle campane
ma la musica non salva dall’abisso!

TRISTIA

Ho imparato l’arte degli addii
nei lamenti notturni a testa nuda.
Ruminano i buoi e si prolunga l’attesa –
ultima ora di veglie cittadine,
rispetto il rito di questa notte di gallo
quando, sollevato il fardello del dolore del viaggio,
guardavano lontano gli occhi rossi di pianto
e il lamento delle donne si confondeva col canto delle muse.

Chi può sapere di fronte alla parola “addio”
quale congedo ci attende,
cosa ci predice il clamore dei galli,
quando arde il fuoco nell’acropoli
e all’alba di una qualche nuova vita,
quando nei ricoveri rumina pigramente il bue,
perché il gallo, araldo di una nuova vita,
sulle mura della città batte le ali?

Ed io amo la consuetudine della tesssitura:
ordisce la spola, il fuso ronza.
Guarda, come piuma di cigno,
già ci vola incontro scalza Delia!
Oh, meschino ordito della nostra vita,
quando è povera la lingua della felicità!
Tutto è già stato, tutto di nuovo si ripete,
ci è dolce soltanto l’attimo del riconoscimento.

Che così sia: una diafana figurina
giace su un semplice piatto d’argilla,
come pelle appiattita di scoiattolo,
china sopra la cera, guarda una fanciulla.
Non sta a noi divinare sul greco Erebo,
per le donne la cera è come il rame per gli uomini.
Noi affrontiamo il destino solo in battaglia,
a loro è dato di morire.

A STALIN

Viviamo senza fiutare il paese sotto di noi,
i nostri discorsi non si sentono a dieci passi
e dove c’è spazio per un mezzo discorso
là ricordano il montanaro caucasico.
Le sue dita tozze sono grasse come vermi
e le parole , del peso di un pud, sono veritiere,
ridono i baffetti da scarafaggio
e brillano i suoi gambali.

E intorno a lui una marmaglia di capetti dal collo sottile,
si diletta dei servigi di mezzi uomini,
chi fischia, chi miagola, chi frigna
appena apre bocca e alza un dito.
Come ferri di cavallo forgia decreti su decreti –
a chi da’ nell’inguine, a chi sulla fronte, a chi nelle sopracciglia, a chi negli occhi
ogni morte è per lui una cuccagna
e l’ampio petto di osseiano.

(novembre 1933)


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Finirà : Esiste un mondo a venire ? Danowski/de Castro by /francosenia.blog

Finirà

I cambiamenti climatici e le estinzioni biologiche sono solo alcuni dei parametri che oggi stanno andando fuori scala, mettendo in scacco l’umanità e determinando una proliferazione discorsiva senza precedenti intorno all’idea della “fine”: dal pensiero all’espressione artistica, una fioritura disforica di mitologie dell’Apocalisse infrange ogni ottimismo umanista e prometeismo dello sviluppo. Ma, nonostante illustri il punto definitivamente critico della storia della Terra cui siamo arrivati, questo non è un libro apocalittico: a ispirarlo è piuttosto la spinta alla rifondazione di un futuro “altro” per tutta la catena delle esistenze che compongono il pianeta. Che cosa si può opporre a questa virata verso il declino, per non restare “senza mondo”? Evocando la cosmopolitica degli indios amazzonici, basata su un’inesauribile diplomazia dei rapporti con l”arena internazionale” dell’ambiente in cui vivono, gli autori rovesciano la questione in vista di una possibile resistenza: “Parlare della fine del mondo non significa parlare della necessità di immaginare un nuovo mondo al posto di quello presente, ma un nuovo popolo; il popolo che manca. Un popolo che crede nel mondo e che lo dovrà creare con ciò che gli lasciamo di esso”.

“Il libro inizia dall’unico punto in cui è possibile iniziare – la fine.” Bruno Latour

(dal risvolto di copertina di: “Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine”. di Déborah Danowski, Eduardo Viveiros de Castro. Nottetempo)

Intervista a Deborah Danowski ed Eduardo Viveiros de Castro
- di Alessandra Pigliaru -

«O ci liberiamo dall’idea occidentale di umano o non sopravviveremo a lungo». Sono piuttosto netti Deborah Danowski ed Eduardo Viveiros De Castro, entrambi ricercatori presso il Conselho Nacional de Desenvolvimento Cientifico e Tecnologico, in Brasile. L’intenzione non è quella di fare dell’allarmismo o di alimentare un orizzonte squisitamente teorico post-umano, già tanto frequentato. Hanno un’aria pacifica e la voce di entrambi si fonde in un’articolazione filosofico-antropologica che precisano da diversi anni.
Hanno scritto Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine (Nottetempo, pp. 320, euro 17, traduzione di Alessandro Lucera e Alessandro Palmieri). Le formazioni sono diverse (Danowski insegna filosofia alla Pontificia Universidade Catolica di Rio de Janeiro, mentre Eduardo Viveiros De Castro antropologia sociale presso il Museo Nacional dell’Universidad Federale) eppure, nella strana alchimia della relazione, in questi anni si sono esercitati a pensare insieme in un confronto serrato proprio con quella domanda che dà il titolo al libro, pubblicato in Brasile tre anni fa e che, nell’edizione italiana, ha una introduzione aggiornata.

Il titolo che avete scelto per il vostro denso volume è una domanda che preferite mantenere «radicalmente aperta». A parte quello a venire, viviamo o no nel migliore dei mondi possibili?

“Questo è l’unico mondo che abbiamo, non ne esistono di infiniti. Detto questo, è impossibile essere ottimisti al modo in cui lo era Leibniz, del resto lui aveva come garante Dio e non poteva certo immaginare ci saremo trovati in questo stato di cose: la crisi climatica e più in generale ecologica, per esempio. A Leibniz dedichiamo una nota del libro ma la prospettiva non può più essere orientata verso un perfezionamento storico, quel migliore dei mondi possibili ipotizzato dal filosofo è come se fosse all’apice di un’immagine piramidale, non sappiamo quale sia il peggiore ma esiste un collasso che non possiamo più ignorare.
Ci troviamo in un momento descritto con maggiore efficacia dalla visione termodinamica, o forse – ancora più precisamente – dall’entropia, a livello sociale, politico, economico e della stessa condizione del pianeta.”

Vi concentrate sull’idea di «fine». Conclusione singolare, biologica, e al contempo di tutte le cose. In che modo l’avete declinata?

“Esistono molti tipi di «fine» e una costellazione di autori che ne danno interpretazioni diverse. Per esempio c’è la fine assoluta di cui abbiamo rappresentazione visiva nel film Melancholia di Lars Von Trier. Poi c’è quella metafisica alla Nihil Unbound di Ray Brassier (che viene collocato insieme a Iain H. Grant, Graham Harman, Levy Bryan sotto l’etichetta di «realismo speculativo»); quindi dal momento che tra circa tre miliardi di anni il nostro mondo finirà, tanto vale considerarci già morti da un punto di vista metafisico. In questa tesi la morte è considerata una verità ontologica. La posizione tanatologica prevede una forma di nichilismo attivo perché la consapevolezza della ineluttabilità della morte come destino universale è una acquisizione della intellegibilità delle cose. Non c’è un Dio. Nulla di esterno ci salverà e dobbiamo accettarlo.
Non siamo profeti dell’Apocalisse, ci sono molti modi diversi di intendere la parola «mondo» e la parola «fine». Fine della specie, fine del cosmo, della civiltà, del capitalismo. Ci sono molti mondi che possono finire e alcuni di essi sarebbe bene che finissero. A un certo punto sarà importante che anche la nostra specie scompaia, i tempi medi di sopravvivenza di ogni specie sono di 2 milioni di anni, la nostra esiste da 200mila anni ma niente ci garantisce l’ulteriore tempo che potremmo avere a disposizione.”

Il problema risiede nel dispositivo escludente di una specie che vorrebbe dettare le regole anche per le altre?

“Ciò che ci preoccupa è la fine di questo mondo, forse la nostra specie continuerà ma non i nostri modi di vita. Non dimentichiamo che i nostri corpi, per il 90%, sono costituiti da altre specie. Dobbiamo imparare a stare al mondo in una modalità non essenzialista, abbandonando l’eccezionalismo. Siamo aperti al flusso della materia e della vita, in questo senso siamo integrati all’esistente restando una configurazione momentanea di questo flusso.”

Anche l’arroganza antropocentrica ha un suo posto nel ragionamento che avanzate…

“La domanda infatti non è se esista o meno un mondo a venire ma se esista vivibile per tutti i viventi, umani e non umani, compresa la parte migliore dell’umanità che certo non siamo noi considerato quel che abbiamo fatto al pianeta.”

L’umano che arriverà verosimilmente non sarà maschio, né bianco, forse sarà una donna o chissà. Convocate anche l’impegnativa categoria di «popolo a venire». Da chi si compone?

“Per noi non è un insieme di individui e non è neppure un concetto che riguarda solo gli esseri umani, l’espressione è più complessa ed estesa.
È qualcosa di collettivo che non esclude le altre specie. Come ci sono diversi tipi di popolo ci sono numerose pluralità di popolazioni. Spesso c’è un popolo indicato sommariamente come specie umana oppure come categoria politica, pensiamo alla classe operaia, intesa – nella sua universalità – come tratto caratteristico dell’immaginario di sinistra. Per noi invece il popolo non può che nominarsi al plurale, come molteplicità di umani e non umani.
Ogni popolo è connotato da orientamenti che rispondono alle parzialità di ciascuno di essi, pensiamo alle comunità lgbqt, ma anche alle battaglie come per esempio quelle delle donne, alle comunità nere, ma gli esempi sono molti.”

«Il nostro presente – scrivete – è l’Antropocene; questo è il nostro tempo. Ma tale tempo presente si rivela essere un presente senza avvenire, un presente passivo». Un tempo fuori sesto che è oltre la distopia e che ha superato la fantascienza. Oltre a descrivere uno scenario di profonda angoscia, quale è il dato di esperienza quotidiana che può aiutarci a non rimanere schiacciati dalle gabbie teoriche?

“Ci sono molti popoli che ci restituiscono esperienze dirette di modi di vivere diversi; cioè non c’è qualcosa da inventare ma qualcosa da osservare, questi popoli vivono fuori della società industrializzata e portano da anni esperienze importanti. Per esempio nelle zone semi-aride nella parte nord-est del Brasile ci sono popolazioni che vivendo in un clima ostile si sono ingegnate con tecnologie. La loro esistenza è già una forma di resistenza all’invasione che prevedrebbe la cosiddetta civilizzazione. I popoli sono molti e le forme di vita escogitate sono altrettante.
Non possiamo aspettarci soluzioni istituzionali anche se la grandezza dei problemi è tale che in certi casi dobbiamo di necessità fare riferimento a questo genere di mediazioni. Non è però questo il punto di leva: le forme istituzionali, i grandi organismi internazionali hanno dei limiti che non possiamo ignorare.
Dobbiamo osservare meglio e volgerci verso chi ha già sperimentato quella che sarà l’esperienza universale del «mondo diminuito» in cui sopravvivere sarà un compito difficile.”

- intervista di Alessandra Pigliaru - Pubblicata sul Manifesto -

Che ne sarà di noi?

Lo scioglimento dei ghiacci, l’estinzione di specie animali e vegetali, l’esaurimento dei suoli, l’aumento della temperatura sono solo alcuni dei parametri che in questo momento stanno letteralmente andando fuori scala, mettendo in scacco l’umanità intera. Il processo è irreversibile, tutto ciò che può essere fatto è troppo poco e troppo tardi. E allora si interpellano la filosofia e la politica alla ricerca di una via di uscita impossibile.
Dopo aver passato in rassegna tutta una serie di mitologie occidentali sulla fine del mondo, che vanno dal cinema alla letteratura, dal giornalismo alla teoria politica, dalla religione alla filosofia, Danowski e De Castro cercano di mettere in evidenza i pericoli che dobbiamo affrontare in questo momento storico e le possibili soluzioni. E giungono alla conclusione che i popoli amerindi possano fornirci modelli di organizzazione, concezioni filosofiche, tecniche a basso impatto tecnologico in grado di permetterci una possibile resistenza.

«Questo testo è un tentativo di prendere sul serio gli attuali discorsi sulla “fine del mondo”, considerandoli come esperienze di pensiero sulla virata dell’avventura antropologica occidentale verso il declino, ovvero come sforzi, non necessariamente consapevoli, di inventare una mitologia adeguata al presente. La “fine del mondo” è uno di quei famosi problemi che, secondo Kant, la ragione non può risolvere, ma che non può fare a meno di porre. E il modo in cui lo fa passa necessariamente attraverso la forma di una fabulazione mitica o, come oggi piace dire, di “narrazioni” che ci orientano e motivano. Il regime semiotico del mito, indifferente alla verità o falsità empirica dei suoi contenuti, si instaura ogni volta che la relazione tra gli umani in quanto tali e le loro condizioni generali di esistenza si impone come problema della ragione. E se ogni mitologia può essere descritta come una schematizzazione delle condizioni trascendentali in termini empirici – cioè, una retroproiezione che convalida determinate ragioni sufficienti immaginate (“narrativizzate”) come cause efficienti – allora l’impasse attuale si rivela tanto piú tragica, o ironica, quanto piú vediamo il problema di una Ragione che ha ricevuto l’avallo dell’Intelletto. Siamo qui di fronte a un problema essenzialmente metafisico, la fine del mondo, formulato nei termini rigorosi di scienze sommamente empiriche come la climatologia, la geofisica, l’oceanografia, la biochimica e l’ecologia. Forse, come Lévi-Strauss ha osservato piú volte, la scienza, che ha iniziato a separarsi dal mito circa tremila anni fa, finirà pe rincontrarlo al termine di una di quelle doppie torsioni che intrecciano la ragione analitica con la ragione dialettica, la combinatoria anagrammatica del significante con le vicissitudini storiche del significato.
Ancora una parola sulla nozione di “mito”. Uno stimolo importante, sebbene contingente, per il presente saggio è stata l’ormai celebre opera filosofica di Quentin Meillassoux, “Dopo la finitudine”(2012a). Insieme agli scritti di altri pensatori contemporanei legati al cosiddetto “realismo speculativo”, il progetto di Meillassoux ci sembrava riattivare, nolens  volens, i legami tra la speculazione metafisica e le matrici mitologiche (il criticismo kantiano direbbe “dogmatiche”) del pensiero. Alla fine della lettura di “Dopo la finitudine” (e, piú tardi, di “Nihil Unbound” di Ray Brassier [2007], altra influente opera del movimento), abbiamo avuto l’impressione che questo stile di riflessione si inserisse non solo nella serie che va, diciamo, da Platone a Badiou, ma anche in un vasto universo discorsivo che si estende da quel tesoro di idee accumulate dai popoli indigeni del mondo intero in millenni di speculazione cosmologica fino al film “Melancholia” (2011) di Lars von Trier e al romanzo “La strada” di Cormac McCarthy (2014), passando per la lunga tradizione mitico-letteraria occidentale sul tema del pays gaste, la “terra desolata” (Weston 1920); senza dimenticare la persistente, se non addirittura crescente, vitalità di quel genere “minore” che è la fantascienza. La nota formula di Borges sulla metafisica come branca della letteratura fantastica non solo esigeva la reciprocità – la letteratura fantastica e la fantascienza sono le metafisiche pop, le “mitofisiche” della nostra epoca – ma anticipava l’interdigitazione che si può constatare oggi tra alcuni esperimenti del versante più creativo della filosofia contemporanea e autori come Howard P. Lovecraft, Philip K. Dick, William Gibson, David Brin e China Miéville. Il nostro obiettivo è dunque quello di fare un bilancio preliminare di alcune delle principali varianti del tema della “fine del mondo”, così come si presentano oggi nell’immaginario della cultura mondializzata. Ma iniziamo evocando brevemente i termini oggettivi, per così dire, del problema.»

(“Metafisica e mitofisica”, pagine 29-32 del libro)

addì 17:17:00

https://francosenia.blogspot.it/2017/11/finira.html?spref=fb

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Pauvreté en Tunisie : grève générale à Sejnane, où une mère a tenté de s’immoler Par Jeune Afrique

Pauvreté en Tunisie : grève générale à Sejnane, où une mère a tenté de s’immoler 

 

Par Jeune Afrique avec AFP

Une mère de cinq enfants a tenté de s’immoler pour protester contre l’arrêt d’une aide sociale, la semaine dernière à Sejnane, dans le nord de la Tunisie. Un acte de désespoir qui a mis les habitants de la ville dans la rue ce mercredi.

Une grève générale pour protester contre la pauvreté a été observée, mercredi 22 novembre, à Sejnane, dans le nord de la Tunisie, où une femme a tenté de s’immoler par le feu après la suppression d’une aide sociale. Écoles, commerces et administrations étaient fermés dans la journée, à l’exception des pharmacies, des urgences de l’hôpital et des boulangeries, ont indiqué à l’AFP un responsable syndical et un militant associatif.

Dans des vidéos publiées sur les réseaux sociaux, on peut voir une large foule défiler. « Travail, liberté, dignité nationale », « Nous sommes tous Radhia Mechergui », ont scandé les manifestants.

La rue est en train de bouillir

Radhia Mechergui est une mère de cinq enfants habitant à Sejnane, dont le mari est malade et qui recevait une aide sociale de 150 dinars (51 euros). Le versement ayant été annulé, elle a fait plusieurs réclamations restées sans réponse. Elle s’est immolée par le feu la semaine dernière dans l’enceinte de la sous-préfecture, et est depuis hospitalisée.

Le sous-préfet de Sejnane a reconnu « qu’il n’y avait aucune raison à l’arrêt de cette subvention ». « Elle bénéficiait de cette prime jusqu’en 2016, date à laquelle l’assistance sociale de la région a décidé de l’arrêter (…). Il n’y avait vraiment aucune raison de priver cette femme aux conditions sociales difficiles de cette subvention« , a dit à l’AFP le sous-préfet, Ali Hamdouni. « L’assistance sociale doit assumer les conséquences de ce qu’elle a fait ».

Une pauvreté en hausse

Selon Amor Barhoumi, le secrétaire général du syndicat UGTT à Sejnane, « l’acte de désespoir et de colère de Radhia Mechergui est l’étincelle qui a déclenché la colère des habitants de Sejnane ». Car « la rue est en train de bouillir ».

Dans un rapport, le FTDES, une ONG tunisienne, a jugé qu’un réel changement se faisait toujours attendre en termes de droits économiques et sociaux en Tunisie, sept ans après la révolution qui a renversé la dictature.

En dépit d’avancées démocratiques, « le chômage, la misère et les inégalités sociales et régionales se sont aggravés », a averti le FTDES, en soulignant le risque d’instabilité que cela entraîne.

http://www.jeuneafrique.com/495649/societe/pauvrete-en-tunisie-greve-generale-a-sejnane-ou-une-mere-a-tente-de-simmoler/

Unusual Marx : “Peuchet : Du suicide” (Karl Marx) | controappuntoblog …

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Leonardo Vinci. Li ziti ngalera libretto e video

Ritratto di musico Autore    Leonardo da Vinci







Li zite ‘n galera lib.indd – dicoseunpo.it

L. VINCI : Ti calpesto, o crudo amore- “Alma Grande”from Astianatte- Taci, o di morte – from Medo

Artaserse by Leonardo Vinci Neapolitan composer

Leonardo Vinci (1690-1730) Triste, ausente, en esta selva

Vinci Partenope (Rosmira fedele) by Neapolitan composer .

Leonardo Vinci : Catone in Utica | controappuntoblog.org

Catone in Utica : di Niccolò Piccinni 1728-1800 …

Charles Reid: Per darvi alcun pegno; Piccinni (Catone in ..

Charles Reid: Va, ritorna al tuo tiranno, Piccinni (Catone in Utica

La Cecchina” di Niccolò Piccinni | controappuntoblog.org

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Jeder stirbt für sich allein Fallada pdf – Karl Radek parle de Hans Fallada marxist org

Jeder stirbt für sich allein.qxp – Aufbau Verlag

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Hans FALLADA
Seul dans Berlin
Titre original :
Jeder stirbt für sich allein
Traduit par A. Vandevoorde et A. Virelle
Paru en 1947 en Allemagne
Puis en France chez Plon en 1967
Denoël, 2002 Gallimard (Folio), 2004

Hans Fallada

Seul dans Berlin, « l’un des plus beaux livres sur la résistance allemande antinazie » selon Primo Levi est le dernier roman d’Hans Fallada. Celui-ci, considéré comme l’un des plus grands écrivains allemands du XXe siècle, laisse une trentaine d’ouvrages derrière lui dont plusieurs sont traduits en français. Rudolf Ditzen dit Hans Fallada (ce pseudonyme fait référence à deux des personnages des contes des frères Grimm) est né en 1893 en Poméranie dans une famille aisée. En conflit avec son père dans son enfance, il est arrêté et interné dans une clinique psychiatrique à 18 ans après avoir tué son ami Hans Dietrich von Necker lors d’un duel. Il abandonne ses études et travaille successivement dans l’agriculture, l’édition et le journalisme tout en continuant d’écrire. Il mène une vie mouvementée et rencontre plusieurs problèmes. En effet ses succès littéraires vont être ponctués de cures de désintoxication et de séjours en prison.

Son premier succès a lieu en 1931 avec son roman Paysans, gros bonnets et bombes (Bauern, Bonzen und Bomben), puis l’année suivante Et puis après (Kleiner Mann, was nun ?) étend sa notoriété au-delà des frontières allemandes. L’auteur fait là une critique de la société allemande de l’entre-deux-guerres. Avec l’arrivée au pouvoir d’Hitler, Hans Fallada augmente sa production mais se consacre à une littérature plus distrayante que critique afin de bénéficier de la tolérance du régime nazi. Il écrit en 1944 Le buveur (Der Trinker), un roman qui rappelle le parcours de l’auteur dans lequel il évoque son parcours d’alcoolique et de morphinomane depuis sa jeunesse.

Hans Fallada dresse des romans fidèles de la société allemande de l’entre-deux-guerres en mettant en scène la vie des petites gens. C’est ce qui fait de Seul dans Berlin une œuvre de fiction romanesque assez plausible pour prendre aussi une valeur de témoignage.

Un roman

Ce roman, dont le titre original est « Chacun meurt seul », est fondé sur l’histoire réelle d’Otto et Elise Hampel, exécutés pour actes de résistance et dont le dossier de la Gestapo a été transmis à Hans Fallada après la guerre.

L’œuvre se divise en quatre parties. Dans la première, Hans Fallada semble construire assez lentement son roman avec une présentation bien ficelée des personnages et du contexte. Seul dans Berlin raconte la vie de gens ordinaires d’un immeuble dans Berlin, rue Jablonski au moment où les nazis fêtent leur victoire en France. Du sous-sol au troisième étage, et à travers les histoires des habitants de cet immeuble, Hans Fallada nous raconte comment tous ces personnages parviennent à vivre ou survivre sous le régime d’Hitler. On fait alors au fil des pages la rencontre avec Frau Rosenthal, une veuve juive, la famille Persicke, tous nazis convaincus, l’ancien magistrat Fromm, Emil Borkhausen, profiteur et voleur ainsi que le couple d’ouvriers Otto et Anna Quangel. C’est sur ce couple, plus précisément, que l’auteur se concentre. Mais d’autres personnages interviennent dans le roman tels que le commissaire Escherich de la Gestapo ou Eva Kluge, postière et membre du Parti qui va apporter la triste nouvelle de la mort de leur fils unique aux Quangel. C’est à partir de là que débute la dynamique romanesque car les Quangel, désespérés par la mort de leur fils vont décider de se lancer dans une lutte contre le nazisme et le Führer en écrivant des cartes postales de contre-propagande qu’ils vont abandonner dans les cages d’escalier des immeubles de Berlin. « En les voyant passer personne ne les soupçonnerait de disséminer régulièrement des cartes postales appelant les Allemands à la résistance dans des cages d’escaliers choisies au hasard… »

La seconde partie s’apparente à une enquête policière durant laquelle le commissaire Escherich est chargé de retrouver celui qui ose disséminer dans Berlin des messages qui insultent le IIIe Reich. Par ce biais nous découvrons les méthodes de la Gestapo : corruption, chantage violence… dans un cadre parfaitement hiérarchisé. L’enquête fonctionne selon l’effet papillon en ouvrant de multiples pistes au commissaire. Toutes s’avèrent fausses jusqu’au jour où les Quangel commettent une faute qui resserrera l’étau autour d’eux d’un seul coup. Fallada dépeint alors cette société dans laquelle priment l’égoïsme pour sauver sa peau, la folie normalisée où chacun a sa place et la peur. La peur de dire, de lâcher un mot, un nom de trop lors d’un banal interrogatoire de routine.

Enfin les troisième et quatrième parties érigent progressivement le couple en héros de la résistance antinazie bien qu’en réalité les cartes postales aient quasiment toutes atterri à la Gestapo sans avoir été lues par ceux qui les ont ramassées tant la peur de la répression était forte. Quangel et sa femme sont évidemment condamnés, lui à la peine capitale et elle à la prison. Les fréquentations des Quangel sont aussi arrêtées et certaines exécutées. Mais cet acte de résistance finalement inutile mettra toutefois en valeur d’autres types de résistances à travers par exemple le conseiller Fromm qui héberge des juifs ou Eva Kluge qui adopte le fils abandonné de Borkmann. C’est ici l’héroïsme que Fallada a voulu mettre en valeur, de personnes qui en temps normal seraient des individus ordinaires et qui en temps de troubles ont choisi de résister.

«  – … Vous avez résisté au mal, vous et tous ceux qui sont dans cette prison. Et les autres détenus, et les dizaines de milliers des camps de concentration… Tous résistent aujourd’hui et ils résisteront demain.

– Oui et ensuite, on nous fera disparaître ! Et à quoi aura servi notre résistance ?

– A nous, elle aura beaucoup servi, car nous pourrons nous sentir purs jusqu’à la mort. Et plus encore au peuple, qui sera sauvé à cause de quelques justes, comme il est écrit dans la Bible. Voyez-vous Quangel, il aurait naturellement été cent fois préférable que nous ayons eu quelqu’un pour nous dire : ” Voilà comment vous devez agir. Voilà quel est notre plan. ” Mais s’il avait existé en Allemagne un homme capable de dire cela, nous n’aurions pas eu 1933. Il a donc fallu que nous agissions isolément. Mais cela ne signifie pas que nous sommes seuls et nous finirons par vaincre. Rien n’est inutile en ce monde. »

Un témoignage

Ce roman permet de se représenter la réalité de la vie à Berlin pendant la Seconde Guerre mondiale. Le style est littéraire et les descriptions précises, notamment dans l’évocation du fonctionnement de la police de l’époque. Fallada écrit avec réalisme et parvient à suggérer l’inquiétude et l’angoisse, à créer une atmosphère qui rend la fiction suffisamment plausible pour qu’elle puisse prendre une valeur de témoignage. En effet, ce roman social dépeint des péripéties dramatiques qui incitent à se laisser captiver, des moments plus drôles lorsque Borkhausen se prend lui-même à ses propres entourloupes, ainsi qu’un certain suspense pour savoir si oui ou non la Gestapo va finir par arrêter les Quangel. Le climat et les mentalités sont habilement rendus. Mais Fallada essaye de rendre également compte des délations, des menaces, des chantages et des pressions qui ont fait le quotidien des habitants berlinois sous le IIIe Reich.

Ce roman donne à comprendre de l’intérieur comment a fonctionné le régime nazi et l’immeuble de la rue Jablonski devient à lui seul un échantillon représentatif de tous les comportements qui ont pu exister durant cette période. Il n’y a aucun héros ni coup d’éclat dans cette histoire, puisque même les Quangel entrent en résistance en tant que simples gens plutôt pour se venger de la mort de leur fils que par réelle idéologie. L’auteur est témoin de l’intérieur et décrit l’engrenage des comportements face à la peur d’où découlent plusieurs attitudes possibles : la résistance, la lâcheté, la collaboration, la passivité, la délation, la paranoïa… Chacun s’observe, se jauge, à la limite du défi. Quel comportement adopter lorsque la terreur nous ronge en permanence ? Cet aspect moral met à nu l’âme humaine. La plupart du temps c’est l’égoïsme qui gagne et Fallada n’essaye pas de la cacher. Cependant il a voulu mettre en avant l’héroïsme de quelques-uns qui à travers leurs petits actes ont participé à leur façon à la chute de l’Empire d’Hitler.

En filigrane, Fallada se pose la question de savoir pourquoi la résistance ne s’est pas organisée en Allemagne sur une échelle comparable à celle des autres pays. En France, quand on luttait contre les nazis, on était un résistant à l’ennemi. En Allemagne, quand on faisait la même chose, on était un traître à la nation. L’auteur met cela sur le compte tout d’abord du lien puissant qui lie l’Allemand de l’époque au pouvoir et de la discipline germanique, puis sur celui de la lâcheté qui a affligé Borkhausen notamment, le désir de vivre même si cela doit en coûter aux autres.

Élisa Langdorf, 1ère année édition/librairie

http://littexpress.over-blog.net/article-hans-fallada-seul-dans-berlin-76498211.html

Karl Radek parle de Hans Fallada (1934)


Congrès des écrivains soviétiques – 1934

Karl Radek :

La littérature mondiale contemporaine
et les tâches de l’art prolétarien

[extraits]


Discours:prononcé en août 1934.

Source:Gorky, Radek, Bukharin, Zhdanov and others, Soviet Writers’ Congress 1934, pp.73-182, Lawrence & Wishart, 1977;

Online Version:Marxists Internet Archive (marxists.org) 2004;

Transcrit par :Andy Blunden pour les Marxists Internet Archive.

Traduction : Alain C. (septembre 2011)


[….]

5. Fascisme et littérature

Nous, le Congrès des écrivains soviétiques, tendons une main fraternelle à tous les écrivains qui cheminent vers nous, aussi loin de nous soient-ils pour le moment, si nous voyons seulement en eux la volonté et le désir de venir en aide à la classe ouvrière dans sa lutte, de venir en aide à l’Union Soviétique.

Nous leur disons : le meilleur service que vous puissiez nous rendre est de vous tenir épaule contre épaule avec la classe ouvrière dans vos propres pays, avec sa minorité révolutionnaire, prêt à lutter contre tous ces dangers qui ont banni le sommeil de vos nuits, qui ont dissipé votre calme esthétique. Les écrivains qui ne saisissent pas ce fait finiront inévitablement par atterrir dans le camp du fascisme, et il est donc d’une importance suprême que, nous et vous, puissions considérer ensemble la question : que signifie le fascisme pour la littérature ? Nos écrivains révolutionnaires ont une grande tâche devant eux – celle d’étudier, complètement et en détail, le destin de la littérature sous le règne du fascisme. Occupé comme nous le sommes par la lutte politique, d’abord et avant tout, nous n’avons pas consacré assez de temps et d’attention à cette tâche ; néanmoins l’histoire du destin de la littérature sous le sceptre fasciste constitue l’avertissement gravissime, un « dernier avertissement » pour tous les écrivains.

Les écrivains devraient s’interroger eux-mêmes – et devraient répondre à la question – que signifie le fascisme pour la culture, la littérature ? Je ne vais pas ici refaire le récit de l’histoire de l’attitude prise par le fascisme italien ou allemand face aux problèmes fondamentaux de la science, ou démontrer l’aspect mystique et irrationnel, l’aspect médiéval du fascisme. Je ne vais traiter ici que de la question de cette attitude envers la littérature – vous vous souviendrez quel hurlement fut celui de toute la littérature mondiale lorsqu’elle appris quelle vision de la littérature avaient les Marxistes, les bolchéviques, qui affirmaient que la littérature est une arme sociale, qu’elle est l’expression de la lutte des classes. Pour les esthètes, pour les représentants de la littérature internationale, ceci ressembla à une monstrueuse invention des Bolchéviques. Notre conception d’écrivains qui doivent servir la cause des classes opprimées dans leur lutte apparu à ces esthètes comme un rabaissement blasphématoire de la littérature, depuis les hauteurs intellectuelles de l’art vers le rôle de servante de l’histoire. Les fascistes, représentés par leurs théoriciens et leaders de l’art, disent : « Il ne peut y avoir de littérature qui se tienne à l’écart de la lutte.  Vous êtes ou bien avec nous ou bien contre nous. Si vous vous rangez à nos côtés, alors écrivez selon le point de vue de notre philosophie; et si vous n’êtes pas de notre côté, alors votre place est en camp de concentration. » Goebbels a dit cela des centaines de fois. Rosenberg a proclamé cela des centaines de fois.

Il est un écrivain allemand, Hans Fallada, fort talentueux, dont le livre, Kleiner Mann – Was Nun ?, est bien connu dans notre pays. Hans Fallada dépeint merveilleusement les souffrances des masses au sein de la société bourgeoise, montre comment elles sont dupées par les représentants du capitalisme, par les représentants de la démocratie bourgeoise. Il a décrit les Sociaux-démocrates, les fascistes… Mais beaucoup ont eu des difficultés à déterminer s’il était pour les fascistes ou contre eux. La figure principale de son livre est un petit employé de bureau honnête que la crise a jeté à la rue, un homme qui peut à peine rester entier – corps et âme – et n’a plus assez de forces pour combattre.

Hans Fallada a maintenant écrit un nouveau roman, Wer einmal aus dem Blechnapf frisst. Le héros de ce roman est un petit-bourgeois « déchu » qui a atterri en prison et y purge une peine de cinq ans. Il essaye de se racheter, de vivre comme un honnête citoyen, mais la machine bureaucratique bourgeoise du capitalisme le ramène tout droit en prison. Et quand son héros atterri une fois de plus en prison, il a comme le sentiment d’être retourné auprès de sa propre mère. Maintenant il a devant lui une condamnation pour quinze ans, mais il n’éprouve plus le besoin de lutter…

C’est un livre fort talentueux, mais désespéré. Il a paru alors qu’Hitler était déjà au pouvoir. Dans son avant-propos, Hans Fallada écrit que l’image qu’il a dessiné se réfère au passé, que les fascistes vont créer de nouvelles conditions. Il décida, de cette façon, de sauvegarder le livre et lui-même, prétendant qu’il ne parlait que du passé.

Mais comment les fascistes ont-ils répondu à cela ? Le Börsenzeitung de Berlin a publié un article fulminant au contenu suivanti :

« Nous savons que Hans Fallada n’a pas écrit ce livre contre nous. Qu’il essaye seulement ! Mais de qui a-t-il pris la défense dans ce livre ? Il a écrit en défense des ratés, de ceux que l’histoire a réduit en poussière. Il a éveillé de la pitié pour ceux qui devraient disparaître pour faire place aux troupes d’assauts avec leurs muscles et leurs revolvers en main. »

Le fascisme, qui trahit les intérêts de la petite bourgeoisie, sait que lorsque les gens liront ce livre, montrant comme il le fait de quelle façon le capitalisme a réduit en poussière la petite bourgeoisie sous le système démocratique, ils diront : « Sous les fascistes ce n’est pas mieux mais pire. » Et les fascistes demandent à l’écrivain : « Dessinez-nous une vision montrant comment, sous le fascisme, les gens progressent, se développent et prospèrent. Ne vous avisez pas d’éveiller la pitié pour ceux que le capitalisme a réduit en poussière. »
Nous ne savons pas ce que le petit homme, Hans Fallada, dira, que sera son destin maintenant, où il ira se réfugier. Le fascisme lui dit : « Il n’y a pas de zones neutres. Ecrivez comme on vous le demande ou vous serez détruit. » Les passages cités ci-dessus de deux pièces de Bernard Shaw ne font pas exception. Ils représentent seulement une expression plus frappante du fait que la critique de la civilisation capitaliste, la critique de la civilisation bourgeoise, en un seul et même temps, la première étape dans l’évolution de l’artiste vers le socialisme révolutionnaire et aussi la première étape de son évolution vers le fascisme. Il suffit de mentionner de productions littéraires comme Union der festen Hand de Reger, les romans de von Salomon – pour prendre des exemples dans la littérature allemande – ou de mentionner ces œuvres de la littérature française qui traitent de la corruption parlementaire, pour voir que le point qui pose problème est le dilemme de l’écrivain face à la solution socialiste-révolutionnaire à la crise du capitalisme et la pseudo-solution fasciste à cette crise. Il suffit de mentionner que les livres de Fallada ont donné lieu a une discussion assidue pour savoir s’ils sont révolutionnaires ou fascistes.

Ceci est arrivé à une époque où le fascisme était déjà au pouvoir en Italie depuis près de dix ans, à une époque où les gouvernements fascistes ou semi-fascistes dans plusieurs pays avaient déjà révélé le vrai visage du fascisme à  tous ceux qui avaient souhaité le voir. Et dans tous ces romans, le pont menant au fascisme empêcha d’évaluer le rôle du prolétariat, ne permis pas d’observer le début de son combat révolutionnaire. La critique des résultats de la culture capitaliste a servi par le passé et, dans le cas de nombreux écrivains petits bourgeois, sert encore aujourd’hui de tremplin au fascisme. Ceci peut se produire de deux façons : ou bien l’écrivain nourrit l’illusion que le fascisme va effectuer la purification de la civilisation moderne, qu’il représente une médecine cruelle mais cependant une médecine ; ou bien il soutient qu’il n’y a aucune puissance qui puisse empêcher la victoire du fascisme. Hautement caractéristique à ce sujet est la réponse donnée par le célèbre écrivain français, Céline, auteur du très discuté roman, Voyage au bout de la nuit.

Céline a peint un tableau effrayant, nos seulement de la France d’aujourd’hui, mais de tout le monde contemporain. Il a vu les abysses de la guerre. Il a plongé dans le cloaque de la politique coloniale. Il a tourné son regard vers la « prospérité » américaine. Il a décrit une description sombre de la petite bourgeoisie française.

Dans le monde entier le seul personnage humain qu’il ai pu trouver était une prostituée. Et après tout cela, en réponse à un questionnaire d’un magasine au sujet du danger du fascisme, il dit :

« Dictature ? Pourquoi pas ! Il ferait beau voir qu’on n’en est pas capable aussi ! Défense contre le fascisme ? Vous voulez rigoler, vous n’avez pas été à la guerre, Mademoiselle, ça se sent vous voyez à des questions pareilles. Quand le militaire prend le commandement, Mademoiselle, il n’y a plus de résistances, on ne résiste pas au Dionosaure [sic]. Il crève de lui-même – et nous avec – dans son ventre, Mademoiselle, dans son ventre. » (1)

Pour celui qui entretient une telle opinion sur la force du fascisme et l’inéluctabilité de sa victoire, la lutte contre le fascisme est impossible, la soumission inévitable. Aussi la question de savoir si l’écrivain, dans le ventre du fascisme victorieux va gagner son pain en cirant les bottes, ou s’il va s’y adapter et commencer à chercher une justification à l’inévitable, c’est-à-dire à le servir, est une question d’importance secondaire.

[…]

(1) Nous citons d’après le texte publié dans Cahiers Céline 7. Céline et l’actualité 1933-1961. Gallimard, Paris 1986. (p. 18)

http://etpuisapres.hautetfort.com/archive/2011/09/10/karl-radek-parle-de-hans-fallada-1934.html

5. Fascism and Literature

We, the Congress of Soviet Writers, stretch out the hand of brotherhood to all writers who are on the Way to us, however far from us they may be as yet, if only we see in them the will and the desire to help the working class in its struggle, to help the Soviet Union. We tell them: The best help you can render us is to stand shoulder to shoulder with the working class in your own countries, with its revolutionary minority, ready to struggle against all those dangers which have banished the sleep from your eyes, which have dispelled your aesthetic quiet. Writers who do not grasp this fact will inevitably land up in the camp of fascism, and it is therefore of supreme importance that we and you should jointly consider the question: What does fascism mean for literature? Our revolutionary writers have a great task before them – that of studying, fully and specifically, the fate of literature under the rule of fascism. Occupied as we are with the political struggle first and foremost, we have not devoted enough time and attention to this task; nevertheless, the history of the fate of literature under the fascist sceptre constitutes the very gravest warning, the “writing on the wall” for all writers.

Writers should ask themselves – and should answer the question – what does fascism mean for culture, for literature? I will not here recount the history of the attitude taken by Italian and German fascism to the fundamental problems of science, or demonstrate the, mystical and irrational aspect, the medieval aspect of fascism. I will deal only with the question of its attitude to literature – You will remember how all world literature set up a howl when it learned of the views on literature held by the Marxists, by the Bolsheviks, who assert that literature is a social weapon, that it expresses the struggle of classes. To the aesthetes, to the representatives of world literature, this seemed a monstrous invention of the Bolsheviks. Our conception of writers who ought to serve the cause of the oppressed classes in their struggle seemed to these aesthetes to he a blasphemous abasement of literature from the intellectual heights of art to the post of handmaiden of history. The fascists, as represented by their theoreticians and leaders of art, say: “There can be no literature standing aloof from the struggle. Either you go with us or against us. If you side with us, then write from the viewpoint of our philosophy; and if you do not side with us, then your place is in the concentration camp.” Göbbels has said this hundreds of times. Rosenherg has proclaimed this hundreds of times.

There is a very talented German writer, Hans Fallada, whose book, Little Man, What Now?, is well-known in our country. Hans Fallada splendidly portrays the sufferings of the masses in bourgeois society, shows how they are duped by the representatives of capitalism, by the representatives of bourgeois democracy. He has depicted the Social-Democrats, the fascists. But many have found it difficult to determine whether he is for the fascists or against them. The chief figure in his book is an honest little office worker whom the crisis has thrown out on the street, a man who can only just keep body – and soul – together and has no strength left to fight.

Hans Fallada has now written a new novel, Wer einmal aus dem Blechnapf frisst. The hero of this novel is a “fallen” petty bourgeois who has landed in jail and served a sentence of five years. He tries to get on his feet again, to live like an honest citizen, but the bureaucratic bourgeois machine of capitalism drags him back to prison. And when this hero finally lands up once again in jail, he feels as though he had returned to his own mother. Now he has a sentence of fifteen years before him, but there is no more need for him to struggle …

This is a very talented book, but a hopeless one. It appeared when Hitler had already come to power. In his foreword Hans Fallada writes that the picture he has drawn refers to the past, that the fascists will create new conditions. He decided in this way to save both the book and himself, pretending that he was speaking only of the past.

But how did the fascists answer this? The Berlin Börsenzeitung published a fulminating article of the following content:

“We know that Hans Fallada did not write this book against us. Let him just try! But whom did he defend in this book? He wrote it in defence of failures, of those whom history has ground to powder. He awakens pity for those who must be removed from life in order to leave room for Storm Troopers with muscles and revolvers in their hands.”

Fascism, which betrays the interests of the petty bourgeoisie, knows that when people read this book, showing as it does how capitalism has. ground the petty bourgeoisie to powder under the democratic system, they will say: “Under the fascists it’s not better but worse.” And the fascists. demand of the writer: “You draw us a picture showing how under fascism everybody is advancing, developing and prospering. Don’t you dare to awaken pity for those whom capitalism grinds to powder.”

We do not know what the little man, Hans Fallada, will say, what his fate will be now, where he will hide. Fascism tells him: “There are no neutral zones. Write as we demand, or you will be destroyed.” The passages quoted above from Bernard Shaw’s two plays are no exception. They represent only. a more striking expression of the fact that criticism of capitalist civilization, criticism of bourgeois democracy, may become at one and the same time the first step in the artist’s evolution towards revolutionary socialism and also the first step in his evolution towards fascism. It is sufficient to mention such literary productions as Reger’s Union der festen Hand, the novels of von Salomon – to choose some examples from German literature – or to mention those works of French literature which expose parliamentary corruption, in order to see that the point at issue is the dilemma of the writer between the revolutionary solution of the crisis of capitalism and the fascist pseudo-solution of this crisis. It is sufficient to mention that Fallada’s books have given rise to a regular discussion as to whether they are revolutionary or fascist.

This happened at a time when fascism had already been ruling in Italy for nearly ten years, at a time when the fascist and semi-fascist governments in several countries had already disclosed the true face of fascism for all who wished to see it. And in all these novels the bridge leading to fascism was failure to appraise the role of the proletariat, reluctance to observe the beginning of its revolutionary struggle. Criticism of the results of capitalist culture has served in the past and, in the case of many petty-bourgeois writers, is still serving today as the springboard to fascism. This may happen in two ways: either the writer cherishes the illusion that fascism will effect the purification of modern civilization, that it represents a cruel medicine but still a medicine; or he may hold that there is no power which can stop the victory of fascism. Highly characteristic in this respect is the answer given by the well-known French writer, Céline, author of the much discussed novel, Journey to the End of the Night.

Céline has painted a frightful picture, not only of present-day France, but of the whole contemporary world. He looked into the abyss of war. He looked into the cesspool of colonial politics. He turned his gaze upon American “prosperity.” He penned a dismal description of the French petty bourgeoisie.

In the whole world the only human character whom he could find was a prostitute. And after all this, in answer to a questionnaire from a magazine regarding the danger of fascism, he said:

“Dictatorship? Why not! It would be good to have a look at … Defence against fascism? You are jesting, mademoiselle! You were not in the war – this can be felt, you know, from such questions … When a military man takes command, mademoiselle, resistance is impossible. One does not resist a dinosaur, mademoiselle. It croaks of itself, and we together with it, in its belly, mademoiselle, in its belly.”

To one who entertains such an opinion of the strength of fascism and the inevitability of its victory, struggle against it is impossible, submission unavoidable. Then the question of whether the writer, in the belly of victorious fascism, will earn his bread by blacking boots, or whether he will adapt himself to it and begin to seek. a justification for the inevitable, i.e., to serve it, is a question of secondary importance.

January 30, 1933 – the date when the German fascists came to power – and the March days of 1933, when German and world literature was consigned to the bonfire on the square before the University of Berlin – this was the last test which the world set bourgeois literature, this was the last challenge issued to it by history.

The World War descended upon the head of humanity like a rain of fire. Bourgeois literature continued to serve the bourgeoisie. October 1917 saw how the earth was opening, and the capitalist world began to quake beneath. the feet of world literature, but it, “the salt of the earth,” not only failed to point the way to mankind, but could not even grasp what was taking place. It needed the putrefaction of post-war capitalism, it needed the harsh lessons of the world crisis, before a part of present-day literature began to use its brains and to conceive that something had finally collapsed into the past, that something new had arisen.

The great majority of writers remained essentially on the side of the bourgeoisie, screening themselves behind empty phrases to the effect that “politics did not concern them.” Fascism, as represented by the German Nazis with their bonfires of books, has now planted its foot upon the breast of literature. Hundreds, if not thousands, of writers have been obliged to flee from Germany as from an earthquake, leaving their books for the hangman to destroy. They. are pursued by the frenzied cries of the high priests of German fascism:

“Back to earth and blood! Away from the culture of man kind! It does not exist at all, just as world history does not exist – there is only the history of separate nations. Its contents are the struggle of man against man, of god against god, of character against character.” (From a speech by Rosenherg.)

“The personality of the artist.” Rosenherg has declared, “should develop freely, without restraint. One thing, however, we demand – acknowledgment of our creed. Only he who accepts this is worthy to enter the struggle. No idylls! Firmness and iron staunchness! … Artists and writers are those whom we recognize as such, they are those whom we call upon for this purpose.”

The charge which Göbbels has levelled at art is that “it did not see the people, did not see the community, did not feel any bond with it; it has lived alongside of the epoch and behind the people; it could not therefore reflect the spiritual experiences of this epoch and the problems that agitate, it, and only expressed surprise when time passed it by without paying attention to literary researches and experiments. When complaints were raised – that the people was not connected with art, this was said by those same persons who had severed the connection between art and the people.” And, declaring that “the revolution is not stopping anywhere, it is winning over the people and society, it is setting its stamp upon economy, politics and private life – whereby he christened fascist counter-revolution with the name of revolution – Göbbels uttered the following threat to literature: “It would be naive to suppose that the revolution will spare art, that the latter will be able to lead its form of existence as a sleeping beauty somewhere alongside of the epoch or in its backyards. In this condition of sleep, art proclaims: ‘Art stands above parties, it is international; the tasks of art are higher than those of politics. We artists are outside politics, politics are detrimental to the character.”

Göbbels declares that this might have been permissible in the past, when politics reduced themselves to parliamentary squabbles, but when fascism came to power, – at that moment when politics become a national drama in which whole worlds tumbled to the ground, the artist cannot say: “This does not concern me.” It concerns him very much indeed. And if he lets slip the moment at which his art should take a definite stand in regard to the new principles, then he should not be surprised if life goes roaring past him.” Göbbels proclaims that “art should hold to definite standards in regard to morals, politics and views of life – standards which are set up once and for all.”

When the proletarian revolution reminded artists of the elementary truth that they are members of society, that their work is therefore rooted in society and, consciously or unconsciously, expresses the aspirations of some class or other, when the proletarian revolution called upon artists to side consciously with the proletariat, the overwhelming majority of them answered: “Leave us alone in peace.” They answered by referring to the non-political character of the artist, and regarded the proletarian revolution as a horde of vandals, breaking into the temple of art in order to destroy it. Now it is counter-revolution which, taking its cue from revolution, turns to art and says: “This is a fight to the death, and In the battle there can be no neutrals – either for us or against us.” Burning books on the squares of Berlin, fascism says to world literature: “Make your choice.”

And we see how throughout the whole world, the fixing of boundaries is beginning. We see how even in England, America, France, fascist tendencies are springing up in literature, how artists are rehearsing for the role of conscious instruments of the dictatorship of monopoly capital. The fact that the English literary magazine, The Criterion, has begun to speak in fascist tones, the fascist declarations of the English poet T.S. Eliot, the fact that fascist tendencies in American literature are beginning to crystallize, the statement of a well-known American critic to the effect that “if we are to speak of parties, then fascism, of course, can offer more than communism,” and that “of all the many forms of emotional and intellectual influence, patriotism is the sole means capable of restoring to the artist and critic their contact with the reading public and with their environment,” the rise of a number of fascist organs among the French literary youth – all these things are “signs of the time.” Even in those countries where fascism has not conquered, that No-Man’s-Land upon which the allegedly non-political writer can maintain himself is growing more contracted. The literary ‘world is forced to. choose between the revolution of the proletariat and the preventive counter-revolution of monopoly capital.

It need hardly he said that before making this choice one should first be clear as to what end fascism is serving and whom the artist wishes to serve. Fascism is the power of the magnates of iron, of coal, of the exchange, who subject the proletariat to their rule with fire and sword, who are preparing for a new world war and who rely for support upon the duped masses of the petty bourgeoisie. However much fascism may seek to camouflage itself with “Left” tendencies, with social demagogy, it is none the less the rule of the bandits of monopoly capitalism.

Nay, more: even if a dictatorial bourgeois government were formed with the aim of preventing the triumph of fascism – and the semi-fascist – wing of the French radicals is playing with this idea, as are also the representatives of the “brain trust” in America – this represents nothing but deception and self-deceit. Dictatorial power cannot exist if it is not based on a powerful class force. If it hinds the working class hand and foot, it thereby unbinds the hands of the monopoly bourgeoisie. And the revolutionary French writer, Jean-Richard Bloch, is a hundred times right when he says in his answer to a newspaper questionnaire:

“In democratic countries the way is opened for fascism by the ‘law granting plenary powers.’ The passing of such laws is best secured by Left governments, which find them necessary. When, however, the usual swing of the see-saw of parliamentary politics brings a party of social reaction into power, these laws are there, ready for such a party to make use of them.”

There are no middle positions, there is no “Left” fascism, having the alleged aim of defending democracy and the masses. There is either proletarian revolution or fascism. In making his choice, the writer will he deciding not only the question of his place in the coming struggle, but also that of the fate of literature, the fate of art.

Meanwhile German fascism is busily destroying that art upon which Germany used to plume herself before the entire world. It advances, in the capacity of its writers, individuals devoid of talent, who can only utter cries of “land, blood, the nation” – persons of the type of Johst and Beumelburg. It might perhaps plead in its defence that it has only been in power for a year and a half. But it is sufficient to examine the development of Italian literature during the ten years of fascism’s existence in order to see that fascism mean’s death to literature and art. The older Italian writers who have lived on under fascism, such as D’Annunzio, Pirandello, Papini, are almost silent, or else publish only weak productions, which show that the authors have outlived their day. There is nothing to be surprised at in this. What coherence can there be in Pirandello, the meaning of whose work the Italian critic Adriano Tilgher has correctly defined as “The tragedy of impotence and longing for initiative life.” All Pirandello’s work has frankly reflected the downfall of the bourgeoisie., his masks and marionettes, by which he tries to break up reality into a number of mutually mocking ‘contradictions, are obliged to be silent when confronted with fascism, which claims to hold. in its hands the solution to all world problems.

An artist like Corrado Alvaro, who still possesses some significance from the point of view of art, stands aloof from the realities of Italian life. The proscenium of the Italian literary stage is occupied by the producers of light reading matter, such as D’Ambra, Brocchi, Varaldo, or by dealers in pornography, like Verona, Pitigrilli, Mura – such is the opinion of Rank, the German historian of post-war Italian literature.

This fact is admitted by the fascists themselves, Ercole Rivalta writes as follows in the Giornale d’Italia:

“Literature depicts Italian youth as abandoned to vicious instincts, devoid of the least gleam of spirituality, a slave to animal lusts. And this represents, not literary fantasy, but profound reality, embodied in people who, having been born in the first decade of the century and not having been through all the horrors of war, have not accomplished great deeds, have not fought for the fascist revolution, but are the incarnation of chaotic triviality. We must stop the mouths of these homunculi without more ado.”

Just imagine us telling one of our YCLers that he is not accomplishing great deeds, that he is a worthless “homunculus” because, having been born too late, he did not take part in the October Revolution.

We know that our YCLers are the pride of our country, that all the great construction works are YCL works. Anyone who has been on our great construction jobs will have seen that YCLers are working everywhere – from workers at the bench to engineers. Our YCL is accomplishing great deeds. But of the fascist youth who have grown up after the fascists came to power, the Giornale d’Italia writes that they are homunculi who have not accomplished great deeds.

Gherardo Casini, editor of Lavoro Fascista, writes as follows in Critica Fascista:

“The, main historical and political question is: How in a fervid, triumphant period of revolution, can a literature exist which obstinately tries to shut itself up within the most limited bounds, repudiating all renovation? We must breathe into literature a stream of new life, make it take part in, the building of new history.”

Telesio Interlandi, editor of Tevere, wails:

“We need a writer who will see our villages gay, our peasants joyful, our workers calm, trustful and reconciled to the fatherland, who will see how our roads, radiating out from Rome, stretch to all corners of the world, who will hear the metallic voice of Mussolini filling the squares.”

And the unfortunate fascist writers battle with the task assigned them: they depict Italy as she is not.

In his Fascist Stories, Dario Lischi describes a brave fascist officer who – though somewhat reminiscent of Falstaff – is none the less a doer of good deeds, while the villain of the piece, a Bolshevik, is portrayed as a criminal.

Orsini Ratto tells in his Love Fourfold how the hero, having tried a number of women, ultimately finds satisfaction in fascism, acquires wealth, travels around the world, is ruined only to get rich again and founds a philanthropical institute in the fascist province of Tripoli.

The hero of a third fascist novelist, Donato, had already fallen into complete despair and would most probably have perished to no purpose, had not the spectacle of a fascist demonstration reawakened his love of life.

Albatrelli in his book Conquistadors describes how a peasant movement was broken up by a number of devout fascists.

Finally, Mario Carli, in the novel An Italian of the Times of Mussolini – a book which was awarded the Labia Prize and which was published under the auspices of Mussolini himself – has tried to give a picture of the realization of the fascist program. And what is the gist of it? An old aristocrat, representing the old Italy, does not want to develop agriculture by modern methods. The son – a fascist, close to Mussolini – tries to persuade his father, and secures the aid of an old uncle, who has returned to Italy after acquiring a fortune in America. But it is all to no purpose; and when the wicked old aristocrat refuses, even with the financial aid of his American brother, to develop Italian agriculture and thus free Italy from dependence upon foreign agriculture, Mussolini decrees that the parasitic aristocrat be deprived of his estates and that they be placed under state control, and hands over the administration of the estates to the land-owner’s son – the fascist.

For, as Carli writes, “rights of property exist and will be preserved so long as the owner does not violate those obligations which are inalienable from them; but when he forgets the obligations, his rights will vanish” – and be transferred to his son, we might add.

This image may prove inspiring to the fascist sons of prodigal fathers. But why should it inspire the reader and the writer? The reader and the writer are evidently intended to feel satisfaction at what the hero of the novel tells his uncle after the latter’s arrival from America: “Naples, you see, used to be dirty, but now it’s clean, and the beggars have been removed from the streets.”

However, if all this proves insufficiently inspiring to the reader, the following piece of rant on the subject of war may fairly be expected to strike home:

“War represents a really valuable phenomenon, for it compels all people to make the choice between courage and cowardice, between self-sacrifice and egoism, between inner experience and pure materialism. It is, of course, a rude phenomenon – man against man, character against character, nerves against nerves; but this phenomenon divides the hysterical folk, the worms, the whiners, the spoilt children from the courageous, wise idealists, from the mystics of dangers, from the heroes of blood.”

The fascist heroes of blood are persons who sacrifice the blood of others with supreme facility, and it may he that rant has an inspiring effect upon them. Among the masses of the people, who will have to shed their blood on behalf of Italian fascism, this rant will probably arouse nothing but a feeling of disgust. The fascist writers are aware of this, which is why this rant sounds so unconvincing and why their art is so lifeless, so febrile.

Let us take a glance at Polish literature. For one hundred and fifty years Poland was torn asunder by three conquerors. In bondage, she created one of the most brilliant literatures in the world. One might have expected that national unification would usher in a golden age of Polish literature. And she does possess some very talented writers even now. But the greatest Polish writer of our day, Zeromski, Went to the grave with the question on his lips – the question which forms the core of his Early Spring: Was it for this Poland that we fought? The most outstanding writer of the fascist tendency now ruling in Poland, the staunch adherent of Pilsudski, Kaden-Bandrowski, is attempting to give a picture of contemporary Poland in a series of novels.

In the first part of his trilogy he depicts the decline of Polish capitalism, the treachery of the parties of the Second International. He endeavoured to represent communism as a movement of helpless though honest workers, but he did not dare to show the Polish fascists in the setting of Poland’s main coal area. In the second part of his trilogy he has portrayed the corruption and decay of the young Polish parliamentary system – the party of the Polish kulaks, the party of the Polish aristocrats, the party of the Polish socialists, who. have betrayed the workers. But although he brings down his story almost to the moment of Pilsudski’s final advent – to power, he has not portrayed the followers of Pilsudski, the representatives of the Polish form of fascism. He did not portray them, because he was afraid to do so, because the face of Polish fascism is too unattractive for a great artist to dare to show it and to convince the reader that fascism is a blessing. Kaden’s talent comes into conflict with his political convictions.

We must answer the question – and this represents the basic question from the point of view of literature – why literature is dying out under fascism. This does not mean that a talented fascist writer cannot make his appearance. But there has not been and will not be a fascist literature capable of convincing the millions.

Fascism means the end of great literature; by the logic of its own inner laws it means the decay of literature. Why? The reason for this is perfectly clear. It is connected with the very roots of literature and art. In the period when slave-owning society was flourishing, when the culture of the ancient world was arising on its basis, Aeschylus, Sophocles, Aristotle. and the rest did not perceive any cracks in the foundations of this slave-owning society. They believed it to be the only possible and rational form of society, and were therefore able to create their works without feeling any twinges of doubt. Men feudalism represented the only possible organization of society, it was possible for great feudal poets to exist.

But when, in the days when serfdom was already declining, Gogol defended it in his Letters To Friends, Belinsky spat in the face of the great poet, and everything which made for the creation of great Russian literature was on’ Belinsky’s side. Serfdom could not find advocacy in great works of art because it was already dying, because it was corroded with the worms of capitalist development, because abroad there already existed a society freed from serfdom, and the intelligence, the conscience of an artist could not any longer defend a perishing system, doomed by history.

In the period when capitalism was flourishing, when it was the bearer of progress, it could have its bards, and these bards, in creating their works, knew and believed that they would find an echo among hundreds of thousands and millions of people who regarded capitalism as a good thing.

We should ask ourselves the following question: Why was there a Shakespeare in the sixteenth century, and why is the bourgeoisie today unable to produce a Shakespeare? Why were there great writers in the eighteenth century and in the beginning of the nineteenth? Why are there no such great. writers today as Goethe, Schiller, Byron, Heine, or even Victor Hugo? The literature of the bourgeois period has always been bourgeois literature; it has always served the aims of the bourgeoisie. But in the days when the bourgeoisie was fighting against feudalism, when it was liberating the mind, albeit its own mind, from all the burden of medieval thought, when it was setting free the productive forces, it produced writers who depicted these mighty battles.

It is enough to read Coriolanus or Richard III in order to see what titanic passion, what strain and stress the artist is portraying. It is enough to read Hamlet in order to see that the artist was confronted with the great problems of which way the world was going. The artist beat his wings against these problems. He cried: Alas that it should fall to my lot to set right a world that is out of joint. But these great problems were nevertheless the food on which he lived.

When Germany in the eighteenth century emerged from the period of her utter exhaustion, when she asked herself: “Where is the way out?” – and the way out lay in unification – she gave birth to Goethe and to Schiller.

Men the writer is able to take an affirmative attitude to reality, he can portray this reality truthfully.

Dickens painted an ugly picture of the genesis of English industrial capitalism , but Dickens was convinced that industry was a good thing, that industrial capital would raise England to a higher level, and for this reason Dickens was able to tell the approximate truth about this reality. He toned it down with his sentiment, but in David Copperfield and other works he has painted such a picture that even today the reader can see how modern England came into being.

Dickens, Balzac were able to paint harsh pictures of the contradictions of capitalism. They did so in a spirit of free creation, without fear of shaking the foundations, unashamed, for they believed in the future of the capitalist system.

There can be very talented writers. who will express in imagery the dream of the fascist cut-throats, who will describe how the blonde beast lashes the faces of the masses, and their writings will perhaps constitute great works of art.

We had such a writer in Russia – Gumilev, who gave vent to the spirit of the conquistador, of the imperialist, of the colonizer in the Russian bourgeoisie. He was an outstanding writer, and from the artistic point of view he could and did produce great things. But take this Gumilev’s books and give them, without any commentary, to our workers or our peasants. They will tell you: “He’s a scoundrel to mock at mankind like that.”

Again, there may exist outstanding fascist writers who will express the fascist dream of rule by the sword in major works of art, but these will he works which convince only the fascists themselves; they cannot become a weapon of fascist influence over the masses of the people.

We know that there are people in the Soviet Union who grumble, who are discontented. After reading works like those of Sholokhov, they come to understand, through him, what they did not understand before, when they looked at some small section of life, when they regarded only what was as yet hard for them to contemplate. Through works like Sholokhov’s they came to understand the necessity of those severe, firm, drastic measures which had to be taken in order to build socialism. I have heard with my own ears from intellectuals, from persons who were permeated with humanitarian ideas and who had not grasped what was happening during the period of the First. Five-Year Plan, during the period of collectivization when the kulak class was being liquidated, how they declared after reading Sholokhov’s book: “He has convinced me that it had to be that way.”

But show me an opponent of fascism or a neutral person whom their novels convince or will convince of the rightness of fascism, even if the novel in question, thanks to the author’s talents, attains a high artistic level.

Where will you find an artist who will be able to convince the millions of workers and peasants that a world imperialist war is a blessing? Men they were driven to the battlefields, when they were duped by the story that they were fighting for the fatherland, for themselves, they believed for a moment, but now they can see the ruins, all the consequences of war. And there is no artist who could write a true war book capable of agitating the millions in favour of imperialist war.

Try to find a major contemporary artist who will give us a truthful book about the Italian countryside – a book which would convince the peasants and us that fascism has brought liberation to the Italian countryside. Incidentally, there does exist one truthful book about Italian village life – a book by Silone, a man who has committed great political errors in his life, but who has given a truthful picture in this case, since he is an enemy of fascism. The truth about the Italian countryside can only be this: that Italian fascism has not destroyed the power of the landlord, has not done away with capitalism’s exploitation of the peasantry, has not destroyed, but has strengthened, the oppression of bureaucracy in the fascist countryside.

And if a writer possessing even such talent as Shakespeare, Michaelangelo, or Leonardo da Vinci were born today, if such a writer were confronted with the task of portraying fascist reality in a picture convincing to the masses of the people, then the picture which he produced would speak against fascism, against capitalism; he would not he able to draw one which would speak in their favour.

This is the reason why fascist literature is decaying. This is the reason why fascism will never create a great literature, a great convincing literature, convincing to the broad masses.

An art which proclaims the greatness of capitalism in the face of forty million unemployed is impossible, for, as Bernard Shaw quite rightly stated in his speech, The Madhouse in America, delivered in New York on April 11, 1933.

“Your proletariat is unemployed. That means the breakdown of your capitalist system, because, as any political scientist will tell you, the whole justification of the system of privately appropriated capital and land on which you have been working, is its guarantee, elaborately reasoned out on paper by the capitalist economists, that although one result of it must he the creation of a small but enormously rich propertied class which in also an idle class, living at the expense of the propertyless masses who are getting only a hare living, nevertheless that hare living is always secured for them. There must always be employment available; and they will always he able to obtain a subsistence wage for their labour.

“When that promise is broken (and never for one moment has it been kept right up to the hilt), when your unemployed are not only the old negligible 5 per cent of this trade, 8 per cent of that trade, 2 per cent of the other trade, but, millions of unemployed, then the capitalist system has broken down.”

What writer who is not devoid of all conscience, of all feeling, of all capacity to speak the truth can defend a system which renders tens of millions of people unemployed, a system which ruins and pauperizes the peasants, giving them no access to urban life, a system under which hundreds of thousands of people who have received an education find no chance to apply their knowledge, a system which trembles at the idea of new inventions, a system which, after the World War with its ten million killed, its tens of millions crippled and mutilated, is now preparing for a fresh war? Fascism wants to perpetuate this system; it wants to defend it from destruction by a policy of blood and iron. That is what fascism is for. Fascism can buy a handful of writers; it can find a handful of persons who will sincerely advocate the power of the blonde beast, of persons who will preach war as a panacea, but out of mercenary souls or knights-errant of historical adventure it will not be able to create a literature which will convince millions. An artist may twist as a man; as a man, he may fawn and cringe. But no one will create a great work of art by portraying what he does not believe in, by advocating a cause which he despises in the depths of his soul, for art great art, is truth and life.

There is no other art And even if there should be a handful of persons who will find romance in putrefying capitalism, – they will not be able to create works which will he convincing to the masses of the people, and they will fade away, for the creative artist needs hearts where his notes will find an echo.

The decay of capitalism, its downfall, which finds its expression in fascism, means the decay and downfall of all literature which cannot tear from its neck the fatal noose of capitalism, which cannot tear the shirt of Nessus, from its body. This does not mean that such literature cannot produce works of great craftsmanship in regard to form. The ancient world perished and rotted away, but the craftsmanship created by the artists of antiquity in the heyday of its youth lived on in the monasteries. Just as the decay of capitalism does not preclude the development of productive forces in some domain or other, in some country or other, so the decay of capitalist literature does not mean the complete disappearance of art, even in the camp of the bourgeoisie; but it does mean that no more great works will he accomplished by that art which is created in order to serve moribund capitalism. It cannot create images which will find an echo among the millions of people who aspire to a new and better life.

At best, it cannot be more than the art of minstrels who entertain revellers in a time of plague, and the artist of today who does not want to be a bard of exploitation, a bard of the burning of books, a bard of the public execution of the best sons of the people, the artist who does not want to be the bard of a new imperialist war, of a senseless and all-destroying war, must put out from that tainted coast and head for new shores, where new life is flourishing.

And those who want world literature to develop again, those who want literature of real value, those who want this great lever in the development of mankind – which has given mankind supreme enjoyment, which. fills the lives of many people, which represents a source of great creative work – to live and develop, must put off from that coast, seek their way to us, join the proletariat in the struggle against capitalism, in the struggle against fascism, for only in this struggle will a literature that is truly great arise, develop and grow strong.

https://www.marxists.org/archive/radek/1934/sovietwritercongress.htm





Hans Fallada, Kleiner Mann – was nun? pdf- estratto ita, video

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Pandora, amore mio , Autore: Ernesto Di Mauro – Omar Khayam – sedici quartine by A. Papaleo

Pandora, amore mio

La trasgressione intellettuale
è ciò che ci rende umani,
è la radice profonda della scienza.

Tecnologia e scienza si sovrappongono. Un eccesso di tecnologia potrebbe farci dimenticare perché si tenta di perseguire la conoscenza. Questo saggio esprime dubbi e certezze al riguardo. Una lunga pratica di genetica molecolare mi ha rese chiare le difficoltà nel comprendere la natura più nascosta della vita; e, messe a fuoco in questo quadro generale, le difficoltà che si hanno quando ci si domanda: cosa ci rende davvero umani?
Per delineare alcune risposte, ho fatto ricorso al mio interesse per il pensiero antico e ad alcune nozioni di genetica e di fisica contemporanea. Il discorso si rivolge a Pandora, a colei che, aprendo il Vaso, ha lasciato sfuggire le nostre domande. E a quei ricercatori che non si accontentano mai completamente dei risultati dei loro esperimenti e dei loro calcoli.

Un giorno Pandora aprì il Vaso. Da quel momento, abbiamo dovuto cominciare a lavorare, ci siamo ritrovati ad essere artisti e scienziati. Da quel momento, siamo diventati umani. Ma chi? Perché? Quando? Come? Dove? Innanzitutto è meglio rendersi conto che, dal momento in cui Pandora ha aperto il Vaso ad oggi, non siamo andati molto lontano.

Mai l’intelletto mio si distaccò dalla scienza,
pochi segreti ci sono che ancor non mi son disvelati,
e notte e giorno ho pensato per lunghi settantadue anni,
e l’unica cosa che seppi è che mai nulla ho saputo.
(Quartina #93)

PRIMA DI ACQUISTARE LEGGI LE PRIME PAGINE.

http://www.asterios.it/catalogo/pandora-amore-mio

Omar Khayyan

Mai l’intelletto mio si distaccò dalla scienza
Pochi segreti ci sono che ancor non mi son disvelati
E notte e giorno ho pensato per lunghi settantadue anni
E l’unica cosa che seppi è che mai nulla ho saputo.

Omar Khayam – sedici quartine

nella interpretazione

<<… Nell’anno 506 si trovavano a Balkh, nella via dei venditori di schiavi, nel palazzo dell’amir Abu Sa’d, l’imam Omar Khayyam e l’imam Mozzafar Esfazari, ed io anche ero con loro. In una piacevole riunione sentii dire alla “prova della verità” Omar: “la mia tomba sarà in un luogo tale, che ad ogni primavera il vento del nord farà piovere fiori sulla terra del corpo mio”. Mi sembrò strana questa predizione ma sapevo che un uomo come lui non poteva dire sciocchezze vane. Quando nel 530 capitai a Nisciapur, era già qualche anno che quel Grande aveva nascosto il viso sotto il velo della terra, e questo mondo basso era rimasto orfano di lui. Poiché era stato mio maestro, e pertanto avevo verso di lui dei doveri, volli, un venerdì, andare a visitare la tomba, e condussi con me qualcuno che mi indicasse dove fosse. Mi portò fuori, al cimitero di Hire: voltammo a sinistra e vidi la sua tomba ai piedi del muro di un giardino. I peri e gli albicocchi sporgevano i loro rami oltre quel muro, nel cimitero, e avevano ricoperto la tomba di Omar di un tappeto di fiori. Mi ricordai allora di quelle parole che nella città di Balkh gli avevo sentito dire, e mi vennero le lacrime agli occhi…>>.
Antologia persiana di Badi’ oz Zaman Khorasani
passo tradotto da Andrea Bausani per l’introduzione del Roba’iyyat
Rispettare lo schema logico/strutturale della sintassi inglese fitzgeraldiana in una traduzione italiana di queste quartine (che nel corso della loro sopravvivenza all’autore hanno subito diverse trascrizioni infedeli), come soventemente fanno molti dei nostri traduttori, significa spezzarne, forse, l’originaria iperbole simbolica.
Rispettare l’impostazione simbolico/mitica della cultura persiana tipica di queste liriche (impostazione che ha subito, grazie alla diffusione orale precedente alle varie trascrizioni delle quartine, innumerevoli contaminazioni culturali), come ricorrentemente fanno altri interpreti della opera di Khayyam, significa oggi falsare, forse, la possibilità di riprodurre oggi l’originario contesto semiotico.
Questo progetto di trasposizione in italiano (ancora in corso d’opera) prevede una libera interpretazione delle suggestioni liriche che il “figlio del fabbricatore di tende” ci ha lasciato.
Un tentativo di evocare, più che l’impostazione filologica imposta al testo successivamente alla sua morte, il profumo dei fiori di pero ed albicocco.
I
L’Iram è, in fede, svanita con tutte le sue rose,
la sette volte inanellata coppa di Jamshid nessuno più può trovare;
ma ancora il vino si accende di rubino,
ancora il giardino rifiorisce dove scorre l’acqua.
II
Alcuni vivono per la gloria del mondo,
altri per i paradisi dei profeti a venire;
prendi ciò che hai e lascia andare le promesse,
esse sono il suono di un tamburo distante.
III
Gli amici che abbiamo amato, i più fedeli e leali,
ci hanno lasciato uno dopo l’altro;
con loro bevemmo due o tre coppe alla mensa del mondo,
prima che, uno alla volta, andassero silenziosamente a dormire.
IV
Ci fu una porta della quale non trovai chiave,
un velo attraverso il quale non potei vedere;
alcune piccole parole fra me e te,
dopo non fummo, tu ed io… mai più.
V
Sia a Naishapur che a Babilonia,
sia che la coppa stilli dolcezza od amarezza;
il vino della vita scorre goccia a goccia,
il fiore della vita perde foglie una ad una.
VI
Alle labbra di questa povera e polverosa coppa,
bevvi per svelare il sottile segreto della vita;
le labbra della coppa, alle mie labbra mormorarono,
bevi fin quando vivrai, dopo non potrai più farlo.
VII
Solo l’uva può, con logica assoluta,
confutare innumeri e noiose sette;
solo alchemico vino può, in un istante,
mostrarci la vita che trasmuta il piombo in oro.
VIII
Bizzarro, non credi?
delle miriadi passarono prima di noi la porta oscura;
nessuno tornò a indicarci la via,
per conoscerla dovremo metterci in viaggio.
IX
Non siamo nulla di più che una sequenza in movimento,
giochi di ombre proiettati su uno sfondo;
la lanterna magica di un illusionista,
ci da vita a mezzanotte, per il suo spettacolo.
X
Di certo gli idoli che ho adorato così a lungo hanno reso,
agli occhi degli uomini, il mio credito cattivo;
di certo hanno gettato il mio onore nella coppa,
ho venduto la mia reputazione per una canzone.
XI
Se il mondo fosse fatto secondo i tuoi desideri,
se avessi raggiunto la conoscenza che desideri;
se avessi vissuto cento anni felice,
che importerebbe dunque?
XII
I poli della scienza e della saggezza,
coloro che fra i saggi brillavano come fari;
non hanno potuto illuminare la notte,
hanno rischiarato un istante il buio e poi si sono spenti.
XIII
Null’altro siamo che non parte del gioco,
muoviamo su una scacchiera di giorni e notti;
ad ogni mossa un pezzo cade preso,
la partita continua mentre noi veniamo riposti.
XIV
Sognavo al principio dell’alba nella taverna,
ed udii una voce che mi consigliò:
svegliati, figlio mio, e vuota la coppa,
prima che il liquore si asciughi.
XVI
Dovendo bere vino, fallo con i sapienti,
o con una bella dal volto di luna;
dovendo bere vino fallo con dovizia,
bevine poco, ogni tanto ed in segreto.
XVI
Si sbaglia chi, mio nemico, mi chiama filosofo,
Iddio sa bene che io non sono quel che loro dicono;
dacché sono sceso in questo luogo di dolore,
voglio almeno sapere chi io sia.

http://bepi1949.altervista.org/biblio3a/omar.html

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