25 aprile : Atene 70 Giuseppe Ungaretti – Hans Werner Henze – La Mano Sinistra

Atene 70

Atene, Grecia, segreto, vertice
di favola incastonata dentro il topazio che l’inanella.

Sul proprio azzurro insorta
in minimi
limiti, per essere misura, libertà
della misura, libertà di legge che
a sé liberi legge.

Sino dal mare,
dal cielo al mare,
liberi l’umano vertice,
le legge di libertà, dal mare al cielo.

Non saresti più, Atene, Grecia,
che tana di dissennati? Che
terra della dismisura, Atene,
mia, Atene occhi aperti,
che a chi aspirava all’umana
dignità, apriva gli occhi

Ora, mostruosa accecheresti?
Chi ti ha ridotta a tale,
quali mostri?

Giuseppe Ungaretti

La poesia che fu censurata  da “Vita d’un uomo. Tutte le poesie”, ultima raccolta pubblicata prima che il poeta morisse., e pure nella riedizione del 2005 per “I Meridiani” della Mondadori questa  poesia contro la Grecia dei colonnelli risultava mancante

Musicata di Hans Werner Henze : non ho trovato video

 

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25 aprile : TE RECUERDO, VICTOR e Joan



 

TE RECUERDO, VICTOR e Joan | controappuntoblog.org


Little Boxes :

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Niccolò Machiavelli Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio lbro 1 capp 17 – 18 – 19 : Uno popolo corrotto, venuto in libertà, si può con difficultà grandissima mantenere libero.

Capitolo 17

Uno popolo corrotto, venuto in libertà, si può

con difficultà grandissima mantenere libero.

Io giudico ch’egli era necessario, o che i re si estinguessono in Roma, o che Roma in brevissimo tempo divenisse debole e di nessuno valore; perché, considerando a quanta corruzione erano venuti quelli re, se fossero seguitati così due o tre successioni, e che quella corruzione, che era in loro, si fosse cominciata ad istendere per le membra, come le membra fossero state corrotte, era impossibile mai più riformarla. Ma perdendo il capo quando il busto era intero, poterono facilmente ridursi a vivere liberi ed ordinati. E debbesi presupporre per cosa verissima, che una città corrotta che viva sotto uno principe, come che quel principe con tutta la sua stirpe si spenga, mai non si può ridurre libera, anzi conviene che l’un principe spenga l’altro: e sanza creazione d’uno nuovo signore non si posa mai, se già la bontà d’uno, insieme con la virtù, non la tenesse libera; ma durerà tanto quella libertà, quanto durerà la vita di quello: come intervenne, a Siracusa, di Dione e di Timoleone: la virtù de’ quali in diversi tempi, mentre vissono, tenne libera quella città; morti che furono, si ritornò nell’antica tirannide. Ma non si vede il più forte esemplo che quello di Roma; la quale, cacciati i Tarquinii, poté subito prendere e mantenere quella libertà; ma, morto Cesare, morto Caio Caligola, morto Nerone, spenta tutta la stirpe cesarea, non poté mai, non solamente mantenere, ma pure dar principio alla libertà. Né tanta diversità di evento in una medesima città nacque da altro, se non da non essere ne’ tempi de’ Tarquinii il popolo romano ancora corrotto, ed in questi ultimi tempi essere corrottissimo. Perché allora, a mantenerlo saldo e disposto a fuggire i re, bastò solo farlo giurare che non consentirebbe mai che a Roma alcuno regnasse; e negli altri tempi non bastò l’autorità e severità di Bruto, con tutte le legioni orientali, a tenerlo disposto a volere mantenersi quella libertà che esso, a similitudine del primo Bruto, gli aveva renduta. Il che nacque da quella corruzione che le parti mariane avevano messa nel popolo; delle quali sendo capo Cesare, potette accecare quella moltitudine, ch’ella non conobbe il giogo che da sé medesima si metteva in sul collo.

E benché questo esemplo di Roma sia da preporre a qualunque altro esemplo, nondimeno voglio a questo proposito addurre innanzi popoli conosciuti ne’ nostri tempi. Pertanto dico, che nessuno accidente, benché grave e violento, potrebbe ridurre mai Milano o Napoli liberi, per essere quelle membra tutte corrotte. Il che si vide dopo la morte di Filippo Visconti; che, volendosi ridurre Milano alla libertà, non potette e non seppe mantenerla. Però, fu felicità grande quella di Roma, che questi rediventassero corrotti presto, acciò ne fussono cacciati, ed innanzi che la loro corruzione fusse passata nelle viscere di quella città: la quale incorruzione fu cagione che gl’infiniti tumulti che furono in Roma, avendo gli uomini il fine buono, non nocerono, anzi giovorono, alla Republica.

E si può fare questa conclusione, che, dove la materia non è corrotta, i tumulti ed altri scandoli non nuocono: dove la è corrotta, le leggi bene ordinate non giovano, se già le non sono mosse da uno che con una estrema forza le faccia osservare, tanto che la materia diventi buona. Il che non so se si è mai intervenuto o se fusse possibile ch’egli intervenisse: perché e’ si vede, come poco di sopra dissi, che una città venuta in declinazione per corruzione di materia, se mai occorre che la si rilievi, occorre per la virtù d’uno uomo che è vivo allora, non per la virtù dello universale che sostenga gli ordini buoni; e subito che quel tale è morto, la si ritorna nel suo pristino abito: come intervenne a Tebe, la quale, per la virtù di Epaminonda, mentre lui visse, potette tenere forma di republica e di imperio; ma, morto quello, la si ritornò ne’ primi disordini suoi. La cagione è, che non può essere uno uomo di tanta vita, che ‘l tempo basti ad avvezzare bene una città lungo tempo male avvezza. E se uno d’una lunghissima vita, o due successione virtuose continue, non la dispongano; come la manca di loro, come di sopra è detto, rovina, se già con dimolti pericoli e dimolto sangue e’ non la facesse rinascere. Perché tale corruzione e poca attitudine alla vita libera, nasce da una inequalità che è in quella città: e volendola ridurre equale, è necessario usare grandissimi straordinari, i quali pochi sanno o vogliono usare; come in altro luogo più particularmente si dirà.

Capitolo 18

In che modo nelle città corrotte si potesse mantenere

uno stato libero, essendovi; o, non vi essendo, ordinarvelo.

Io credo che non sia fuora di proposito, né disforme dal soprascritto discorso, considerare se in una città corrotta si può mantenere lo stato libero, sendovi; o quando e’ non vi fusse, se vi si può ordinare. Sopra la quale cosa, dico, come gli è molto difficile fare o l’uno o l’altro: e benché sia quasi impossibile darne regola, perché sarebbe necessario procedere secondo i gradi della corruzione; nondimanco, essendo bene ragionare d’ogni cosa, non voglio lasciare questa indietro. E presupporrò una città corrottissima, donde verrò ad accrescere più tale difficultà; perché non si truovano né leggi né ordini che bastino a frenare una universale corruzione. Perché, così come gli buoni costumi, per mantenersi, hanno bisogno delle leggi; così le leggi, per osservarsi, hanno bisogno de’ buoni costumi. Oltre a di questo, gli ordini e le leggi fatte in una republica nel nascimento suo, quando erano gli uomini buoni, non sono dipoi più a proposito, divenuti che ei sono rei. E se le leggi secondo gli accidenti in una città variano, non variano mai, o rade volte, gli ordini suoi: il che fa che le nuove leggi non bastano, perché gli ordini, che stanno saldi, le corrompono.

E per dare ad intendere meglio questa parte, dico come in Roma era l’ordine del governo, o vero dello stato; e le leggi dipoi, che con i magistrati frenavano i cittadini. L’ordine dello stato era l’autorità del Popolo, del Senato, de’ Tribuni, de’ Consoli, il modo di chiedere e del creare i magistrati, ed il modo di fare le leggi. Questi ordini poco o nulla variarono negli accidenti. Variarono le leggi che frenavano i cittadini; come fu la legge degli adulterii, la suntuaria, quella della ambizione, e molte altre; secondo che di mano in mano i cittadini diventavano corrotti. Ma tenendo fermi gli ordini dello stato, che nella corruzione non erano più buoni, quelle legge, che si rinnovavano, non bastavano a mantenere gli uomini buoni, ma sarebbono bene giovate, se con la innovazione delle leggi si fussero rimutati gli ordini.

E che sia il vero, che tali ordini nella città corrotta non fussero buoni, si vede espresso in doi capi principali, quanto al creare i magistrati e le leggi. Non dava il popolo romano il consolato, e gli altri primi gradi della città, se non a quelli che lo domandavano. Questo ordine fu, nel principio, buono, perché e’ non gli domandavano se non quelli cittadini che se ne giudicavano degni ed averne la repulsa era ignominioso sì che, per esserne giudicati degni, ciascuno operava bene. Diventò questo modo, poi, nella città corrotta, perniziosissimo; perché non quelli che avevano più virtù, ma quelli che avevano più potenza domandavano i magistrati; e gl’impotenti, comecché virtuosi, se ne astenevano di domandarli, per paura. Vennesi a questo inconveniente, non a un tratto, ma per i mezzi, come si cade in tutti gli altri inconvenienti: perché avendo i Romani domata l’Africa e l’Asia, e ridotta quasi tutta la Grecia a sua ubbidienza, erano divenuti sicuri della libertà loro, né pareva loro avere più nimici che dovessono fare loro paura. Questa sicurtà e questa debolezza de’ nimici fece che il popolo romano, nel dare il consolato, non riguardava più la virtù, ma la grazia; tirando a quel grado quelli che meglio sapevano intrattenere gli uomini, non quelli che sapevano meglio vincere i nimici: dipoi da quelli che avevano più grazia, ei discesono a darlo a quegli che avevano più potenza; talché i buoni, per difetto di tale ordine, ne rimasero al tutto esclusi. Poteva uno tribuno, e qualunque altro cittadino, preporre al Popolo una legge; sopra la quale ogni cittadino poteva parlare, o in favore o incontro, innanzi che la si deliberasse. Era questo ordine buono, quando i cittadini erano buoni; perché sempre fu bene che ciascuno che intende uno bene per il publico lo possa preporre; ed è bene che ciascuno sopra quello possa dire l’opinione sua, acciocché il popolo, inteso ciascuno, possa poi eleggere il meglio. Ma diventati i cittadini cattivi, diventò tale ordine pessimo; perché solo i potenti proponevono leggi, non per la comune libertà, ma per la potenza loro; e contro a quelle non poteva parlare alcuno, per paura di quelli: talché il popolo veniva o ingannato o sforzato a diliberare la sua rovina.

Era necessario, pertanto, a volere che Roma nella corruzione si mantenesse libera, che, così come aveva nel processo del vivere suo fatto nuove leggi, l’avesse fatto nuovi ordini: perché altri ordini e modi di vivere si debbe ordinare in uno suggetto cattivo, che in uno buono; né può essere la forma simile in una materia al tutto contraria. Ma perché questi ordini, o e’ si hanno a rinnovare tutti a un tratto, scoperti che sono non essere più buoni, o a poco a poco, in prima che si conoschino per ciascuno; dico che l’una e l’altra di queste due cose è quasi impossibile. Perché, a volergli rinnovare a poco a poco, conviene che ne sia cagione uno prudente, che vegga questo inconveniente assai discosto, e quando e’ nasce. Di questi tali è facilissima cosa che in una città non ne surga mai nessuno: e quando pure ve ne surgessi, non potrebbe persuadere mai a altrui quello che egli proprio intendesse; perché gli uomini, usi a vivere in un modo, non lo vogliono variare; e tanto più non veggendo il male in viso, ma avendo a essere loro mostro per coniettura. Quanto all’innovare questi ordini a un tratto, quando ciascuno conosce che non son buoni, dico che questa inutilità, che facilmente si conosce, è difficile a ricorreggerla; perché, a fare questo, non basta usare termini ordinari, essendo modi ordinari cattivi; ma è necessario venire allo straordinario, come è alla violenza ed all’armi, e diventare innanzi a ogni cosa principe di quella città, e poterne disporre a suo modo. E perché il riordinare una città al vivere politico presuppone uno uomo buono, e il diventare per violenza principe di una republica presuppone uno uomo cattivo; per questo si troverrà che radissime volte accaggia che uno buono, per vie cattive, ancora che il fine suo fusse buono, voglia diventare principe; e che uno reo, divenuto principe, voglia operare bene, e che gli caggia mai nello animo usare quella autorità bene, che gli ha male acquistata.

Da tutte le soprascritte cose nasce la difficultà, o impossibilità, che è nelle città corrotte, a mantenervi una republica, o a crearvela di nuovo. E quando pure la vi si avesse a creare o a mantenere, sarebbe necessario ridurla più verso lo stato regio, che verso lo stato popolare; acciocché quegli uomini i quali dalle leggi, per la loro insolenzia, non possono essere corretti, fussero da una podestà quasi regia in qualche modo frenati. E a volergli fare per altre vie diventare buoni, sarebbe o crudelissima impresa o al tutto impossibile; come io dissi, di sopra, che fece Cleomene: il quale se, per essere solo, ammazzò gli Efori; e se Romolo, per le medesime cagioni, ammazzò il fratello e Tito Tazio Sabino, e dipoi usarono bene quella loro autorità; nondimeno si debbe avvertire che l’uno e l’altro di costoro non aveano il suggetto di quella corruzione macchiato, della quale in questo capitolo ragioniamo, e però poterono volere, e, volendo, colorire il disegno loro.

Capitolo 19

Dopo uno eccellente principe si può mantenere

uno principe debole; ma, dopo uno debole,

non si può con un altro debole mantenere alcuno regno.

Considerato la virtù ed il modo del procedere di Romolo, Numa e di Tullo, i primi tre re romani, si vede come Roma sortì una fortuna grandissima, avendo il primo re ferocissimo e bellicoso, l’altro quieto e religioso, il terzo simile di ferocità a Romolo, e più amatore della guerra che della pace. Perché in Roma era necessario che surgesse ne’ primi principii suoi un ordinatore del vivere civile, ma era bene poi necessario che gli altri re ripigliassero la virtù di Romolo; altrimenti quella città sarebbe diventata effeminata, e preda de’ suoi vicini. Donde si può notare che uno successore, non di tanta virtù quanto il primo, può mantenere uno stato per la virtù di colui che lo ha retto innanzi, e si può godere le sue fatiche: ma s’egli avviene o che sia di lunga vita, o che dopo lui non surga un altro che ripigli la virtù di quel primo, è necessitato quel regno a rovinare. Così, per il contrario, se dua, l’uno dopo l’altro, sono di gran virtù, si vede spesso che fanno cose grandissime, e che ne vanno con la fama in fino al cielo.

Davit, sanza dubbio, fu un uomo, per arme, per dottrina, per giudizio, eccellentissimo; e fu tanta la sua virtù, che, avendo vinti e battuti tutti i suoi vicini, lasciò a Salomone suo figliuolo uno regno pacifico: quale egli si potette con l’arte della pace, e non con la guerra, conservare; e si potette godere felicemente la virtù di suo padre. Ma non potette già lasciarlo a Roboam suo figliuolo; il quale, non essendo per virtù simile allo avolo, né per fortuna simile al padre, rimase con fatica erede della sesta parte del regno. Baisit, sultan de’ Turchi, come che fussi più amatore della pace che della guerra, potette godersi le fatiche di Maumetto suo padre; il quale avendo, come Davit, battuto i suoi vicini, gli lasciò un regno fermo, e da poterlo con l’arte della pace facilmente conservare. Ma se il figliuolo suo Salì, presente signore, fusse stato simile al padre, e non all’avolo, quel regno rovinava; ma e’ si vede costui essere per superare la gloria dell’avolo. Dico pertanto con questi esempli, che, dopo uno eccellente principe, si può mantenere uno principe debole; ma, dopo un debole, non si può, con un altro debole, mantenere alcun regno, se già e’ non fusse come quello di Francia, che gli ordini suoi antichi lo mantenessero: e quelli principi sono deboli, che non stanno in su la guerra.

Conchiudo pertanto, con questo discorso, che la virtù di Romolo fu tanta, che la potette dare spazio a Numa Pompilio di potere molti anni con l’arte della pace reggere Roma: ma dopo lui successe Tullo, il quale per la sua ferocità riprese la riputazione di Romolo: dopo il quale venne Anco, in modo dalla natura dotato, che poteva usare la pace e sopportare la guerra. E prima si dirizzò a volere tenere la via della pace, ma subito conobbe come i vicini, giudicandolo effeminato, lo stimavano poco: talmente che pensò che, a volere mantenere Roma, bisognava volgersi alla guerra, e somigliare Romolo, e non Numa.

Da questo piglino esemplo tutti i principi che tengono stato; che chi somiglierà Numa, lo terrà o non terrà, secondo che i tempi o la fortuna gli girerà sotto; ma chi somiglierà Romolo, e fia come esso armato di prudenza e d’armi, lo terrà in ogni modo, se da una ostinata ed eccessiva forza non gli è tolto. E certamente si può stimare che, se Roma sortiva per terzo suo re un uomo che non sapesse con le armi renderle la sua riputazione non arebbe mai poi, o con grandissima difficultà, potuto pigliare piede, né fare quegli effetti ch’ella fece. E così, in mentre che la visse sotto i re la portò questi pericoli di rovinare sotto uno re o debole o malvagio

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UTOPISME ET COMMUNAUTÉ DE L’AVENIR: Karl Marx et Friedrich Engels

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Quanto vale un uovo Fabergè? : ricette crisi, consiglio per acquisto

Quanto vale un Fabergè

Indubbiamente un gioiello Fabergè è un oggetto molto prezioso, dati i materiali raffinati e l’accurata lavorazione (per le uova un intero anno di lavoro!). Nell’asta londinese di pochi giorni fa un pendente in pietra dura, di poco inferiore ai 2 cm di altezza, è stato aggiudicato per oltre 11mila sterline (14.850 euro); mentre un piccolo contenitore in oro e smalti (5.7 cm di altezza) ha toccato le 11.250 sterline. Anche nel giugno 2011 la medesima casa d’aste aveva venduto un pendente in platino e diamanti (2.9 cm) a 15mila sterline (16.780 euro). Il risultato più clamoroso fu toccato, però, da Christie’s, sempre nella capitale inglese, il 28 novembre 2007: il lotto 55, stimato 6-9 milioni di sterline (9-14 milioni euro), fu aggiudicato a 8.980.500 sterline (13.925.609 euro). Si trattava di un grande uovo su basamento, con orologio e movimento automatico.
Le sole uova imperiali contano una cinquantina di esemplari noti, molti dei quali conservati in musei o collezioni private internazionali. Per avere un’idea del valore di una di queste uova, basti pensare che nel 2004 un magnate russo riuscì a riportare in patria ben 9 esemplari, spendendo circa 100 milioni di dollari!

http://www.ntq-data.com/it/quanto-vale-un-uovo-faberge.html


 

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Vladimir Ashkenazy: Rachmaninov – Piano Concerto No. 2 in C minor complete – Sergei Rachmaninoff plays his Piano Concerto No. 2

Storia della composizione

Dopo il clamoroso insuccesso di pubblico e di critica della sua prima sinfonia, Rachmaninov cadde in una profonda crisi artistica. Affidatosi alle cure del professor Nikolaj Dahl, il compositore però si riprese, scrivendo in breve tempo il secondo ed il terzo movimento del concerto. Lo stesso autore li eseguì a Mosca nella Sala della nobiltà il 15 settembre 1900, ottenendo una grandiosa accoglienza dal pubblico presente. Rigenerato da questo ritorno sulla scena, ultimò la partitura e la dedicò a Dahl; la prima esecuzione integrale, con il compositore stesso come solista e il cugino Aleksandr Ziloti alla direzione d’orchestra, ebbe luogo alla Società Filarmonica di Mosca il 27 ottobre 1901.

Struttura della composizione

Moderato

Il primo movimento è caratterizzato da due temi che si intrecciano: il primo, in tonalità minore, maestoso e quasi marziale, che conferisce tono drammatico e incalzante; il secondo in tonalità maggiore, più cantabile, è una dolce melodia di grande intensità.

Il pianoforte esordisce con pesanti accordi che introducono una drammatica atmosfera di mistero. Successivamente viene presentato il primo tema esposto dagli archi (violini più viole, mentre i bassi scandiscono il tempo) e dal clarinetto, ripreso poi con grande enfasi dal pianoforte solo.
L’atmosfera cambia con l’introduzione del secondo tema che chiude l’esposizione. Si torna quindi al primo tema, esposto da oboe, clarinetto e viole, con conseguente parentesi virtuosistica del solista.
Il culmine si ha con la riproposizione del secondo tema, con i violini aggiunti a clarinetto e viole che anticipano l’ingresso enfatico del pianoforte.
La ripresa si apre con il ritorno al tempo di marcia, a cui segue il melodioso canto del solista, questa volta accompagnato da legni, corni e archi. Lo stacco del corno solo si impone per portare al ritorno del secondo tema, ripreso da tutta l’orchestra.
La coda, introdotta dai virtuosismi del pianoforte, si conclude con perentori accordi orchestrali.

Adagio sostenuto

Il pianoforte esordisce con un delicato arpeggio in terzine sull’accompagnamento leggero di archi con sordina, clarinetti, fagotti e corni. Il flauto solista espone un tema dolcissimo, ripreso in successione dal clarinetto. Quindi il pianoforte si scambia con il clarinetto, che lo accompagna quasi in un duetto. I violini intervengono a rompere il tema, che evolve in una seconda parte più animata, dove il pianoforte elabora il materiale tematico, con interventi di fiati e archi, in un progressivo climax espressivo fino all’esplosione sonora di tutta l’orchestra.
Dopo una cadenza del solista, si ritorna alla tenue prima parte del tema, proposta in crescendo, fino a sfumarsi definitivamente, con l’ultima voce affidata alle note ritenute del pianoforte.

Allegro scherzando

Il terzo movimento riprende il tono marziale del primo movimento, ma con un’atmosfera più ironica. Il primo tema ha un carattere guizzante, saltellante; dopo una sua elaborazione, si arriva al secondo tema, dolcemente cantabile, presentato dalle viole e dall’oboe e ripreso dal pianoforte, tema che indubbiamente può essere considerato tra i più belli e i più celebri fra tutti quelli composti da Rachmaninov. Lo sviluppo centrale si basa sul primo tema, che viene spezzettato ed alternato fra il solista e vari strumenti, con un accenno di un passo fugato. Questo sviluppo si salda praticamente con la ripresa, che si afferma con il ritorno, adesso con i violini, del secondo tema. Da qui deriva una nuova elaborazione prevalentemente mossa che porta, con il cambio della tonalità in do maggiore, alla trionfale affermazione del secondo tema (che quindi è il vero protagonista del finale) a piena orchestra. Segue una breve coda nuovamente mossa che in un clima ora festoso e trascinante porta alla conclusione. Terminano il brano tre accordi ripetuti che rappresentano la firma ritmica del compositore: ta- tatata (Rach – maninov).

Esiste una leggenda riguardo al famosissimo secondo tema di questo movimento. A detta del critico Leonid Sabaneev tale tema non sarebbe di Rachmaninov, ma di un suo amico, Nikita Morozov. Ascoltando un brano di Morozov, Rachmaninov avrebbe detto: “Oh, ma è una melodia che avrei potuto comporre io”. “Ebbene, perché non te la prendi?”, avrebbe risposto Morozov, e Rachmaninov non si sarebbe fatto pregare[1].

http://it.wikipedia.org/wiki/Concerto_per_pianoforte_e_orchestra_n._2_%28Rachmaninov%29


 

Sergei Rachmaninoff – Prince Rostislav (Symphonic poem …

H. Grimaud 2/3 Rachmaninov piano concerto No.2 in C

Rachmaninoff: Piano Concerto No.3 Op.30, Horowitz ed altri: prima esecuzione 28 novembre 1909

Sinfonia n. 3 in la minore, op. 44 Sergej Rachmaninov

Alessio Bax, Italian Virtuoso : Rachmaninoff – Bach – Brahms …

Lezioni Solfeggio – Vladimir Horowitz 1951 Rachmaninoff Piano …

12 Romances, Op.21 (Rachmaninoff, Sergei) | controappuntoblog.or

Kapell: Rachmaninov Piano Concerto No. 2 | controappuntoblog.org

da: Spoon River – Rachmaninov – Song op. 21, n° 7 …

Richter plays Rachmaninoff | controappuntoblog.org

Rach 3 | controappuntoblog.org

Le campane (Kolokola) : Sergej Rachmaninov | controappunto

L’isola della morte (Isle of the Dead) op. 29 Sergej Rachmaninoff

Rachmaninov Etude Tableau Op 39 | controappuntoblog.org

 

Rachmaninov – Trio élégiaque, for piano & strings in G minor

http://www.controappuntoblog.org/2013/02/02/rachmaninov-trio-elegiaque-for-piano-strings-in-g-minor/

ma o calabrone vola pure se non può volare? – Il volo del calabrone

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Russia-Ucraina, vince chi ha pazienza : trend online – I metalli del gruppo del platino: pronti al contrattacco?

Russia-Ucraina, vince chi ha pazienza

Un’escalation della crisi fra i due paesi, dicono gli analisti, rischia di riportare l’economia globale in recessione. Le cose si complicheranno in caso di conflitto. Di Marco Caprotti

 

Certo è una questione politica. Forse potrebbe diventare militare. Ed è possibile che diventi un’emergenza umanitaria. Di sicuro, però, la crisi nei rapporti fra Ucraina e Russia è un problema per gli investitori che devono fare i conti con picchi di volatilità e con scelte impreviste per quanto riguarda l’asset allocation. Decisioni che dovranno variare a seconda degli sviluppi che la questione prenderà.

Il quadro politico

Ricordando il precedente della guerra del 2008 contro la Georgia, il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha evocato chiaramente l’eventualità di un intervento militare da parte di Mosca. Rilasciate alla televisione Russia Today, le dichiarazioni di Lavrov hanno seguito di poche ore l’annuncio da parte di Kiev del ripristino delle operazioni contro i separatisti nell’est dell’Ucraina. La concomitanza di questa decisione con la visita del numero due della Casa Bianca, Joe Biden, ha peraltro indotto il capo della diplomazia russa a ravvedere una regia statunitense. “Non c‘è ragione di credere che a tenere i fili dello spettacolo non siano direttamente gli americani”, ha spiegato.

Gli Stati Uniti intanto, ha detto Biden, assisteranno l’Ucraina nello sviluppo della sua economia. La cooperazione riguarderà anche il settore energetico, per rendere il paese indipendente dalle forniture di gas russo. “L’Ucraina è e deve rimanere un paese unito, da Leopoli a Kharkiv fino al Mar Nero. Un unico paese”, ha detto Biden. “Noi non riconosceremo mai l’illegale occupazione russa della Crimea e non lo farà nemmeno il mondo”.

Washington, tra l’altro, sosterrà Kiev anche nello svolgimento delle elezioni del 25 maggio, che Biden ha definito “le più importanti della storia del paese.” I sondaggi, intanto, danno per probabile vincitore Petro Porochenko, l’unico oligarca che ha sostenuto la rivolta di Maidan. Il re del cioccolato (come viene chiamato per le sue attività imprenditoriali) è avvantaggiato dalla rinuncia a suo favore di Vitali Klitschko. Poroshenko è dato al 48,4%, appena sotto la soglia che gli permetterebbe di vincere già al primo turno. In un possibile secondo turno, il 15 giugno, gli ucraini potrebbero dover scegliere tra lui e Yulia Tymoshenko, l’ex premier rilasciata dal carcere dopo la rivolta filoeuropea. E’ data al 14%. Tra i 23 candidati c‘è anche l’ex vicepremier Serhiy Tihipko, espulso dal Partito delle regioni che ha schierato l’ex governatore di Kharkiv, Mykhailo Dobkin.

Il problema principale in questa situazione è quello di un’escalation”, spiega Patricia Oey, analista di Morningstar. “Se la situazione dovesse peggiorare, anche in termini di sanzioni alla Russia, allora l’economia globale potrebbe tornare in recessione a causa soprattutto delle forniture e dei prezzi dell’energia”.

Non lasciare la Russia

Dal punto di vista dell’operatività in Borsa, la situazione complica la vita degli investitori. “Da anni il mercato russo sta facendo peggio degli altri emergenti e dei paesi sviluppati”, continua l’analista. “Per questo molti operatori si aspettavano che la Borsa di Mosca stesse diventando interessante per chi è a caccia di buone valutazioni. La situazione di incertezza che si sta creando sta però mischiando nuovamente le carte”. Questo non significa che bisogna abbandonare del tutto gli asset russi. “Le valutazioni dei titoli del Micex (l’indice di riferimento della Borsa moscovita) sono a sconto e probabilmente in futuro si abbasseranno ancora”, dice Oey. “Il paese, però, è interessante per gli investitori di lungo periodo grazie alle riforme che sta portando avanti soprattutto per quanto riguarda la governance delle aziende. Questo, quindi, potrebbe essere un buon momento per avere una posizione o incrementare l’esposizione. Di sicuro, però, nel breve e medio termine bisognerà essere pronti a sopportare un po’ di volatilità”.

E se scoppia la guerra?

Tutto questo vale se la situazione non sfocia in una guerra. Ma cosa succederebbe ai mercati se la crisi fra Ucraina e Russia dovesse arrivare sui campi di battaglia? “L’unico sistema per capire qualcosa e studiare cosa è successo nei conflitti precedenti”, spiega uno studio della società di consulenza Research Affiliates che ha analizzato le reazioni dei mercati durante sei conflitti recenti: il comportamento dei mercati Usa allo scoppio della Guerra del Golfo del 1990 e dopo il coinvolgimento della Nato nella guerra in Bosnia nel 1994; la risposta del mercato indiano all’inizio degli scontri fra India e Pakistan nel 1999; l’andamento della Borsa di Mosca allo scoppio della Seconda guerra cecena (sempre nel ’99); i movimenti del mercato thailandese quando sono iniziati gli scontri al confine con la Cambogia nel 2008; l’andamento del mercato russo nella guerra con la Georgia di cinque anni fa.

“In generale i mercati che abbiamo studiato sono saliti nei sei mesi di agitazione che hanno preceduto l’inizio delle campagne militari”, dice il report. “Le Borse sono poi crollate nei due-tre mesi seguenti all’inizio dei conflitti. Mediamente i prezzi dei titoli sono rimasti depressi per circa sei mesi per poi recuperare tutto il terreno perso nel giro di otto mesi dall’inizio delle ostilità”. -

http://www.trend-online.com/prp/russia-ucraina-vince-chi-ha-pazienza/

I metalli del gruppo del platino: pronti al contrattacco?

Gli scioperi in Sudafrica e la paura di sanzioni commerciali nei confronti della Russia hanno recentemente mantenuto alti i prezzi del platino e del palladio, inasprendo il pesante deficit già previsto per il 2014.

I metalli del gruppo del platino: pronti al contrattacco?

Gli scioperi in Sudafrica e la paura di sanzioni commerciali nei confronti della Russia hanno recentemente mantenuto alti i prezzi del platino e del palladio, inasprendo il pesante deficit già previsto per il 2014.

 

 

Scorte elevate limitano la corsa dei PGM, ma la situazione potrebbe cambiare.
Gli scioperi in Sudafrica e la paura di sanzioni commerciali nei confronti della Russia hanno recentemente mantenuto alti i prezzi del platino e del palladio, inasprendo il pesante deficit già previsto per il 2014. Il platino è aumentato di circa il 5% nel 2014, laddove il palladio è cresciuto dell’’11% nello stesso periodo.
Il Sudafrica è il più grande produttore mondiale di platino e il secondo più grande produttore di palladio, con rispettivamente il 72% e il 37% della disponibilità mondiale proveniente dalle miniere dello stato africano.
Amplats, Implats e Lonmin hanno dichiarato l’impossibilità di adempiere ad alcuni dei loro obblighi contrattuali per causa di forza maggiore, sottolineando la difficoltà di consegnare le forniture di metallo agli acquirenti.
Sebbene entrambi i metalli abbiano beneficiato degli scioperi, il prezzo del palladio è stato spinto verso l’alto anche dalla preoccupazione che la Russia possa dover affrontare restrizioni commerciali come risultato del conflitto con l’Ucraina. Dato che il 40% della disponibilità mondiale proviene dalla Russia, qualsiasi restrizione alle esportazioni del metallo russo poterebbe ulteriori ristrettezze in un mercato già molto difficile.
Crediamo che il motivo per il quale i prezzi non hanno reagito in maniera più forte alle interruzioni di approvvigionamento sia stata la potenziale fornitura alternativa proveniente dalle abbondanti scorte di superficie dei metalli del gruppo del platino. Opinione dominante è che il mercato ecceda per platino e palladio rispettivamente di 5moz e 10moz, equivalenti al 59% della domanda globale di platino e al 104% della domanda mondiale di palladio nel 2013. -

http://www.trend-online.com/etf/metalli-platino-contrattacco-240414/

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