Jean-Baptiste Lully tragedie “Isis”

Lully / de Visee: Second air d’Isis from Arto Wikla on Vimeo.

JB Lully – La Marche des Combattants | controappuntoblog …

Jean Baptiste Lully (1632-1687) – Marche pour la cérémonie des Turcs – Armide – Enfin Il est en ma puiessance – Passacaille d’Armide.

Pubblicato in musica | Contrassegnato | Lascia un commento

Chiude una prigione, distruggiamo tutte le altre!

Chiude una prigione, distruggiamo tutte le altre!

23 novembre 2014

Ci sono alcuni prigioni che mi son diventate familiari in questa mia strana vita, che le sbarre se le è sempre andate a cercare nella sua ricerca di abbatterle.
Ci son prigioni che son diventate care, come quella -dismessa- dell’ergastolo di Santo Stefano, sullo scoglio difronte l’isola di Ventotene, ormai da diversi anni, meta di un pellegrinaggio annuale di un variopinto gruppo di libertari di cui faccio parte,

Maison d’arrêt de la santé, rue de la santé, Bd Arago (Paris, France) Le mur d’enceinte de la prison.

che l’hanno scelta come simbolo di un percorso di liberazione dalla pena eterna dell’ergastolo e dalla prigionia in generale.
Poi mi è diventato familiare il carcere di Rebibbia, dove sono andata in una visita a fianco di alcuni parlamentari che ha cambiato per sempre la mia vita: l’ha completamente scombussolata. Lì ho incontrato l’uomo con cui ho diviso poi ogni mia gioia e tanti dolori,
lì non sono stata più ammessa per dei colloqui con lui, lì ho sempre potuto solo rimanere fuori ad aspettare, fuori ad urlare, fuori a piangere, fuori a ridere alla faccia loro, con quella forza che solo l’amore ti può dare, davanti a quelle maledette mura.
Con Paolo e con i compagni che ho conosciuto,
molte prigioni sono diventate familiari, di molte ho saputo racconti, aneddoti, fughe rocambolesche, rivolte violentissime, pomiciate clandestine: alcune mi sembra di averle viste per tutte le storie che so, mi sembra di aver condiviso quelle storie, di aver respirato quell’aria stracarica di voglia di libertà che mi è stata trasmessa dalle parole e dai tanti sguardi prigionieri incontrati,
primo tra tutti il suo.

La Santè è una di quelle.
De la Santè conosco gli scarafaggi, tonnellate e tonnellate di scarafaggi dai grandissimi poteri di climber.
Conosco l’umidità, conosco l’emozione dei lacrimogeni tirati ad un corteo che entravano delle celle,
lacrimogeni che entravano nei polmoni e uscivano dagli occhi riempiendo il corpo di vita, di un passato libero fatto di marciapiedi condivisi a migliaia.
Un po’ nella Santè mi sembra di esserci stata,
mi sembra di aver sentito i passi della bella infermiera giunta a medicare una brutta ferita,
mi sembra di sentire i prigionieri politici di mezza europa chiacchierare, mi sembra di conoscerne i ritmi, perché per molti mesi ha tenuto prigioniero il corpo del mio amore.
La Santè per la prima volta in 147 anni, qualche mese fa, ha chiuso i battenti: il silenzio è calato tra le celle che si affacciano sui ballatoi e così sarà per qualche mese, in attesa di un parziale abbattimento e di un restauro che la vedrà ritornare prigione per 700 persone. Per ora solo i semiliberi continuano ad abitare quelle mura, che noi vorremmo solo che vedere abbattute, come quelle di ogni carcere esistente.
L’articolo che trovate qui sotto ne ricostruisce a grandi linee la storia, seguendo un articolo uscito ad agosto su Le Monde,

(Claudius DORENROF / Flickr Creative Commons)
(Claudius DORENROF / Flickr Creative Commons)
 Al 42 di rue de la Santé, nel XIV arrondissement di Parigi, poco dopo aver superato l’antico ospedale psichiatrico Saint’Anne e incrociato il boulevard Saint-Jacques che risale fino alla Place Denfert-Rochereau, sorge un mastodontico edificio dalla forma trapezoidale e dalle altissime e possenti mura, sormontato da torrette di avvistamento, filo spinato e alti lampioni che proiettano una luce giallognola. Nelle notti d’inverno, quando la nebbia avvolge quello che da lontano sembra essere un maniero abbandonato ed i rami spogli declinano verso le mura, il luogo assume un’aria spettrale. È la Prison della Santé, l’ultima prigione intra muros di Parigi, la più famosa, che a Luglio scorso ha chiuso per sempre i battenti perché troppo vetusta. Tra le sue mura furono rinchiusi anarchici, comunisti, capi storici del Front de Libération National (FLN) algerino, un ex presidente della repubblica d’Algeria, partigiani che lottarono contro il regime di Vichy durante l’invasione tedesca, golpisti francesi, collaborazionisti, politici di primo piano, poeti e scrittori. Al centro del suo cortile fino al 1972 sorgeva l’ultima ghigliottina di Francia.

Dal Terrore allo splendore

Costruita tra il 1861 ed il 1867 dall’architetto Joseph Auguste Émile Vaudremer, l’antica prigione della Santé sorge su quello che anticamente era noto come il Marché aux Charbons (Mercato dei Carboni) per rimpiazzare la Prigione delle Madelonettes, un ex convento già utilizzato fino al 1790 per redimere le prostitute e trasformato in prigione per detenuti politici nel 1793, durante la Rivoluzione. Dal 1795 in poi nella Prigione delle Madelonettes furono richiuse donne accusate di diversi delitti e tale fu la sua destinazione fino al 1830 quando divenne prima una prigione per bambini e poi anche per adulti e fino a quando non fu definitivamente abbattuta tra il 1865 ed il 1867 per far posto alla nuova rue de Turbigo. I seicento detenuti che vi erano imprigionati furono dunque trasferiti in una nuova prigione, la Prigione de la Santé, che fu eretta sul luogo dove in passato sorgeva una ‘Maison de la Santé’ costruita per ordine di Anna d’Austria e trasferita nel 1651 a quello che è l’attuale ospedale psichiatrico Saint’Anne, nel XIII arrondissement di Parigi.

Parigi
Esterno della Prison de la Santé (Claudius DORENROF / Flickr Creative Commons)

L’idea di Vaudremer era quella di creare due prigioni in una. La parte inferiore della prigione, che dà sulla rue de la Santé, venne ribattezzata “quartiere basso” e includeva, oltre gli edifici amministrativi, il famoso “cortile d’onore” dove venne montata la terribile ed efficiente macchina per decapitare inventata dal medico Joseph Ignace Guillotin e che sarà posizionata in bella posa in un angolo del cortile della prigione fino alle ultime due esecuzioni avvenute nel 1972, quelle di Claude Buffet et Roger Bontems, ultimi ghigliottinati di Francia. La parte alta era composta da edifici, corridoi e celle che si moltiplicavano come in un labirinto di Borges. Per la prima volta nella storia carceraria si vedevano cellule luminose, vasti atelier, un sistema fognario all’avanguardia tanto che deputati e politici, all’inaugurazione, definiranno la Prigione della Santé “la prigione più bella del mondo”. In realtà la particolarità della prigione era il fatto che i detenuti (fino al 2000) vengono ripartiti per origine geografica ed etnica, disseminati cioè in quattro blocchi: Europa Occidentale, Africa nera, Maghreb e Resto del Mondo. Insomma un microcosmo con una propria geografia carceraria e propri confini etnico-geografici interni. Nella prigione sorgeva anche il quartiere Vip, destinato ad accogliere detenuti eccellenti.

Il poeta Apollinaire trafficante d’arte ed il furto della Gioconda

Nel 1911 il quotidiano Le Gil Blas parla di un arresto eccezionale, un giovane e promettente  scrittore dal nome altisonante: Guillaume Apollinaire. Le autorità setacciavano infatti tutte le piste possibili per ritrovare la perduta Gioconda di Leonardo, rubata nell’Agosto di quell’anno. In realtà l’accusa era infondata in quanto il colpevole del furto era l’italiano Vincenzo Peruggia, già fuggito in Italia con la preziosa refurtiva. Guillaume Apollinaire fu denunciato per le sue amicizie con un certo Gery Pieret, avventuriere belga, disertore dalla personalità eclettica, ladro di statuette, gingilli e ninnoli preziosi che poi apparivano misteriosamente nelle case di nobili e scrittori. Ed infatti nella casa di Apollinaire apparve fugacemente una statuetta rubata nel 1911 e poi prontamente rivenduta. Il poeta venne accusato di traffico di opere d’arte, condannato e trasferito alla Prigione della Santé per una settimana intera, periodo durante il quale scriverà sei poemi riuniti in una raccolta dal titolo emblematico: “Alla Santé”.

Quanto mi annoio tra queste mura tutte nude
E dipinte con colori pallidi
Una mosca sul foglio dai passi minuti
Percorre le mie righe ineguali (…)

Ascolto i rumori della città
Prigioniero senza orizzonte
Non vedo altro che un cielo ostile
E le mura nude della mia prigione

Comunisti, anarchici, golpisti e terroristi

Il 23 Agosto del 1939 venne firmato il patto di non aggressione Molotov-Von Ribbentropp ed il Partito Comunista francese viene dissolto. Nella notte tra il 7 e l’8 Ottobre 1939 vengono arrestati diversi responsabili del partito, membri e simpatizzanti. Alla fine del 1940 almeno 3.400 comunisti vengono imprigionati nella Prison de la Santé. Nel 1944, alla liberazione, scoppia un ammutinamento tra i prigionieri che presero il controllo della prigione mettendosi, secondo le cronache locali, a ballare con lenzuola e cuscini al centro del cortile. Un evento che passò alla storia come il “Ballo della Santé”; un ballo, certo, macabro perché all’alba furono fucilati tutti i capi dell’ammutinamento (34 persone). Tra il 1937 ed il 1943 il poeta, scrittore e drammaturgo Jean Genet viene arrestato e condannato più volte per furto di libri, vagabondaggio e per aver viaggiato senza biglietto.

Parigi(
Rémi Bridot / Flickr Creative Commons)

Nel 1943 viene rinchiuso nella Prigione della Santé. Dalla prigione scrive poemi come “Il Condannato a morte”, romanzi come “Notre-Dame-des-Fleurs” o “Il Miracolo della Rosa” e lettere ad André Gide e Jean Cocteau. Verrà liberato solo grazie ai buoni uffici di Jean Cocteau. Negli anni ’60 tra le mura della Santé finirono diversi golpisti tra cui il luogotenente Jean-Marie Bastien-Tiry, autore dell’attentato contro il presidente De Gaulle nel 1962 e Mauriche Challe che si mise a capo di un pugno di generali per tentare un colpo di Stato contro il generale de Gaulle. Negli anni ’90 furono incarcerati irredentisti còrsi come Yvan Colonna (per l’assassinio del prefetto Claude Erignac), Ahmed Ben Bella, ex presidente della repubblica d’Algeria e tra i fondatori storici del Front de Libératon National algerino, il collaborazionista Maurice Papon (condannato per crimini contro l’umanità durante il suo mandato come prefetto sotto l’occupazione tedesca), il terrorista marxista-leninista venezuelano Carlos (noto come Comandante Carlos o Carlos Lo Sciacallo) ed anche il figlio del presidente francese François Mitterand, Jean-Cristophe.

Evasioni celebri e fittizie: da Jacques Mesrine a Arsenio Lupin

Sin dalla sua inaugurazione la Prigione della Santé è diventata anche teatro di evasioni eccellenti (solo tre in realtà in 147 anni di storia) tra le quali, la più spettacolare resta quella di Jacques Mesrine, maestro nell’arte del travestimento e della fuga, condannato nel 1977 a vent’anni di prigione, la cui storia è stata immortalata anche in un film con Vincent Cassel. L’8 Maggio del 1978 il “nemico pubblico numero uno della Francia”, Jacques Mesrine, parla con il suo avvocato. Chiede al secondino di andare a recuperare una cartella nella cella del suo amico François Besse. Nel momento della consegna del documento Besse lancia un lacrimogeno contro il secondino. Intanto Mesrine sale sul tavolo e recupera dal soffitto armi ed una corda. Il guardiano viene rinchiuso nella cella ed i due detenuti, ai quali si aggiunge poi un terzo, un certo Carman Rives, evadono dalla prigione scavalcando le mura della Prigione della Santé grazie a delle scale lasciate nel cortile da alcuni operai. Mentre scavalcano l’alto muro di cinta però scoppia uno scontro a fuoco con i gendarmi. Carman Rives viene colpito e muore. Mesrine e Besse riescono a scavalvare il muro, sequestrano un’auto all’uscita, una Renault 20, e fuggono via facendo perdere le tracce. Mesrine sarà abbattuto più tardi, nel 1979, alla Porte de Clignancourt.

Non solo personaggi reali ma anche fittizi popolarono le mura di questa leggendaria prigione. Nella Prigione della Santé fu rinchiuso infatti anche il ladro-gentiluomo Arsenio Lupin, personaggio fittizio nato dalla penna di Maurice Leblanc, del quale si dice: “Per Arsenio Lupin, esistono forse delle porte, delle mura? A che servono gli ostacoli meglio congegnati, le precauzioni più abili se Arsenio Lupin decide di raggiungere il suo obbiettivo?” Anche Arsenio Lupin, come si temeva, riuscì ad evadere dalla prigione.
di Marco Cesario

http://baruda.net/2014/11/23/chiude-una-prigione-distruggiamo-tutte-le-altre/

 

 

Pubblicato in carcere repressione | Contrassegnato | Lascia un commento

Caso Bellomonte, confermata la sospensione dal lavoro

Caso Bellomonte, confermata la sospensione dal lavoro

23 novembre 2014 Cronaca, In evidenza 06
bellomonte_r_0

È una “persecuzione sostitutiva di condanna”. Così Bustianu Cumpostu, leader di Sardigna Natzione indipendentzia, definisce la conferma della sospensione dal lavoro di Bruno Bellomonte da parte del Giudice del Tribunale civile del lavoro di Roma, che mercoledì scorso ha respinto il ricorso contro la sospensione che gli era stata inflitta il 10 giugno scorso “in seguito alla inconsistente montatura antindipendentista denominata Operazione Arcadia”. Sni ritiene che questo “atto persecutorio” nei confronti del ferroviere sassarese accusato di far parte delle nuove Br, “sia una ritorsione di chi non è riuscito a condannare Bruno accostandolo strumentalmente alle Brigate Rosse (formazione italianista e totalmente sconnessa dall’indipendentismo sardo) e tantomeno nella bolla di sapone Arcadia, prossima alla vaporizzazione e dalla quale è comunque uscito già da subito”. Sni “conosce e stima” Bellomonte, dirigente Ampi e co-organizzatore della Manifestazione di Capo Frasca contro i poligoni militari e di quella programmata per il 13 dicembre a Cagliari, e afferma che “ha sempre svolto la sua militanza, come tutti noi, alla luce del sole e che non ha mai creduto nella lotta armata come metodo per risolvere questioni che devono avere una soluzione politica”. Sni è convinta nella “dichiarata estraneità di Bellomonte ai fatti che sono alla base della sua sospensione dal lavoro” e ritiene che l’atto del Giudice del Tribunale civile di Roma del lavoro “creerà dei disagi, specialmente alla famiglia di Bruno, ma non fermerà il suo impegno indipendentista ed anzi lo rafforzerà come rafforzerà la lotta indipendentista in generale”. (ANSA).
EI/

http://www.sardiniapost.it/cronaca/caso-bellomonte-cofermata-sospensione-dal-sni-persecuzione/

Cassazione, assoluzione definitiva per il compagno …

BRUNO BELLOMONTE LIBERO! LIBERI TUTTI! | controappunto

Morte Luigi Fallico, imputati disertano udienza | controappunto

Due anni fa, il 23 maggio 2011, moriva d’infarto in carcere il …

Forza Bruno! | controappuntoblog.org

Manifestazione NOGALSI – Bruno Bellomonte : 10/dic/2011 …

Pubblicato in carcere repressione | Contrassegnato | Lascia un commento

Jean Baptiste Lully (1632-1687) – Marche pour la cérémonie des Turcs – Armide – Enfin Il est en ma puiessance – Passacaille d’Armide.



Jean Baptiste Lully (1632-1687) – Marche pour… di videos17


Lully – Armide – Enfin Il est en ma puiessance di nikkojazz


Jean-Baptiste Lully : Passacaille d’Armide. di Maa-et-Lala

JB Lully – La Marche des Combattants | controappuntoblog …

 

 

 

Pubblicato in musica | Contrassegnato | Lascia un commento

OMBRE NEL PARADISO – El mundo desencantado de Aki Kaurismaki

OMBRE NEL PARADISO – Il riscatto degli ultimi

4/4/2014

Immagine

Ombre nel paradiso (1986) è il primo episodio firmato dallo straordinario regista finlandese Aki Kaurismäki della cosiddetta Trilogia dei perdenti, che proseguirà con Ariel (1988) e si concluderà con La fiammiferaia (1989).
Il netturbino Nikander (Matti Pellonpää) si aggira in una Helsinki desolata e desolante con un camion azzurro e bianco. Raccoglie l’immondizia e fuma sigarette. Terminato il turno, beve alcolici e fuma sigarette. Un giorno, mentre fa la spesa in un supermercato, conosce la cassiera Ilona (Kati Outinen) e all’improvviso la sua squallida esistenza subisce uno scossone. Ilona nota che l’uomo ha sporcato la cassa di sangue e ha un dito tagliato: interrompe il lavoro e lo medica. Una gentilezza che colpisce profondamente Nikander, il quale decide di invitarla a uscire.
L’unico passatempo della giovane cassiera sembra essere la dedizione al tabagismo e dunque, non avendo in agenda altro da fare, la ragazza accetta la proposta del netturbino, che si presenta all’appuntamento con uno sparuto e mal combinato mazzo di fiori. I due trascorrono poi la serata in una deprimente sala bingo finché Ilona non decide di andarsene. È l’inizio di una tormentata storia d’amore, che troverà il suo compimento soltanto dopo un lungo (e a tratti grottesco) processo evolutivo che trasformerà un uomo e una donna disperati in una coppia.
L’ostacolo principale che allontana Nikander da Ilona (e viceversa) è l’incapacità di comunicare e, di conseguenza, di stabilire e preservare rapporti sociali. Difficoltà dovuta alla solitudine, che una metropoli cupa e vuota non aiuta di certo a sopportare. Come in tutte le opere di Kaurismäki, in Ombre nel paradiso siamo lontani anni luce dallo stereotipo che erige il Nord Europa a simbolo e modello del benessere.
Privi della consapevolezza di poter scegliere un futuro migliore, i due amanti si muovono in un perenne stato d’apatia, disinteressati alla realtà circostante, limitando le proprie aspirazioni al consumo di birra e sigarette. Sarà Nikander, forse perché perdente tra i perdenti ma tutto sommato uomo dall’indole positiva, a recuperare per primo la forza del desiderio. Il coronamento del loro sogno d’amore si concretizzerà in una romantica crociera con destinazione Tallinn, la capitale dell’Estonia, a bordo di un traghetto dalla squisita fattura sovietica, decorato con tanto di falce e martello rossi fiammanti.
Kaurismäki non vuole però prendersi gioco dei suoi protagonisti, verso i quali nutre un profondo rispetto. Nikander è un uomo che non perde mai la dignità: deve soltanto iniziare a vivere, superando la timidezza e la goffaggine che caratterizzano la sgangherata relazione con Ilona, imparando a non picchiare il prossimo per farsi valere. Il percorso di entrambi passa inevitabilmente attraverso la scoperta di un nuovo registro comunicativo; non a caso Ombre nel paradiso è un film fatto di sguardi e di silenzi (splendidi i primi piani della Outinen), utili per confermare come il grottesco di cui le opere di Kaurismäki sono pervase non sia altro che un realismo poetico, necessario per raccontare luoghi e persone realmente surreali.
Sofferenza e umiliazioni non impediranno a Ilona e a Nikander di ritrovarsi, lasciare il lavoro e partire insieme. Un riscatto finale dal sapore proletario, che il regista interpreta anche come affrancamento da un impiego alienante e conquista della libertà. Poco importa quindi che la meta sia Tallinn anziché la Florida, poiché la crociera rappresenta un viaggio ben più importante, che si concluderà con la presa di coscienza di sé.
Immancabile e indispensabile, la meravigliosa colonna sonora contiene brani di gruppi finlandesi e di autori di fama mondiale (John Lee Hooker, Elmore James, Albert Collins). Un eccellente miscuglio musicale che accompagna i protagonisti nelle loro peregrinazioni quotidiane. Naturalmente impeccabili i due attori icona di Kaurismäki, Kati Outinen e il compianto Matti Pellonpää, deceduto nel 1995.
Da notare come il regista finlandese renda un bellissimo omaggio a Sergio Leone nell’episodio in cui Nikander si reca con una coppia di amici in un cinema di Helsinki per gustarsi Il buono, il brutto e il cattivo.

Serena Casagrande

http://www.orizzontidigloria.com/cinema-europeo/ombre-nel-paradiso-il-riscatto-degli-ultimi

Aki Kaurismaki

2do encuentro con Aki Kaurismaki: Sombras en el Paraiso (1986)

Nikander es un conductor de un camión de la basura, que una noche verá como su vida se complica al morirse su compañero de trabajo. Además, se enamora de Ilona, una cajera de un supermercado. Primera entrega de “La trilogía del proletariado” que se compone además de “Ariel” y “La chica de la fábrica de cerillas.”

Fuente: filmaffinity.com

Aki Kaurismäki

 Aki Kaurismäki (Orimattila Finlandia, 4 de abril de 1957) es un director de cine finlandés, famoso por sus películas ambientadas entre las clases sociales más desfavorecidas, en especial las del norte de Europa, a menudo con situaciones y personajes extravagantes.

Es el fundador junto a su hermano Mika Kaurismäki del Midnight Sun Film Festival de Sodankylä y de la distribuidora cinematográfica Ville Alpha (y que recibe su nombre en honor de la película Alphaville de Jean-Luc Godard).

Tras hacer estudios en la Universidad de Tampere, Aki Kaurismäki inició su carrera como ayudante de guionista y actor en filmes de su hermano mayor, Mika Kaurismäki. Su inicio como director independiente se produjo al rodar Crimen y castigo (1983), que adaptaba la novela de Dostoyevsky en un Helsinki moderno.

Y es que gran parte de la obra de Kaurismäki se centra en Helsinki; sucede especialmente con Calamari Union (1985), y la trilogíaSombras en el paraíso (1986), Ariel (1988) y La chica de la fábrica de cerillas (1990), donde se percibe que la p erspectiva del autor es crítica y marcadamente ajena al romanticismo, de modo tal que los destinos de los personajes son la huida a México (Ariel), o a Estonia (Calamari Union, Toma tu pañuelo, Tatiana), así como que la década decisiva para el autor fue la de 1980.

Su reconocimiento internacional llegó con Los vaqueros de Leningrado van a América (1989). Ariel fue premiado en Moscú, y Un hombre sin pasado (2002), en Cannes, siendo nominado además en Hollywood. Pero Kaurismäki ha preferido no ir a las ceremonias del cine.

Se dice que Kaurismäki está influido por autores franceses de la talla de Jean-Pierre Melville y Robert Bresson; algunos incluso hablan de la presencia de Rainer Werner Fassbinder, si bien Kaurismäki ha señalado que es un autor conocido por él sólo recientemente. Asimismo tiene un toque de humor que recuerda al de Jim Jarmusch, al que Kaurismäki incluye como tal en Los vaqueros de Leningrado van a América. Por su parte, Jarmusch utiliza actores de Kaurismäki en su Night on Earth.

Ver Filmografía

Anexo:

Entrevista a Kaurismaki

El mundo desencantado de Aki Kaurismaki por M. Vidal Estévez

https://cinecolegiales.wordpress.com/category/aki-kaurismaki/

La fiammiferaia (Aki Kaurismäki, 1989) The Match Factory Girl

“Hai pianto”. “No”. “Bravo, non serve a niente”. Miracolo a Le …

Pubblicato in cultura | Contrassegnato | Lascia un commento

Sun sets on Opec dominance in new era of lower oil prices

Sun sets on Opec dominance in new era of lower oil prices

Flood of new oil supply coming onstream from outside Opec and weakening demand makes the group’s role in energy markets less relevant, writes Andrew Critchlow

For how long can Opec keep on pumping? Photo: AP

By , Commodities editor

1:00PM GMT 22 Nov 2014

It wouldn’t be the first time that a meeting of the Organisation of Petroleum Exporting Countries (Opec) has taken place in an atmosphere of deep division, bordering on outright hatred. In 1976, Saudi Arabia’s former oil minister Ahmed Zaki Yamani stormed out of the Opec gathering early when other members of the cartel wouldn’t agree to the wishes of his new master, King Khaled.

The 166th meeting of the group in Vienna next week is looking like it could end in a similarly acrimonious fashion with Saudi Arabia and several other members at loggerheads over what to do about falling oil prices.

Whatever action Opec agrees to take next week to halt the sharp decline in the value of crude, experts agree that one thing is clear: the world is entering into an era of lower oil prices that the group is almost powerless to change.

This new energy paradigm may result in oil trading at much lower levels than the $100 (£64) per barrel that consumers have grown used to paying over the last decade and reshape the entire global economy.

It could also trigger the eventual break-up of Opec, the group of mainly Middle East producers, which due to its control of 60pc of the world’s petroleum reserves has often been accused of acting like a cartel.

Even worse, some experts warn that a prolonged period of lower oil prices could reshape the entire political map of the Middle East, triggering a new wave of political uprisings in petrodollar sheikhdoms in the Persian Gulf, which depend on the income from crude to underwrite their high levels of public spending and support less wealthy client states in the Arab world.

“We are now entering a new era in world oil and we will have lower prices for some time to come,” says Daniel Yergin, the Pulitzer prize-winning author of The Quest: Energy Security and the Remaking of the Modern World. “Oil was really the last commodity in the super-cycle to remain standing.”

Mr Yergin spoke exclusively to The Sunday Telegraph ahead of what is being called the most important gathering of Opec in more than 20 years.

As oil ministers from its 12 member states prepare to fly into Vienna this week they face their biggest challenge since the depths of the financial crisis at the beginning of 2009, as bearish sentiment and oversupply grips the market. Brent crude prices have fallen by almost 30pc since reaching their high point for the year of $115 per barrel in June.

“The oil market is being redefined by two factors. Firstly, the astonishing growth in US oil production, which is real and dynamic. Secondly, the realisation that the world economy is much weaker that was previously expected so demand is being squeezed,” says Mr Yergin, who also sits on the US Secretary of Energy Advisory Board.

The fall in prices comes at a time when Opec’s domination of the world oil market is being challenged seriously for the first time in more than 30 years by the unexpected and sudden resurgence of the US as a major producer. By 2020, Citigroup estimates that America will be pumping more than 14m barrels per day (bpd) of oil and petroleum liquids, giving it the capacity to export almost 5m bpd, which will transform the energy markets.

Lifting the ban on US crude oil exports, which first came into force in the 1970s to ensure energy security, is becoming an evermore likely move by Washington as it seeks to apply pressure on Russia’s President Vladimir Putin to back down over Ukraine. According to the energy advisers IHS, such a move would further stimulate growth in domestic production and cut America’s existing import bill by $67bn, a figure not far from Britain’s total expenditure on defence.

“They recognise that the threat from North American supply is a challenge to Opec today just like the North Sea was in the 1980s,” said Mr Yergin. “Opec is going to have a very hard time adjusting to this because there isn’t agreement within the group on what to do. Everyone is happy for Saudi Arabia to cut production but the Saudis don’t want to cut and lose more market share, especially to Iran and Iraq.”

Opec nations are producing about 200,000 bpd more than their agreed quota of 30m bpd, while demand for the group’s oil is expected to fall as low as 29.2m bpd next year, as more North American supply becomes available. To balance supply with demand would suggest that Opec will have to agree on cutting up to 1m bpd from its members’ production and the responsibility for delivering this will fall mainly to Saudi Arabia.

The kingdom is the world’s biggest and cheapest exporter and because of its ability to immediately pump up to 12.5m bpd is viewed as the “swing” producer within Opec and the world. If the group is to agree cuts, that will mean Riyadh will have to make the biggest contribution to the overall reductions and surrender more market share to its rivals within the group such as Iran and Iraq.

Opec owes its existence to a period of great economic and political upheaval in the 1960s, when demand for crude oil began to surge from rapidly growing industrialised economies and producing countries in the Middle East started to emerge as newly independent states.

Created in Baghdad by five original members including Saudi, Iraq and Venezuela, the organisation offered the first real counterbalance to the so-called “seven sisters” of international oil companies such as Shell and BP, which had dominated global supply up to that time.

The group normally meets a few times every year at its headquarters in Vienna unless an “extraordinary” meeting is called for in response to events such as the Arab Spring in 2010, or the financial crisis. Some members urged such an emergency gathering in response to the current sharp drop in prices but appeals for deep cuts to production have so far been resisted by Saudi Arabia’s oil minister, Ali al-Naimi.

Saudi Arabia is the undisputed dominant force within the group, but its power is increasingly being challenged by an axis of Iran and Iraq. Since the downfall of Saddam Hussein and the exit of a major US military presence in the country, Baghdad has moved closer politically to its Shiite Muslim neighbour Iran. The country holds vast oil reserves and has plans to produce up to 9m bpd by the end of the decade, despite the threat posed by Islamic State militants in its northern provinces.

Iran, Saudi Arabia’s natural enemy in the Gulf, even before the downfall of the Shah in 1979, could also be in a position to boost its capacity significantly, if the West lifts nuclear sanctions restricting international investment in its energy sector.

Both countries need prices to remain high given the weakness of their wider economies and lack of foreign currency reserves, making it likely that they will push for a big cut in Opec production next week.

Iran’s influential oil minister Bijan Zanganeh has already called for emergency bilateral talks with Saudi Arabia in Vienna to discuss the thorny issue of how to accommodate an expected increase in production from the Islamic state.

Last week Mr Zanganeh said: “The countries in the south of the Persian Gulf are interested in keeping their market share and a decrease in market share will be difficult.”

Then there are the non-aligned countries, including Venezuela, Nigeria and Angola. These states account for a combined 6.6m bpd of Opec supply and all hold ambitious plans to boost production. Like Iran and Iraq, they are thought collectively to be pushing for deep cuts to Opec’s quota to restore oil prices back to $100 per barrel, a level required to maintain their economies.

However, Saudi Arabia and its Arab allies in the Persian Gulf appear reluctant to acquiesce to these demands. With relatively small populations and vast oil reserves these producers, which form the core of the Gulf Co-operation Council (GCC), are largely dependent on Western support for their security in an inherently unstable region.

This dependency has recently been demonstrated by the need to rely on the US and the UK to launch air strikes against the Islamic State in Iraq, amid fears that the terrorist group could also destabilise these oil-rich Gulf monarchies if allowed to spread its jihad throughout the wider Middle East.

In this context, Saudi and its allies may be more willing to allow oil prices to fall to levels around $70 per barrel to help appease the US by applying economic pressure on Russia, which also depends on crude sales for much of its foreign currency revenue.

However, these states – which account for about a fifth of the world’s oil supply combined – are also in danger of losing a greater share of the market to US shale production. That threat could be partly nullified by lower prices, which according to Deutsche Bank research would see almost 40pc of US shale oil wells become unprofitable if Brent continued to trade at its currently depressed levels for a prolonged period of time.

However, with break-even prices estimated in the range upwards of $80 per barrel in order to finance their economies these Gulf states, which include the United Arab Emirates (UAE), Qatar and Kuwait, may be reluctant to see prices remain below $100 per barrel for too long. The problem for policymakers in these countries is that Opec’s ability to influence prices has been fundamentally weakened by the rapid growth of supply outside the Middle East.

Opec has seen its share of the market fall from around half 20 years ago to just under a third today, with production from outside the group expected to exceed 63m bpd next year. The need to redress this decline makes the necessity for Opec’s biggest producers such as Saudi Arabia to cut production even more unpalatable and could signal the beginning of the end of the cartel’s global influence.

“The only thing that really unites Opec members now is that they all produce oil but if the price keeps going down then the pressure will build for some kind of action,” said Mr Yergin.

Lower oil prices will also pull at the political fabric holding together many of Opec’s members, especially in the war-torn Middle East. Persian Gulf sheikhdoms have pumped billions of pounds into supporting neighbouring Arab states whose old regimes were torn apart by the popular uprisings, which started as bread riots in Tunisia in 2010.

Saudi Arabia and the UAE have agreed to pump an additional $20bn into supporting the government of ex-Field Marshal Abdulfattah el-Sisi in Cairo, while continuing to support factions in the campaign to oust the regime of Bashar al-Assad in Syria. Falling oil prices will seriously challenge their ability to co-opt neighbouring states and undermine their own domestic economic models, which are dependent on revenue from petroleum exports.

“Riyadh has miscalculated,” says Christopher Davidson, a reader in Middle East politics at Durham University and author of After the Sheikhs: The Coming Collapse of the Gulf Monarchies.

“The Arab Spring never really ended, it was just put off. Certain regimes have been trying to keep those political forces at bay with oil so the current fall in the price will weaken the power of these governments substantially.”

Whatever action Opec takes on November 27, it is clear that its once staggering power over the global economy has been considerably weakened as a new era of lower oil prices beckons.

http://www.telegraph.co.uk/finance/newsbysector/energy/11245367/Sun-sets-on-Opec-dominance-in-new-era-of-lower-oil-prices.html

 

Pubblicato in EFFETTI COLLATERALI, ordinario crisi | Contrassegnato , | Lascia un commento