Triumphlied (Canto di trionfo), op. 55 by Johannes Brahms

Triumphlied (Canto di trionfo), op. 55

per baritono, doppio coro e orchestra

Musica: Johannes Brahms
Testo: Apocalisse XIX

  1. Halleluja! Heil and Preis (Alleluja! La salvezza e la gloria) – doppio coro – Lebhaft und feierlich [Solenne e con animazione] (re maggiore)
  2. Lobet, lobet unsern Gott (Lodate il nostro Dio) – doppio coro – Mässig belebt [Moderatamente animato] (sol maggiore)
  3. Und ich sahe den Himmel aufgethan (E vidi il cielo spalancarsi) – baritono e coro – Lebhaft [Vivace] (sol minore)
  4. Ein König aller – doppio coro – Feierlich [Solenne] (re maggiore)

Organico: baritono, doppio coro misto, 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 3 trombe, 3 tromboni, bassotuba, timpani archi, organo ad libitum
Composizione: 1870 – 1871
Prima esecuzione: Brema, Cattedrale di San Pietro, 16 aprile 1871
Edizione: Simrock, Berlino, 1872
Dedica: all’imperatore Guglielmo I

Guida all’ascolto (nota 1)

Il concerto odierno dedicato interamente a musiche di Brahms si apre con una pagina raramente eseguita, almeno in Italia, del grande compositore tedesco. Essa fu dettata dagli avvenimenti della guerra tra Prussia e Francia, iniziata nel luglio del 1870 e conclusasi con la sconfitta di Napoleone III nel successivo mese di settembre. Ubbidendo al sogno egemonico di Bismarck, Guglielmo I venne proclamato imperatore nel castello di Versailles il 18 gennaio 1871 e, dopo la capitolazione di Parigi, la Francia firmò il trattato di pace di Francoforte il 10 marzo 1871. Sotto l’impressione di questi fatti politici e militari e inorgoglito nei suoi sentimenti patriottici, Brahms scrisse nell’inverno 1870-’71 il Triumphlied per baritono, coro a otto voci, orchestra e organo, la cui prima parte venne eseguita a Brema, sotto la direzione dell’autore, il 7 aprile 1871, in un concerto alla memoria dei caduti in guerra, organizzato dalla Singakademie. Il Triumphlied, dedicato a Guglielmo I imperatore di Germania, il quale ringraziò con una formale e fredda lettera ufficiale, si avvale di un testo tratto dall’Apocalisse, capitolo XIX, dove si narra dell’uccisione della Bestia e del trionfo del regno di Dio. È chiara l’allusione alla vittoria tedesca su Parigi, considerata la capitale di una cultura e di un’arte contrapposta a quella germanica.

Il Canto di trionfo si compone di tre parti. La prima, Halleluja (Apocalisse XIX, 1 e 2), si apre con una introduzione orchestrale di carattere solenne e grandioso (l’orchestra è formata da due flauti, due oboi, due clarinetti, due fagotti, un controfagotto, quattro corni, tre trombe, tre tromboni, tuba, timpani e archi). Risuonano gli Halleluja, che si ascoltano anche in seguito nel corso del brano; quindi viene esposta la prima parte del testo basata su un tema rievocante l’inno nazionale prussiano e sviluppata con un accompagnamento a fanfara. La seconda parte del testo si avvale di un secondo tema a carattere modulante e abbastanza ampio. Si odono di nuovo gli Halleluja con il doppio coro iniziale, prima della coda comprendente un episodio di pensoso raccoglimento e un luminoso finale in tempo Crescendo e animato.

La seconda parte, “Lobet unsern Gott”, (Apocalisse XIX, 5, 6, 7) è articolata in tre episodi: il primo in tempo Moderatamente animato è formato da una introduzione orchestrale e da un coro molto espressivo; il secondo in tempo Allegro comprende gli Halleluja lanciati dal coro, ai quali rispondono le fanfare, prima di un robusto fugato. L’ultimo episodio (Piuttosto lento ma senza pesantezza) introduce il tema del corale “Nun danket alle Gott”, in una dimensione ritmica molto varia e di particolare splendore.

La terza e ultima parte del Triumphlied, “Und ich sahe den Himmel aufgetan” (Apocalisse XIX, 11, 15, 16), è un movimento dal tono giubilante e celebrativo, durante il quale interviene il baritono ad imprimere un senso drammatico alla voce del profeta.

Sin dalla prima esecuzione parziale a Brema questa sinfonia corale della gioia, così come venne definita, riscosse enorme successo, specialmente nei paesi di lingua tedesca. Anche a Vienna, in un concerto che risale al 6 dicembre 1872, il lavoro incontrò larghe adesioni e nello stesso anno l’editore Simrock si preoccupò di stampare la partitura, modificando il titolo originale Canto di trionfo per la vittoria dell’esercito tedesco nel più semplice Canto di trionfo, così come oggi è da tutti conosciuto.

Testo

 

TRIUMPHLIED CANTO DI TRIONFO
Halleluja! Heil und Preis,
Ehre und Kraft sei Gott, unserm Herrn!
Denn wahrhaftig und gerecht sind seine Gerichte.Lobet unsern Gott, alle seine Knechte,
und die ihn fürchten, beide Kleine und Grosse.
Denn der allmächtige Gott hat das Reich eingenommen.
Lasset uns freuen und fröhlich sein
und ihm die Ehre geben.Und ich sähe denn Himmel auf getan, und siehe,
ein weisses Pferd, und der darauf sass,
hiess Treu und Wahrhaftig,
und richtet und streitet mit Gerechtigkeit.
Und er tritt die Kelter des Weins
des grimmigen Zorns des allmächtigen Gottes.
Und hat einen Namen geschrieben
auf seinem Kleide und auf seiner Hüfte also:
Ein König aller Könige, und ein Herr aller Herren.
Halleluja! Amen!
Alleluja! La salvezza, la gloria,
l’onore e la potenza appartengono al Signore, nostro Dio!
Tutto questo è giusto e vero!Lodate il Signore voi che siete i suoi servitori
e lo temete, sia piccoli che grandi.
Perché il Signore, l’Onnipresente è assiso nel suo regno.
Esultiamo ed esprimiamo la nostra gioia
glorificando là sua potenza.Vedo aprirsi il cielo
e apparire un cavallo bianco
montato da colui che si chiama
Fedeltà e Verità e giudica secondo giustizia.
Egli piglerà il vino nel tino
della collera e dell’indignazione
come Dio Onnipresente.
Sul vestito e sul fianco
egli reca scrìtto questo nome:
Re dei Re e Signore dei Signori.
Alleluja! Amen!

(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell’Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 20 dicembre 1986

http://www.flaminioonline.it/Guide/Brahms/Brahms-Triumphlied55.html

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Wales on Film: The Proud Valley (1940)

Wales on Film: The Proud Valley (1940)

by

Starring:         Paul Robeson

Director:         Pen Tennyson

Writers:          Story – Alfredda Brilliant & Herbert Marshall

Script – Pen Tennyson, Jack Jones & Louis Goulding

Producer:       Michael Balcon

October 1957. A long-distance phone call links the Welsh seaside town of Porthcawl – where the South Wales miners have gathered for their annual Eisteddfod – to an undisclosed recording studio in New York, where Paul Robeson waits to circumvent his internal exile and the harsh restrictions placed upon him by the US authorities. The Miners’ leader Will Paynter introduces the legendary singer and activist with ‘warm greetings of friendship and respect’ and a hushed audience in the Grand Pavilion strains to hear the famed bass notes they had once thrilled to during the hungry thirties. Robeson speaks humbly of his ‘beloved Wales’ and then the public address system crackles with his electric rendition of the spiritual ‘Didn’t My Lord Deliver Daniel?’ His singing voice is at once familiar, and yet startling in both its musical power and its indignant yearning for freedom. The song has sprung from the experience of black slaves in America, but it resonates with oppressed peoples everywhere. The sense of working-class solidarity becomes irresistible when the Treorchy Male Voice Choir responds with the Welsh folk song ‘Y Delun Aur’ – made all the more poignant by the fragility of the transatlantic connection in this age before communication satellites.

Robeson had been asked to sing at the same Miners’ Eisteddfod for each of the previous four years, but was prevented from accepting these invites due to the revoking of his passport, which followed his frequent refusals to deny membership of the Communist Party. The US Supreme Court finally reinstated Robeson’s passport in 1958 – the South Wales miners having petitioned on his behalf. When Robeson appeared in person at Porthcawl later that year, he acknowledged the strong affinity that existed between him and the Welsh: ‘You have shaped my life – I have learnt a lot from you. I am part of the working class. Of all the films I have made the one I will preserve is The Proud Valley.’

The Proud Valley is not a classic film. It is not even a very good one. It is, however, a powerful document evidencing the deep spiritual bond forged between one of the most extraordinary cultural figures of the 20th Century and the Welsh working-class. The film is based on a story by the husband-and-wife scriptwriting team of Herbert Marshall and Alfredda Brilliant, who were both members of the left-wing Unity Theatre. Robeson plays David Goliath, a transient worker from the American south who has sailed to Cardiff and has jumped a freight train to the Welsh mining village of Blaendy in search of work. The name is suggestive of both the physically imposing Philistine Giant and the Hebrew underdog boy-king – and it identifies the character as emblematic of the strength and innocence of the honest working man.

David Goliath’s entry into the closed community of Blaendy is facilitated quite by chance; when he happens upon the local male voice choir rehearsing a religious oratorio he spontaneously accompanies them through an open window of the local working men’s club, and is immediately recognised as the soloist who might win them first prize at the upcoming Eisteddfod. This scene would be seen as rather naïve and corny were it not for the elemental force of Robeson’s bass voice as it sings out the line, ‘Lord, God of all brothers!’

Perhaps the most interesting scene in the film takes place when local choirmaster Dick Parry finds work for David as his ‘butty’ down the pit. Parry’s fellow miners are openly critical of the decision, their opposition motivated by racial prejudice and concerns for their jobs. The choirmaster wins the argument by countering, ‘Damn and blast it man! Aren’t we all black down that pit?’ The line might seem an overly neat and simplistic response to such racially-aggravated animosity, and the miners seem to agree with the sentiment rather quickly to be credible, and yet, given the date of The Proud Valley, this firmly-drawn equivalence between white and black working class men does seem quite radical even for the era of the Popular Front.

It is striking, on reflection, that Robeson does very little singing in the film, given his immense prestige as an international concert performer at the time. The singular musical highlight of The Proud Valley is Robeson’s singing of ‘Deep River’ at the funeral of Dick Parry – the choirmaster having been killed in a mining disaster. This performance would surely have brought to the minds of Welsh audiences Robeson’s frequent visits to Wales during the 1930s in support of miners’ causes. In 1938, he helped to dedicate the International Brigades Memorial at Mountain Ash, telling an estimated crowd of 7000 people, ‘I am here because I know that these fellows [33 men who had died in the Spanish Civil War] fought not only for me but for the whole world. I feel it is my duty to be here.’ Moreover, Robeson’s connection to Wales dated back to 1928 when, during his long West-End run in the musical Showboat, he met a delegation of miners who had walked to London to publicise their poor pay and working conditions following the collapse of the General Strike in 1926.

Despite its clear leftist politics, The Proud Valley is not a particularly gritty piece of social realism. The few scenes shot on location in the Rhondda Valley only serve to expose the artifice of scenes shot in the Ealing Studios against ersatz pit-head winding towers and improbably enlarged terraced houses. The social critique of the film is presented during a sequence in which a small group of miners, which includes David Goliath, march on foot from South Wales to London to convince a group of mine owners to reopen the Blaendy pit after the previous disaster has caused it to close. Images of Robeson tramping with his fellow miners in working class solidarity are intercut with flying newspaper headlines warning of impending war with Nazi Germany.  The message being, as the miners’ leader Ned explains later in the film, ‘Coal, at war time, is as much a part of our national defence as anything else.’ Here the Welsh miners are allowed to elide their fight for economic survival with their fierce opposition to fascism, and Robeson stands visibly in support of them in both struggles.

The Proud Valley climaxes with the Blaendy miners attempting to reopen their pit through a previously sealed, and inherently dangerous, section of the mine. A gas explosion causes the old mine roof to collapse, thereby trapping a group of miners, including the choirmaster’s son Emlyn Parry. The miners are left with only one option to avoid their imminent death, and that is to blast their way to escape using a single stick of dynamite. This action necessitates that one of their number has to sacrifice his own life for those of his brothers, and the task is bravely undertaken taken up by David Goliath. The film ends with Robeson singing ‘Land of My Fathers’ over pastoral images of the Welsh countryside.

The nobility of David Goliath’s sacrificial act, with its obvious connotations of socialist brotherhood, was lost on several critics, particularly Graham Greene who wrote in The Spectator that the character was a ‘big black Pollyanna’ who kept ‘everybody cheerful and dying nobly at the end.’ This charge seems mean-spirited given the strength and depth of Robeson’s feelings toward the Welsh miners, and wrong-headed given the clearly delineated spiritual and archetypal dimensions of the character he was playing.

Furthermore, Robeson’s performance in The Proud Valley must be viewed in light of the actor’s continuing struggle to depict black people as complex and intelligent. As Robeson’s biographer, Martin Duberman, noted:

‘During his nearly twenty-year film career, [Robeson] tried time and time again to expand the limited vocabulary and representation of black life – even as he bore the brunt of denunciation by black newspapers and political leaders for accepting stereotypic parts. Often Robeson took a role only after having been promised that the film would have a progressive thrust – and would then discover, on seeing the final cut, that he had been misled or lied to.’

In The Proud Valley, Robeson certainly demonstrates his very limited acting range, but David Goliath is an intelligent, resourceful, proactive, politically committed and self-aware working-man. His self-sacrifice is motivated by gratitude towards an adoptive people who have recognised and valued his humanity. Moreover, Robeson’s substantial screen presence and unique singing voice ensure that his character is not portrayed as simplistic or stereotypical.

Criticism of the film also came from the right. Newspaper proprietor Lord Beaverbrook banned any mention of The Proud Valley in his Express newspapers, when Robeson called on Britain and the US to support Soviet Russia in its fight against Hitler. The film flopped at the box office, and became a curio that was seldom televised and only recently released on DVD.

The Proud Valley endures now as a reminder of the extent to which Paul Robeson’s supreme musical talent went hand in hand with his radical politics. As the son of a former slave, he appreciated the capacity of music to liberate the soul from the back-breaking and heart-breaking toils of manual labour. It is this knowledge that connected him, intuitively and politically, with the Welsh miners. He supported them during their greatest struggles, and they never forgot him as he faced persecution in McCarthy’s America.

It is sad to note that in 2013 – at the zenith of hip-hop’s worldwide popularity – that no contemporary black (nor white for that matter) cultural figure has dared to take on Robeson’s mantle as a global advocate for the oppressed. Now, when Jay-Z speaks to the disenfranchised and unemployed of the Rhondda, it is only because he parades before them the material wealth they aspire to with the hollow boast that he is ‘getting his.’ Vulgar self-regard and an obsession with making profit has turned mainstream hip-hop into a mirror of the capitalism that still oppresses black people in the ghettos of inner-city America and the Welsh youth growing up in post-industrial Wales.

The Proud Valley should be treasured, not as a time-capsule of pre-war Welsh mining life, but as a living testament to the values of Paul Robeson the artist and activist.  Along with his recordings, its what remains of the man who was, by turns; a star college athlete, a law graduate, a populariser of gospel spirituals, the first black man to play Othello, and a civil rights leader.

As the Manic Street Preachers insist in ‘Let Robeson Sing’:

A voice so pure – a vision so clear
I’ve gotta learn to live like you
Learn to sing like you

Below is a link to Robeson’s telephone link-up with the Welsh NUM at Porthcawl in October 1957:

http://www.walesartsreview.org/wales-on-film-the-proud-valley-1940/

The Proud Valley (1940) – The Criterion Collection


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The Freezing Homeless Child Experiment

The Freezing Homeless Child Experiment

by gabriella

New York. Un esperimento sociale – tra i tanti – mostra l’indifferenza dei passanti di fronte alla sofferenza di un bambino solo, intirizzito dal freddo. Molti non lo vedono nemmeno, altri probabilmente guardano e si rispondono «uno sbandato», «un trucco di genitori stranieri senza scrupoli o di sfruttatori».  Sui marciapiedi delle città, un povero, anche se si presenta nelle vesti di un bambino solo, non muove alla compassione, non è un uomo, non ha diritto alla solidarietà. Per questo l’unico a soccorrere il bambino, a includerlo nell’umanità, è un altro senzatetto. L’unico che sappia vedere nell’altro se stesso.


http://gabriellagiudici.it/the-freezing-homeless-child-experiment/

The only person to come to the rescue, and offer the child assistance, is an actual homeless man.

According to StandUp For Kids, 39 percent of the homeless population is young people under the age of 18. That number is way too high.

The video has gone viral, garnering more than 3 million views since it was first posted to YouTube on Feb. 23.

Sources: Life & Style WeeklyStandUp For Kids / Photo Credit: OckTV/YouTube

http://www.opposingviews.com/i/social/homeless-child-was-freezing-street-what-happens-next-incredibly-moving-video

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Una poesia da dietro le sbarre

Una poesia da dietro le sbarre

campo di riso 1024x759 Una poesia da dietro le sbarreCampi di riso – foto tiziano matteucci

Oh amico, tutta questa sofferenza
Poteva capitare a te, è capitata a me

Dolente ed in difficoltà
Intrappolato,  stranito e senza nulla di certo

Prenditi cura di mia madre
Gravata da una pessima salute

Il mio fratellino è a casa
Vigila su di lui

Sotto casa ci sono le mucche e i bufali
Non cacciarli via, prenditene cura, te ne sarò grato

Il mio ambito motorino  
Usalo a piacimento

Il riso maturo nei campi
Mietilo, mangialo e vendi ciò che resta

La grande fotografia della nonna appesa al muro della casa
Ti pregherei di togliere la polvere che lo copre e lo nasconde

La scuola dove un tempo studiavo
Fai sapere ai maestri che mi hanno ben nutrito

Vorrei sgusciare via del mio corpo imprigionato
La mia ombra vorrebbe venire a studiare

Dì alla mia amata vicina
Di scrivermi due righe, se ha tempo  

Per fermarsi e farmi visita
Se sparisco, abbi cura di lei

Oh amico, amico mio
Non farti infastidire dalle storie che senti

Umiliato, non posso sopportare di guardarti
Ti prego,  scusami

Ma resta a portata di mano
Non diventare invisibile con un addio

Mandami acqua e riso con pesce
Mangiare per sopportare le sofferenze

Avviliti, attendendo un nuovo cielo
Limpido non screziato

Stringo le sbarre con ansia
Preoccupato che possano minacciarvi

O amico, amico mio
Non abbandonarmi nella penombra mentre attendo l’interrogatorio

Penso sempre a te
Le mie lacrime cadono e mi preoccupo per te

(Ti aspetto sempre
My tears fall and I worry about you)

- Amico di Patiwat S. -

L’autore di questa poesia e uno studente della Facoltà di Belle Arti e Arti Applicate alla Khon Kaen University, arrestato il 14 agosto 2014 a seguito di denuncia ai sensi dell’articolo 112 del codice penale thailandese che colpisce: “Chiunque, diffama, insulta o minaccia il Re, la Regina, l’erede o il Reggente e viene punito con la reclusione da tre a quindici anni”. Patiwat venne denunciato per il ruolo recitato nella commedia, “The Wolf Bride “( เจ้าสาว หมาป่า  - Chaosao Maapaa), rappresentata nell’ottobre 2013 alla Thammasat University di Bangkok. Patiwat e un’altra persona coinvolta nella recita, Pornthip M.,il 23 febbraio 2015, sono stati condannati a due anni e mezzo di carcere per aver violato la legge di “lesa maestà”.

Questa poesia è stata originariamente pubblicata in tailandese su Prachatai e riproposta, nella traduzione inglese, da Prachatai English  a cui devo tutto il contenuto del post ed a cui vanno i miei ringraziamenti.

http://www.asiablog.it/2015/02/27/una-poesia-da-dietro-le-sbarre/#more-28276

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L’umanità in tempi bui : MEN IN DARK TIMES pdf – Galimberti parla del “Sacro”

La pluralità umana, condizione fondamentale sia del discorso sia dell’azione, ha il duplice carattere dell’eguaglianza e della distinzione. Se gli uomini non fossero uguali, non potrebbero né comprendersi fra loro, né comprendere i propri predecessori, né fare progetti per il futuro e prevedere le necessità dei loro successori. Se gli uomini non fossero diversi, e ogni essere umano distinto da ogni altro che è, fu o mai sarà, non avrebbero bisogno né del discorso né dell’azione per comprendersi a vicenda. Sarebbero soltanto sufficienti segni e suoni per comunicare desideri e necessità immediati e identici: Vita Activa, Hannah Arendt

L’amicizia per Hanna Arendt

Il 28 settembre 1959 Hanna Arendt, in occasione del conferimento del premio “Lessing” di Amburgo, pronuncia il suo discorso: “L’umanità in tempi bui” che è diventato un bel libretto edito da Raffaello Cortina.

Questo premio era per lei il suo primo riconoscimento ufficiale. Il contenuto di questo discorso ricalca un tema a lei caro che caratterizza quasi tutti i suoi scritti: come comprendere “la catastrofe storico politica del novecento” che era stata per molti aspetti la tragedia della sua vita. E in particolare la filosofa si chiede se esistano dei modi di essere umani, di vivere umanamente in quei periodi storici che possiamo chiamare con Brecht “tempi bui”.
La Arendt sottolinea come proprio il terrore, elemento fondante di ogni regime, annienti i rapporti interindividuali e quindi distrugga la politica quale condizione di vita comune. Il campo di concentramento è il luogo simbolo di ogni meccanismo totalitario, rende visibile di quale orrore sia capace l’essere umano: la Arendt ci indica, quindi, come indispensabile alternativa la «riscoperta della politica», non quella istituzionale e dei palazzi del potere, ma quella che coinvolge ciascuno di noi, nella misura in cui sentiamo il bisogno di vivere insieme, di «essere in comune». Per questo è necessario impegnarsi a conquistare quegli spazi di libertà, senza i quali non si ricostruisce la “polis” dell’uomo. Impegnarsi appunto anche in tempi bui, evitando quella che la Arendt chiama “l’emigrazione interiore”; in Germania, infatti, (ma non solo) c’erano state persone che “si comportavano come se non appartenessero più a quel paese, che si sentivano come emigrati (…) che si erano ritirati nell’invisibilità del pensare e del sentire”

In questa direzione la filosofa ripercorrendo il pensiero del filosofo illuminista Gotthold Ephraim Lessing, ri-legge il concetto di amicizia evidenziandone il valore politico, quale ci proviene dai Greci, in particolare da Aristotele. Il filosofo, infatti, parla dell’amicizia tra i cittadini come “una delle condizioni di benessere della città”, e la filosofa aggiunge: “per i Greci l’essenza dell’amicizia consisteva nel discorso. Essi sostenevano che solo un costante scambio di parole poteva unire i cittadini in una polis […] Chiamavano filantropia questa umanità che si realizza nel dialogo dell’amicizia, poiché essa si manifesta nella disponibilità a condividere il mondo con altri uomini”. L’amicizia presuppone, quindi, la nozione di umanità e insieme il radicarsi nel mondo. Dove si realizza, infatti, un’amicizia pura lì si “produce una scintilla di umanità in un mondo divenuto inumano”.
“Oggi siamo abituati – continua la Arendt – a vedere nell’amico solo un fenomeno di intimità, in cui gli amici aprono la loro anima senza tener conto del mondo e delle sue esigenze”.
Per la filosofa il colloquio intimo in cui gli individui parlano di se stessi deve aprirsi al dialogo che “per quanto intriso del piacere relativo alla presenza dell’amico si occupa del mondo comune, che rimane ‘inumano’ in un senso del tutto letterale finchè delle persone non ne fanno costantemente un argomento di discorso tra loro”.
L’amicizia, quindi non è per la Arendt separata dal mondo, ma è: «essere e pensare con la mia propria identità dove io non sono; non generica immedesimazione, né accattivante empatia, ma dal sé fare spazio all’altro, con il proprio concreto esistere intraprendere il viaggio politico e pubblico verso la diversità in me e fuori di me, accettando il cambiamento di ciascuno /a che ne deriverà”.
La filosofa, quindi, auspica per tutti «il dono dell’amicizia, con l’apertura al mondo, infine con l’amore genuino per il genere umano». Questo modo di concepire la nostra “umanità” ci permette di “dialogare con un maomettano convinto, un ebreo pio o un cristiano credente”.
Ho apprezzato questa visione dell’amicizia. Ho degli amici e delle amiche carissime con cui condivido molto della mia vita. Certamente mi sono state vicine nei momenti difficili in cui avevo bisogno del loro sostegno, ma il nostro legame si rinforza quando condividiamo l’impegno civile. Discutiamo insieme i problemi, cerchiamo insieme risposte nella certezza che non possono che essere parziali, e il nostro dialogo è a volte acceso, ma sempre rispettoso delle idee dell’altro che vengono sempre prese in seria considerazione come alternativa o complemento della propria. posizione. Questo confronto continuo ci rende davvero più “umani” in un mondo dove proprio come dice la Arendt “ci confrontiamo costantemente con quelli che sono sicuri di avere ragione”. Ci rende più umani perché il confronto ci stimola, ci incoraggia ad “agire nel mondo” ognuno nel proprio ambito e nelle proprie possibilità, ci fa uscire insomma da una posizione di indignazione passiva, ci immunizza da quell’atteggiamento che ci fa sentire “impotenti” e lascia quindi libera strada proprio a chi vorremmo combattere.
Ed è proprio questa amicizia che ci invita all’impegno, ma prima ancora alla discussione rispettosa che bisognerebbe insegnare ai nostri giovani e studenti.

http://pensareinunaltraluce.blogspot.it/2009/12/lumanita-in-tempi-bui-di-hanna-arendt.html

MEN IN DARK TIMES – Copyfight

A propos du film “Hannah Arendt”, de Margarete Von Trotta

Hannah Arendt :Responsibility and Judgment ,Responsabilità e …

l’età assiale Karl Jaspers trad. it. di A. Guadagni

perchè molto prima degli europei o americani, molto prima ISIS o Saddam vi fu Uruk e Inanna

Morti e ferite: Umberto Galimberti da Mimmo Mirachi blog

Umberto Galimberti: “Il segreto della domanda

Umberto Galimberti – Il tramonto dell’Occidente

Umberto Galimberti – Idee: il catalogo è questo . L’ospite

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