“Fs, tra dipendenti 400 casi di mesotelioma dal ’93 al 2008″ ; vecchi post amianto

Osservatorio amianto: “Fs, tra dipendenti 400 casi di mesotelioma dal ’93 al 2008″

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Redazione,

la strage di operai fatte dai padroni con l’amianto è orrenda.

Noi operai non solo siamo condannati a morte, ma uccisi nel modo più atroce

Dopo l’assoluzione dei padroni dell’Eternit ad Alessandria, ormai i padroni sono tranquilli: la magistratura li assolverà

Vi invio un articolo

Un Ferroviere di Ancona

Sono dati preoccupanti quelli che tracciano il quadro delle morti per mesotelioma e patologie asbesto-correlate tra i dipendenti delle Ferrovie dello Stato. Dagli ultimi dati in mano all’Ona (Osservatorio Nazionale amianto) emerge che il registro mesoteliomi (ReNaM) riporta per il settore della costruzione dei rotabili ferroviari 355 casi nel periodo che va dal 1993 al 2008, e tenendo presente che per i primi anni non tutte le regioni avevano istituito il registro (che a tutt’oggi è carente per la provincia autonoma di Bolzano e per il Molise) e che comunque alcuni casi non risultano censiti, l’incidenza può essere calcolata in circa 400 casi.

Inoltre, considerando che il registro annovera circa 40 casi l’anno, con un conteggio fermo al 2008, si possono stimare non meno di 600 casi (censiti dal centro di ricerca contro il cancro Ramazzinidi Bologna). In particolare, nel 2002 i casi di mesotelioma nelle Fserano già 199, con un’incidenza assai superiore a quella dellecostruzioni. Casi, sostiene il presidente dell’Osservatorio Ezio Bonanni, che “costituiscono la prova provata di una epidemia che iniziata già negli anni 90 prosegue tutt’oggi”.

I 355 casi sono riferiti sia al personale viaggiante che agli addetti allamanutenzione. Mentre gli operai, in officina, l’amianto lo hanno maneggiato e conseguentemente respirato, macchinisti e capitreno lo hanno invece ‘solo’ respirato. Come? Tutte le parti motoristiche e frenanti(soggette quindi ad alte temperature) delle locomotive a vapore, diesel, elettriche e tutte le carrozze e i carri per trasporto merci erano coibentati con amianto spruzzato e pannelli contenenti amianto che, col tempo, si sono convertiti da matrice compatta afriabile.

Non solo: anche per via dei sassi, del pietrisco bianco presente tra un binario e l’altro, il quale si ricopre di polvere di amianto, rilasciato dai dischi e dai ferodi dei freni dei convogli, la quale col vento si alza e si libera nell’aria. Aria che hanno respirato anchenormali viaggiatori in sosta sulla banchine delle stazioni. Tali pietre, Rfi (Rete Ferroviaria Italiana), l’azienda delle Ferrovie che gestisce le infrastrutture sul territorio nazionale, si sta apprestando ad inertizzarle, anche se in alcune regioni, Puglia in special modo, le operazioni vanno a rilento per la presenza, ancora oggi, di treni con dischi in amianto.

L’Osservatorio afferma inoltre che, presso l’Ogr (Officine Grandi Riparazioni di Bologna), “muore di patologia asbesto correlata (tra lavoratori in pensione e persone che vi lavorano ancora ma che sono in malattia professionale) una persona alla settimana”. Sono quindi sotto osservazione anche tutte le altre officine di manutenzione rotabili italiane, poiché tutti coloro che a seguito della legge 257/92 (norme sulla cessazione dell’impiego di amianto) vennero interessati da una enorme mole di lavoro di rimozione e smaltimento di coibentanti in amianto sono a rischio di sviluppo malattie asbesto correlate, senza contare i tanti che purtroppo ne sono già affetti o hanno già pagato con la vita questo “scempio autorizzato”, denuncia ancora Ona.

L’esposizione all’asbesto, per montatori di carpenteria metallica, meccanici e saldatori e lattonieri, è stata determinata anche dall’applicazione a spruzzo di amianto in fibra sulle parti interne delle scocche metalliche di motrici e carrozze passeggeri, postali e bagagliai. In aggiunta, il materiale killer era utilizzato nel rivestimento dei mezzi di accoppiamento delle condotte di vapore, nei rotabili che avevano questo tipo di riscaldamento. L’Osservatorio nazionale sull’amianto, “oltre a proseguire nella sua azione di informazione a tutela dei cittadini, lavoratori esposti o ex esposti, offrendo gratuitamente consulenza  legale, sociale e scientifica”, annuncia “una serie di esposti querela” nelle diversesedi competenti sul territorio nazionale per la morte damesotelioma pleurico di alcuni ex dipendenti delle Ferrovie

http://www.operaicontro.it/?p=9755726178

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Elogio dello zero Piergiorgio Odifreddi + tanto WITTGENSTEIN, Odifreddi video vari

16 dicembre 2014

zero – Elogio dello zero

Elogio dello zero(Questo testo – pubblicato da “lla

 

Questo testo – pubblicato da “lla Repubblica”, è tratto da Il museo dei numeri di Piergiorgio Odifreddi. Rizzoli. In libreria dal 26 Novembre 2014) Lo zero, primo elemento della lista dei numeri interi, è in realtà l’ultimo arrivato sulla scena. Gli uomini avevano già effettuato difficili calcoli aritmetici, risolto complicate equazioni algebriche e dimostrato profondi teoremi geometrici per secoli e millenni, prima che gli Indiani e i Maya introducessero in matematica un analogo di concetti quali il nulla, l’assenza, il silenzio, il buio, il non-essere e il vuoto, che erano già stati considerati, più o meno timidamente, in altri campi.

In letteratura, lo zero aveva fatto la sua prima apparizione nell’episodio dei Ciclopi dell’ Odissea, quando Ulisse dichiarò a Polifemo di chiamarsi Nessuno. Molti altri personaggi in seguito ebbero nomi analoghi, dal capitano Nemo di Jules Verne (1870) al Nowhere man dei Beatles (1965).

Se poi si passa alle metafore letterarie del nulla, il discorso si allarga. Una quasi scontata è l’assenza, e le opere che parlano di qualcuno, o qualcosa, che non c’è, o non arriva, abbondano: da Aspettando Godot di Samuel Beckett (1952) a La scomparsa di Georges Perec (1969). Altrettanto immediata è la metafora dell’ombra, che in molte storie si stacca dal rispettivo corpo e acquista vita propria, come per il Casella dantesco e Peter Pan. C’è poi la metafora del buco, che ha vari archetipi naturali nell’essere umano. La bocca spalancata a voragine, ad esempio, che diede il nome al Caos nella Teogonia di Esiodo (—700 circa). O la vagina, che gli elisabettiani chiamavano in codice “nulla”: di qui l’ammiccante titolo Molto rumore per nulla di William Shakespeare (1599). Se assenze, ombre e buchi alludono più o meno indirettamente al nulla, la sua realizzazione letterale è il silenzio, a cui hanno incitato, parlando, i mistici di ogni tempo, da Lao Tze a Ludwig Wittgenstein. Il silenzio può anche iniziare un’opera, come la “pausa accentata” che precede il “bussare del destino” della Quinta sinfonia di Ludwig van Beethoven (1808). La più nota composizione silente è invece 4’ 3-3” di John Cage (1952), articolata in tre movimenti di 30”, 2’23” e 1’40”: un silenzio di 273 secondi in tutto, che richiamano esplicitamente la temperatura di — 273° dello zero assoluto.

Una delle più note metafore concettuali del nulla è il nichilismo: un termine inizialmente introdotto da Ivan Turgenev in Padri e figli ( 1862), per indicare quel radicale rifiuto dei valori stabiliti che caratterizza il conflitto generazionale. Nell’Ottocento il nichilismo raggiunse la sua massima espressione artistica nei romanzi filosofici di Fëdor Dostoevskij, incarnandosi in personaggi quali Raskolnikov di Delitto e castigo ( 1866), Stavrogin dei Demoni (1873), e Ivan dei Fratelli Karamazov (1879). Nel Novecento assunse poi varie metamorfosi, dalla “generazione perduta” di Gertrude Stein alla “gioventù bruciata” di James Dean. E culminò infine nella letteratura esistenzialista francese di metà secolo, da La nausea di Jean-Paul Sartre (1938) a Lo straniero di Albert Camus (1942). Anche la filosofia ha una sua specifica versione di nichilismo, che consiste nell’affermazione di quel genere di nulla che è il non-essere. A farlo venire in essere fu Parmenide, che inventò nel secolo — VI uno dei primi paradossi della storia: quello secondo cui il non-essere non può essere niente, per sua natura, ma allo stesso tempo è qualcosa, cioè appunto il non-essere. In seguito, più o meno negli stessi anni di Turgenev e Dostoevskij, Friedrich Nietzsche iniziò nel Crepuscolo degli idoli (1888) una rilettura della storia della filosofia post-kantiana. E la interpretò come una progressiva affermazione del nichilismo, nel senso della scoperta della mancanza di senso e del carattere caotico del mondo.

Nella fisica il nulla può essere inteso in due sensi complementari: negativamente, come assenza della materia, e positivamente, come presenza del vuoto. La fisica moderna ha però introdotto un concetto di vuoto energetico più generale, definito come lo stato di energia minima di un campo. Nel 1929 Paul Dirac immaginò il vuoto quantistico come costituito da un mare di elettroni, in tutti i possibili stati di energia negativa. Se uno di questi elettroni lascia il suo posto a causa di un aumento di energia, il buco da esso lasciato viene percepito come un “antielettrone”, con la stessa massa dell’elettrone, ma carica opposta. Questa nuova particella, chiamata positrone, fu poi scoperta nel 1932. In parte il ritardo per l’introduzione dello zero in matematica è derivato dal rifiuto del nonessere e del vuoto nel pensiero filosofico e scientifico. Ma, una volta introdotto, esso ha acquistato un’ovvia valenza simbolica che è poi stata sfruttata a fondo, letteralmente e metaforicamente. Basta pensare a espressioni come “zero via zero”, “zero assoluto”, “sentirsi uno zero”. Il più noto uso di quest’ultima metafora si trova forse nel Re Lear di Shakespeare (1606), quando il Buffone apostrofa il re ormai senza corona, dicendogli: «Ora sei uno zero senza valore. Io sono meglio di te: sono un buffone, ma tu non sei niente».

In matematica esiste anche l’insieme vuoto, che non contiene nessun elemento. L’insieme vuoto è l’analogo di una scatola vuota. Ma mentre di scatole vuote ce ne sono molte, perché nella vita il contenitore conta, di insiemi vuoti ce n’è uno solo, perché in matematica conta solo il contenuto. E come la geometria degli antichi è costruita a partire dai punti, così la teoria degli insiemi dei moderni si costruisce a partire dall’insieme vuoto. Essa si riduce dunque letteralmente a un edificio di pure forme, che si dissolve in ultima analisi nel nulla: una visione, questa, molto vicina alla shunyata buddhista, per la quale le cose non sono solo contenitori vuoti, ma sono vuote apparenze di contenitori. Allo stesso modo, si rimane con niente in mano se si cerca l’essenza della cipolla pelandola, come nel Peer Gynt di Henrik Ibsen (1867), o in Vestire gli ignudi di Pirandello (1922). O se si cerca l’essenza del carciofo sfogliandolo, come nelle Ricerche filosofiche di Wittgenstein (1953).

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Late Spring(1949)-Yasujirō Ozu – Tarda primavera – sottotitoli ITA ; spiegato ai bambini e analisi

Tarda primavera

 

Libera Scuola di Umanità diretta da Luigi Scialanca

Ricordi Immaginari – Spiegare un Film a un Bambino

Titolo: Tarda primavera.

Titolo originale: Banshun.

Regista: Yasujiro Ozu.

Paese di produzione: Giappone.

Anno di produzione: 1949.

Attori principali: Setsuko Hara (Noriko, figlia), Chishu Ryu (Shukichi Somiya, padre).

Durata: 1h 48’.

Il regista

Yasujiro Ozu

Il film

Tarda primavera è un “messaggio nella bottiglia” recato dal corso del tempo, anziché dalle onde del mare. Dunque, come tutto ciò che viene concepito per sfidare il trascorrere degli anni, è un messaggio che non è stato inviato per invocare il nostro aiuto, ma per arricchire l’universo fantastico umano di un’altra immagine creativa della realtà, per condividerla con noi, forse per aiutarci. Per questo, malgrado l’enorme distanza che ci separa dal suo luogo di partenza (cioè dal Giappone del 1949) è un messaggio che ci parla di un passato anche nostro, e ci illumina, quindi, anche sul nostro presente.

È un film, infatti, sulla separazione tra un padre che si avvia verso la vecchiaia e una figlia che ha raggiunto l’età adulta, e dunque sul rapporto fra le generazioni. È un film su un’epoca che volge al termine mentre una nuova si distacca a poco a poco da essa, e dunque sul rapporto tra passato e presente. Ed è un film che rivolge a queste situazioni e ai problemi che ne scaturiscono uno sguardo così limpido, essenziale, consapevole (lo sguardo di cui son capaci solo i bambini, e talora i geni) che tutto ciò che osserva e ci mostra non è mai più di quello che in ogni tempo e in ogni luogo potrebbe essere intuitivamente capito da ogni essere umano. È un’opera d’arte universale, insomma, e perciò continua a coinvolgere e commuovere gli spettatori benché la realtà in cui essa è ambientata sia ormai scomparsa.

Tarda primavera, dunque, è la storia di un Padre, da tempo rimasto vedovo, e di una Figlia che per anni si è occupata di lui non meno di quanto egli si è preso cura di lei. Intorno a loro, pochi personaggi altrettanto emblematici: una Zia (la sorella del Padre) che si adopera affinché la Figlia si sposi; un’Amica della Figlia, sposata e già divorziata, che di volta in volta turba o incoraggia la protagonista con i suoi consigli; un Collega del Padre, vedovo e padre anche lui, che si è risposato con una donna assai più giovane; un Allievo del Padre (e Amico d’infanzia della Figlia) che si stanca di aspettarla e sposa una ragazza che ha tre anni meno di lei; e infine una Bella Signora: una giovane vedova che il Padre, forse, potrebbe sposare emulando l’ardito Collega. Ma Shukichi (il Padre) non ha alcuna intenzione di risposarsi: il suo solo pensiero, da quando si è improvvisamente reso conto del trascorrere del tempo, è la preoccupazione per Noriko (la Figlia), che sembra aver del tutto rinunciato al matrimonio e all’indipendenza, cioè alla propria realizzazione, e si comporta come se avesse deciso di dedicarsi al Padre per tutta la vita.

Come convincerla a separarsi da lui? Quando Noriko gli confida la propria disapprovazione per il secondo matrimonio del Collega, da lei definito “immorale”, l’anziano professore ha un’idea: le farà credere di aver deciso di sposare la Bella Signora. Sperando che la prospettiva di un così profondo mutamento del loro rapporto, ormai quasi pietrificato, induca Noriko a ridestarsi dalla sua invernale immobilità, a trovare il coraggio di riprendere a creare e trasformare l’immagine di sé e della vita, e a rifiorire, prima che sia davvero troppo tardi, in una sia pur tarda primavera.

Il commento di Luigi Scialanca

I rapporti umani non si basano, come accade fra gli altri animali, solo sui bisogni e le necessità: procurarsi il cibo, riprodursi, allearsi per trarne vantaggio. Anche su questo (poiché gli umani sono anch’essi animali) ma non soltanto su questo. E talvolta, anzi, se ne disinteressano del tutto.

Bisogni e necessità, infatti, non sono creativi: riproducono, tale e quale, quel che c’è già (riempiono di nuovo la pancia, restituiscono al corpo il calore perduto, mettono al mondo nuove generazioni che prenderanno il posto delle precedenti, ecc.) ma non creano niente di nuovo. Mentre i rapporti umani, oltre che soddisfare bisogni e necessità, creano sempre anche qualcosa che prima non esisteva.

Cosa sia questo qualcosa di nuovo, però, non è facile spiegarlo né comprenderlo. Diciamo soltanto (anche se in modo approssimativo e un po’ enigmatico) che i rapporti umani, oltre che soddisfare bisogni e necessità, fanno sì che le menti “crescano” e si realizzino. O talvolta, purtroppo, che invece si ammalino. Diciamo che gli esseri umani, cioè, creando e costruendo rapporti, mettono al mondo le proprie realtà psichiche e si prendono cura di esse o le sciupano, le aiutano a svilupparsi o a deteriorarsi e morire.

I nostri rapporti, dunque, esprimono anche le idee che abbiamo di noi stessi e degli altri. E tali idee contengono progetti di situazioni da creare insieme. E tali situazioni, se le idee di partenza sono valide, rendono le nostre menti via via più creative, più potenti, più belle: in una parola, sempre più umane.

Ogni volta che iniziamo un rapporto, contemporaneamente iniziamo anche a realizzare l’idea che abbiamo di noi stessi, degli altri e del nostro rapporto con loro. E tale idea è tanto più valida quanto più è disinteressata: quanto più si propone, cioè, di realizzare situazioni che non hanno alcuno scopo pratico, ma solo quello di essere piacevoli, belle, gioiose e indimenticabili per tutti.

È naturale, perciò, che di ogni nostro progetto di rapporto faccia parte anche il progetto di durare a lungo, magari per tutta la vita. Poiché nessuno sarebbe così sciocco da proporsi di far terminare qualcosa che col passar del tempo lo rende più umano.

Quando diamo inizio a un rapporto, perciò, non includiamo mai la sua conclusione nel progetto più o meno consapevole che lo fonda. Al contrario: fin dall’inizio consideriamo e temiamo l’eventualità di una futura, definitiva separazione come la prospettiva di un fallimento totale.

Solo un rapporto fa eccezione a questa regola: quello tra genitori e figli.

Quando ha inizio, con il concepimento di un nuovo essere umano, un rapporto tra un genitore e un figlio, la futura, inevitabile separazione del secondo dal primo non soltanto è conosciuta e messa in conto (all’inizio solo dal genitore e poi, col passar del tempo, sempre più anche dal figlio) ma è addirittura auspicata e desiderata. E non solo non è vista come un fallimento del rapporto, ma come il segno più certo e attendibile (quando la separazione riesce bene) della sua validità e del suo successo.

Già la nascita è separazione, poiché il figlio, nascendo, smette di essere una parte del corpo della madre e si separa da esso. Ma lo sono anche lo svezzamento e la pubertà: progressive e sempre più nette separazioni, a ognuna delle quali il figlio realizza sempre più nettamente la propria necessaria indipendenza. Separazioni volute dalla Natura, scritte con un inchiostro indelebile nelle condizioni stesse della Realtà, e che perciò sarebbe segno di follia anche solo ipotizzare d’impedire.

Se ben riuscite, già esse sono definitive: il rapporto smette di esistere, si trasforma in un altro. Ma del rapporto precedente non tutto scompare: rimangono i ricordi, le fantasie, le idee, la realtà psichica che in esso sono stati creati. Di quel che vi è stato tra il figlio e i genitori, cioè, a ogni separazione rimane in loro un progresso (o talvolta, purtroppo, un danno) nella creazione delle rispettive menti.

Arriverà, alla fine, la morte dei genitori. Altrettanto naturale e inevitabile delle separazioni precedenti. Ma davvero totale e definitiva, poiché segnerà il momento oltre il quale il rapporto non potrà più crescere né trasformarsi. E tuttavia, se non giungerà prematura e se troncherà un rapporto già pienamente vissuto, la morte dei genitori infliggerà al figlio un immenso dolore, ma non gli arrecherà alcun danno.

Ben prima di essa, però, nelle società e nelle famiglie ben funzionanti, viene il momento in cui il figlio separa del tutto la propria vita da quella dei genitori. Il momento, cioè, a partire dal quale egli è completamente indipendente e autonomo da essi. Ed è allora, soprattutto, che si capisce se e quanto il rapporto sia stato valido: se e quanto, cioè, i genitori siano riusciti, ognuno per la sua parte, a non ostacolare e anzi ad aiutare il figlio nella costruzione di sé.

Tarda primavera descrive appunto le azioni intraprese da Shukichi, il Padre, dopo che egli si è reso conto che la mancata separazione tra lui e Noriko, la Figlia, non soltanto sarebbe un segno terribile che la Figlia ha fallito nella costruzione di sé e non è in grado di vivere pienamente la propria vita, ma dimostrerebbe che tale fallimento ha avuto origine nel loro rapporto: sarebbe il fallimento di Noriko come essere umano e come donna, il fallimento del loro rapporto e il suo personale fallimento come padre.

Ma questo, all’inizio, ci è difficile perfino immaginarlo, poiché tutto, fra Noriko e suo padre, sembra assolutamente perfetto. Dai gesti, dagli sguardi e dalle parole dell’anziano professore non traspaiono che la sua saggezza, la sua capacità di comprensione, la calma e la benevolenza con cui riflette sugli altri e sulla vita; in quelli di sua figlia non scorgiamo che intelligenza e amore, vivacità e delicatezza, forza d’animo e sensibilità, e nel suo modo di muoversi la grazia e l’armonia che sempre scaturiscono dall’insieme di tali qualità assai più che dalla bellezza o da una naturale eleganza. Che altro potremmo dunque vedere, nel rapporto che li unisce, se non la più perfetta espressione delle loro bellissime realtà umane?

Eppure non è così. O rischia di non essere più così fra non molto. Poiché gli anni passano, i tempi e il mondo cambiano, ma il rapporto tra Shukichi e Noriko rimane lo stesso. E Shukichi, grazie anche alla sua saggia sorella, un giorno se ne rende conto: si accorge che Noriko non pensa più a sposarsi, cioè che crede di non poter più innamorarsi; che è decisa a restare per sempre con lui, cioè che non pensa e non vuol più riuscire a diventare una donna indipendente e autonoma. Si accorge, insomma, che dalla vita di Noriko è sparita… la vita: si è congelata in un eterno presente, nell’immobilità di un eterno ripetere, senza più l’attesa e neanche la speranza di ulteriori trasformazioni e realizzazioni di sé.

Ingannarla, farle credere che ha deciso di risposarsi e che perciò la sua immobilità sta per essere comunque interrotta, è il colpo inatteso e magistrale con cui Shukichi riesce a infrangere la dura corazza di serenità, apparentemente inattaccabile, in cui Noriko si è chiusa. È un colpo inferto senza alcuna violenza, senza mai alzar la voce, con appena qualche cenno del capo e una piccola esibizione di cortesia, una sera a teatro, nei confronti della bella signora che vuol far credere di aver prescelto. Ma il suo effetto è dirompente, poiché Noriko, a questa notizia, anziché rallegrarsi per la vitalità del padre e la più completa felicità che egli è sul punto di conseguire, non riesce che a disapprovarlo duramente; e questa collera insensata e malevola, così estranea all’immagine che ella coltiva di sé, la costringe a vedere che dietro la rinuncia a sposarsi, anziché il desiderio di sacrificarsi per il bene di Shukichi, c’è la sua disperata volontà di continuare a distruggersi, a sparire dietro il padre servendosi di lui come di un alibi: facendogli fare per sempre, cioè (pur di non sentirsi la carnefice di sé stessa, ma una figlia devota e amorevole) la parte del padre anaffettivo, capace di accettare il suo sacrificio come un atto naturale e dovuto.

Allora, in un ultimo disperato tentativo di scongiurare la separazione che rimetterebbe in movimento la sua vita, Noriko chiede scusa al padre per aver cercato di dissuaderlo dal risposarsi, gli promette che amerà e rispetterà sua moglie come una seconda madre… e lo supplica piangendo di non mandarla via, di permetterle di restare con loro, di continuare a esser figlia per sempre! Ammette, cioè, quel che fino a poco prima non sospettava neppure: che non per lui ella rimaneva, ma per il timore del cambiamento. Shukichi, allora, le spiega pacatamente che questo è impossibile: ella non può rinunciare alla ricerca della felicità, per quanto difficile e rischiosa essa possa essere; né può pretendere, spinta dalla paura di vivere, che sia proprio lui, che le vuol tanto bene, a costringerla a rinunciarvi. E Noriko finalmente capisce: è stata egoista, riconosce, e non vuol esserlo più; smetterà di sacrificarsi per il padre e si separerà da lui.

Poiché, come anche noi in quel momento capiamo, il sacrificio di sé è accettabile (e perfino doveroso) solo se ci si sacrifica per non diventare peggiori, come l’eroe che si lascia condannare a morte per non diventare a sua volta un carnefice. Ma se ciò che sacrifichiamo è la possibilità di realizzarci più validi, allora il sacrificio non ha niente di meritorio: è violenza inutile contro noi stessi. E anche contro chi ci vuol bene, se la più valida realizzazione che rifiutiamo è una sua proposta, un’immagine di come potremmo essere creata dal suo amore per noi. Poiché i giovani hanno il dovere di realizzarsi proprio come i vecchi hanno il dovere di non impedirglielo. E il presente deve separarsi dal passato, per la realizzazione di un futuro migliore, proprio come il passato deve farsi da parte accettando di trasformarsi in ricordo.

La Figlia si sposa. Se ne va. Il Padre, compiuta l’opera, rimane solo. Vicino a lui c’è una mela. Egli la prende e comincia a sbucciarla meticolosamente, con la stessa amorevole cura con cui si è sempre dedicato a tutte le cose, piccole o grandi che fossero. Ma ecco che s’interrompe, e reclina il capo tristemente. Per il dolore della separazione dalla figlia? O perché si è reso conto che ciò che viene dopo, anche quando tutto è stato fatto al meglio, non è altro che la fine?

Fuori, intanto, non lontano dalla casa in cui la gioia di Shukichi si fonde con la sua tristezza, continua a muoversi il mare che non finisce mai.

(Le schede di Spiegare un film a un bambino sono per bambini e ragazzi di Quinta elementare, Prima, Seconda e Terza media.

Sono scritte, perciò, il più semplicemente possibile. Ma non sono affatto… semplicistiche.

Vuoi servirtene? Fai pure. Ma non spezzettarle, non alterarle e non dimenticare di citarne l’autore!)

http://www.scuolanticoli.com/cineforum/Primavera.htm

Late Spring

Shukichi is a professor, a widower, absorbed in his work. His unmarried daughter, Noriko, runs his household for him. Both are perfectly content with this arrangement until the old man’s sister declares that her niece should get married. Noriko is, after all, in her mid-20s; in Japan in 1949, a single woman that old is approaching the end of her shelf life. His sister warns the professor that after his death Noriko will be left alone in the world; it is his duty to push her out of the nest and find a husband who can support her. The professor reluctantly agrees. When his daughter opposes any idea of marriage, he tells her he is also going to remarry. That is a lie, but he will sacrifice his own comfort for his daughter’s future. She marries.

And that, essentially, is what happens on the surface in Yasujiro Ozu’s “Late Spring” (1949). What happens at deeper levels is angry, passionate and — wrong, we feel, because the father and the daughter are forced to do something neither one of them wants to do, and the result will be resentment and unhappiness. Only the aunt will emerge satisfied, and Noriko’s husband, perhaps, although we never see him. “He looks like Gary Cooper, around the mouth, but not the top part,” the aunt tells her.

It is typical of Ozu that he never shows us the man Noriko will marry. In his next film, “Early Summer” (1951), the would-be bride in an arranged marriage sees the groom only in a golfing photo that obscures his face. Ozu is not telling traditional romantic stories. He is intently watching families where the status quo is threatened by an outsider; what matters to the brides is not what they are beginning but what they are ending.

The women in both films are named Noriko, and they are both played by Setsuko Hara, a great star who would drop everything to work with Ozu. When the studio asked Ozu to consider a different actress for the second film, he refused to make it without Hara.

In “Early Summer,” Noriko lives with her brother, his family, and their aged parents. She has no desire to marry — at least, not the golfer. The same actor, Chishu Ryu (1904-1993) plays the professor in the first film and the brother in the second; in Ozu’s “Tokyo Story” (1953), he plays the grandfather and Hara is his daughter-in-law. In all three films he looks the correct age for his character; how he did that so convincingly between the ages of 45 and 49 is beyond my ability to explain.

“Late Spring” began a cycle of Ozu films about families; the seasons in the title refer to the times in the lives of the characters, as in his final film, “An Autumn Afternoon” (1962). Did he make the same film again and again? Not at all. “Late Spring” and “Early Summer” are startlingly different. In the second, Noriko takes advantage of a conversational opening to overturn the entire plot; to avoid marrying the golfer, she accepts a man she has known for a long time — a widower with a child, whose mother’s dearest wish is that her son marry Noriko. The man goes along with his mother’s plan, indeed is pleased once he absorbs it; the meddling woman in this case has made two people happier.

“Late Spring” tells a story that becomes sadder the more you think about it. There is a tension in the film between Noriko’s smile and her feelings. Her smile is often a mask. She smiles brightly during a strange early scene where she talks with a family friend, Onodera, who has remarried after the death of his wife. Such a second marriage is “filthy and foul,” she says, and it disgusts her. She smiles, he laughs. Yet she is very serious.

Onodera tells the professor it’s his duty to marry off Noriko, and suggests an excellent prospect: Hattori, the professor’s assistant. Noriko and Hattori take a bicycle trip to the beach, and later have dinner; we think perhaps such a match will work. But when Shukichi suggests it to his daughter, she laughs and tells him Hattori is already engaged. How and when she learned that is left offscreen; what we do see is Hattori inviting her to a concert, her telling him she doesn’t want to make “trouble,” and Hattori at the concert with his hat on an empty seat. There is the possibility that Noriko could have married Hattori after all; she likes him, he likes her, he might leave his fiancee; the concert invitation is crucial, but she will not leave her father. This is her sacrifice, to match his later in the film.

Now Masa (Haruko Sugimura), her aunt, comes up with a new candidate, the Gary Cooper look-alike named Satake. Noriko tells her friend, “I think he looks more like the local electrician.” Realizing that Noriko will not willingly leave her father, Masa proposes to the professor that he marry a younger widow, Mrs. Miwa. The professor is as happy as his daughter to remain single, but understands Masa’s scheme to deceive Noriko.

Ozu brings everything to a head during an extraordinary scene at a Noh performance, where Noriko sits next to her father. The professor nods across the room to Mrs. Miwa, who smiles and nods back. Noriko observes this and loses all interest in the play; her head bows in sadness, and afterward she tells her father, “I have to go away somewhere,” and all but flees from his side.

There’s a later scene of uncomfortable confrontation. “Will you marry?” Noriko asks him. “Um,” he says, with the slightest nod. She asks him three or four different ways. “Um.” Finally, “that woman we saw today?” “Um.” He defends arranged marriages: “Your mother wasn’t happy at first. I found her weeping in the kitchen many times.” Not the best argument for a father trying to convince his daughter to marry.

Masa the aunt, having proposed the new groom, now acts as if it is a settled thing, and begins to plan the approaching marriage. Noriko goes along, smiling as always. We see her beautiful but sad in her traditional wedding dress, but we do not see her wedding or meet her husband. Instead, we come home alone with the professor, who admits his own marriage plans were “the biggest lie I ever told.” In one of the saddest scenes ever filmed by Ozu, he sits alone in his room and begins to peel an apple. The peel grows longer and longer until his hand stops and it falls to the floor and he bows his head in grief.

The professor’s decision is often described as his “sacrifice” of her. And so it is, but not one he wants to make. Nor does she want to leave. “I love helping you,” she says, “Marriage wouldn’t make me any happier. You can remarry, but I want to be at your side.” There is an academic paper exploring the possibility of repressed incest in “Late Spring,” but I doubt that occurred to Ozu; Noriko has a hidden well of disgust about sex, I believe, which is revealed in her strong feelings about remarriage — once is bad enough. She wants to stay safe in her home with her father, forever.

“Late Spring” is one of the best two or three films Ozu ever made, with “Early Summer” deserving comparison. Both films use his distinctive later visual style, which includes precise compositions for a camera that almost never moves, a point of view often representing the eye-level of a person sitting on a tatami mat, and punctuation through cutaways to unrelated exteriors. He almost always used only one lens, a 50mm, which he said was the closest to the human eye.

Here he wordlessly uses time and space to establish the routine and serenity of the household arrangements between father and daughter, in a sequence showing them coming and going, upstairs and down, through the rooms and central corridors of their house. They know their way around each other. Late in the film, threatened by the marriage, Noriko keeps picking things up and putting them on a table, compulsively acting out her domestic happiness.

So much happens out of sight in the film, implied but not shown. Noriko smiles but is not happy. Her father passively accepts what he hates is happening. The aunt is complacent, implacable, maddening. She gets her way. It is universally believed, just as in a Jane Austen novel, that a woman of a certain age is in want of a husband. “Late Spring” is a film about two people who desperately do not believe this, and about how they are undone by their tact, their concern for each other, and their need to make others comfortable by seeming to agree with them.

http://www.rogerebert.com/reviews/great-movie-late-spring-1972


Era uma vez um pai / Chichi Ariki (pt, br, en, esp, fr ) Yasujiro …

Il maestro burattinaio (1993) The Puppetmaster – Hsimeng .

cattivi dormono in pace , The Bad Sleep Well (1960) Akira

No Regrets for Our Youth (1946) – Non rimpiango la mia ..

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DE L’EDI’PO E’DIPO E DE LO FRA’ TIRESIA

DE L’EDI’PO E’DIPO E DE LO FRA’ TIRESIA

Un dì l’Edìpo E’dipo peripatendo lo periferico perimetro de la città de Tebe sé arretruvò innanzi de la terrificante Sfinge…

Chilla de la semana ‘nigmistica?

Chilla! Chilla! La cunusci?

No!

La Sfinge maledicta je pose a l’Edìpo E’dipo uno’nduvinello de uno animalo strangio ca in juventude deambula cun bator zampe, de masculo fecundo cun dos et de vecio scojonato cun tres. L’Edìpo E’dipo nun sé raccapezzò de sto’nduvinello et accussì se recò da lo frà Tiresia, cartomante, chiromante et titular de ‘na fabrichéta de acido lisergico. Ei, ciué l’Edìpo E’dipo, se vulìa calà calincuna pasticca de lisergico pé sprufundà aintr’e ‘nu viagge de onirica natura -tipo de queli de Fellini, chillo de Amarcord et de la duce vida- ca illo, ciué l’Edìpo E’dipo, s’avea pensato c’aintr’e stu viagge se potesse truvà la chiave et grimaldello pé scardinà l’enigma de la Sfinge, ca se ce riuscìa illo saribbe devenuto lo re de Tebe tutta ecatoportuta, ma si nun ce riuscìa saribbe istato tosto fulminato e nun fulminato pé lo lisergico ma pé lu fulmine de la terrificante Sfinge. Accussì l’Edìpo E’dipo se calò una pariga de pasticche e se sprufundò aintr’e lu viagge de la psiche. Poscia che le pasticche fecero effetto, l’Edìpo E’dipo se mise a saltellar cuntento e sculettante, cantando a li bator canti de lu mundo: io’n già lu so! Io’n già lu so! C’est l’homme, chillo animalo! C’est l’homme! Accussì illo se recò innanzi de la terrificante Sfinge e je disse: gli è l’hom! Gli è l’homm l’animalo de l”nduvinello! Tosto la terrificante Sfinge se pulverizzò seduta stante ca la respusta fiat giusta et anco maiche bongiorno disse: allegria!! Accussì l’Edìpo E’dipo se arretruvò insu lu trono de la mitica cittade ecatoportuta Tebe, lo quale trono fiat vacante, ca lu re Laio truvò tremenda muerte a lo trivio, ca nun ce fiat lu semaforo et nimmanco la rutunda in detto trivio et lu re s’ebbe a scuntrarsi cun la vuatùr de l’Edìpo E’dipo, lo quale Edìpo E’dipo, c’avea la precedenzia, accultellò lo re Laio ca nun avea respectato lo codice stradal, ca illo, ciué l’Edìpo E’dipo, nun sapea ca lo re Laio fiat lu pater de illo medesmo! Et vacante cun lu trono fiat puro lo cunno de la reina Iocasta, ca casta nun fiat manco nascia, bagascia! Et la suddetta reina fiat la mater de l’Edìpo E’dipo et accussì li du’ maialoni né facero un incesto ca nun se fiat veduto equal in toda l’urbe et l’orbe. Accussì li bacchettoni de l’Olimpo mandaron sovra l’aurea cittade ecatoportuta ‘na pestilenzia de bubboni ca decimò lu popolo, finzas a quando ‘nu forestiero de nome Sigmundo el vienné nun né svelò li arcani sedimenti aintr’e la psiche umana.

Alberto Massazza

https://albertomassazza.wordpress.com/2010/09/14/de-ledipo-edipo-e-de-lo-fra-tiresia-2/#comment-906

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Entrance to King Herod the Great’s palace unearthed: Complex set of corridors leads to elaborate hall of ruler

Entrance to King Herod the Great’s palace unearthed: Complex set of corridors leads to elaborate hall of ruler

  • Discovery was made by Hebrew University of Jerusalem archaeologists
  • Entrance leads to Herodyan Hilltop Palace at the Herodium National Park
  • Palace was built after Herod defeated the Parthians between 23 and 15BC
  • He was said to have built a town and palace on the site 10 miles (16km) south of Jerusalem to celebrate this victory
  • Main feature of the entrance is a corridor with a complex system of arches
  • A series of hidden tunnels dug on the site by rebels were also found
  • They are said to have been part of guerrilla warfare waged against Romans

By Victoria Woollaston for MailOnline

Published: 13:28 GMT, 19 December 2014 |

Excavations of a colossal fortress built by King Herod the Great have uncovered the palace’s dramatic entrance way. 

The arched entrance and corridor, built around 20 years before the birth of Christ, leads to a vestibule or lobby covered with coloured frescoes.

The palace was built after Herod defeated the Parthians, originally from Iran, and decided to build a town and palace on the site 10 miles (16km) south of Jerusalem to celebrate his victory. 

Archaeologists from the Hebrew University of Jerusalem’s Institute of Archaeology, discovered the colossal entrance (pictured) to the Herodium hilltop palace at the Herodyon National Park. The main feature of the entryway is a corridor with a complex system of arches spanning its width on three separate levels

The discovery was made by by the Hebrew University of Jerusalem’s Institute of Archaeology.

It was part of a wider dig that is ongoing at the Herodium site in the Herodyon National Park.

The main feature of the entryway is a corridor with a complex system of arches spanning its width on three separate levels.

Thanks to the supporting arches, the 65ft (20 metre) long and 19ft (6 metre) wide corridor has been preserved to a height of 65ft (20 metres).

Hebrew University archaeologists, Roi Porat, Yakov Kalman and Rachel Chachy, said: ‘The corridor was built as part of Herod’s plan to turn Herodium into a massive artificial volcano-shaped hill, a vast and impressive monument designed to commemorate the architect-King.

Herodium is a hill, situated in the Herodyon National Park (pictured). Between 23 and 15BC, King Herod the Great constructed a fortress, palace and small town on the cone-shaped mound and was later buried there. Herod died in Jericho in spring 4 BC and was said to have been buried on the site

HEROD’S HILLTOP FORTRESS AND PALACE

Herod (illustrated) was born around 73BC and was governor of Galilee until 40BC. With Roman support, he took back the kingdom three years later, and began building the fortress a decade after that.

Herod (illustrated) was born around 73BC and was governor of Galilee. He was appointed King of the Jews by the Roman senate

Herodium is a hilltop fortress situated in the Herodyon National Park.

Between 23 and 15BC, King Herod the Great constructed a fortress, palace and small town on the cone-shaped mound, and was later buried there.

Herod was born around 73BC and was governor of Galilee until 40BC.

The Parthian Empire then conquered Judea, which was under Roman control at the time, and Herod fled to Jerusalem.

He sought refuge in Petra, where his mother was said to have been originally from, and was later appointed King of the Jews by the Roman senate.

With Roman support, he took back the kingdom three years later, and began building the fortress a decade after that.

Archaeologists believe the palace was built by slaves and contractors and consisted of four towers – believed to have been where Herod lived – as well as frescoes, an aqueduct, elaborate mosaic floors and corridors connected by archways. 

The site is the highest peak in the Judean desert, stretching 2,450ft (758 metres) above sea level.

According to biblical accounts, when news of Jesus’ arrival reached the king, he was said to have felt threatened and ordered all newborn babies in Bethlehem to be killed.

The Bible portrays him as a tyrant that would stop at nothing to keep his throne.

In Matthew 2:16, the gospel wrote: ‘When he saw that he was mocked of the wise men, was exceeding wroth, and sent forth, and slew all the children that were in Bethlehem, and in all the coasts thereof, from two years old and under, according to the time which he had diligently inquired of the wise men.’ 

There were even accounts that the king killed three of his own sons, out of fear of losing his crown. However, few other historical accounts of this massacre have been reported.

Archaeologists believe the palace was built by slaves and contractors (illustrated) as well as frescoes, an aqueduct, elaborate mosaic floors and corridors connected by archways.

His body was buried in a tomb on the site of the fortress, which archaeologists claimed to have uncovered in 2007 (pictured right)

Archaeologists believe the palace was built by slaves and contractors (illustrated left) as well as frescoes, an aqueduct, elaborate mosaic floors and corridors connected by archways. His body was buried in a tomb on the site of the fortress, which archaeologists claimed to have uncovered in 2007 (pictured right)

Herod died in Jericho in spring 4 BC of an illness dubbed ‘Herod’s Evil’, which is thought to have been a combination of cirrhosis of the liver, hypertension, and diabetes.

His body was buried in a tomb on the site of the fortress, which archaeologists claimed to have uncovered in 2007.

However, last year, experts ruled this location out because the tomb was too small for a ruler known for his decadence and love of ambitious, large scale architectural projects.

Experts at the time also said the said the building where the tomb was said to have been found has an awkward layout with two staircases above the tomb, and is not symmetrically aligned with the rest of the complex, which would have been a design faux pas not fit for a king.

They also believe that the ruler, known for his expensive taste, would not have settled for a coffin made of local stones. 

The original palace vestibule, blocked when the corridor became redundant, was also exposed (pictured). This room was decorated with painted frescoes and also showed signs of the rebel occupation during the Great Revolt of 66 to 71 BC. These signs included Jewish Revolt coins and crude temporary structures

Archive footage of artifacts from King Herod’s palace on display

‘During the course of the excavations, it became evident that the arched corridor was never actually in use, as prior to its completion it became redundant.’

Experts believe that when Herod became aware of his impending death in 4BC, he decided to convert the hilltop complex into a memorial mound and royal burial monument.   

‘Whatever the case, the corridor was backfilled during the construction of the massive artificial hill at the end of Herod’s reign,’ continued the archaeologists. 

‘The upper section of a new monumental stairway stretching from the hill’s base to its peak, constructed during the course of this building phase, appears to have been built over it.’

The palace was built after Herod defeated the Parthians and decided to build a town on the site 10 miles (16km) south of Jerusalem (marked) to celebrate his victory

The original palace vestibule, blocked when the corridor became redundant, was also exposed. 

DO CLAY SEALS PROVE THE REIGN OF KINGS DAVID AND SOLOMON?

The discovery of official clay seals (pictured) may prove there was a ruler, or at least government activity, in the region during the 9th century BC

The discovery of official clay seals (pictured) may prove there was a ruler, or at least government activity, in the region during the 9th century BC

For centuries, scholars have either dismissed King David and King Solomon as mythological figures, or disputed the era in which they ruled over the Israelites, as told in the Bible.

But the discovery of six official clay seals may finally prove that there was a ruler in the region during the 9th and 10th century BC.

Although the bullae don’t directly reference David or Solomon, they do suggest the presence of a government and political activity during their respective supposed reigns. 

This room was decorated with painted frescoes and also showed signs of the rebel occupation during the Great Revolt of 66 to 71 BC. 

These signs included Jewish Revolt coins and crude temporary structures.

In addition, the excavations in the arched corridor also showed evidence of the Bar Kokhba Revolt period that took place between 132 and 136 BC.

This included a series of hidden tunnels dug on the site by the rebels as part of the guerrilla warfare they waged against the Romans.

The archaeologists said: ‘Supported in part by wooden beams, these tunnels exited from the hilltop fortress by way of the corridor’s walls, through openings hidden in the corridor.

‘One of the tunnels revealed a well-preserved construction of 20 or so cypress-wood branches, arranged in a cross-weave pattern to support the tunnel’s roof.’

Shaul Goldstein, Director of Israel’s Nature and Parks Authority, added: ‘In the future, the excavation of the arched corridor will allow visitors direct access to the Herodium hilltop palace-fortress, in the same way that Herod entered it two thousand years ago.

‘There are also plans to provide tourists with direct access to the structures on the slope, the Royal Theater and the Mausoleum, via the earlier monumental stairway, to the hilltop Palace.’

http://www.dailymail.co.uk/sciencetech/article-2880605/Entrance-King-Herod-Great-s-palace-unearthed-Complex-set-corridors-leads-elaborate-hall-ruler.html

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Il paese dei cani by Gianni Rodari – Antonin Dvorak, tempo di valse

 

Il paese dei cani

C’era una volta uno strano piccolo paese. Era composto in tutto di novantanove casette, e ogni casetta aveva un giardinetto con un cancelletto, e dietro il cancelletto un cane che abbaiava.
Facciamo un esempio. Fido era il cane della casetta numero uno e ne proteggeva gelosamente gli abitanti, e per farlo a dovere abbaiava con impegno ogni volta che vedeva passare qualcuno degli abitanti delle altre novantotto casette, uomo, donna o bambino.
Lo stesso facevano gli altri novantotto cani, e avevano un gran da fare ad abbaiare di giorno e di notte, perché c’era sempre qualcuno per la strada.
Facciamo un altro esempio. Il signore che abitava la casetta numero 99, rientrando dal lavoro, doveva passare davanti a novantotto casette, dunque a novantotto cani che gli abbaiavano dietro mostrandogli fauci e facendogli capire che avrebbero volentieri affondato le zanne nel fondo dei suoi pantaloni. Lo stesso capitava agli abitanti delle altre casette, e per strada c’era sempre qualcuno spaventato. Figurarsi se capitava un forestiero. Allora i novantanove cani abbaiavano tutti insieme, le novantanove massaie uscivano a vedere che succedeva, poi rientravano precipitosamente in casa, sprangavano la porta, passavano in fretta gli avvolgibili e stavano zitte zitte dietro le finestre a spiare fin che il forestiero non fosse passato.
A forza di sentir abbaiare i cani gli abitanti di quel paese erano diventati tutti un po’ sordi, e tra loro parlavano pochissimo. Del resto non avevano mai avuto grandi cose da dire e da ascoltare.
Pian piano, a starsene sempre zitti e immusoniti, disimpararono anche a parlare. E alla fine capitò che i padroni di casa si misero ad abbaiare come i loro cani.
Loro forse credevano di parlare, ma quando aprivano la bocca si udiva una specie di “bau bau” che faceva venire la pelle d’oca.
E così, abbaiavano i cani, abbaiavano gli uomini e le donne, abbaiavano i bambini mentre giocavano, le novantanove villette sembravano diventate novantanove canili.
Però erano graziose, avevano tendine pulite dietro i vetri e perfino gerani e piantine grasse sui balconi.
Una volta capitò da quelle parti Giovannino Perdigiorno, durante uno dei suoi famosi viaggi.
I novantanove cani lo accolsero con un concerto che avrebbe fatto diventare nervoso un paracarro. Domandò una informazione a una donna ed essa gli rispose abbaiando. Fece un complimento a un bambino e ne ricevette in cambio un ululato.
“Ho capito, – concluse Giovannino – E’ un’epidemia”.
Si fece ricevere dal sindaco e gli disse:
“Io un rimedio sicuro ce l’avrei. Primo, fate abbattere tutti i cancelletti, tanto i giardini cresceranno benissimo anche senza inferriate. Secondo, mandate i cani a caccia, si divertiranno di più e diventeranno più gentili. Terzo, fate una bella festa da ballo e dopo il primo valzer imparerete a parlare di nuovo”.
Il sindaco gli rispose: “Bau! Bau”!
“Ho capito, – disse Giovannino, – il peggior malato è quello che crede di essere sano”.
E se ne andò per i fatti suoi.
Di notte, se sentite abbaiare molti cani insieme in lontananza, può darsi che siano dei cani cani, ma può anche darsi che siano gli abitanti di quello strano, piccolo paese.

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