Palindromi e Poesie monovocaliche di Giuseppe Varaldo , non di Matteo Renzi….

Il Quadrato del Sator a Oppède

 

Il palindromo più lungo del mondo

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Se vi state domandando qual è il palindromo più lungo del mondo la risposta è semplice: Giuseppe Varaldo conosciuto tra gli enigmisti come Beppe ne ha composto uno di 4587 lettere (questo almeno fino al nuovo record di testo palindromo di Gabriele de Simon).  Il palindromo è una parola o un testo leggibile sia da sinistra verso destra che da destra verso sinistra senza mutare il senso e il significato.

Tornando al palindromo di Giuseppe Varaldo, per la precisione, si dovrebbe dire che è il palindromo più lungo del mondo in lingua italiana. In realtà infatti il palindromo più lungo del mondo è stato creato nel 1980 da Giles Selig (Nome palindromo tra l’altro) che compose un palindromo di 58.000 versi. Poi molti altri palindromi sono stati realizzati ma con l’ausilio di software o programmi per generare palindromi. In ogni caso per chi è curioso di leggere il palindromo di Giuseppe Varaldo (che di professione fa il dermatologo) ecco il suo testo (in formato pdf pronto da stampare) composto nel 1982 per celebrare la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio del 1982: palindromo-piu-lungo-del-mondo

Vi segnaliamo inoltre un elenco di parole palindrome in ordine alfabetico

http://www.iltuocruciverba.com/il-palindromo-piu-lungo-del-mondo/

L’incredibile racconto palindromo di Giuseppe Varaldo

 

C’è chi ha portato l’arte del palindromo a vette difficilmente raggiungibili. È il caso di Georges Perec che ha scritto un racconto palindromo di quasi 5.000 lettere. In Italia la medaglia d’oro va sicuramente a Giuseppe Varaldo che ha composto tre racconti palindromi: 3 agosto 1942 (630 lettere), Penelope (1041 lettere), e 11 luglio 1982 (4587 lettere). Riportiamo integralmente quest’ultimo qui sotto, che racconta la finale dei mondiali di calcio del 1982 vinta dall’Italia.

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Giuseppe Varaldo
11 luglio 1982

Ai lati, a esordir, dama e re, Pertini trepida, tira lieti moccoli, dialoga – vocina, pipa… -, ricorre alle battute. È durata!… ne patì Trap: allena – mèritasi lodi testé – Juvitalia, mai amata. Il boato n’eruppe su filato, mero atto d’ira: assorga da gai palati, ingoi l’arena! Si rise, noi: gara azzurra – felicità, reti – e ricca! Né tacerò pose, ire, rapidi miti; citerò paure… però meritan oro. Ci sono rari tiri? Sia! ma i latini eroi goderono di rigore – c’è fallo -; “Fatale far tale rete”: lassa prosopopea nei peani dona aìre facile. Ma “fatale” malessere globi dilata, rene, vene ci necrotizza: ratto, vago, da finir al còre (l’oblierà? Dall’idea – l’Erinni! – trepiderà: tic e tac…)… Lapsus saliente (idra! sillabo!): non amai Cabrini; flusso acre – pus era? sudore? -, bile d’ittero ci assalì: risa brutali, amaro icore… Fiore italo, cari miei, secca, alidirà vizzito là, se sol – a foci nuove diretti, fisi – a metà recedete: l’itala idea di vis (i redivivi, noti, ilari miti!) trapasserà, inerte e vana, in italianità lisa, banal. Attutite relativa ira, correte: eterni onori n’avrete! Sibili – tre “fi” – di arbitro: finita lì metà partita; reca loro l’animo di lotta, fidata ripresa! mira, birra rida’! attuta ire, bile! La si disse “eterea”, la Catalogna: alla pari terrò cotali favolose ore… Notte molle, da re! Poeti m’illusero “Va’!”, “Fa’!”, “Osa!”) colla fusione – esile, serica, viva -, rime lepide, tra anelito d’età d’oro e rudezze d’orpello; così cederò all’eros, ai sensi rei; amai -l’amavo… – una grata città, la gag, la vita; nutro famosa cara sete, relativa a Lalo, Varese, De Falla, Petrassi, e Ravel, e Adam, e Nono… Sor… bene, totale opaca arte; né pago fui per attori, dive, divi (lo sarò?)… Là ogni avuto, mai sopito piacere s’evaporò, leggera falena era: se con amor, lì, alla cara – cotale! – virile sera – coi gaudi sereni, grevi da dare angine, beati – lo paragono, decàde a ludo, mollica, vile cineseria, onere. Sì! Taccola barocca allora rimane, meno mi tange: solo apatia apporterà, goffa noia… Paride, Ettore e soci trovarono sì dure sorti – riverberare di pira desueta! – coi gelosi re dei Dori (trono era d’ira, Era, Muse); a Ilio nati e no, di elato tono, di rango, là tacitati – re… mogi -, videro Elleni libare, simil a Titani, su al Pergamo: idem i Renani e noi… “… caparbi”, vaticinò – tono trepido -, ed ora tange là tale causale trofeo (coppa di rito è la meta della partita), trainer fisso; mìralo come l’anemone: fisso, raro, da elogi… D’animo nobile, divo mai, mai tetro, fatale varò la tattica. Cito Gay, ognor abile devo dir: da Maracanà sono tacco, battuta… Ai lati issò vela l’ala latina Bruno: cerca la rete, si batte assai, opera lì, fora, rimargina… Bergomi, nauta ragazzo, riserra giù sì care fila: è l’età… Coi gradi vedo – troppa la soavità… – capitano Dino, razza ladina. Rete vigila! dilàtati…!: la turba, l’arena, ti venera. Ad ogni rado, torpido e no, tirabile tiro, trapelò rapidità sua: parò (la tivù, lì, diè nitidi casi). Di tutto – fiero, mai di fatica, vivace – raccatta: e, se tarpate, le ali loro – è la verità – paion logore. Zoff (ùtinam !) è dei.. Parà: para… Piede, mani, tuffo: zero gol, noi a patire. Vale oro: lì, là… è l’età… “Pratese, attacca! reca vivacità!”, “Fidiamo!”, “Rei fottuti disaciditi!”… Nei diluvi, talora pausati, di parole partorite lì, baritone o di proto, da ring o da arene (“Vita nera là, brutalità tali da ligi veterani, da… lazzaroni!”, “Dònati! pàcati! va’! osa!: l’apporto devi dar!”, “Giocate leali, feraci!”, “Su i garresi!”, “Rozza gara!”, “Tu, animo!”, “Grèbani! Grami!”, “Raro filare!”; poi: “Assaetta!”, “Bis!” e “Ter!”), alacre, con urbanità, l’alalà levossi: “Italia!”, a tutta bocca, tonò. Sana cara Madrid, ove delibaron Goya… gotica città talora velata: forte ti amiamo! Vi delibo nomina di goleador a Rossi – fenomenale! -: mo’, colà, rimossi freni artati (tra palle date male o tiri dappoco è forte la sua celata legnata), rode, o d’ipertono, tonicità, vibra. Pacione inane, rimediò magre, plausi – nati tali – miserabili nelle ore di Vigo (meritàti!); Catalogna ridonò totale idoneità – noi lì a esumare, a ridare onor -, tiro diede, riso; le giocate use – da ripide, rare, brevi, ritrose, rudi – son ora vorticose e rotte, e d’ira paion affogare (troppa?). Aìta, Paolo!: segna, timone mena, mira, rolla, accora, balòccati sereno, aìre – se Nice lì vacillò – modula e da’ (cedono…): gara polita e benigna – e rada, di vergine residua… – gioca. Re s’è lì rivelato (Caracalla? Il romano Cesare!): anela, fa, regge loro, pavese reca…: ipotiposi amo. Tu va’ in goal, ora! Sol, ivi, devi dirottare più foga: penetra a capo elato – tenebroso non è… -, ma da elevare, issar te, palla, fede, sera (vola, là) a vitale rete! Sarà caso… Ma Fortuna ti valga galattica targa, nuova malìa: mai Eris ne sia sorella! Or è deciso; colle prodezze, dure o rodate doti – lena, arte di Pelé, mira -, vivaci rese lì sé e noi: su fallo (caso a favore sul limite, opera dell’ometto nero) è solo, va filato, corre, tira, palla angolata cala… è rete! Essi di sale, l’Iberia tutta a dir “Arriba!”, rimaser. Pirata? Di fatto li domina… Loro lacerati tra patemi; Latini forti, braidi, fertili: bis e ter van, ìrono in rete… E terrò cari a vita: le reti; tutta l’anabasi latina; i Latini, a nave e treni, a ressa partiti (mìrali!); i toni vivi, derisivi, d’aedi alati; le tede cerate (“Mai sì fitte” ridevo: unico falò s’esalò, tizzi vari di là accesi); e i miracolati eroi, feroci… Oramai la turba si rilassa: i coretti deliberò d’usare. Supercaos sul finir! Baciamano? No: balli sardi, etnei lassù (spalcate!); citaredi per tinnire, là, ed il “la” dare; il Bolero, clarini, fado, gavotta, razzi, torce (Nice n’è venerata) lì. Di bolge, resse, la melata famelica “feria” anodina è piena, e po’ po’ sorpassa l’etere la trafelata folla. Fecero giri d’onore: dogi o re, in Italia, mai si ritirarono sì coronati. Remore, Perù, aporetici timidi pareri… e sopore, catenacci reiterati, Cile, far ruzza: a ragione si risanerà lì ogni itala piaga; da grossa a ridotta, o remota, lì fu, seppure nota, obliata. Mai amai la tivù: jet-set, idoli, satire…; ma nella partita – penata, rude e tutta bella: erro? – ci rapì: panico vago, lai di locco, mite ilarità di Pertini… tre pere a Madrid, rosea Italia!

http://iocredonellapatafisica.com/2014/11/11/racconto-palindromo-di-giuseppe-varaldo/

 

La Recherche in sonetto monovocalico

di Giuseppe Varaldo


Pubblicato il 21/10/2013 1.10.48

MARCEL PROUST:
ALLA  RICERCA DEL TEMPO PERDUTO
Recherche perenne, ché per sempre s’erse
nelle Lettere eterne, e fe’ vedere,
nel genere “je pense” bellezze vere;
sette me gemme: dense, eteree, terse.
Nelle tendenze tenere e perverse,
e nelle cene ch’ebbe, e nelle sere
delle presgresse feste, e nell’etére,
nell’essere decrebbe: è Temps che perse;
nel precedente sé, nel sé presente,
le referenze eterne cerner deve:
pene e speme del teste senescente,
mentre mette le crépes nel tè che beve…
Gente bene, jet-set, plebe emergente
mesce testé: né celere, né breve…
G.Varaldo – All’alba Shahrazad andrà ammazzata, Vallardi 1993

http://www.larecherche.it/testo.asp?Id=2366&Tabella=Proposta_Poesia

 Poesie monovocaliche
La poesia monovocalica è uno dei giochi letterari più noti e non occorre essere oulipiani per conoscerla. In Italia il suo maestro indiscusso è Giuseppe Varaldo. Di professione dermatologo, virtuoso prestigiatore di parole, enigmista, Varaldo è autore di alcuni tra i più lunghi palindromi in italiano: uno sul tema di Penelope (1041 lettere), uno sulla scoperta dell’America (630 lettere), uno sulla vittoria italiana ai Mondiali del 1982, di 4587 lettere (!). Varaldo ha pubblicato All’alba Shahrazad andrà ammazzata (Vallardi, 1993), con una divertita prefazione di Umberto Eco e di un’illuminante post-fazione di Stefano Bartezzaghi. Si tratta di quaranta sonetti, di metrica e prosodia regolari, ognuno dedicato al riassunto di un capolavoro della letteratura universale. Ogni sonetto è composto usando una sola delle cinque vocali. Ecco il Cyrano de Bergeracdi Edmond Rostand:Confronto ognor lo sbocco forforoso

col corno, col trombon, col vòto dosso,
o l’osso con l’omologo Colosso.
Non sopporto sfottò o motto ontoso:
lo stolto (provocò l’onor focoso!)
lo tocco con lo stocco, lo fo rosso.
Col moccolo fo colmo pozzo o fosso,
lo scrosto con lo scovolo ‘sto coso.Col nostro – non lo nomo – soffro molto:
troppo grosso lo mostro… mostro sono:
lo zoccolo sformò l’ombroso volto!Non complotto, non mormoro, non stono,
collotorto non sono, sono colto…
Sposo non son, sto solo, non corono!

Così Varaldo ha riassunto il Vangelo:

Dalla casa natal (capanna? stalla?)
all’annata fatal, dal mar a Cana,
Satana scansa, campa alla spartana,
va tra la massa scalza, spalla a spalla.
Ama parlar d’amar, l’amar avalla:
ma la gamba malata, la mattana,
l’anca ch’arranca – abracadabra – sana.
La sacra saga al dramma s’accavalla:data la bastardata mal pagata,
fatta dal tal ch’avrà dannata l’alma,
data la tanta calca scalmanatach’all’affrancar Barabba starà calma,
l’ammazzan; ma alla bara spalancata
manca (fantasma par!) la cara salma.

http://keespopinga.blogspot.it/2009/03/poesie-monovocaliche.html

 

Palindromo in italiano

Visto che il testo palindromo di Perec che ho pubblicato qualche giorno fa non è proprio alla portata di tutti, per non parlare dei palindromi finnici generati da computer, vi propongo un esempio in italiano di Giuseppe Varaldo. [ccalz]

Penelope
Alleata fida è la tela (tessi da diva!) e t’esautora. Se la turba ride sotto i baffi, rida: la mai domita reina – mero malanimo – desìa miracolo, se l’augura. Fottuti vedovi, voraci e laidi, e bacati, usati, videro idre, Venere, Sodoma, acne… lei: razza beata, male decàdi! Per tali dessi -lui dov’è? – sol odio porta, e dice: “Delitto sia!: morte, vario male, Marte”. Regge la donna o crolla? È lei fenice: di parole godibili – da dir anonime, tacite e retro -, folle boutade (issòpo ùsale, e crema citrata), causa età, lena e tatto non n’oserà, l’oserà di rado; ma la tela- è diutina mirabile trama – eluse i Proci: è recidiva. Più ignava, se pei Proci n’avesse tema, lei vivrebbe. S’irò l’Odisseo – troppo sopportò -: essi dolori s’ebber vivi, e lame tessevan i corpi, e pesavan giù i pavidi cerei corpi; esule, a Marte liba!: rimani tu. Ideale talamo, da ridare solare sonno, nottate anelate, a sua catartica mercé è là, suo: possieda tu, o bello, forte re, etica Temi non arida di libido. Gelo rapì decine – fiele! – all’Orco; annoda leggere trame la Moira – vetro mai sottile!
-: decide Atropo, idolo sevo. Di Ulisse, di là, trepida cede l’amata: è bazza! Rielenca a modo serene verdi ore di vita su Itaca, bei dì: a lei caro, vivo, devi tutto far uguale: solo cari, mai – se domina l’amore – manierati modi; amala di riffa, biotto: se dirà brutale: “sarò tua”, sete avida dissétale. Taléa di fata, ella!

http://www.claudiocalzana.it/2010/01/palindromo-in-italiano/

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Gli stivaletti : Pëtr Il’ic Čajkovskij – Čerevički


la notte prima di Natale : Gogol, Rimskij-Korsakov, Čajkovskij

La marcia – Lo Schiaccianoci – (Béjart Ballett) Lausanne …

Tchaikovsky – Waltz of the Flowers – Sinfonia n. 6 complete …

Tchaikovsky The Storm, Symphonic Fantasia after Shakespeare …

Mazepa di Petr Il’ic Cajkovskij | controappuntoblog.org

Tchaikovsky Symphony No 6 B minor Pathétique Orch …

Eugene Onegin, 1955 – Belov / Vishnevskaya / Lemeshev, Boris …

EUGEN ONEGHIN Tchaikovsky – Tchaikovsky: Eugene …

Piccolo testamento – Tchaikovsky – Arabian Dance …

Eugene Onegin, 1955 – Belov / Vishnevskaya / Lemeshev, Boris …

Galina Vishnevskaya SingsTraviata – Tatiana’, Letter Scene by …

Piccolo testamento – Tchaikovsky – Arabian Dance …

Pikovaya Dama Act I – II – Pastoral – controappuntoblog.org

Manfred Symphony, Op. 58 Peter Ilyich Tchaikovsky

la notte prima di Natale : Gogol, Rimskij-Korsakov, Čajkovskij …

Tchaikovsky The Storm, Symphonic Fantasia after Shakespeare …

Pikovaya Dama Act I – II – Pastoral – controappuntoblog.org

Tchaikovsky – Symphony No. 5 in E minor (Valery Gergiev …

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Sweet fly in the sky… ; Claude Debussy Igor Stravinsky : Feux d’Artifice

Rovigo – Un nuovo progetto originale e spettacolare sta per entrare nel mercato internazionale. Se molte fedi sostengono che lo spirito del defunto salga in cielo al seguito della morte fisica dell’individuo, l’innovativa invenzione ha preso alla lettera tali credenze, proponendo di concretizzare il viaggio del morto verso l’infinito.

FUNERALE FRA LE STELLE – Sweet fly in the sky è un’invenzione della ditta MaZa snc di Arquà Polesine che propone un’alternativa inconsueta alle classiche celebrazioni funebri: lanciare le ceneri del defunto fra le stelle, disperdendole assieme ai fuochi d’artificio. Il progetto è stato sviluppato da l’impresario funebre Alessandro Zanirato e Vincenzo Martarello, un imprenditore esperto di fuochi pirotecnici, al fine di rendere vistosamente speciale l’ultimo saluto al caro defunto. Il sistema brevettato dagli inventori permette la dispersione delle ceneri nei fuochi d’artificio che, una volta lanciati nel cielo, donano i resti del defunto all’universo. I fuochi possono essere azionati sia da terra che da mare, tramite una barca d’appoggio.

http://www.wakeupnews.eu/funerale-fra-le-stelle-le-ceneri-in-cielo-con-i-fuochi-dartificio/

 

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Italo Svevo : una vita pdf ed altro

L’inettitudine di Alfonso Nitti porta al suicidio,
cioè alla definitiva rinuncia al confronto vitale.
I. Svevo, Una vita


Una vita è il romanzo d’esordio di Ettore Schmidt, in arte Italo Svevo, uno dei più grandi scrittori italiani del primo Novecento. L’opera fu iniziata nel 1887, ma pubblicata a spese dell’autore solo nel 1982.

Ne è protagonista Alfonso Nitti, un giovane colto, ma economicamente disagiato, che dall’amato paese natale si trasferisce in città per lavorare presso la banca Maller. Qui la nostalgia della campagna lo assale, mentre il lavoro in banca si fa sempre più duro, carico di responsabilità ed avaro di soddisfazioni. Saranno solo i primi incontri in casa Maller, dove Alfonso si reca timoroso, a rendergli la vita meno triste. Lo farà soprattutto l’amicizia ambigua ed altalenante che nascerà con la figlia del principale, Annetta, la quale proporrà ad Alfonso la stesura di un romanzo a quattro mani. Gli incontri con la giovane diverranno molto frequenti, mentre l’amore del protagonista nei confronti di Annetta crescerà, rendendo il loro rapporto più stretto nonostante l’apparente freddezza della ragazza.

Tuttavia, la lunga malattia e la successiva morte della madre di Alfonso divideranno i due per un lungo periodo, al termine del quale il protagonista farà ritorno in città scoprendo una situazione fatale per il suo fragile equilibrio: Annetta, infatti, si è fidanzata con il cinico cugino Macario. Nonostante i propositi di rinuncia, il protagonista tenta di instaurare un legame con la ragazza chiedendole un ultimo appuntamento. Al posto della giovane, però, si presenta il fratello di Annetta, Federico Maller, il quale da sempre si era dimostrato ostile nei confronti del protagonista e della sua relazione con la sorella. Maller provoca Alfonso fino a risolversi di sfidarlo a duello, scontro al quale Nitti si sottrae, nauseato, scegliendo come estrema soluzione il suicidio.

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La vera innovazione risiede nella tematica presentata dall’opera. Una vita, infatti, viene considerato un romanzo novecentesco, assai all’avanguardia rispetto ai canoni seguiti negli anni in cui vede la luce.

Alfonso Nitti è un uomo solo, scisso dalla società in cui vive ed in particolare dal mondo cittadino che lo accoglie con tutta la sua freddezza ed al quale il giovane oppone, come già sottolineato, una progressiva introversione. Un inetto era il primo titolo cui aveva pensato l’autore per questo scritto e non può sfuggire l’assonanza di questo aggettivo con il cognome Nitti del protagonista. Nel romanzo di Svevo, oltre all’aspetto psicologico, è presente un’attenta analisi sociale. L’autore, la cui esperienza di impiegato di banca possiamo sovrapporre a quella di Alfonso Nitti, parla di due mondi divisi da un confine invalicabile. Alfonso tenta l’impresa, quella di farsi spazio in un universo che gli è estraneo. Cerca di costruire un rapporto con la giovane Annetta, figlia di un banchiere, figura legata all’alta borghesia capitalista. Ne esce però sconfitto, abbandonato di fronte alla solitudine, al disprezzo e alla morte.

Al di là dell’argomento sociale, è tuttavia quello dell’inettitudine il fulcro del romanzo. Svevo infatti -e lo farà anche nei successivi romanzi- costruisce un antieroe che vive continuamente in bilico tra la voglia di affermazione, la consapevolezza della propria superiorità nei confronti del volgare mondo esterno e la propria innata incapacità di azione, lo scoramento che essa comporta. Alfonso farà continui progetti di rinascita buttandosi sulla composizione di opere filosofiche e letterarie, su uno studio assiduo in grado di distrarlo. Purtroppo, però, egli resterà sempre uguale a se stesso e la vita non lo porterà a nessuna maturazione. Anche il gesto finale di ribellione, il suicidio, l’unico momento nel quale Alfonso sembra assumere le sembianze dell’eroe, si trasforma in un dovere eseguito stancamente. La scelta suprema si riduce così ad un compito svolto meccanicamente, come quelli che ogni giorno il protagonista esegue nella banca Maller. Nemmeno il gesto estremo riuscirà a mutare questa prospettiva di vita.

Negli anni in cui nella letteratura si muovono altri eroi come quelli incarnati dal superuomo di D’Annunzio, l’autore triestino crea un personaggio la cui inettitudine non ha nulla di nobile, essendo la causa stessa della sua marginalità. La stessa Trieste, città che in quegli anni viveva una dinamica fioritura culturale grazie anche alla propria funzione di ponte tra mondo latino e Mitteleuropa, si riduce ad una città squallida e grigia che evidenzia la debolezza del protagonista. Svevo crea quindi un antieroe che, portando avanti le proprie difficoltà in un ambiente del tutto ostile, giunge al compimento di un gesto tragico.

Grafo strutturale dell’opera


Schema attanziale del romanzo



La metafora della difficile navigazione in barca diviene una forma particolare  di satira circa l’inettitudine di Alfonso ad affrontare le prove della vita. Macario esemplificherà ancor meglio il suo giudizio sull’amico con un’altra metafora: quella del gabbiano dalla fame vorace, che non ha altro obiettivo che cogliere le sue prede. Non ha bisogno l’uccello di riflettere e pensare; è mosso solo dal suo istinto alla vita, che lo fa agire, contrapponendolo alle inette creature che nutrono costantemente il pensiero e non sanno più destreggiarsi con le essenziali leggi della natura.

Le ali del gabbianoLa sua compagnia doveva piacere a Macario. La cercava di spesso; qualche sera gli usò anche la gentilezza di andarlo a prendere all’ufficio.Ad Alfonso non sfuggì la causa di quest’affetto improvviso. Lo doveva alla sua docilità e, pensò, anche alla sua piccolezza. Era tanto piccolo e insignificante, che accanto a lui Macario si trovava bene. Non si compiacque meno di tale amicizia. Le cortesie, anche se comperate a caro prezzo, piacciono. Non disistimava Macario. Per certe qualità ammirava quel giovine tanto elegante, artista inconscio, intelligente anche quando parlava di cose che non sapeva.Macario possedeva un piccolo cutter e frequentemente invitò Alfonso a gite mattutine nel golfo. Nella sua vita triste, quelle gite furono per Alfonso vere feste. In barca gli era anche più facile di dare il suo assenso alle asserzioni di Macario e in gran parte non le udiva. Si trovava ancora sempre alla conquista della solida salute che gli occorreva, riteneva, per sopportare la dura vita di lavoro a cui faceva proponimento di sottoporsi, e gli effluvi marini dovevano aiutarlo a trovarla.Una mattina soffiava un vento impetuoso e alla punta del molo, ove si trovavano per attendere la barca che doveva venirli a prendere, Alfonso propose a Macario di tralasciare per quella mattina la gita che gli sembrava pericolosa. Macario si mise a deriderlo e non ne volle sapere.Il cutter si avvicinava. Piegato dalle vele bianche gonfiate dal vento, sembrava ad ogni istante di dover capovolgersi e di raddrizzarsi all’ultimo estremo sfuggendo al pericolo imminente. Alfonso da terra era colto da quei tremiti nervosi che si hanno al vedere delle persone in pericolo di cadere e fu solo per la paura delle ironie di Macario che non seppe lasciarlo partir solo.Ferdinando, un facchino ch’era stato marinaio, dirigeva la barca. Lasciò il posto al timone a Macario il quale sedette dopo toltasi la giubba quasi per prepararsi a grandi fatiche:- Ora fuoco alla macchina, – gridò a Ferdinando.Ferdinando scese a terra e trascinò il cutter per l’albero di prora da un angolo del molo all’altro; poi, un piede puntellato a terra, l’altro sul cutter, lo spinse al largo.

Alfonso lo guardò tremando; temeva di vederlo piombare in acqua e, per quanto piccolo, l’imminenza di un pericolo lo faceva sussultare.

- Che agile! – disse a Ferdinando.

Gli pareva d’essere in mano sua e aveva il desiderio quasi inconscio d’amicarselo. Ferdinando alzò il capo, giovanile ad onta del grigio nella barba e della calvizie abbastanza inoltrata, e ringraziò. Non essendo suo il mestiere, ci teneva molto ad apparire abile. Comprese però male lo scopo della raccomandazione. Trasse con forza a sé la vela e la fissò, aiutando poscia a tenderla con tutto il peso del suo corpo. Immediatamente il vento che pareva sorgesse allora la gonfiò e la barca si piegò con veemenza proprio dalla parte ove sedeva Alfonso.

S’era proposto di far mostra di grande sangue freddo, ma i propositi non bastarono all’improvviso spavento. Poté trattenersi dal gridare ma balzò in piedi e si gettò dall’altra parte sperando di raddrizzare la barca con il suo peso. Si tranquillò alquanto sentendosi più lontano dall’acqua e sedette afferrandosi con le mani alla banchina.

Macario lo guardò con un leggero sorriso. Si sentiva bene nella sua calma accanto ad Alfonso e per rendere più evidente il distacco tenne il cutter sotto la piena azione del vento. Alfonso vide il sorriso e volle prendere l’aspetto di persona calma. Segnalò a Macario all’orizzonte delle punte bianche di montagne di cui non si vedevano le basi.

Passando accanto al faro poté misurare la rapidità con la quale tagliavano l’acqua; diede un balzo sembrandogli che la barca andasse a sfracellarsi sui sassi che la contornavano.

- Sa nuotare? – gli chiese Macario con tranquillità. – Alla peggio ritorneremo a casa a nuoto. Ma – e finse grande preoccupazione – anche se si sentisse andare a fondo non si aggrappi a me perché saremmo perduti in due. Penseremo a lei io e Nando. Nevvero, Nando?

Ridendo sgangheratamente, costui lo promise.

Coi suoi modi da pensatore, Macario si dilungò in considerazioni sugli effetti della paura. Ogni dieci parole alzava la mano aristocratica, l’arrotondava e tutti i sottintesi che quel gesto segnava, cui nel vuoto della mano creava il posto, Alfonso lo sapeva, dovevano andare a colpire lui e la sua paura.

- Muore maggior numero di persone per paura che per coraggio. Per esempio in acqua, se vi cadono, muoiono tutti coloro che hanno l’abitudine di afferrarsi a tutto quello che loro è vicino, – e fece una strizzatina d’occhio verso le mani di Alfonso che si chiudevano nervosamente sulla banchina.

E passarono accanto al verde Sant’Andrea senza che Alfonso potesse padroneggiarsi. Guardava, ma non godeva.

La città, quando al ritorno la rivide, gli parve triste. Sentiva un grande malessere, una stanchezza come se molto tempo prima avesse fatto tanta via e che poi non lo si fosse lasciato riposare mai più. Doveva essere mal di mare e provocò l’ilarità di Macario dicendoglielo.

- Con questo mare!

Infatti il mare sferzato dal vento di terra non aveva onde. Vi erano larghe strisce increspate, altre incavate, liscie liscie precisamente perché battute dal vento che sembrava averci tolto via la superficie. Nella diga c’era un romoreggiare allegro come quello prodotto da innumerevoli lavandaie che avessero mosso i loro panni in acqua corrente.

Alfonso era tanto pallido che Macario se ne impietosì e ordinò a Ferdinando di accorciare le vele.

Si era in porto, ma per giungere al punto di partenza si dovette passarci dinanzi due volte.

Si udivano i piccoli gridi dei gabbiani. Macario per distrarlo volle che Alfonso osservasse il volo di quegli uccelli, così calmo e regolare come la salita su una via costruita, e quelle cadute rapide come di oggetti di piombo. Si vedevano solitarii, ognuno volando per proprio conto, le grandi ali bianche tese, il corpicciuolo sproporzionatamente piccolo coperto da piume leggiere.

- Fatti proprio per pescare e per mangiare, – filosofeggiò Macario. – Quanto poco cervello occorre per pigliare pesce! Il corpo è piccolo. Che cosa sarà la testa e che cosa sarà poi il cervello? Quantità da negligersi! Quello ch’è la sventura del pesce che finisce in bocca del gabbiano sono quelle ali, quegli occhi, e lo stomaco, l’appetito formidabile per soddisfare il quale non è nulla quella caduta così dall’alto. Ma il cervello! Che cosa ci ha da fare il cervello col pigliar pesci? E lei che studia, che passa ore intere a tavolino a nutrire un essere inutile! Chi non ha le ali necessarie quando nasce non gli crescono mai più. Chi non sa per natura piombare a tempo debito sulla preda non lo imparerà giammai e inutilmente starà a guardare come fanno gli altri, non li saprà imitare. Si muore precisamente nello stato in cui si nasce, le mani organi per afferrare o anche inabili a tenere.

Alfonso fu impressionato da questo discorso. Si sentiva molto misero nell’agitazione che lo aveva colto per cosa di sì piccola importanza.

- Ed io ho le ali? – chiese abbozzando un sorriso.

- Per fare dei voli poetici sì! – rispose Macario, e arrotondò la mano quantunque nella sua frase non ci fosse alcun sottinteso che abbisognasse di quel cenno per venir compreso.

http://www.roberto-crosio.net/1_intertestualita/svevo_inettitudine1.htm

http://www.gaudio.org/lezioni/2012/5B/italiano/novecento/ali_gabbiano.mp3

— L’Ipotecaria? Siamo del sindacato!

Quel dispaccio dalla capitale, atteso da giorni, significava che veniva affidata anche alla casa Maller la sottoscrizione per la nuova Banca Ipotecaria.

Sanneo aveva compreso e impallidì. Quel dispacciogli toglieva le ore di riposo sulle quali aveva contato.

Con uno sforzo risoluto si dominò e stette a udire conattenzione le istruzioni che gli venivano impartite.

L’emissione si faceva due giorni appresso, ma la casaMaller doveva conoscere le firme dei sottoscrittori la sera della dimane. Il signor Maller indicò alcune case acui gli premeva che l’offerta venisse indirizzata. Gli altriindirizzi dovevano essere dei medesimi clienti ai quali già s’erano fatte offerte consimili. Quella sera stessa bisognava spedire un centinaio di dispacci, preparati da giorni senza l’indirizzo e senza il numero delle azioni che dovevano variare secondo l’importanza della casa cui si dirigevano. Il lavoro però che aveva da allungare di tanto le ore di ufficio consisteva nelle lettere di conferma da scriversi e spedirsi subito.

— Ritornerò alle undici — concluse il signor Maller;

— la prego di lasciare sul mio tavolo una lista delle case cui avrà telegrafato e l’indicazione della quantità di azioni offerte; firmerò allora le lettere.

Se ne andò con un saluto cortese ma non indicando

con sufficiente chiarezza a chi lo rivolgesse.

Italo Svevo Una vita www.liberliber.it


dal sale al salario – salario nei romanzi : salute …

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“Fs, tra dipendenti 400 casi di mesotelioma dal ’93 al 2008″ ; vecchi post amianto

Osservatorio amianto: “Fs, tra dipendenti 400 casi di mesotelioma dal ’93 al 2008″

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1 hour ago

Redazione,

la strage di operai fatte dai padroni con l’amianto è orrenda.

Noi operai non solo siamo condannati a morte, ma uccisi nel modo più atroce

Dopo l’assoluzione dei padroni dell’Eternit ad Alessandria, ormai i padroni sono tranquilli: la magistratura li assolverà

Vi invio un articolo

Un Ferroviere di Ancona

Sono dati preoccupanti quelli che tracciano il quadro delle morti per mesotelioma e patologie asbesto-correlate tra i dipendenti delle Ferrovie dello Stato. Dagli ultimi dati in mano all’Ona (Osservatorio Nazionale amianto) emerge che il registro mesoteliomi (ReNaM) riporta per il settore della costruzione dei rotabili ferroviari 355 casi nel periodo che va dal 1993 al 2008, e tenendo presente che per i primi anni non tutte le regioni avevano istituito il registro (che a tutt’oggi è carente per la provincia autonoma di Bolzano e per il Molise) e che comunque alcuni casi non risultano censiti, l’incidenza può essere calcolata in circa 400 casi.

Inoltre, considerando che il registro annovera circa 40 casi l’anno, con un conteggio fermo al 2008, si possono stimare non meno di 600 casi (censiti dal centro di ricerca contro il cancro Ramazzinidi Bologna). In particolare, nel 2002 i casi di mesotelioma nelle Fserano già 199, con un’incidenza assai superiore a quella dellecostruzioni. Casi, sostiene il presidente dell’Osservatorio Ezio Bonanni, che “costituiscono la prova provata di una epidemia che iniziata già negli anni 90 prosegue tutt’oggi”.

I 355 casi sono riferiti sia al personale viaggiante che agli addetti allamanutenzione. Mentre gli operai, in officina, l’amianto lo hanno maneggiato e conseguentemente respirato, macchinisti e capitreno lo hanno invece ‘solo’ respirato. Come? Tutte le parti motoristiche e frenanti(soggette quindi ad alte temperature) delle locomotive a vapore, diesel, elettriche e tutte le carrozze e i carri per trasporto merci erano coibentati con amianto spruzzato e pannelli contenenti amianto che, col tempo, si sono convertiti da matrice compatta afriabile.

Non solo: anche per via dei sassi, del pietrisco bianco presente tra un binario e l’altro, il quale si ricopre di polvere di amianto, rilasciato dai dischi e dai ferodi dei freni dei convogli, la quale col vento si alza e si libera nell’aria. Aria che hanno respirato anchenormali viaggiatori in sosta sulla banchine delle stazioni. Tali pietre, Rfi (Rete Ferroviaria Italiana), l’azienda delle Ferrovie che gestisce le infrastrutture sul territorio nazionale, si sta apprestando ad inertizzarle, anche se in alcune regioni, Puglia in special modo, le operazioni vanno a rilento per la presenza, ancora oggi, di treni con dischi in amianto.

L’Osservatorio afferma inoltre che, presso l’Ogr (Officine Grandi Riparazioni di Bologna), “muore di patologia asbesto correlata (tra lavoratori in pensione e persone che vi lavorano ancora ma che sono in malattia professionale) una persona alla settimana”. Sono quindi sotto osservazione anche tutte le altre officine di manutenzione rotabili italiane, poiché tutti coloro che a seguito della legge 257/92 (norme sulla cessazione dell’impiego di amianto) vennero interessati da una enorme mole di lavoro di rimozione e smaltimento di coibentanti in amianto sono a rischio di sviluppo malattie asbesto correlate, senza contare i tanti che purtroppo ne sono già affetti o hanno già pagato con la vita questo “scempio autorizzato”, denuncia ancora Ona.

L’esposizione all’asbesto, per montatori di carpenteria metallica, meccanici e saldatori e lattonieri, è stata determinata anche dall’applicazione a spruzzo di amianto in fibra sulle parti interne delle scocche metalliche di motrici e carrozze passeggeri, postali e bagagliai. In aggiunta, il materiale killer era utilizzato nel rivestimento dei mezzi di accoppiamento delle condotte di vapore, nei rotabili che avevano questo tipo di riscaldamento. L’Osservatorio nazionale sull’amianto, “oltre a proseguire nella sua azione di informazione a tutela dei cittadini, lavoratori esposti o ex esposti, offrendo gratuitamente consulenza  legale, sociale e scientifica”, annuncia “una serie di esposti querela” nelle diversesedi competenti sul territorio nazionale per la morte damesotelioma pleurico di alcuni ex dipendenti delle Ferrovie

http://www.operaicontro.it/?p=9755726178

la lunga vita dell’Asbesto, del lino vivo che toglie la vita …

Torna in libreria «Amianto» di Alberto Prunetti ; la lunga vita …

la lunga storia della sconfitta contro l’amianto e c’erano una …

Amianto: Cassazione su Eternit; Trasimaco, Cefalo , la …

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Elogio dello zero Piergiorgio Odifreddi + tanto WITTGENSTEIN, Odifreddi video vari

16 dicembre 2014

zero – Elogio dello zero

Elogio dello zero(Questo testo – pubblicato da “lla

 

Questo testo – pubblicato da “lla Repubblica”, è tratto da Il museo dei numeri di Piergiorgio Odifreddi. Rizzoli. In libreria dal 26 Novembre 2014) Lo zero, primo elemento della lista dei numeri interi, è in realtà l’ultimo arrivato sulla scena. Gli uomini avevano già effettuato difficili calcoli aritmetici, risolto complicate equazioni algebriche e dimostrato profondi teoremi geometrici per secoli e millenni, prima che gli Indiani e i Maya introducessero in matematica un analogo di concetti quali il nulla, l’assenza, il silenzio, il buio, il non-essere e il vuoto, che erano già stati considerati, più o meno timidamente, in altri campi.

In letteratura, lo zero aveva fatto la sua prima apparizione nell’episodio dei Ciclopi dell’ Odissea, quando Ulisse dichiarò a Polifemo di chiamarsi Nessuno. Molti altri personaggi in seguito ebbero nomi analoghi, dal capitano Nemo di Jules Verne (1870) al Nowhere man dei Beatles (1965).

Se poi si passa alle metafore letterarie del nulla, il discorso si allarga. Una quasi scontata è l’assenza, e le opere che parlano di qualcuno, o qualcosa, che non c’è, o non arriva, abbondano: da Aspettando Godot di Samuel Beckett (1952) a La scomparsa di Georges Perec (1969). Altrettanto immediata è la metafora dell’ombra, che in molte storie si stacca dal rispettivo corpo e acquista vita propria, come per il Casella dantesco e Peter Pan. C’è poi la metafora del buco, che ha vari archetipi naturali nell’essere umano. La bocca spalancata a voragine, ad esempio, che diede il nome al Caos nella Teogonia di Esiodo (—700 circa). O la vagina, che gli elisabettiani chiamavano in codice “nulla”: di qui l’ammiccante titolo Molto rumore per nulla di William Shakespeare (1599). Se assenze, ombre e buchi alludono più o meno indirettamente al nulla, la sua realizzazione letterale è il silenzio, a cui hanno incitato, parlando, i mistici di ogni tempo, da Lao Tze a Ludwig Wittgenstein. Il silenzio può anche iniziare un’opera, come la “pausa accentata” che precede il “bussare del destino” della Quinta sinfonia di Ludwig van Beethoven (1808). La più nota composizione silente è invece 4’ 3-3” di John Cage (1952), articolata in tre movimenti di 30”, 2’23” e 1’40”: un silenzio di 273 secondi in tutto, che richiamano esplicitamente la temperatura di — 273° dello zero assoluto.

Una delle più note metafore concettuali del nulla è il nichilismo: un termine inizialmente introdotto da Ivan Turgenev in Padri e figli ( 1862), per indicare quel radicale rifiuto dei valori stabiliti che caratterizza il conflitto generazionale. Nell’Ottocento il nichilismo raggiunse la sua massima espressione artistica nei romanzi filosofici di Fëdor Dostoevskij, incarnandosi in personaggi quali Raskolnikov di Delitto e castigo ( 1866), Stavrogin dei Demoni (1873), e Ivan dei Fratelli Karamazov (1879). Nel Novecento assunse poi varie metamorfosi, dalla “generazione perduta” di Gertrude Stein alla “gioventù bruciata” di James Dean. E culminò infine nella letteratura esistenzialista francese di metà secolo, da La nausea di Jean-Paul Sartre (1938) a Lo straniero di Albert Camus (1942). Anche la filosofia ha una sua specifica versione di nichilismo, che consiste nell’affermazione di quel genere di nulla che è il non-essere. A farlo venire in essere fu Parmenide, che inventò nel secolo — VI uno dei primi paradossi della storia: quello secondo cui il non-essere non può essere niente, per sua natura, ma allo stesso tempo è qualcosa, cioè appunto il non-essere. In seguito, più o meno negli stessi anni di Turgenev e Dostoevskij, Friedrich Nietzsche iniziò nel Crepuscolo degli idoli (1888) una rilettura della storia della filosofia post-kantiana. E la interpretò come una progressiva affermazione del nichilismo, nel senso della scoperta della mancanza di senso e del carattere caotico del mondo.

Nella fisica il nulla può essere inteso in due sensi complementari: negativamente, come assenza della materia, e positivamente, come presenza del vuoto. La fisica moderna ha però introdotto un concetto di vuoto energetico più generale, definito come lo stato di energia minima di un campo. Nel 1929 Paul Dirac immaginò il vuoto quantistico come costituito da un mare di elettroni, in tutti i possibili stati di energia negativa. Se uno di questi elettroni lascia il suo posto a causa di un aumento di energia, il buco da esso lasciato viene percepito come un “antielettrone”, con la stessa massa dell’elettrone, ma carica opposta. Questa nuova particella, chiamata positrone, fu poi scoperta nel 1932. In parte il ritardo per l’introduzione dello zero in matematica è derivato dal rifiuto del nonessere e del vuoto nel pensiero filosofico e scientifico. Ma, una volta introdotto, esso ha acquistato un’ovvia valenza simbolica che è poi stata sfruttata a fondo, letteralmente e metaforicamente. Basta pensare a espressioni come “zero via zero”, “zero assoluto”, “sentirsi uno zero”. Il più noto uso di quest’ultima metafora si trova forse nel Re Lear di Shakespeare (1606), quando il Buffone apostrofa il re ormai senza corona, dicendogli: «Ora sei uno zero senza valore. Io sono meglio di te: sono un buffone, ma tu non sei niente».

In matematica esiste anche l’insieme vuoto, che non contiene nessun elemento. L’insieme vuoto è l’analogo di una scatola vuota. Ma mentre di scatole vuote ce ne sono molte, perché nella vita il contenitore conta, di insiemi vuoti ce n’è uno solo, perché in matematica conta solo il contenuto. E come la geometria degli antichi è costruita a partire dai punti, così la teoria degli insiemi dei moderni si costruisce a partire dall’insieme vuoto. Essa si riduce dunque letteralmente a un edificio di pure forme, che si dissolve in ultima analisi nel nulla: una visione, questa, molto vicina alla shunyata buddhista, per la quale le cose non sono solo contenitori vuoti, ma sono vuote apparenze di contenitori. Allo stesso modo, si rimane con niente in mano se si cerca l’essenza della cipolla pelandola, come nel Peer Gynt di Henrik Ibsen (1867), o in Vestire gli ignudi di Pirandello (1922). O se si cerca l’essenza del carciofo sfogliandolo, come nelle Ricerche filosofiche di Wittgenstein (1953).

http://bub.ilcannocchiale.it/2014/12/16/zero_odifreddi.html

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Franz Carl Endres – Annemarie Schimme: Dizionario dei …

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