Leonardo : da Vinci: Trattato della Pittura cielo e mar

San Giovanni Battista

Musée du Louvre, Parigi

Vergine delle rocce (prima versione, 1486 circa), particolare, Parigi, Louvre

Leonardo : da Vinci: Trattato della Pittura – Liber Liber

 

DELL’ORIZZONTE.

 

927. Qual sia il vero sito dell’orizzonte.

Sono gli orizzonti di varie distanze dall’occhio, conciossiaché quello è detto orizzonte dove la chiarezza dell’aria termina col termine della terra, ed è in tanti siti veduto d’un medesimo perpendicolare sopra il centro del mondo, quante sono le altezze dell’occhio che il vede; perché l’occhio, posto alla pelle del mare quieto, vede esso orizzonte vicino un mezzo miglio o circa; e se l’uomo s’innalza coll’occhio, quant’è la sua universale altezza, l’orizzonte si vede remoto da lui sette miglia, e cosí in ogni grado di altezza scopre l’orizzonte piú remoto da sé, onde accade che quelli che sono nelle cime degli alti monti vicini al mare vedono il cerchio dell’orizzonte molto remoto da loro; ma quelli che sono infra terra non hanno l’orizzonte con eguale distanza, perché la superficie della terra non è egualmente distante dal centro del mondo, onde non è di perfetta sfericità, com’è la pelle dell’acqua; e quest’è causa di tal varietà di distanze infra l’occhio e l’orizzonte.

Mai l’orizzonte della sfera dell’acqua sarà piú alto delle piante de’ piedi di colui che il vede stando in contatto con esse piante col contatto che ha il termine del mare col termine della terra scoperta dalle acque.

L’orizzonte del cielo alcuna volta è molto vicino, e massime a quello che si trova a lato alle sommità de’ monti, e lo vede generare nel termine di essa sommità; e voltandosi indietro all’orizzonte del mare lo vedrà remotissimo.

Molto distante è l’orizzonte che si vede nel lito del mare di Egitto; riguardando pel corso l’avvenimento del Nilo inverso l’Etiopia colle sue pianure laterali, si vede l’orizzonte confuso, anzi incognito, perché v’è tre mila miglia di pianura che sempre s’innalza insieme coll’altezza del fiume, e s’interpone tanta grossezza d’aria infra l’occhio e l’orizzonte etiopico, che ogni cosa si fa bianca; e cosí tale orizzonte si perde di sua notizia. E questi tali orizzonti fanno molto bel vedere in pittura. Vero è che si deve fare alcune montagne laterali con gradi di colori diminuiti, come richiede l’ordine della diminuzione de’ colori nelle lunghe distanze.

Ma per dimostrare che la piramide de’ prospettivi abbraccia spazio infinito, noi immagineremo ab occhio, il quale taglia i gradi di una distanza infinita dnmop, e li taglia con le linee visuali nella parete cd, le quali linee visuali in ogni grado di distanza del lor nascimento acquistano altezza in essa parete cd, né mai perverranno all’altezza dell’occhio; e per essere cd parete di una quantità continua, essa è divisibile in infinito e mai sarà ripiena delle linee visuali, ancoraché la lunghezza di tale ultima linea fosse infinita; né mai vi giungerai con una linea parallela, ancoraché lo spazio bs fosse infinito.

Le figure che poco diminuiscono poco sono remote dall’occhio, onde per necessità sempre il termine naturale dell’orizzonte si scontra nell’occhio della figura ritratta, com’è la figura at che vede la figura ru vicina a sé nella parte piú estrema della piramide atb, cioè ru è minore che at; ma questa tal piramide non è quella che dimanda la prospettiva; conciossiaché quella non si dà in pratiche per avere essa spazio infinito dalla base alla sua punta, e questa di sopra ha sette miglia da essa base alla detta punta.

928. Dell’orizzonte.

L’orizzonte del cielo e della terra finisce in una medesima linea. Provasi, e sia la sfera della terra dnm, e la sfera dell’aria arp, e l’occhio d’esso veditore dell’orizzonte della terra sia b, ed f è il detto orizzonte della terra, nel quale finisce la veduta dell’aria, e pare che a, aria, sia congiunta con f, terra.

929. Del vero orizzonte.

Il vero orizzonte ha da essere il termine della sfera dell’acqua, la quale sia immobile, perché tale immobilità statuisce superficie equidistante al centro del mondo, come a suo luogo sarà provato. Se il cielo e la terra fossero di piana superficie con inframmissione di spazio equidistante, senza dubbio l’orizzonte de’ prospettivi sarebbe all’altezza di quell’occhio che lo vede; ma tali spazi paralleli sarebbe necessario fossero d’infinita distanza, s’essi avessero a parere all’occhio concorrere in linea, cioè in contatto; e questo contatto sarebbe all’altezza dell’occhio di esso risguardatore; ma perché la terra avrebbe minor quantità di piano che non sarebbe quello del cielo, egli accadrebbe che quando la planizie del cielo avesse il suo ultimo termine disceso al pari dell’occhio, l’orizzonte della terra sarebbe alzato all’ombilico del medesimo riguardatore, e per questo non concorrono al medesimo occhio; ma perché tal cielo e terra non sono divisi da spazio di parallela, o vo’ dire equidistante planizie, ma di spazio convesso nella parte del cielo, e concavo nella parte che veste la terra, egli accade che ogni parte che ha la superficie della terra può essere orizzonte, il che accadere non può essendo piani il cielo e la terra, come si mostra nel cielo ab e nella terra fe, essendo l’occhio in g e la parete cd, dove gli orizzonti a f del cielo e della terra piani si tagliano ne’ punti n m.

930. Dell’orizzonte.

L’orizzonte non sarà mai eguale all’altezza dell’occhio che lo vede. Quella figura ch’è piú presso all’orizzonte avrà esso orizzonte piú vicino a’ suoi piedi stando tu saldo che lo guardi. Quella cosa è piú alta ch’è piú distante dal centro del mondo.

Adunque la linea retta equigiacente non è di eguale altezza, e per conseguenza non è equigiacente; onde, se dirai una linea di eguale altezza, non s’intenderà che essa sia altro che curva. Se a b sono due uomini, l’orizzonte n verrà al pari della loro altezza.

931. Dell’orizzonte.

Se la terra è sferica, mai l’orizzonte perverrà all’altezza dell’occhio che sarà piú alto che la superficie della terra. Diciamo che l’altezza dell’occhio sia nm, e che la linea giudiciale, ovvero parete, sia br, ed a sia l’orizzonte, e che la linea grh sia la curvità della terra; dico adunque, che l’orizzonte, secondo la rettitudine di afk, è piú basso che i piedi dell’uomo tutto mf, e piú basso, secondo la volta della terra, tutto bo.

932. Se l’occhio che vede l’orizzonte marittimo, stando co’ piedi alla pelle di esso mare, vede esso orizzonte piú basso di sé.

L’orizzonte marittimo si mostrerà tanto piú basso dell’occhio di quel che tiene i piedi ai termini dell’acqua di esso mare, quanta è l’altezza ch’è dall’occhio del veditore di esso orizzonte a’ suoi piedi. Provasi: n sia la riva del mare, an è l’altezza dell’uomo che vede l’orizzonte marittimo in o, dove la linea centrale del mondo mo cade perpendicolare nella linea visuale ar che termina in o, superficie del mare, per la definizione del cerchio; la centrale am eccede la centrale om con tutto l’eccesso an, ch’è la distanza dai piedi dell’uomo a’ suoi occhi.

933. Dell’orizzonte specchiato nell’acqua corrente.

L’acqua che corre infra l’occhio e l’orizzonte non rifletterà ad esso occhio tale orizzonte, perché l’occhio non vede quel lato dell’onda il quale è veduto dall’orizzonte, né l’orizzonte vede quel lato dell’onda ch’è veduto dall’occhio. Adunque, per la sesta di questo è concluso il nostro proposito, la quale sesta dice, ch’è impossibile che l’occhio vegga il simulacro, dove non vede la cosa reale e l’occhio in un medesimo tempo.

Sia l’onda cb, e l’occhio a, e l’orizzonte d; dico che l’occhio a, non vedendo i lati dell’onda bg, non vedrà ancora il simulacro del d che in tale lato si specchia.

934. Dove l’orizzonte si specchia nell’onda.

Si specchierà l’orizzonte, per la sesta di questo, nel lato veduto dall’orizzonte e dall’occhio, come si dimostra l’orizzonte f veduto dal lato dell’onda bc, il qual lato è ancora veduto dall’occhio.

Adunque tu, pittore, ch’hai a figurare la inondazione dell’acqua, ricordati che da te non sarà veduto il colore dell’acqua essere altrimenti chiaro o scuro, che si sia la chiarezza o l’oscurità del sito dove tu sei, insieme misto col colore delle altre cose che sono dopo te.

935. Perché l’aria grossa vicina all’orizzonte si fa rossa.

Si fa l’aria rossa cosí all’orizzonte orientale come all’occidentale, essendo grossa, e questo rossore si genera infra l’occhio ed il sole. Ma il rossore dell’arco celeste si genera stando l’occhio infra la pioggia ed il sole; e la causa dell’uno è il sole e l’umidità dell’aria; ma del rossore dell’arco sono causa il sole, la pioggia e l’occhio che il vede. Il qual rossore, insieme cogli altri colori, sarà di tanto maggiore eccellenza, quanto la pioggia sarà composta di piú grosse gocciole. E quanto tali gocciole sono piú minute, tanto essi colori sono piú morti; e se la pioggia è di natura di nebbia, allora l’arco sarà bianco integralmente scolorito; ma l’occhio vuol essere infra la nebbia ed il sole

 

La “Belle Ferronnière” di Leonardo

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Quel che è accaduto davvero ad Odessa video

Quel che è accaduto davvero ad Odessa In evidenza

Quel che è accaduto davvero ad Odessa

Un video apparso solo in queste ultime ore. Un documento eccezionale, lungo quasi due ore, che descrive le fasi dell’attacco nazista alla Casa dei sindacati, dove sono state uccise dai nazifascisti molte decine di persone.

Sottotitolato in inglese, con audio ovviamente originale.

http://contropiano.org/internazionale/item/23801-quel-che-e-accaduto-davvero-ad-odessa

 

Troops seize TV center in Slavyansk, eastern Ukraine – “L’Auschwitz” a Odessa – citazioni di Lenin sulla guerra – Pierre Bezuchov : L’EUROPA E’ MORTA AD ODESSA

L’Italia sosterrà il progetto del gasdotto “”Flusso Meridionale” vecchi post pipeline …

Ukraine crisis: Mercenaries, Nato M16 cartridges and US military meals – evidence of Western involvement, or something far less controversial?

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La “Belle Ferronnière” di Leonardo

La “Belle Ferronnière” di Leonardo al restauro

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Vincenzo Peruggia che rubò la Gioconda – NAPOLEONE LO SCIPPO D’ ITALIA; rude von Molo & Willi Forst, 1931. “Warum lächelst Du Mona Lisa?”

Biografia

Era originario di Trezzino, frazione di Dumenza, un paese del nord della provincia di Varese, vicino al confine con la Svizzera. Il padre Giacomo era muratore mentre la madre Celeste si occupava dei lavori domestici e dei cinque figli: quattro maschi e una femmina. Appreso in giovane età il mestiere di imbianchino e verniciatore, seguì per lavoro il padre a Lione nel 1897. Essendo di costituzione gracile nel 1901 venne riformato dal servizio di leva e nel 1907 si trasferì in cerca di lavoro a Parigi, percorso già compiuto da altri emigranti italiani. Qui si ammalò di saturnismo, malattia dovuta all’intossicazione da piombo, metallo contenuto nelle vernici utilizzate dagli imbianchini. Vista la lontananza dall’Italia egli tenne contatti epistolari con la famiglia alla quale inviava saltuariamente modiche somme di denaro. Assunto dalla ditta del signor Gobier, venne mandato con altri operai al Museo del Louvre con il compito di pulire quadri e ricoprirli con cristalli e compì il suo furto la mattina del 21 agosto 1911. Il 5 giugno del 1914 venne processato dal Tribunale di Firenze, fu riconosciuto colpevole con le attenuanti e condannato a un anno e quindici giorni di prigione per furto aggravato. Questa pena fu ridotta in appello il 29 luglio a 7 mesi e 8 giorni di reclusione. Scarcerato, Peruggia partecipò alla Prima guerra mondiale e, dopo Caporetto, finì in un campo di prigionia austriaco. Terminata la guerra, il 26 ottobre del 1921 si sposò con Annunciata di quindici anni più giovane. Tornò in Francia utilizzando un espediente: sui documenti per l’espatrio sostituì Vincenzo con Pietro, suo secondo nome. Si stabilì a Saint-Maur-des-Fossés, periferia di Parigi dove nel 1924 nacque la sua unica figlia, Celestina, che ricordava come in paese da piccola la chiamassero “Giocondina”, deceduta nel marzo 2011. Vincenzo Peruggia morì l’8 ottobre del 1925 a Saint-Maur-des-Fossés a causa di un infarto.[1]

Il furto della Gioconda

Il furto avvenne verso le sette del mattino di lunedì 21 agosto 1911, giorno di chiusura del Louvre. Peruggia entrò nel museo attraverso la porta Jean Goujon usata di frequente dagli operai e si diresse al Salon Carré senza che alcuna persona si accorgesse della sua presenza. Dopo aver staccato il quadro dalla parete, si diresse verso la scaletta della Sala dei Sept Maitre liberandosi della cornice e del vetro. Giunto in un cortile interno poco frequentato si servì della giacca che indossava per avvolgere il quadro. Uscito dal museo senza essere fermato, salì sul primo autobus, ma si accorse di aver sbagliato direzione e così scese e si fece riportare a casa da una vettura, precisamente in rue de l’Hopital Saint Louis dove nascose la Gioconda. Dovendo tornare al lavoro per giustificare il ritardo disse di essersi ubriacato il giorno precedente e di soffrirne ancora le conseguenze. Poiché la stanza nella quale viveva era molto umida, temendo che l’opera potesse danneggiarsi, Vincenzo la affidò al compatriota Vincenzo Lancellotti, che abitava nello stesso stabile. Trascorso un mese, dopo aver realizzato una cassa in legno nella quale custodire il dipinto, lo riprese e lo tenne con sé.

La scoperta del furto

La mattina di martedì 22 agosto 1911 due artisti, Louis Beroud e Frederic Languillerme si diressero al Louvre per imparare dai grandi maestri. Giunti nel salone Carré si accorsero della scomparsa della Gioconda di Leonardo Da Vinci, informandone il capo della sicurezza Monsieur Poupardin. In poco tempo nella sala si riunirono il direttore del museo Monsieur Homolle, il sottosegretario di Stato alle Belle Arti, il capo della polizia e il prefetto di Parigi, Louis Lepiche.

Le indagini

Appurato il furto vennero bloccate le uscite, perquisiti i visitatori e si perlustrò l’intero museo. Si ritrovarono la cornice e il vetro della Monna Lisa sulla scaletta della sala dei Sept Maitre e alla fine della rampa si scoprì che la porta a vetri era stata forzata ed era priva di pomello. Essendo quell’ uscita frequentata dagli operai la gendarmeria pensò che il ladro si fosse mescolato a loro o fosse egli stesso un lavoratore. Tutto il personale stabile venne interrogato. Nel frattempo fu lanciato un appello ai cittadini di Parigi, a chiunque avesse notato una persona sospetta in quei giorni nei pressi del Louvre. All’appello rispose un impiegato che riferì di aver notato un uomo che si allontanava dal Louvre il lunedì mattina e che gettava un oggetto in un fossato vicino alla strada; lì fu ritrovato il pomello mancante. Mentre fervevano le indagini gli ‘Amici del Louvre’ annunciarono una ricompensa di venticinquemila franchi per chi avesse dato informazioni valide. Intanto, il posto lasciato vuoto dalla Gioconda sulla parete del Louvre fu preso momentaneamente da un dipinto di Raffaello, il Ritratto di Baldassarre Castiglione. Furono erroneamente arrestati, come possibili complici, anche due giovani che sarebbero diventati famosi nei campi della scrittura e dell’arte: Guillaume Apollinaire e Pablo Picasso che dimostrarono la loro estraneità ai fatti. Dopo aver escluso dalla responsabilità del furto il personale stabile del museo, la gendarmeria si concentrò su muratori, decoratori, personale assunto per breve periodo o per uno specifico incarico, tutte persone i cui dati erano riportati sul registro delle commesse. Peruggia venne interrogato e la sua modesta stanza fu sottoposta ad un’ispezione che ebbe esito negativo poiché la Gioconda era nascosta in un apposito spazio ricavato sotto l’unico tavolo.

Il ritrovamento

Nell’autunno del 1913 il collezionista d’arte fiorentino Alfredo Geri decise di organizzare una mostra nella sua galleria chiedendo ai privati, tramite un annuncio sui giornali, di prestargli alcune opere. Egli ricevette da Parigi una lettera nella quale veniva proposta la vendita della Gioconda a patto che il capolavoro tornasse in Italia e fosse lì custodito. La lettera inviata da Vincenzo Peruggia era firmata dal fittizio Monsier Léonard V. Consigliatosi con Giovanni Poggi, direttore della Regia Galleria di Firenze, Geri fissò un incontro con Monsieur Léonard l’11 dicembre 1913 in un albergo di Firenze. Si presentò con il direttore della galleria che dopo aver visto il quadro lo prese in custodia per esaminarlo. Vincenzo Peruggia fu arrestato il giorno seguente dai carabinieri che lo prelevarono dalla stanza di albergo.

Motivazioni

Alcuni hanno cercato di indagare le vere ragioni che portarono l’uomo a rubare il dipinto, ipotizzando anche un furto su commissione di un truffatore argentino, il marchese di Valfierno, che ne avrebbe volute vendere sei copie agli americani. In realtà Peruggia affermò sempre di aver compiuto il furto per patriottismo in quanto la visione su un opuscolo del Louvre di quadri italiani portati in Francia da Napoleone I provocò in lui un senso di vendetta: voleva restituire all’Italia almeno uno di quei dipinti, non importava quale. Inizialmente aveva pensato alla Bella Giardiniera, ma le dimensione esagerate del quadro lo avevano dissuaso. Ironia della sorte la Gioconda non fa parte del bottino napoleonico, infatti fu probabilmente portata in Francia dallo stesso Leonardo e comunque ne è attestata la presenza fra le collezioni reali già dal 1625.

La mite condanna

Il processo si svolse il 4 e 5 giugno 1913 presso il Tribunale di Firenze, di fronte alla stampa internazionale e ad un pubblico generalmente favorevole a Peruggia per un malinterpretato amor di patria. La pressione popolare e l’invocazione dell’infermità mentale (confermata dall’indovinello postogli dal medico psichiatra del tribunale professor Paolo Amaldi, che assunse l’incarico il 24 maggio del 1914: -Su un albero ci sono due uccelli. Se un cacciatore spara ad uno di essi, quanti ne rimangono sull’albero?- -Uno!- rispose Peruggia. -Deficiente!- tuonò il medico. Infatti la risposta alla domanda era zero, (perché l’altro sarebbe scappato) sortirono, comunque, l’effetto di indurre la corte a concedergli le attenuanti ed a comminargli una pena assai mite: un anno e quindici giorni di prigione.

Il 29 luglio la pena fu ridotta a 7 mesi e 8 giorni, ma appena fu emessa la sentenza, Peruggia fu scarcerato

Il ritorno del dipinto in Francia

L’atteggiamento delle autorità italiane venne apprezzato in Francia. I due paesi, d’altra parte, coltivavano da circa dieci anni rapporti sempre più amichevoli. Si poté così evitare che Parigi chiedesse una pena esemplare e concordare un lungo periodo di esposizione del dipinto (prima agli Uffizi a Firenze, poi all’ambasciata di Francia di Palazzo Farnese a Roma, infine alla Galleria Borghese, in occasione del Natale), prima del suo definitivo rientro.

La Monna Lisa arrivò in Francia a Modane, su un vagone speciale delle Ferrovie italiane, accolta in pompa magna dalle autorità francesi, per poi giungere a Parigi dove, nel Salon Carré, l’attendevano il Presidente della Repubblica francese e tutto il Governo.

Lui morì povero

http://it.wikipedia.org/wiki/Vincenzo_Peruggia

NAPOLEONE LO SCIPPO D’ ITALIA

La campagna si concluse con una sfilata a Parigi delle opere rubate . Secondo Furet ” la razzia non fu una bella pagina ” ma la Francia cosi’ esportava la Rivoluzione. Fu deciso allora che i capolavori stranieri sarebbero stati ospitati al Louvre

————————- PUBBLICATO —————————— 1796 Due secoli fa le vittorie riportate nel nostro Paese facevano di Bonaparte il piu’ grande generale della storia. E uno dei maggiori saccheggiatori TITOLO: LO SCIPPO D’ ITALIA La campagna si concluse con una sfilata a Parigi delle opere rubate Secondo Furet “la razzia non fu una bella pagina” ma la Francia cosi’ esportava la Rivoluzione Fu deciso allora che i capolavori stranieri sarebbero stati ospitati al Louvre – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – - – Nella galassia del ritorno ai piaceri che accompagno’ la restaurazione, il 27 e 28 luglio 1798, per l’ anniversario del 9 Termidoro (27 luglio 1797) che aveva posto fine alla Rivoluzione con l’ arresto di Robespierre, il Direttorio indisse a Parigi una festa di tripudio, restata storica e irripetibile. La campagna d’ Italia del 1796, esattamente due secoli or sono, aveva fatto di Napoleone Bonaparte uno dei migliori geni militari della storia. Per celebrare le vittorie del generale in Italia, i parigini assistettero alla sfilata piu’ sbalorditiva di cui si abbia memoria. Come trofei di guerra non sfilavano gli eserciti battuti dell’ Austria, o i soldati delle potenze sconfitte, i vinti in catene, ne’ i cannoni e i mortai conquistati al nemico bensi’ opere d’ arte sublimi, frutto della razzia, che con una campagna militare fulminea e geniale Napoleone riportava in Francia, a risarcimento del salasso della guerra, secondo l’ ordine impartitogli dal Direttorio. In quel caldissimo luglio, una folla tanto attonita quanto sterminata, si era ritrovata nelle strade per ammirare capolavori in marcia. Il corteo partiva dal quartiere di Austerlitz, a est di Parigi, e avanzava per chilometri, sboccando sul Campo di Marte, il luogo consacrato delle feste rivoluzionarie. Duro’ due giorni, il 27 e il 28, di quel torrido luglio. Alla sua testa avanzavano su grandi carriaggi le due enormi statue del Nilo e del Tevere, rubate al Vaticano, seguite dai quattro cavalli di bronzo di San Marco, non imballati, cosicche’ quei superbi destrieri sembravano come impennarsi sulla folla, trainati com’ erano da alte piattaforme con rulli girevoli e ruote. Seguivano altri trofei. La “Trasfigurazione” di Raffaello, la “Madonna della vittoria” di Andrea Mantegna, la “Crocefissione di S. Pietro” di Guido Reni, “Le nozze di Cana” del Veronese, e le antiche statue greche e romane provenienti da Napoli e da Pompei. Cito perche’ il lettore comprenda meglio la vastita’ e il significato delle splendide prede un testimone insospettabile, il generale Etienne Championnet, l’ eroico e generoso amico dell’ Italia e soprattutto di Napoli, come lo descrisse anche Benedetto Croce. Ho ritrovato nei “Souvenirs” del generale (Flammarion, Parigi, 1904) una pressoche’ sconosciuta lettera sua al ministro dell’ Interno del Direttorio, inviata da Napoli, il 7 Ventoso anno 7 (25 febbraio 1799) in cui e’ scritto: “Vi annuncio con piacere che abbiamo trovato ricchezze che credevamo perdute. Oltre ai Gessi di Ercolano che sono a Portici, vi sono due statue equestri di Nonius, padre e figlio, in marmo; la Venere callipigia non andra’ sola a Parigi, perche’ abbiamo trovato nella Manifattura di porcellane, la superba Agrippina che attende la morte; le statue in marmo a grandezza naturale di Caligola, di Marco Aurelio, e un bel Mercurio in bronzo e busti antichi del marmo del piu’ gran pregio, tra cui quello d’ Omero. Il convoglio partira’ tra pochi giorni”. Il punto di raccordo delle grandi razzie era allora Livorno, da dove esse prendevano la strada di Marsiglia. Qui le chiatte, attraverso la navigazione fluviale, risalivano il Rodano, la Saone, e con il sistema dei canali fluviali giungevano fino alla Senna e quindi a Parigi, che sembrava un gran naviglio ancorato li’ per accoglierle. Trafugati dal Vaticano, allo stesso modo erano arrivati a Parigi il Laocoonte, l’ Apollo del Belvedere, e poi la Venere dei Medici. Non solo per il Direttorio, ma per gli stessi onesti intellettuali giacobini, per i popolani, c’ era la convinzione che la Francia era l’ unico paese capace di garantire l’ inviolabilita’ delle grandi opere, perche’ il mondo potesse conoscerle nei secoli futuri. La filosofia del Direttorio era che la Repubblica, nata dalla Rivoluzione, per la sua forza e la superiorita’ dei Lumi, era il solo paese al mondo capace di dare asilo inviolabile ai capolavori della terra. Il furto, il saccheggio venivano definiti con un curioso termine: “estrazione”. D’ altronde, dopo l’ “estrazione”, che metteva l’ arte al sicuro estraendola da luoghi insicuri, motteggiavano crudeli quelli del Direttorio a Parigi, i bravi monaci che nel refettorio di San Giorgio consumavano il loro pasto sotto le “Nozze di Cana” del Veronese non si sarebbero forse nemmeno accorti che lo splendido dipinto era stato rimpiazzato da una crosta e non avrebbero certo mangiato con meno gusto. Ne’ i veneziani, che passeggiavano per piazza San Marco, avrebbero fatto la camminata con meno lena e ardore di prima, anche se lassu’ , sulla Basilica, erano scomparsi i cavalli (d’ altronde non erano stati gia’ loro una preda di guerra rubata ai turchi di Costantinopoli dalla Serenissima?). E quei cavalli chiunque e non soltanto i veneziani avrebbero potuto vederli in futuro sormontare a Parigi il Carrousel, o l’ Arco di Trionfo. Lo storico Franois Furet con cui vado parlando di tutto cio’ , mi conferma la tesi secondo la quale appropriandosi dei tesori culturali italiani, la Francia si sente ancora di piu’ il paese che rappresenta l’ Universale. “Lo sciovinismo universalista dei francesi . egli dice . e’ del tutto straordinario. E’ al tempo stesso un nazionalismo beninteso, ma che opera in nome dell’ Universale. D’ altra parte, costituisce una sorta di correttivo che impedisce ai francesi di sprofondare in uno sciovinismo alla tedesca, in nome dell’ unita’ della nazione. “C’ e’ il saccheggio d’ Italia . riconosce Furet senza reticenze . e non e’ certo tra le belle pagine di Napoleone. Ma e’ un’ abitudine dell’ epoca, perche’ gli eserciti costano carissimi; le truppe erano mal pagate, talora vestite di stracci, e si nutrivano sulla pelle del paese. Le guerre si autofinanziavano. Il Direttorio aveva un bisogno folle di denaro, praticamente aveva l’ acqua alla gola. I cittadini francesi non pagavano piu’ le tasse dal 1789, anno della Rivoluzione. L’ Italia di quell’ epoca, d’ altronde, molto piu’ di oggi, era non soltanto un paese di ricchezza prodigiosa ma molto alla moda: e’ l’ epoca del neoclassico, e l’ Italia e’ piu’ che mai riconosciuta madre delle arti. Ma Bonaparte si serve del saccheggio anche per arricchire i suoi partigiani e la famiglia”. L’ immensa sfilata, l’ abbacinante fulgore che aveva attraversato Parigi, si chiuse con un festino nel Louvre dove Napoleone, circondato da belle donne, dall’ adorata Josephine, appena sposata, e dal Direttorio, decise che il Louvre avrebbe dovuto ospitare “i monumenti delle scienze e delle arti”. Secondo il mecenate della fastosa cena al Louvre, Vivant Denon, i capolavori stranieri stavano meglio li’ che altrove, come, ad esempio, l’ “Apollo del Belvedere”, perche’ “lo si puo’ vedere qui . egli diceva . da tutti i lati”. Napoleone si trovo’ cosi’ al centro di una nuova filosofia definita del “pensiero in figura” o della “bellezza incarnata”, spirito e pensiero fissati nel marmo e nelle tele. In fondo, come nessuno ai tempi moderni, egli seppe alzare il vessillo della cultura italiana per farne il centro dell’ Universale. Modesta riflessione per quelli che parlano tanto in questi giorni di un nuovo ministero della Cultura. Il Louvre . di cui Vivant Denon sara’ nominato direttore generale con tutti i musei di Francia da Napoleone I Console, nel 1802 . venne lasciato aperto alla folla dei visitatori. Il sabato e la domenica la gente affluiva da ogni parte dei sobborghi di Francia, e l’ ingresso era gratuito. Intanto, grazie a Napoleone, l’ Italia si liberava dal feudalesimo e dall’ Ancien Regime, dagli austriaci, dai Borboni e dal potere vaticano. Due volti e due anime. La razzi’ a e la liberazione. La liberazione e’ l’ altra faccia dell’ epoca napoleonica. Senza Bonaparte non vi sarebbero state le repubbliche giacobine, come scrive Jean Tulard, il maggiore storico francese contemporaneo. Napoleone diventa per i patrioti sfuggiti alle tirannidi e riparati in Francia il primo liberatore, come attestano le lettere che ho letto alla Biblioteca Richelieu di Parigi, colme della riconoscenza e dell’ amore per il Corso, degli esuli di tutta Italia. D’ altronde, con accenti quasi mistici, Napoleone incitava i suoi soldati l’ era napoleonica e’ un tempo dove la retorica supera spesso il contenuto a questo modo: “L’ Europa ha gli occhi fissi su di voi… La felicita’ degli uomini e’ la vostra stessa gloria”. Scrive Stendhal cominciando la “Certosa di Parma”: “Il generale entro’ a Milano alla testa del suo giovane esercito, il 14 maggio 1796. I miracoli di bravura e di genio di cui l’ Italia fu testimone in qualche mese risveglieranno un popolo addormentato”. Anche se Stendhal sembra qui propendere per la tesi che era stata di Cuoco sulla “rivoluzione passiva”, non e’ vero che i patrioti italiani sonnecchiassero. Il genio filosofico italiano, e soprattutto quello di Filangieri, detto il Montesquieu italiano, erano gia’ noti in Francia prima della Rivoluzione, dove l’ opera di Filangieri era stata tutta tradotta, cosi’ come nelle colonie americane, per cui Filangieri era diventato il testo di riferimento nella prima rivoluzione dell’ indipendenza dei coloni d’ America contro l’ Inghilterra. Nelle repubbliche giacobine, grazie all’ irruzione di Napoleone, vengono scritte le nuove costituzioni democratiche, viene inventata l’ informazione, nascono i primi giornali locali, gazzette e periodici, e fogli gloriosi come “Il Monitore napoletano” diretto da Eleonora Fonseca Pimentel. S’ inventano le feste rivoluzionarie, gli stessi sacerdoti redigono nuovi catechismi rivoluzionari per l’ eguaglianza. L’ abolizione della proprieta’ feudale viene sancita nei primi tempi della legislazione napoletana del 1799. Cosi’ come a Napoli si dibatte’ per la prima volta della separazione tra Stato e Chiesa grazie alla traduzione del Caravita fatta da Eleonora Pimentel. Nella Repubblica Cisalpina, i codici legislativi ricalcavano il Codice napoleonico, che costituira’ poi la base del corpo di leggi dell’ Italia unita. Cosi’ come i prefetti entreranno nelle prime strutture politico amministrative. La prima Repubblica ad essere proclamata fu quella Cispadana, il 27 dicembre 1796, dopo l’ armistizio firmato da Napoleone con la Santa Sede, per la liberazione dei territori d’ Emilia e Romagna. E li’ venne issata per la prima volta la bandiera tricolore: bianca, rosso e verde. Nel 1978 e’ proclamata in Campidoglio la Repubblica romana; nel gennaio 1799 nasce la Repubblica napoletana: con il nimbo di eroismo che corona le teste dei patrioti massacrati dai Borboni, a Napoli nasce, secondo Benedetto Croce, la nuova democrazia, quella reale dell’ intelletto e dell’ animo che otterra’ infine la vittoria. Il commissario civile del governo francese a Napoli, Andre’ J. Abrial, in un rapporto che sta al Quai d’ Orsay, elenca le iniziative concrete prese in Italia e che riguardano tanto la sistemazione delle strade che l’ assetto dei trasporti che il funzionamento delle poste, e infine l’ istituzione dei prefetti. Anche se Napoleone non aveva alcun interesse all’ Unita’ italiana, e anzi il Direttorio voleva che egli tenesse sotto controllo i giacobini, di cui a Parigi si erano appena liberati, e il cinico Talleyrand era pronto a riallacciare i rapporti diplomatici coi vecchi poteri battuti, malgrado tutto questo Napoleone funzionera’ come un detonatore. Il suo merito storico e’ , insomma, di aver fatto venire alla luce le profonde ragioni ideali e culturali dell’ identita’ italiana, il primo collegamento tra Nord e Sud d’ Italia e i germi dell’ idea di Unita’ italiana (“una e indivisibile” si diceva allora). Ma torniamo alla razzi’ a d’ arte. Quando l’ astro di Napoleone si spense a Waterloo, il 18 giugno 1815, prussiani e inglesi e alleati vincitori cominciarono a sgomberare il Louvre, e a riportarsi a casa le opere d’ arte. A quell’ epoca, il Louvre ospitava ancora, tra l’ altro, l’ “Apollo del Belvedere”, la “Venere dei Medici”, la collezione Borghese. E poi, sempre tra l’ altro, sette Vinci, nove Correggio, quindici Veronese, dieci Tintoretto, venticinque Raffaello, ventiquattro Tiziano. L’ inglese Hamilton, gia’ ambasciatore di Gran Bretagna presso i Borboni di Napoli, che aveva rifornito i musei inglesi depredando Napoli e dintorni a man bassa, se la rideva perche’ l’ Inghilterra era tra i vincitori del predone liberatore corso. Per il Vaticano, difficile a immaginarsi, fu Canova, che aveva immortalato nel marmo la lasciva e stupenda Paolina Borghese, sorella di Napoleone, ad essere nominato delegato dello Stato pontificio, per recuperare il patrimonio artistico. Il 5 ottobre 1815 lo scultore scriveva: “La mia missione e’ giunta a buon fine. Sono stato autorizzato dalle potenze alleate a riportare la massima parte dei nostri capi d’ opera di pittura e scultura”. Ma concludeva che era “costretto a lasciare parecchie opere, ma secondo la mia scelta”. La gioia di Canova era assai mitigata. Con l’ impero, scomparivano anche i superbi artisti dell’ epopea, compreso quel David che aveva immortalato Bonaparte, il fulmine sul cavallo bianco che con un balzo acrobatico varca il Gran San Bernardo. David, geniale artista un po’ fariseo, girando le spalle alla Rivoluzione francese, aveva detto un tempo: “Non avevamo abbastanza virtu’ per essere repubblicani”.

Macciocchi Maria Antonietta

Pagina 25
(6 maggio 1996) – Corriere della Sera

http://archiviostorico.corriere.it/1996/maggio/06/NAPOLEONE_SCIPPO_ITALIA_co_0_9605068719.shtml

 

Collezione Gurlitt: un fulmine a ciel sereno per Berna

arte africana : restituire le opere d’arte rubate all’Africa – Frantz FANON, Aimé Césaire, Assia Djebar , New York, arte africana e avanguardie video musei

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Collezione Gurlitt: un fulmine a ciel sereno per Berna

Nella collezione Gurlitt sono presenti anche opere inedite di Otto Dix e Marc Chagall !

Collezione Gurlitt: un fulmine a ciel sereno per Berna

Di Armando Mombelli, swissinfo.ch

Il lascito dell’immensa collezione Gurlitt al Kunsmuseum di Berna suscita grande sorpresa, ma anche un notevole imbarazzo nella capitale svizzera. Per la stampa, il museo deve affrontare ora un compito titanico di gestione e, soprattutto, di verifica: molte opere d’arte sarebbero state rubate dai nazisti.

“La collezione Gurlitt giunge a Berna come un fulmine a ciel sereno”, ammette, in un’intervista alla Berner Zeitung, lo stesso direttore del Museo d’arte, Matthias Frehner. “Mercoledì siamo stati informati dagli avvocati di Gurlitt che il Kunstmuseum eredita tutte le opere del collezionista tedesco. Non avevamo mai avuto contatti con lui”.

“Ora dobbiamo andare dapprima in Germania per farci un’idea di quale onere ci attende. E dovremo anche riflettere su dove e come trovare posto per ospitare la collezione”, aggiunge Frehner, senza nascondere un certo imbarazzo. “Si tratta evidentemente di un regalo eccezionale e generoso, ma anche di una grande sfida per noi”.

Collezione Gurlitt

Cornelius Gurlitt (1932 – 2014) aveva ereditato un immenso patrimonio artistico collezionato dal padre Hildebrand (1895 – 1956), un mercante d’arte vicino al regime nazista in Germania.

Questa inestimabile collezione, che comprende oltre 1500 opere, tra cui numerosi capolavori dell’arte moderna europea, era stata tenuta a lungo nascosta. Si presume che una parte delle tele sia stata sottratta alle vittime del regime tedesco prima o durante la Seconda guerra mondiale.

Quasi 1300 opere, tra cui alcuni capolavori di Pablo Picasso, Henri Matisse e Marc Chagalli, erano state sequestrate il 28 febbraio 2012 in un vecchio appartamento di Monaco su ordine della Procura di Augusta. La notizia era stata però svelata al pubblico soltanto il 3 novembre 2013. Altre 60 tele, tre cui dipinti di Manet, Monet, Renoir e Picasso, sono stati reperiti lo scorso febbraio nella casa di Gurlitt a Salisburgo.

In aprile la Procura di Augusta ha deciso di sbloccare le tele sequestrate in Germania, dopo il raggiungimento di un accordo tra l’anziano collezionista e le autorità tedesche per una verifica da parte di esperti. Secondo prime indicazioni, circa 450 opere sarebbero sospette.

Il giorno dopo la morte del collezionista tedesco, avvenuta il 6 maggio scorso, si è appreso che Gurlitt aveva deciso di lasciare  il suo patrimonio al Museo d’arte di Berna.

Ma come mai il collezionista tedesco, deceduto il 6 maggio scorso, ha deciso di lasciare in eredità i suoi ingenti tesori proprio a Berna? Una domanda alla quale neppure Frehner riesce a dare una spiegazione. “Sui motivi si può solo speculare. Quattro anni fa abbiamo presentato le nostre opere in un museo d’arte di Monaco di Baviera. Forse ciò ha suscitato un certo interesse nei nostri confronti”.

Manto di polvere imbarazzante

Il Bund, l’altro quotidiano della capitale elvetica, abbozza tuttavia un tentativo di trovarne le ragioni. “Da un lato, il Kunstmuseum dispone di collezioni di alto livello, conosciute in tutto il mondo. Dall’altro, presso le vecchie generazioni che hanno vissuto la Seconda guerra mondiale, la Svizzera non ha ancora perso la sua immagine di garante della sicurezza e del diritto. E così probabilmente anche presso l’82enne Gurlitt. E, inoltre, le esperienze degli ultimi mesi, in cui si diceva di tutto in Germania su di lui e sulla sua collezione, hanno spinto il collezionista ad estraniarsi ancora di più dal suo paese”:

“Il Museo d’arte di Berna si trova ora di fronte ad un compito titanico. Dovrà riuscire ad integrare questo patrimonio artistico nelle sue collezione e risolvere la cronica mancanza di spazio. E, innanzitutto, ancora prima che i tesori di Gurlitt saranno presentati al pubblico, dovrà liberare questa eredità da un manto di polvere che fa pensare ad opere d’arte depredate”, prosegue il giornale bernese.

“Se Mag Cornelius Gurlitt, il collezionista defunto, può essere visto come un personaggio singolare e tragico, suo padre Hildebrand, dal quale ha ereditato la collezione, era un mercante d’arte ambiguo, che ha sfruttato la situazione di bisogno in cui si trovavano molte vittime del nazismo”, ricorda il Bund, per il quale “finora la Svizzera non si è fatta un buon nome nei suoi rapporti con l’arte depredata. Il Museo d’arte di Berna dispone ora della chance di correggere questa immagine, assumendo in modo esemplare questa collezione”.

Collezione Gurlitt

Capolavori di un tesoro nascosto

Cornelius Gurlitt, deceduto il 6 maggio scorso, ha lasciato al Kunstmuseum di Berna una delle più grandi collezioni d’arte a livello mondiale. Comprende oltre 1500 opere, tra cui numerosi capolavori di Matisse, Picasso, Chagall, Nolde, Otto Dix, Max Liebermann.  [...]

Prudenza comprensibile

Il direttore del Kunstmuseum ha fatto sapere diplomaticamente che a Berna non si sa ancora come reagire a questo lascito e neppure se sarà accettato, rileva la Neue Zürcher Zeitung. “Questa prudenza è più che comprensibile, tenendo conto delle questioni giuridiche ed etiche che avvolgono densamente questa collezione”.

“Un museo può vantarsi di avere delle opere provenienti dalla collezione Gurlitt? Berna può permettersi di sostenere il peso di questa eredità? E soprattutto: le opere d’arte lasciate al Kunstmuseum ne valgono veramente la pena? Fino a quando non si saprà esattamente cosa si trova sotto l’imballaggio del regalo, bisogna rimanere prudenti – anche il museo d’arte bernese ha già depositi stracolmi di opere d’arte”, osserva il giornale zurighese.

A detta della Neue Zürcher Zeitung, solo raramente si è vista una così grande eccitazione per così poca arte. “Quando nell’autunno scorso il ‘caso Gurlitt’ è venuto alla luce, si è effettivamente pensato che sarebbero apparse opere d’importanza capitale. Gli spiriti si sono intanto calmati. La collezione contiene forse alcune opere di riguardo, ma non chiude delle lacune nella storia dell’arte”.

Politica di spoliazione sistematica

Dal 1933 al 1945, i nazisti condussero una politica di espropriazione sistematica delle opere d’arte, dapprima nei confronti degli ebrei residenti in Germania e Austria, poi, una volta scoppiata la guerra, nei paesi occupati. In teoria, le opere trafugate avrebbero dovuto finire nel museo del Führer a Linz, in Austria, infrastruttura che non fu mai realizzata.

Uno dei principali artefici di questa ‘deportazione’ artistica fu il feldmaresciallo Hermann Goering, che si considerava un grande intenditore. Per compiere questa gigantesca razzia erano stati addirittura formati dei reparti speciali. Secondo fonti ebraiche, furono trafugate complessivamente oltre 600’000 opere d’arte.

Alcune opere, considerate da Hitler e dai nazisti ‘arte degenerata’, furono distrutte. Dopo la capitolazione della Germania, gli alleati ritrovarono molti oggetti nascosti nei luoghi più diversi, ad esempio in miniere di sale, e li riconsegnarono nella misura del possibile ai proprietari. Molti beni furono invece trasferiti in gran segretezza in Unione Sovietica e molti altri scomparvero.

Problemi in eredità

“I musei che ricevono delle collezioni in regalo si trovano di regola di fronte a dei problemi. Le opere donate richiedono spazio e cure. Ma di rado i problemi sono così grandi come quelli che il Kunstmuseum di Berna dovrebbe ora ereditare”, sostiene la Basler Zeitung, indicando che, in base a quanto si sospetta, 450 opere della collezione Gurlitt sono state depredate dai nazisti.

“Poco prima della sua morte, Gurlitt si era impegnato contrattualmente a far luce su tutte le sue opere, conformemente allo spirito dei Principi di Washington sulla restituzione delle opere d’arte rubate”, rileva il foglio basilese. “Il Kunstmuseum si trova quindi di fronte ad un grande lavoro, se intende verificare le pretese e i diritti degli eredi di ex proprietari di queste opere. I bernesi hanno quindi ogni motivo di valutare esattamente i vantaggi e gli svantaggi di questo regalo”.

Beneplacito tedesco

Ogni tela dovrebbe essere sottoposta a un esame per stabilire se sia stata rubata dai nazisti o no, ha rilevato anche l’Ufficio federale della cultura (UFC), per il quale la Confederazione si impegnerà affinché il lascito venga effettuato conformemente alle norme nazionali e internazionali. “Le direttive della Dichiarazione di Washington preconizzano di trovare soluzioni giuste ed eque per le opere d’arte confiscate dai nazisti”, ha precisato all’ats l’UFC.

Non è neppure ancora chiaro se la Germania darà il suo beneplacito al trasferimento della collezione Gurlitt a Berna. Il ministero della cultura bavarese ha fatto sapere che, come prevede la legge, intende valutare il valore delle opere in possesso di Gurlitt per il patrimonio culturale tedesco. Nella fattispecie potrebbe intervenire la legge sulla protezione dei beni culturali, che prevede un’autorizzazione ufficiale nel caso di un trasferimento all’estero.

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Arte razziata

La pista delle opere rubate dai nazisti passa dalla Svizzera

Di proprietà di una mercante ebrea, il Ritratto di Wally, dipinto nel 1912 da Egon Schiele, era finito dopo la guerra al Museo Leopold di Vienna. Il caso, scoppiato nel 1997, ha contribuito all’adozione dei Principi di Washington.

Importante crocevia per la vendita e il trasferimento di opere d’arte sottratte dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale, la Svizzera detiene la chiave per far luce su queste transazioni. I documenti pubblicati online recentemente dal governo non sono però sufficienti, sostengono gli esperti.  [...]

http://www.swissinfo.ch/ita/cultura/Collezione_Gurlitt:_un_fulmine_a_ciel_sereno_per_Berna.html?cid=38539610

 

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Anna Fedorova : Letteratura contro il nazismo – Berlin Operation of 1945 Warning

© Collage: La Voce dell Russia
7 maggio 2014, 14:42

Letteratura contro il nazismo

La letteratura e l’arte sono i depositari della memoria delle generazioni. Gli eventi storici di vasta scala come la Seconda Guerra Mondiale hanno toccato praticamente ogni famiglia dei Paesi partecipanti. Tuttavia oggi in Europa si ricorda solo l’Olocausto e le atrocità del nazismo, sulle perdite dell’esercito sovietico e sul suo contributo alla vittoria storicamente si è abituati a tacere.

Anche in Italia sull’eroismo e sulle vittime dell’URSS si parla poco. Probabilmente per questo la cifra di 25 milioni di vittime tra i sovietici sembra così inverosimile per un mio amico italiano: a scuola raccontavano che nell’Olocausto sono stati uccisi solo 7 milioni di ebrei!

Come può rimanere viva la memoria di quegli eventi? Le opere degli scrittori russi, create durante la guerra, pulsanti del sangue dei morenti nei combattimenti, meglio di qualsiasi manuale di storia sono in grado di passare questa memoria alle nuove generazioni.

Purtroppo la letteratura russa degli anni della guerra praticamente non è nota al lettore italiano. Spesso la assimilano alla propaganda, magari strumento molto importante, necessaria per tenere in forma lo spirito di combattimento dell’armata. Perciò questo strato della cultura è poco interessante per traduttori e ricercatori. Nonostante proprio la parola guerra ripulita da tutte le modanature ideologiche, suonava sinceramente e tragicamente priva di enfasi celebrativa.

Alessandro Niero, traduttore e curatore, apre la collana dedicata alla poesia russa dal libro del poeta ex combattente Boris Slutskij “Il sesto cielo” con molte poesie dedicate alla guerra. Purtroppo non c’è niente l’altro in Italia per coloro che vorrebbero conoscere di più della letteratura russa del periodo della guerra oltre i romanzi di Vasilij Grossman “Vita e destino” e di Viktor Nekrasov “Nelle trincee di Stalingrado”. Vi presento una poesie di Aleksandr Tvardovskij, una delle poche tradotte in italiano.

Prima della guerra

Prima della guerra, come in segno di sciagura,

perché non sembrasse più facile nella sua novità,

da geli di inaudita rigidezza

furono arsi e distrutti i giardini.

Ed era penoso per il cuore avvilito,

scorgere fra la verzura in rigoglio

gli alberi non risorti a primavera,

che sporgevano neri, invernali.

Sotto la loro corteccia sbucciata come una trave

si vedeva una livida colatura brunastra.

Dappertutto una sorte malefica

aveva colpito i migliori alberi, gli eletti…

Passarono gli anni. Gli alberi stecchiti

sono rinati con forza inattesa,

mettendo vivi rami, verdi foglie…

È finita la guerra. Ma tu piangi, madre.

L’inizio della guerra fu segnato dalla ritirata su tutta la linea del fronte delle truppe sovietiche con enormi perdite, atrocità dei nazisti, disperazione dei russi … Proprio allora, negli anni più tragici della guerra furono create le opere più taglienti, quando poeti e scrittori, artisti e compositori, andati al fronte, percepivano le sconfitte militari come tragedia del Paese e come tragedia personale.

“Ho visto con i miei occhi tutto quello che hanno combinano i nazisti in una sola settimana. Le montagne dei cadaveri di donne e bambini leggermente coperte da neve, fossati anticarro, riempiti dei cittadini di Rostov, case saccheggiate, quartieri urbani bruciati dall’inizio alla fine”,scrisse Vitalij Zakrutkin nel libro “Su di me”. Vasilij Grossman, autore del romanzo proibito nell’URSS “Vita e destino” affermò:

“Il nazismo e l’uomo non possono coesistere. Quando vince il nazismo, smette di esistere l’uomo, rimangono solo gli esseri antropomorfi trasformati nell’interno”.I libri di Grossman raccontano non solo delle atrocità del nazismo, ma smascherano la filosofia che sta alla base dei crimini contro l’umanità. Le persone, prive dell’esperienza spirituale, morale, non sono in grado di distinguere il bene e il male, diventano marionette nelle mani dei regimi criminali.

In quella guerra c’era tutto: dalla morte assurda senza alcuna giustificazione e dagli ordini inconsulti dei comandanti all’abnegazione dei combattenti e l’eroismo dei soldati. E la letteratura della guerra insegna la morale, insegna a fare la scelta e a rimanere uomo, a conservare la dignità umana. Tra gli orrori del tempo di guerra le persone riuscivano a salvare in sé tutto ciò che davvero era umano: la bontà, l’amore, la compassione. La narrativa della generazione della guerra rivela un’alta intensità dei sentimenti umani, grazie ai quali le persone combattevano fino alla morte nei pressi di Mosca, a Stalingrado, a Kursk, in una spanna di terra russa. “Combatteremo fino all’ultimo soldato. I russi sempre combattono così”, scrive Viktor Nekrasov nel libro “Nelle trincee di Stalingrado”.

I libri scritti durante la guerra, non solo le opere d’arte, ma le testimonianze documentarie degli scrittori combattenti non fanno dimenticare che i soldati russi non solo difendevano la propria terra, ma aiutavano a liberare dai nazisti i popoli vicini. Proprio grazie a loro l’URSS riuscì a vincere il nazismo. Come scrisse il poeta e prosaico Konstantin Simonov:

Il fatto che il Paese ricorda ancora e ancora l’atto eroico dei propri figli, c’è una grande giustizia storica. Il mondo sarebbe diverso, se gli uomini sovietici non avessero resistito, se non avessero retto in quei lunghi quattro anni”.

Per noi russi tutto questo è importante e da qui si può capire il carattere russo, “l’enigmatica anima russa”, senza conoscere la letteratura sulla Grande Guerra Patriottica è praticamente impossibile.
Per saperne di più: http://italian.ruvr.ru/2014_05_07/Letteratura-contro-il-fascismo-3548/


 

 

Berlin Operation of 1945 Warning !ideologically biased.!Освобождение – Берлинская наступательная операция – Прорыв video

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