collage itaglia renziana e riassunto ultimi anni ;Curiosity trova su Marte uno strano oggetto metallico questa volta è Renzi!

Denaro : Manoscritti economico-filosofici del 1844, The Power Of Money: Karl Marx

http://www.controappuntoblog.org/2012/05/04/denaro-manoscritti-economico-filosofici-del-1844-the-power-of-money-karl-marx/

Rosa Luxemburg : i limiti dell’espansione del capitalismo

http://www.controappuntoblog.org/2012/01/14/rosa-luxemburg-i-limiti-dellespansione-del-capitalismo/

Ma quanti governi contiene il governo Renzi?

Renzi e le fotoÈ noto che Max Weber sostenesse come la sete di lucro, di guadagno immediato e spropositato, non avesse molto a che fare con il capitalismo. Ci sarebbe quindi da domandarsi se, secondo la visione weberiana, Warren Buffett o il messicano Carlos Slim siano dei capitalisti. O pensare che, in fondo, Steve Jobs era davvero quello che credeva di far credere di essere: il fidanzato segreto di Joan Baez che creava prodotti magici. Il punto è che, secondo questi schemi weberiani, Matteo Renzi è davvero un politico capitalista: non riesce infatti a creare le condizioni per i guadagni spropositati di nessuno. Nonostante qualcuno, da Londra a New York (dove i prospetti di Goldman Sachs consigliano di comprare Bot, Btp e Cct), lo abbia evidentemente sostenuto per questo. Certo l’ambizione di Renzi, e del ceto politico provinciale e rapace di cui è espressione, sarebbe altra. Ma il capitalismo e la politica hanno leggi spietate che non si superano con le conferenze stampa messe in piedi, con tanto di slides, per coprire il fatto che i decreti annunciati non sono stati emanati dal governo. Ma andiamo per gradi.

Come si sa, a meno di non essere in preda ad una delle tante forme esistenti di complottismo, non esistono governi organici. Ogni governo è, dal punto di vista politico, un incrocio di complessità e di instabilità, di imprevisti che ritroviamo, in sottofondo, anche nelle dittature. Il governo Renzi sembra proprio, nonostante il marketing, essere fin troppo attraversato da complessità e instabilità, per non parlare degli imprevisti. Non solo: non è neanche chiaro, probabilmente nemmeno allo stesso Presidente del Consiglio, quanti governi Renzi effettivamente esistano. Intanto ce ne sono già due dal punto di vista delle politiche economiche e comunitarie.

Esiste un governo Renzi, con Padoan Ministro dell’Economia, ortodosso dal punto di vista dell’austerità e dei tagli, attento alle indicazioni di Bruxelles e di Francoforte. E anche con una prospettiva macroeconomica basata tutta su produttività ed export, modello che comincia a vacillare anche in chi lo propone (la Germania, l’unico paese che avrebbe gli strumenti per un’inversione di modello verso l’allargamento del mercato interno).

Ma c’è anche un governo Renzi che, poche settimane fa, prima della formalizzazione dell’incarico, ha fatto sobbalzare le prime pagine di qualche giornale tedesco a causa delle dichiarazioni, rimaste inosservate in Italia, sullo sforamento del 3% del deficit. È lo stesso governo Renzi che è stato lanciato dal Financial Times, con tanto di articoli di columnist prestigiosi, nella speranza che il rigore tedesco, grazie all’Italia, si rompa non solo in Germania in sinergia con la ripresa, quella drogata dalle politiche della Federal Reserve, degli Stati Uniti. Quindi ci sono almeno due governi Renzi, per non parlare del terzo, quello che deve mediare tra i due. E per non parlare di quello che non contenta certo Confindustria con le conferenze stampa “mille euro in mano”, piuttosto che un decreto di riduzione dell’Irap, che magari avranno effetto elettorale ma nessuno macroeconomico, salvo deprimere l’economia con i tagli alla spesa ai quali preludono.

Oppure c’è il governo Renzi a cui applaude Confindustria, che ha intrapreso una nuova politica (questa sì per decreto), di allargamento del periodo di apprendistato. Preludendo ad una nuova stagione di precarizzazione del lavoro e di compressione del salario che anche a livello mainstream è conosciuta come causa dell’abbassamento della produttività. Già, si guardi a questo lavoro (a livello Ocse non su Battaglia Comunista) dove si dimostra come sia proprio la precarizzazione del lavoro, con misure alla Jobs Act, alla base del tanto deprecato decremento di produttività in Italia.

http://www.oecd.org/regreform/reform/44537061.pdf

Insomma, una stroncatura, basata su dati 1995-2008, delle politiche Prodi I, sulla precarizzazione del lavoro, e Prodi II, riduzione del cuneo fiscale, che oggi vengono reiterate, dal tipo di governo Renzi che piace a Confindustria, in attesa del prossimo fallimento a livello macroeconomico. Quello di cui si occuperanno, come al solito, Repubblica, Unità, Tg 7 per il restyling successivo degli assetti di potere. Bisogna poi capire, dal punto di vista stretto degli schieramenti parlamentari, quale governo Renzi sia egemone. Quello del Pd che, finalmente, esprime il segretario al governo dell’esecutivo? Quello che dipende dal nuovo centrodestra di Alfano? Quello delle intese esplicite, ed esplicitate, con Berlusconi? C’è poi un governo Renzi, quello che deve rispondere, di quello che fa, ai sindacati secondo le fantasie di Camusso e Landini. Ma qui siamo su un piano di antimateria che non ha nulla a che fare con la politica.

I molti governi Renzi, complessi e instabili, devono quindi fare i conti con gli scogli reali: quello tedesco e quello rappresentato dalla Bce. Il primo parla via Napolitano e via Padoan, non solo affossatore dell’Argentina ma, a suo tempo, difensore dell’ortodossia dell’austerità tedesca persino contro l’FMI. Il secondo invece parla da sé, vedi il comunicato della Bce che boccia pubblicamente, come politica dai progressi “intangibili”, le renzinomics. Il timore della Bce è evidente: quello di trovarsi un governo, di minor peso politico ed economico rispetto alla Francia, che un giorno trovi la voglia di giocare, anche in solitario, a sforare i parametri di deficit e debito per favorire i propri interessi (e quelli degli investitori che glielo suggeriscono). Per quanto i governi Renzi contino meno di Hollande, il comportamento troppo libero dell’Italia, che imbarca debito pubblico come una catinella fa con l’acqua piovana, potrebbe portare un sovraccarico di problemi a una governance della Bce che è più delicata di quanto comunemente si pensi.

La risposta del governo Renzi, o di uno dei tanti governi Renzi, alla Bce è chiara: i sacrifici verranno fatti ”non perché ce lo chiede l’Europa ma per le future generazioni”. Questo significa che, almeno nel nucleo duro della maggioranza renziana del Pd, prima o poi si pensa di sciogliere gli equivoci specie con Padoan e, per il “bene delle generazioni future”, si aprirà qualche conflitto con “l’Europa”. Di quelli che servono a chi scommette, finanziariamente ed economicamente, su Italia vs. Germania, che nessuno si faccia illusioni di sinistra.

Del resto, capacità di maquillage di Renzi a parte, i numeri parlano chiaro. La spending review, per bocca del suo stesso commissario, più di 3 miliardi di “risparmi”, del resto depressivi per l’economia, per il 2014 non si riesce a fare. È altamente improbabile che la stessa spending review generi tagli sette volte tanto nel 2015 e dieci volte tanto nel 2016 (come da previsione del governo, per bocca dello stesso Renzi). Più semplice che si arrivi al conflitto tra le varie anime del governo, rinviandolo, sotto la forma di previsioni ottimistiche sui tagli, a tempi più adatti.

Per adesso ci sono quindi troppi governi Renzi perché possa davvero guadagnarci, e tanto, qualcuno in particolare. Saranno contenti i weberiani e renziani allo stesso tempo. Magari qualcuno, come il finanziere Serra grande sponsor di Renzi, ha collocato con profitto i Btp. Ma al momento non si intravede nessuno in grado di fare il grande affare con il governo. Come fece il gruppo Berlusconi che, con l’entrata in politica, ha letteralmente rovesciato, e in positivo, il rapporto tra debiti e crediti. Ma per adesso nessuno sembra fare il grosso, grasso affare con il governo Renzi. Ci rimetterà ovviamente una società composita, polimorfa, e ormai stabilmente arretrata di almeno un lustro rispetto ai processi reali, come quella italiana. E oggi, nella società dell’accelerazione, cinque anni di ritardo sono tanti. Ma ogni società vive sempre la propria storia, fino in fondo, e le inversioni di tendenza volano sempre, e comunque, sulle ali di un dramma collettivo che produce tante vittime e pochi innocenti.

Per Senza Soste, nique la police

13 marzo 2014

http://www.senzasoste.it/nazionale/ma-quanti-governi-contiene-il-governo-renzi

Giornale, Numero 623 del 13 marzo 2014

SICILIA: SI ABOLISCONO LE PROVINCIE MA LE CASE CROLLANO A LA GENTE SI DA’ FUOCO.

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<p>La Sicilia in questi giorni  è al centro dell’attenzione perché sta perfezionando l’abolizione delle Provincie, iniziata circa un anno fa. Al solito cambierà tutto per non cambiare niente, ma è necessario, di questi tempi distogliere l’attenzione dai problemi reali, e a volte non basta. Come non è bastato ad un povero cristo che l’altro giorno si è dato fuoco, a Leonforte (ormai ex provincia di Enna). È avvenuto nell’edificio del comune, lo sventurato è salito sul tetto dell’edificio, si è cosparso di benzina è si è dato fuoco. Ironia della sorte è stato salvato dal Sindaco, di professione vigile del fuoco, ben addestrato, quindi, ad affrontare simili situazioni: si è scottato pure lui, ma il  poveretto si è salvato ed adesso è in gravi condizioni nell’ospedale di Palermo, dove è stato trasportato in elisoccorso, ma non sembrerebbe in pericolo di vita. Quale è stato il motivo del disperato gesto? La mancata assegnazione di una casa popolare. La torcia umana leonfortese, disoccupato con tre figli, senza arte ne parte, è stato escluso dal sorteggio per l’assegnazione di una casa. Tutta la famiglia del poveretto, aveva partecipato, tempo addietro all’occupazione dei locali del comune per reclamare il diritto alla casa. Dell’episodio ho dato cronaca su queste pagine alcuni mesi fa. Come allora la stampa locale si è divisa su chi avesse diritto all’assegnazione dell’alloggio, una pretestuosa discussione tra chi sarebbe da ritenersi disperato e meritevole di elemosina. Fomentano la guerra tra poveri,  su questo fondano il loro potere. Quando avverrà che i poveri cristi capiranno quali sono i loro veri nemici?</p>
<p>Come ho detto in altre occasioni, è paradossale avere problemi di abitabilità in un paese come Leonforte dove, negli anni passati, si è devastato il territorio, per costruire e cementificare senza ritegno, tagliando e spianando colline. Anche un parco urbano, con pini secolari, è stato cementificato, cambiando la destinazione d’uso. La rendita edilizia viene prima, se poi il territorio si sgretola, poco importa, i costi ricadranno sulla collettività. Paradossalmente, però,  è stata proprio l’espansione edilizia a creare la crisi del settore, la scure della sovrapproduzione si abbatte senza pietà in ogni settore produttivo, è una regola del capitalismo. Dopo aver costruito freneticamente, negli anni passati, le imprese sono rimaste al palo, e non possono neanche più restaurare perché le case del centro storico sono disabitate. Intanto i prezzi delle case sono crollati, per eccesso di offerta (si aggirano a circa 1000€ al metro quadro), e non coprono neanche il costo di costruzione. Senza lavoro, però, non ci sono nemmeno quei pochi soldi per pagarsi un affitto, o comprarsi qualche catapecchia da restaurare. In questa situazione il comune riuscirà ad assegnare solo 13 case rispetto e qualche centinaio di domande. Ma la casa non dovrebbe essere un diritto da garantire a tutti?</p>
<p>La situazione leonfortese non è un’eccezione ma la regola in Sicilia (e non solo), in tutta l’Isola ci sono circa 35000 persone senza casa,  perché non possono permettersi l’affitto, ma l’assegnazione degli alloggi popolari non riesce minimamente a soddisfare le esigenze, allora si occupano (giustamente) le case sfitte o edifici pubblici inutilizzati. Nel territorio palermitano si è avuta l’occupazione di case popolari ancor prima che fossero finite, per timore di non vedersi assegnati gli alloggi completati. La disperazione è tanta, ormai ci si attacca ad ogni pretesto per fare “scifiu” , come si dice da queste parti. Gli sfratti per morosità aumentano a ritmo esponenziale, la gente non ha i soldi per pagarsi l’affitto, i fondi sociali, in comuni ed enti locali dissestati, sono assolutamente insufficienti. Eppure in Sicilia,come nel resto d’Italia si è costruito, e parecchio anche, in epoche di “vacche gasse” si è “investito sul mattone”,  cioè si è speculato sulla rendita edilizia. Intanto, però, i poveri cristi rimangono senza casa, il territorio è devastato, rimangono tante abitazioni inutilizzate, ma i centri storici cadono a pezzi. A Palermo, ormai, non fa più notizia, un giorno  si e l’altro pure cadono edifici del centro storico che si sta letteralmente sbriciolando. Sono migliaia le abitazioni fatiscenti, da tempo disabitate, a fronte di una periferia che si estende a dismisura. Altro prodotto della speculazione edilizia, frutto di una società che produce per il profitto e non per i bisogni.</p>
<p>In una Sicilia ricca di contraddizioni neanche da morti si trova pace: al comune di Messina  a circa 600 bare non si riesce proprio a trovare una collocazione, rimangono in un deposito collettivo senza sepoltura dove, quando piove si bagnano, con pericoli igienici. Per circa la metà di feretri si è trovata una collocazione, ma circa 200 bare non si sa proprio dove collocarle. I poveri cristi non trovano posto neanche da morti. Ma intanto hanno abolito le provincie.</p>
<p>PIERO DEMARCO</p>
<p class=http://www.operaicontro.it/?p=9755718352

Giornale, Numero 623 del 13 marzo 2014

LE STANGATE

Redazione di Operai Contro,

Renzi promette che forse a maggio avremo degli sconti sulle tasse.

In Campania nelle buste paga di marzo i lavoratori dipendenti e pensionati avranno una bella sorpresa.

La stangata riguarda gli acconti e i saldi da pagare delle addizionali regionali e comunali Irpef.

Secondo uno studio del Servizio politiche territoriali della Uil (con una elaborazione sul peso delle aliquote Irpef locali per un reddito medio imponibile di 23mila euro), a Napoli un contribuente si troverà a pagare 123 euro di acconto totale, su una media nazionale di 97 euro.

Un aumento, rispetto allo stesso mese dello scorso anno di 12 euro (31,6%): con l’addizionale regionale invariata, ovvero 73 euro, e quella comunale aumentata da 38 a 50 euro. Come cifra complessiva nell’annualità 2014, a Napoli, un lavoratore dipendente e un pensionato medio si troveranno a pagare un’Irpef federale pari a 651 euro (467 addizionale regionale, 184 quella comunale).

Nel 2012, il totale era di 605 euro (addizionale regionale stabile con aliquota al 2,03, mentre quella comunale si aggirava intorno ai 138 euro). L’aumento dunque è di 46 euro per l’addizionale comunale (+33,3%).

Renzi promette e Renzi ci frega

Un Napoletano

 

http://www.operaicontro.it/?p=9755718358

Renzi? Un governo delle “fanfare”. L’Usb avverte il nuovo esecutivo In evidenza

Renzi? Un governo delle &quot;fanfare&quot;. L&#039;Usb avverte il nuovo esecutivo

“Più che un ‘governo del fare’, questo è il ‘governo delle fan-fare’”, esordisce Pierpaolo Leonardi, dell’Esecutivo Nazionale USB, annunciando che domani, venerdi, l’Usb porterà in piazza a Roma migliaia di lavoratori pubblici, precari e dei servizi. Obiettivo: Montecitorio. “Fra i molti frizzi, motti, strizzate d’occhio alle telecamere e ai social network, il Presidente imbonitore non dice che le sue promesse verranno finanziate dai tagli della spending review, ovvero meno servizi sociali, privatizzazioni dei gioielli di famiglia, vendita di consistenti parti del patrimonio pubblico; pesante attacco al pubblico impiego, con decine di migliaia di persone in mobilità; chiusure e accorpamenti di uffici; chiusura o privatizzazione delle partecipate, in particolare trasporti, igiene ambientale e servizi alla persona, i cui costi comunque lieviteranno per i cittadini”.

“Non si rinnovano i contratti -  prosegue l’analisi di Leonardi  – e quanto promesso di recupero economico attraverso una modifica della tassazione per i redditi fino a 25.000 euro non copre neanche lontanamente quanto si perde, e quanto si si è perso, con il blocco dei contratti e della vacanza contrattuale”.

“Ai pensionati non va un euro – aggiunge il dirigente USB –  neanche a quelli al minimo. Non va un euro a coloro che guadagnano meno di 8.000 euro l’anno e che quindi non pagano tasse, gli incapienti. Ai disoccupati non va un euro né un pensiero. Agli ex-LSU ATA e a tutto il mondo del precariato non si dà alcuna prospettiva di lavoro e di reddito. La Cassa integrazione in deroga scompare, e quella ordinaria e quella speciale non potranno intervenire in caso di cessazione dell’attività”.

Evidenzia Leonardi: “Alle imprese si regalano nuove flessibilità, allungando a tre anni il periodo di prova e, così facendo, si elimina l’articolo 18 per ben 3 anni, portando a 36 mesi, dai dodici della Fornero, l’a-casualità, cioè l’obbligo di dichiarare la causa del perché si assumeva a tempo determinato e non a tempo indeterminato”.

“Se a tutto ciò aggiungiamo la grande indeterminatezza che si nasconde sotto la grande nuvola di chiacchiere con cui il Presidente del Consiglio ha avvolto la presentazione del suo piano – osserva il sindacalista – non c’è molto da festeggiare. Molto, quasi tutto ciò che non ha rilievo elettorale, è rinviato a provvedimenti nelle cui pieghe si nasconderanno le vere intenzioni di chi, comunque, deve rendere conto alla Troika e ai suoi diktat. E quelli non scherzano mai”. Conclude Leonardi: “Per tutto questo confermiamo la manifestazione nazionale indetta per domani a Roma, a cui parteciperanno lavoratori pubblici e privati, fra cui i Vigili del Fuoco, gli ex Lsu ATA della Scuola, i dipendenti delle società partecipate di numerosi comuni, operanti nei trasporti, nell’igiene ambientale e nelle diverse utilities, che arriveranno a Roma a bordo di numerosi pullman da tutta Italia”. L’appuntamento è alle ore 11.00 a Palazzo Vidoni (Corso Vittorio Emanuele) per poi recarsi in corteo a Montecitorio.

 

http://www.contropiano.org/politica/item/22781-renzi-un-governo-delle-fanfare-l-usb-avverte-il-nuovo-esecutivo

Col piano casa Renzi lascia gli sfrattati senza acqua e luce

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Gravissimo attacco del governo Renzi contro i movimenti per il diritto all’abitare

Ci siamo e c’era da aspettarselo, l’ex sindaco di Firenze che non ama le occupazioni abitative e il suo degno ministro Lupi che considera il blocco degli sfratti una misura superata, hanno inserito un articolo velenoso nel cosiddetto “piano casa” da presentare oggi in consiglio dei ministri, l’articolo numero 5.

Questo passo del “piano casa” dispone anche in forma retroattiva l’assoluto divieto a concedere le residenze e gli allacci delle utenze negli spazi abitativi occupati “abusivamente”. Quindi la grande stagione di riappropriazione e degli tsunami per il diritto all’abitare, con centinaia di occupazioni in tutta Italia, subisce un violentissimo attacco dal governo Renzi. Un provvedimento pesante che interpretiamo come una diretta minaccia di sgomberi generalizzati in tutta la penisola che si allinea con le decine di misure cautelari che nei giorni scorsi hanno colpito gli attivisti e le attiviste dei movimenti sociali contro precarietà e austerity.

Ci siamo mobilitati contro il percorso tracciato da Lupi, che secondo noi è una miscela di pietismo peloso e di nuove regalie per le banche ed i costruttori, di sostegno alla proprietà ed al mercato, un pacchetto edilizio più che un provvedimento in grado di dare risposte all’emergenza abitativa sempre più consistente. Un pacchetto salutato con gioia dalla lega delle cooperative e dalla confcooperative, vere regine dell’edilizia agevolata, dagli istituti di credito e dai signori del mattone in accordo con i sindacati complici degli edili.

Ora abbiamo un motivo in più per esprimere la nostra collera. Colpire le occupazioni abitative, che oltre a porre concretamente la necessità di interventi a sostegno della precarietà alloggiativa hanno rappresentato per migliaia di persone – nell’autorganizzazione-  l’unica vera risposta all’emergenza abitativa diventa così un obiettivo primario così forte da inserirlo nel decreto che dovrebbe rilanciare le politiche abitative in Italia. Sembra una contraddizione ma non lo è. Se si vuole cancellare l’edilizia residenziale pubblica e vendere i beni comuni, si deve colpire chi oggi ha riaperto una stagione di conflitto e ha imposto il tema casa nell’agenda del governo. Il problema che ciò che viene proposto va contro le richieste dei movimenti, ribadite a Lupi il 22 ottobre 2013 e sostenute dalla mobilitazione del 31 ottobre durante la conferenza stato-regioni.

Adesso è più chiaro perché chi rivendica il diritto alla casa diventa pericoloso socialmente.
La rete abitare nella crisi lancia immediatamente la mobilitazione nazionale. Assediare le Prefetture, gli enti locali, il parlamento per chiedere la cancellazione dell’articolo 5, ribaltare completamente l’impianto del decreto e sostenere la necessità che le risorse non vadano alle grandi opere inutili e ai grandi eventi ma vengano utilizzate per garantire casa, reddito e dignità.

Movimenti per il diritto all’abitare

tratto da http://www.abitarenellacrisi.org

12 marzo 2014

http://www.senzasoste.it/lavoro-capitale/col-piano-casa-renzi-lascia-gli-sfrattati-senza-acqua-e-luce

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Arrau Bernstein Beethoven Piano Concerto No. 4 – Serkin completo ; – Evgeny Kissin. – Gina Bachauer- Shoko Sugitani II : Andante con moto





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Cortot, Thibaud, Casals – Beethoven Archduke, Trio Op.97 in B flat

Fantasia para Coral Op.80 – L. V. Beethoven -Vladimir Ashkena

Beethoven Symphony No. 5, 1st mvt–Arturo Toscanini/NBC Sy

Beethoven Namensfeier Overture in C major, Op.115 / Sinopoli Ughi provano Beethoven Concerto n 61 per violino e orchestra

http://www.controappuntoblog.org/2013/04/20/beethoven-namensfeier-overture-in-c-major-op-115-sinopoli-ughi-provano-beethoven-concerto-n-61-per-violino-e-orchestra/

eroicamente Eroica

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Marx : Treviri, 5 maggio 1818 – Londra, 14 marzo 1883

Marx

by gabriella

Una filosofia che trova nel proletariato le sue armi materiali,
così come il proletariato trova nella filosofia le sue armi spirituali.

Karl Marx, Per la critica della filosofia hegeliana del diritto

ll 14 marzo, alle due e quarantacinque pomeridiane, ha cessato di pensare la più grande mente dell’epoca nostra [...]. Non è possibile misurare la gravità della perdita che questa morte rappresenta per il proletariato militante d’Europa e d’America, nonché per la scienza storica. Non si tarderà a sentire il vuoto lasciato dalla scomparsa di questo titano.

Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana [...]. Ma non è tutto. Marx ha anche scoperto la legge peculiare dello sviluppo del moderno modo di produzione capitalistico e della società borghese da esso generata. La scoperta del plusvalore ha subitamente gettato un fascio di luce nell’oscurità in cui brancolavano prima, in tutte le loro ricerche, tanto gli economisti classici che i critici socialisti.

Due scoperte simili sarebbero più che sufficienti a riempire una vita. Fortunato chi avesse avuto la sorte di farne anche una sola. Ma in ognuno dei campi in cui ha svolto le sue ricerche — e questi campi furono molti e nessuno fu toccato da lui in modo superficiale — in ognuno di questi campi, compreso quello delle matematiche, egli ha fatto delle scoperte originali.

Tale era lo scienziato. Ma lo scienziato non era neppure la metà di Marx. Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una forza rivoluzionaria. Per quanto grande fosse la gioia che gli dava ogni scoperta in una qualunque disciplina teorica, e di cui non si vedeva forse ancora l’applicazione pratica, una gioia ben diversa gli dava ogni innovazione che determinasse un cambiamento rivoluzionario immediato nell’industria e, in generale, nello sviluppo storico [...].

Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario. Contribuire in un modo o nell’altro all’abbattimento della società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato, contribuire all’emancipazione del proletariato moderno al quale egli, per primo, aveva dato la coscienza delle condizioni della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione: questa era la sua reale vocazione. La lotta era il suo elemento. Ed ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno combattuto [...].

Karl Marx ( 1818 – 1883)

Marx era perciò l’uomo più odiato e calunniato del suo tempo. I governi, assoluti e repubblicani, lo espulsero, i borghesi, conservatori e democratici radicali, lo coprirono a gara di calunnie. Egli sdegnò tutte queste miserie, non prestò loro nessuna attenzione e non rispose se non in caso di estrema necessità. E’ morto venerato, amato, rimpianto da milioni di compagni di lavoro rivoluzionari in Europa e in America, dalle miniere siberiane sino alla California. E posso aggiungere, senza timore: poteva avere molti avversari, ma nessun nemico personale. Friedrich Engels, Orazione funebre, 17 marzo 1883 – Cimitero di Highgate.

Come emerge dal discorso funebre pronunciato da Engels davanti a sole undici persone, Marx ebbe un destino unico nella storia del pensiero. La sua fu infatti una vita dedicata alla realizzazione del progetto politico contenuto nella sua filosofia.

Ne diedero conto i necrologi che comparvero sui quotidiani di tutto il mondo, definendo la morte di Marx

«una sciagura per tutta l’umanità» e sottolineando: «Il suo ricordo vivrà a lungo dopo che i re saranno stati dimenticati».

«Il suo nome vivrà nei secoli - concluse Engels nel discorso di commiato – e così la sua opera».

 

Il compito della critica nel giovane Marx

La confessione di Prometeo «francamente io odio tutti gli dèi», è la confessione della filosofia, la sua sentenza contro tutte le divinità, celesti e terrestri [...] Nessuno può starle al fianco. Alle tristi lepri marzoline che gioiscono dell’apparentemente peggiorata condizione civile della filosofia, essa replica quanto Prometeo replica al servo degli dèi, Ermete: «Io ti assicuro, non cambierei la mia misera sorte con la tua servitù. Molto meglio stare qui incatenato a questa rupe piuttosto che essere fedele messaggero di Giove». Prometeo, questo personaggio indocile, ribelle, indisciplinato, che non accoglie la tirannide di Zeus, è il più grande santo e martire del calendario filosofico.

Marx, Differenza tra la filosofia naturale di Democrito e quella di Epicuro

Il rapporto tra la comprensione della realtà e la sua trasformazione è stato al centro degli interessi di Marx (5 maggio 1518 – 14 marzo 1883) fin dalla sua tesi di laurea dedicata alla Differenza tra la filosofia naturale di Democrito e quella di Epicuro. In questo lavoro, il giovane filosofo indica in Epicuro «il più grande illuminista greco», in virtù dell’idea del clinamen, interpretato come il momento dell’autocoscienza individuale che afferma la propria libertà attraverso la negazione dell’esistente.

Tra il 1839 e il 1842 Marx stringe legami con i giovani hegeliani e legge le opere di Ruge, Bauer, Feuerbach ed Hess, proprio nel momento in cui la sinistra hegeliana si definisce come “movimento” e radicalizza le proprie posizioni. Dalla primavera del 1842 al marzo 1843, scrive sulla Rheinische Zeitung (Gazzetta renana), un foglio di orientamento liberale sostenuto dalla borghesia riformatrice renana, dove comincia a mettere la critica alla prova della realtà politica ed economico-sociale.

Oltre al dibattito sulla censura e sulla libertà di stampa, Marx segue quello relativo alla legge «contro i furti della legna», evidenziando nei suoi articoli il contrasto tra l’universalità del diritto e dello stato, chiamati a realizzare principi di libertà e giustizia, e la visione particolaristica della legge – nella quale cioè prevale l’interesse di una parte. La pretesa, da parte dei proprietari terrieri, di punire come furto il secolare diritto dei contadini alla raccolta della legna caduta - sostiene Marx – è una manifestazione di questo abbassamento dell’universalità del diritto alle ragioni della proprietà e dell’interesse privato,

la cui meschina anima non fu mai illuminata e penetrata dall’idea dello stato.

Prendendo le difese della «massa povera, politicamente e socialmente diseredata», il filosofo arriva a difendere il diritto consuetudinario, come l’unico in grado di supplire, per quei ceti, alla «mancanza di forma», cioè alle deficienze del diritto legislativo. Al contrario, non possono invocare il diritto consuetudinario le classi privilegiate che hanno trovato nella legge

non solo il riconoscimento del loro diritto razionale, ma sovente anche il riconoscimento delle loro prepotenze irrazionali.

In questo modo, il Marx liberale della Gazzetta, hegelianamente convinto della natura razionale dello stato, si scontra con la palese “irrazionalità” di istituzioni che degradano l’idea dello stato inteso come totalità, a strumento dell’interesse privato.

 

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kritik-hegelschenE’ l’esperienza di questa contraddizione che spinge Marx a scrivere, nella prima metà del 1843, la sua prima opera di grande respiro, la Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, nella quale la critica a Hegel si fonde con la ricerca di un nuovo modo di affrontare l’indagine nella sfera sociale e politica. Il senso della critica marxiana è che Hegel fallisce nello spiegare la natura dello stato perché ha fatto dei soggetti reali (la famiglia, la società civile e appunto lo stato), momenti dell’Idea, tappe necessarie del suo sviluppo. Hegel, insomma, secondo Marx non fornisce categorie di indagine di una realtà determinata, ma riempie di contenuti determinati la sua logica. La realtà viene così «volatilizzata in astratti pensieri» e raffigurata solo allegoricamente in una gigantesca tautologia (la tautologia è un discorso circolare che afferma se stesso).

Marx ritiene che Hegel abbia rappresentato correttamente la realtà dello stato moderno, all’interno della quale è la separazione tra il bourgeois e i citoyen, cioè tra il cittadino portatore di interessi particolari e  il cittadino in quanto membro di una comunità politica. Questa separazione è un prodotto specifico del mondo moderno con l’autonomizzarsi della sfera sociale e di quella politica, mentre nel Medioevo vi era piuttosto identità tra le due sfere. Secondo Marx, Hegel ha giustamente interpretato questa separazione come opposizione tra la società civile e la sfera statuale, ma ha collocato la mediazione di tale opposizione negli “ordini” (la burocrazia, il governo) che da un lato organizzano gli interessi privati e dall’altro partecipano al potere politico-istituzionale. Una mediazione che Marx giudica illusoria, dal momento che gli interessi privati si trasferiscono alla sfera politica, la cui universalità risulta infine meramente formale. 

La soluzione offerta da Marx per il momento è pensata, in chiave rousseauiana, nell’instaurazione di una democrazia a suffragio universale.

Emancipazione politica ed emancipazione umana

Lasciata la Prussia e il suo oppressivo sistema di censura, nell’ottobre 1843 Marx si trasferisce a Parigi per lavorare agli Annali franco-tedeschi della quale uscirà solo il primo numero (marzo 1844), contenente due articoli di Marx: La questione ebraica e lIntroduzione alla Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico. Nella Questione ebraica, Marx comincia a prendere le distanze dalla soluzione liberale al problema della falsa universalità dello stato, sostenendo che

 lo stato può essere uno stato libero senza che l’uomo sia un uomo libero.

Con un’implicita autocritica delle proprie posizioni precedenti, esclude che l’emancipazione umana possa avvenire all’interno della sfera politica che l’autonomizzazione moderna ha reso astratta, separata dalla concretezza dei rapporti privati: l’uguaglianza politica lascia infatti operare liberamente, sul piano sociale, ogni forma di diseguaglianza.

Nel secondo scritto, oltre a riprendere la critica della rivoluzione francese, Marx introduce due concetti che avranno un ruolo fondamentale nella sua dottrina, quello di proletariato e quello di rivoluzione, rispetto ai quali si definisce il ruolo della filosofia. Marx dichiara infatti esaurito in Germania il compito della critica filosofica della religione, poiché si è compreso che l’alienazione religiosa non è che una conseguenza dell’alienazione nella società e nello Marx nel 1861stato. La filosofia deve dunque rivolgere la sua critica smascherante al mondo, la critica al Cielo deve trasformarsi in una critica della Terra in vista di una trasformazione concreta della realtà. Infatti, se il risultato della critica alla religione è che l’essere supremo è l’uomo stesso, allora

emerge l’imperativo categorico di rovesciare tutti i rapporti in cui l’uomo è un essere umiliato, assoggettato, abbandonato, spregevole.

Questa rivoluzione definisce un nuovo compito per la filosofia che deve farsi altrettanto radicale, cioè muovere dall’uomo e dalla sua emancipazione. Un compito che non può essere assolto da una teoria che si proponga un ideale di “rischiaramento” ad opera degli intellettuali, ma che richiede il rapporto con forze storiche concrete

la potenza materiale dev’essere abbattuta da potenza materiale, però anche la teoria diventa potenza materiale, non appena si impadronisce delle masse.

Lavoro, alienazione, riappropriazione

Constatata l’insufficienza dell’emancipazione politica (si può avere diritto di voto e non essere liberi), Marx prende atto della necessità di un’analisi economico-sociale e inizia a confrontarsi con le elaborazioni del pensiero socialista e comunista. Il primo risultato di questo lavoro sono i tre quaderni compilati tra il marzo e il settembre 1844, pubblicati postumi con il titolo di Manoscritti economico-filosofici. Inizia qui quell’opera imponente di critica dell’economia politica che sfocia nel Capitale, nella quale Marx dimostra le contraddizioni di cui gli stessi economisti sono inconsapevoli: l’aumento delle ricchiezze genera l’impoverimento dell’operaio, la concorrenza conduce all’accumulazione  del capitale in poche mani, cioè al monopolio, e l’interesse del capitalista si mostra in conflitto con quello dell’intera società. L’economia politica non mostra nessun interesse per l’uomo in quanto tale, concependo il lavoratore solo come «bestia da soma» e il lavoro stesso solo come «attività di guadagno». Ma il punto centrale riguarda l’economia politica in quanto scienza, e dunque la sua capacità di comprendere la realtà. Il suo vizio di fondo, infatti, consiste nel presupporre ciò che deve spiegare, cioè nel partire dalla proprietà privata come se fosse un dato naturale, facendone valere le leggi come fossero leggi naturali.

Marx oppone a questa disciplina acritica una modalità dialettica di riferirsi alla realtà economica, il cui primo risultato è la celebre analisi del lavoro alienato:

Noi partiamo da un fatto economico attuale. L’operaio diventa tanto più povero quanto più produce ricchezza, quanto più la sua produzione cresce in potenza ed estensione. L’operaio diventa una merce a buon mercato quanto più crea delle merci. Con la messa in valore del mondo delle cose, cresce in rapporto diretto la svalutazione del mondo degli uomini. Il lavoro non produce soltanto merci, esso produce se stesso e il lavoratore come una merce, precisamente nella proporzione in cui esso produce merci in genere.

Questo fatto non esprime altro che questo: che l’oggetto prodotto dal lavoro, prodotto suo, sorge di fronte al lavoro come un ente estraneo, coem una potenza indipendente dal producente. Il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in un oggetto, che si è fatto oggettivo: è l’oggettivazione del lavoro. La realizzazione del lavoro è la sua oggettivazione. Questa realizzazione del lavoro appare, nella condizione descritta dall’economia politica, come privazione dell’operaio, e l’oggettivazione appare come perdita e schiavitù dell’oggetto, e l’appropriazione come alienazione, come espropriazione.

La realizzazione del lavoro palesa tale privazione che l’operaio è spogliato fino alla morte per fame [...] Tutte queste conseguenze si trovano nella determinazione che l’operaio sta in rapporto al prodotto del suo lavoro come a un oggetto estraneo. Poiché è chiaro, per questo presupposto, che tanto più l’operaio lavora, tanto più acquista potenza il mondo estraneo, oggettivo, ch’egli si crea di fronte, e tanto più povero diventa egli stesso, il suo mondo interiore, e tanto meno egli possiede. [...] Quanto maggiore dunque questo prodotto, tanto minore è egli stesso. L’espropriazione dell’operaio nel suo prodotto non ha solo il significato che il suo lavoro diventa un oggetto, un’esterna esisteenza, bensì che esso esiste fuori di lui, indipendente, estraneo a lui, come una potenza indipendente di fronte a lui, e che la vita, da lui data all’oggetto, lo confronta estranea e nemica [...].

L’economia politica occulata l’alienazione ch’è nell’essenza del lavoro per questo: ch’essa non considera l’immediato rapporto fra l’operaio (il lavoro) e la produzione. Certamente il lavoro produce meraviglie per i ricchi, ma produce lo spogliamento dell’operaio. Produce palazzi, ma caverne per l’operaio. produce bellezza, ma deformità per l’operaio. Esso sostituisce il lavoro con le macchine, ma respinge una parte dei lavoratori a un lavoro barbarico, e riduce a macchine l’altra parte. Produce spiritualità e produce l’imbecillità, il cretinismo dell’operaio [...].

Nell’alienazione dell’oggetto del lavoro si riassume l’alienazione, l’espropriazione, dell’attività stessa del lavoro. In che consiste ora, l’espropriazione del lavoro? Prima di tutto in questo: che il lavoro resta esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e che l’operaio quindi non si afferma nel suo lavoro, bensì si nega, non si sente appagato ma infelice, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale, bensì mortifica il suo corpo e rovina il suo spirito. L’operaio quindi si sente con se stesso soltanto fuori del lavoro, e fuori di sè nel lavoro. Come a casa sua è solo quando non lavora e quando lavora non lo è. Il suo lavoro non è volontario bensì forzato, è lavoro costrittivo. Il lavoro non è quindi la soddisfazione di un bisogno, bensì soltanto un mezzo per soddisfare bisogni esterni ad esso. [...] Il lavoro esterno, il lavoro in cui l’uomo si espropria, è un lavoro-sacrificio, un lavoro mortificazione. Finalmente l’esteriorità del lavoro al lavoratore si palesa in questo: che il lavoro non è cosa sua ma di un altro; che non gli appartiene, e che in esso egli non appartiene a sé, bensì a un altro. [...] Il risultato è che l’uomo (il lavoratore) si sente libero ormai soltanto nelle sue funzioni bestiali, nel mangiare, nel bere e nel generare, tutt’al più nell’aver una casa, nella sua cura corporale ecc. e che nelle sue funzioni umane si sente più solo una bestia. Il bestiale diventa l’umano e l’umano il bestiale.

Come si vede, il lavoro alienato non è più un momento di realizzazione dell’uomo, ma di perdita dell’uomo stesso; non più fine, ma mezzo. Hegel aveva visto correttamente che il lavoro realizza l’essenza dell’uomo, quale capacità di trasformare la natura secondo un progetto consapevole, ma nel lavoro alienato l’uomo è spogliato della sua iniziativa e diventa semplice mezzo per la produzione di cose, non il loro artefice. L’operaio perde così non solo il proprio oggetto, ma anche se stesso, la sua stessa vita diventa proprietà di un altro, del capitalista, la cui proprietà è solo apparentemente il presupposto dell’economia politica, mentre è in realtà il risultato dell’espropriazione del lavoro operaio e, insieme, il mezzo attraverso cui questa espropriazione si attua:

Abbiamo considerato fino ad ora il rapporto solo dal lato del lavoratore, lo considereremo poi anche dal lato del non-lavoratore. Dunque, nel lavoro alienato, espropriato, l’operaio produce il rapporto a questo lavoro da parte di un uomo estraneo e che sta fuori. Il rapporto dell’operaio col lavoro genera il rapporto del capitalista – o come altrimenti si voglia chiamare il padrone del lavoro – col medesimo lavoro. La proprietà privata è dunque il prodotto, il risultato, la necessaria conseguenza del lavoro espropriato, del rapporto estrinseco dell’operaio alla natura e a se stesso.

La proprietà privata risulta così dall’analisi del concetto del lavoro espropriato, cioè dell‘uomo espropriato, del lavoro alienato, della vita alienata, dell’uomo alienato. Abbiamo certamente ricavato il concetto del lavoro espropriato (della vita espropriata) dall’economia politica come risultato del movimento della proprietà privata. Ma nell’analisi di questo concetto si mostra che, mentre la proprietà privata appare come ragione e causa del lavoro espropriato, essa è piuttosto una conseguenza di quest’ultimo, così come gli dèi sono in origine non causa me bensì effetto dello smarrimento dell’intelletto umano. Poi questo rapporto si rovescia in un effetto reciproco.

Solo all’ultimo punto culminante dello sviluppo della proprietà privata questa mostra di nuovo in risalto il suo segreto: cioè che da una parte essa è il risultato del lavoro espropriato, e secondariamente ch’essa è il mezzo col quale il lavoro si espropria, la realizzazione di questa espropriazione.

Il concetto di proprietà privata è stato così spiegato dall’analisi del concetto di lavoro alienato: ciò permette di scorgere una contraddizione nel seno stesso della società capitalistica. Marx osserva infatti che «l’opposizione tra non proprietà e proprietà» non assume il carattere di contraddizione se non viene concepita come «opposizione di lavoro e capitale», cioè se non si comprende che il capitale stesso è lavoro, lavoro espropriato dell’operaio. L’emancipazione operaia sarà dunque la riappropriazione di quanto si è perduto per effetto dell’alienazione ed essa significherà

la generale emancipazione umana», perché «l’intera servitù umana è coinvolta nel rapporto dell’operaio alla produzione.

Alienazione

La concezione materialistica della storia e il comunismo

La dialettica tra lavoro e capitale e il movimento tra alienazione e riappropriazione hanno luogo sul terreno della storia. Analizzare la storia significa per Marx indagare i fenomeni criticamente, senza presupporli in modo naturalistico e astratto. Essa, inoltre, permette di impostare in modo nuovo il rapporto tra teoria e prassi, perché l’esigenza di una filosofia che si realizzi nel mondo perde con Marx il carattere volontaristico che aveva presso i giovani hegeliani. Il socialismo stesso può essere ora pensato come il risultato di un processo storico [immagine: Pellizza da Volpedo, Quarto stato o Il cammino dei lavoratori, 1901].

Questo insieme di motivi e di esigenze trova espressione nella concezione materialistica della storia formulata nell’Ideologia tedesca (scritta con Engels nel 1845) e nel Manifesto del Partito comunista (Marx-Engels, 1848). La critica a Feuerbach è di grande importanza per capire il materialismo storico. Feuerbach infatti ha pensato l’uomo come «oggetto sensibile», ma non lo ha inteso come «attività sensibile» cioè come ente concreto che trasforma il mondo ed è esso stesso il prodotto storico delle trasformazioni operate dalle precedenti generazioni. Di conseguenza, la sua risulta una concezione statica e astratta, nella quale materialismo e storia restano separati.  Di contro Marx sostituisce alla categoria di “essenza” dell’uomo - di cui faceva ancora uso nei Manoscritti -, gli “uomini” intesi come “individui determinati” che operano in condizioni date con la natura e con gli altri uomini.

Nell‘Ideologia tedesca, il primo aspetto da cui Marx ed Engels avviano la loro critica è il fatto che per vivere, gli uomini devono soddisfare i loro bisogni primari, dunque la produzione di mezzi di sussistenza è l’attività primaria, la prima «azione storica» e specificamente umana. Essa è già una forma determinata di rapporto con la natura, cioè un modo di vita che definisce ciò che gli uomini, entro quel determinato modo di produzione, sono. Sulla base di questo aspetto originario, i filosofi ne individuano altre tre: la creazione e la soddisfazione di nuovi bisogni, la riproduzione (dunque, la famiglia) e la cooperazione tra più individui. La coscienza nasce dalla relazione con altri individui: è dunque un prodotto sociale che si sviluppa in relazione allo sviluppo dei mezzi di produzione, cioè della popolazione, della produttività, della cooperazione, in una parola, dello sviluppo delle «forze produttive». Un ruolo fondamentale in questo sviluppo è giocato dalla divisione del lavoro e dalla proprietà privata.

Delineando questa sorta di “storia originaria” della società e della coscienza, Marx ed Engels forniscono un’interpretazione delle relazioni esistenti in ogni situazione determinata. L’indicazione metodologica fondamentale è che la totalità dell’essere sociale va indagata a partire dalla sfera della vita produttiva:

non è la coscienza che determina la vita, ma è la vita che determina la coscienza.

Si tratta del rovesciamento del modo idealistico di concepire la storia.

La coscienza è dunque intessuta di materia, negarlo è produrre ideologia. Ideologia è infatti ogni forma di rappresentazione teorica inconsapevole o volutamente dimentica della propria condizionatezza storico-materiale. L’ideologia separa le idee dalle loro radici materiali, rendendo arbitrariamente autonomi, e (dunque) universali, valori, concezioni del mondo e idee che nascono invece dall’intreccio con una condizione storicamente determinata.

Questo atteggiamento teorico risponde a una funzione ben precisa: in ogni epoca corrisponde all’esigenza della classe dominante di presentare come naturali e universali i valori che le sono propri [si veda l'uso chiarificatore del concetto di ideologia fatto da Pierre Bourdieu]:

le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante.

Nello scritto più tardo Per la critica dell’economia politica (1859, lo scritto è anche noto come Grundrisse), Marx userà il termine di struttura per indicare l’insieme dei rapporti di produzione esistenti nella società, sostenendo che tale struttura costituisce

la base reale sulla quale si eleva la sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate di coscienza sociale.

E’ sul piano della struttura che agisce infatti la contraddizione fondamentale che produce il divenire storico , cioè il conflitto tra forze produttive e rapporti di produzione. Da un lato, le forme artistiche, giuridiche, filosofiche, religiose, ossia le forme ideologiche sono condizionate dai rapporti di produzione e dal conflitto in essi esistente, dall’altro sono queste stesse forme ideologiche «che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo». La filosofia tedesca, l’economia politica e in generale le teorie studiate da Marx sono così classificabili come forme ideologiche funzionali a rapporti di dominio [per approfondire l'intuizione anticipatrice di questo nesso marxiano da parte di Rousseau e Diderot, si veda Diderot. Il libero servo Rameau. Rousseau. Il bisogno innalzò i troni, le scienze e le arti li hanno rafforzati], perciò il materialismo storico si presenta innanzitutto come una metodologia critica antiideologica, il cui compito fondamentale consiste in un’opera di smascheramento e di svelamento che non accetta come un dato la rappresentazione che gli uomini si fanno del loro agire, ma ne mostra le origini (la genealogia, come farà poi anche Nietzsche) e le motivazioni reali. Al tempo stesso, il materialismo storico inaugura una comprensione critica, non ideologica, della realtà, cioè consapevole della propria origine storica e tesa a mostrare, piuttosto che a nascondere il proprio nesso con la prassi sociale.

Marx materialismo e comunismo

Il materialismo storico si propone quindi una comprensione della realtà che nasce dalla stessa prassi. La prospettiva del comunismo, entro questa teoria, può essere pensata come risultato di un processo storico che va verso una sempre maggiore universalizzazione della cooperazione e dello scambio e, dunque, verso una contraddizione sempre più profonda tra borghesia e proletariato. Per questo, affermano Marx ed Engels,

il comunismo non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.

Nel Manifestoun piccolo libro che nell’edizione originale contava appena ventitré pagine, tirato in mille copie che si dovettero stampare ricorrendo a una colletta, divenuto, insieme alla Bibbia, il libro più stampato al mondo e l’unico edito in tutte le lingue esistenti - nato come programma politico della Lega dei giusti nell’infuocato clima sociale alla vigilia del ’48, si trova un esempio della realizzazione della filosofia nel mondo di cui Marx aveva affermato l’esigenza fin dagli scritti giovanili.

Celebre il suo esordio:

Uno spettro s’aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono alleate in una santa battuta di caccia contro questo spettro: papa e zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi.

Quale partito d’opposizione non è stato tacciato di comunismo dai suoi avversari di governo; qual partito d’opposizione non ha rilanciato l’infamante accusa di comunismo tanto sugli uomini più progrediti dell’opposizione stessa, quanto sui propri avversari reazionari?

Da questo fatto scaturiscono due specie di conclusioni. Il comunismo è di già riconosciuto come potenza da tutte le potenze europee.

Il Manifesto sviluppa una visione dialettica della storia che ha al suo centro il concetto di lotta di classe che, a differenza del passato, nell’epoca presente si svolge tra le due sole classi della borghesia e del proletariato. Marx legge questa polarizzazione del conflitto come il risultato dell’azione rivoluzionaria della borghesia nella storia:

La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta.

Nelle epoche passate della storia troviamo quasi dappertutto una completa articolazione della società in differenti ordini, una molteplice graduazione delle posizioni sociali. In Roma antica abbiamo patrizi, cavalieri, plebei, schiavi; nel medioevo signori feudali, vassalli, membri delle corporazioni, garzoni, servi della gleba, e, per di più, anche particolari graduazioni in quasi ognuna di queste classi. La società civile moderna, sorta dal tramonto della società feudale, non ha eliminato gli antagonismi fra le classi. Essa ha soltanto sostituito alle antiche, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta.

La nostra epoca, l’epoca della borghesia, si distingue però dalle altre per aver semplificato gli antagonismi di classe. L’intera società si va scindendo sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte l’una all’altra: borghesia e proletariato. [...]

La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria. Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l’uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo “pagamento in contanti”. Ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell’esaltazione devota, dell’entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea. Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli. In una parola: ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d’illusioni religiose e politiche. La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività che fino allora erano venerate e considerate con pio timore. Ha tramutato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l’uomo della scienza, in salariati ai suoi stipendi. La borghesia ha strappato il commovente velo sentimentale al rapporto familiare e lo ha ricondotto a un puro rapporto di denaro.

La borghesia ha svelato come la brutale manifestazione di forza che la reazione ammira tanto nel medioevo, avesse la sua appropriata integrazione nella più pigra infingardaggine. Solo la borghesia ha dimostrato che cosa possa compiere l’attività dell’uomo. Essa ha compiuto ben altre meraviglie che le piramidi egiziane, acquedotti romani e cattedrali gotiche, ha portato a termine ben altre spedizioni che le migrazioni dei popoli e le crociate.

La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l’immutato mantenimento del vecchio sistema di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi fra tutte le epoche precedenti. Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti.

Il bisogno di uno smercio sempre più esteso per i suoi prodotti sospinge la borghesia a percorrere tutto il globo terrestre. Dappertutto deve annidarsi, dappertutto deve costruire le sue basi, dappertutto deve creare relazioni. Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un’impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi. Ha tolto di sotto i piedi dell’industria il suo terreno nazionale, con gran rammarico dei reazionari. Le antichissime industrie nazionali sono state distrutte, e ancora adesso vengono distrutte ogni giorno. Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che non lavorano più soltanto le materie prime del luogo, ma delle zone più remote, e i cui prodotti non vengono consumati solo dal paese stesso, ma anche in tutte le parti del mondo. Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. All’antica autosufficienza e all’antico isolamento locali e nazionali subentra uno scambio universale, una interdipendenza universale fra le nazioni. E come per la produzione materiale, così per quella intellettuale. I prodotti intellettuali delle singole nazioni divengono bene comune. L’unilateralità e la ristrettezza nazionali divengono sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali si forma una letteratura mondiale.

Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con la quale spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari. Costringe tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione della borghesia, se non vogliono andare in rovina, le costringe ad introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza.

La borghesia ha assoggettato la campagna al dominio della città. Ha creato città enormi, ha accresciuto su grande scala la cifra della popolazione urbana in confronto di quella rurale, strappando in tal modo una parte notevole della popolazione all’idiotismo della vita rurale. Come ha reso la campagna dipendente dalla città, la borghesia ha reso i paesi barbari e semibarbari dipendenti da quelli inciviliti, i popoli di contadini da quelli di borghesi, l’Oriente dall’Occidente. [...]

Durante il suo dominio di classe appena secolare la borghesia ha creato forze produttive in massa molto maggiore e più colossali che non avessero mai fatto tutte insieme le altre generazioni del passato. Il soggiogamento delle forze naturali, le macchine, l’applicazione della chimica all’industria e all’agricoltura, la navigazione a vapore, le ferrovie, i telegrafi elettrici, il dissodamento d’interi continenti, la navigabilità dei fiumi, popolazioni intere sorte quasi per incanto dal suolo -quale dei secoli antecedenti immaginava che nel grembo del lavoro sociale stessero sopite tali forze produttive?

Ma abbiamo visto che i mezzi di produzione e di scambio sulla cui base si era venuta costituendo la borghesia erano stati prodotti entro la società feudale. A un certo grado dello sviluppo di quei mezzi di produzione e di scambio, le condizioni nelle quali la società feudale produceva e scambiava, l’organizzazione feudale dell’agricoltura e della manifattura, in una parola i rapporti feudali della proprietà, non corrisposero più alle forze produttive ormai sviluppate. Essi inceppavano la produzione invece di promuoverla. Si trasformarono in altrettante catene. Dovevano essere spezzate e furono spezzate. Ad esse subentrò la libera concorrenza con la confacente costituzione sociale e politica, con il dominio economico e politico della classe dei borghesi.

Sotto i nostri occhi si svolge un moto analogo. I rapporti borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la società borghese moderna che ha creato per incanto mezzi di produzione e di scambio così potenti, rassomiglia al mago che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui evocate. Sono decenni ormai che la storia dell’industria e del commercio è soltanto storia della rivolta delle forze produttive moderne contro i rapporti moderni della produzione, cioè contro i rapporti di proprietà che costituiscono le condizioni di esistenza della borghesia e del suo dominio. Basti ricordare le crisi commerciali che col loro periodico ritorno mettono in forse sempre più minacciosamente l’esistenza di tutta la società borghese.

Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta non solo una parte dei prodotti ottenuti, ma addirittura gran parte delle forze produttive già create. Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in tutte le epoche precedenti sarebbe apparsa un assurdo: l’epidemia della sovraproduzione. La società si trova all’improvviso ricondotta a uno stato di momentanea barbarie; sembra che una carestia, una guerra generale di sterminio le abbiano tagliato tutti i mezzi di sussistenza; l’industria, il commercio sembrano distrutti. E perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive che sono a sua disposizione non servono più a promuovere la civiltà borghese e i rapporti borghesi di proprietà; anzi, sono divenute troppo potenti per quei rapporti e ne vengono ostacolate, e appena superano questo ostacolo mettono in disordine tutta la società borghese, mettono in pericolo l’esistenza della proprietà borghese. I rapporti borghesi sono divenuti troppo angusti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta. Con quale mezzo la borghesia supera le crisi? Da un lato, con la distruzione coatta di una massa di forze produttive; dall’altro, con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento più intenso dei vecchi. Dunque, con quali mezzi? Mediante la preparazione di crisi più generali e più violente e la diminuzione dei mezzi per prevenire le crisi stesse.

A questo momento le armi che son servite alla borghesia per atterrare il feudalesimo si rivolgono contro la borghesia stessa. Ma la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che la porteranno alla morte; ha anche generato gli uomini che impugneranno quelle armi: gli operai moderni, i proletari.

Nella stessa proporzione in cui si sviluppa la borghesia, cioè il capitale, si sviluppa il proletariato, la classe degli operai moderni, che vivono solo fintantoché trovano lavoro, e che trovano lavoro solo fintantoché il loro lavoro aumenta il capitale. Questi operai, che sono costretti a vendersi al minuto, sono una merce come ogni altro articolo commerciale, e sono quindi esposti, come le altre merci, a tutte le alterne vicende della concorrenza, a tutte le oscillazioni del mercato.

Con l’estendersi dell’uso delle macchine e con la divisione del lavoro, il lavoro dei proletari ha perduto ogni carattere indipendente e con ciò ogni attrattiva per l’operaio. Egli diviene un semplice accessorio della macchina, al quale si richiede soltanto un’operazione manuale semplicissima, estremamente monotona e facilissima da imparare. Quindi le spese che causa l’operaio si limitano quasi esclusivamente ai mezzi di sussistenza dei quali egli ha bisogno per il proprio mantenimento e per la riproduzione della specie. Ma il prezzo di una merce, quindi anche quello del lavoro, è uguale ai suoi costi di produzione. Quindi il salario decresce nella stessa proporzione in cui aumenta il tedio del lavoro. Anzi, nella stessa proporzione dell’aumento dell’uso delle macchine e della divisione del lavoro, aumenta anche la massa del lavoro, sia attraverso l’aumento delle ore di lavoro, sia attraverso l’aumento del lavoro che si esige in una data unità di tempo, attraverso l’accresciuta celerità delle macchine, e così via.

L’industria moderna ha trasformato la piccola officina del maestro artigiano patriarcale nella grande fabbrica del capitalista industriale. Masse di operai addensate nelle fabbriche vengono organizzate militarmente. E vengono poste, come soldati semplici dell’industria, sotto la sorveglianza di una completa gerarchia di sottufficiali e ufficiali. Gli operai non sono soltanto servi della classe dei borghesi, ma vengono asserviti giorno per giorno, ora per ora dalla macchina, dal sorvegliante, e soprattutto dal singolo borghese fabbricante in persona. Questo dispotismo è tanto più meschino, odioso ed esasperante, quanto più apertamente esso proclama come fine ultimo il guadagno.

Quanto meno il lavoro manuale esige abilità ed esplicazione di forza, cioè quanto più si sviluppa l’industria moderna, tanto più il lavoro degli uomini viene soppiantato da quello delle donne [e dei fanciulli]. Per la classe operaia non han più valore sociale le differenze di sesso e di età. Ormai ci sono soltanto strumenti di lavoro che costano più o meno a seconda dell’età e del sesso. Quando lo sfruttamento dell’operaio da parte del padrone di fabbrica è terminato in quanto all’operaio viene pagato il suo salario in contanti, si gettano su di lui le altre parti della borghesia, il padron di casa, il bottegaio, il prestatore su pegno e così via.

Quelli che fino a questo momento erano i piccoli ordini medi, cioè i piccoli industriali, i piccoli commercianti e coloro che vivevano di piccole rendite, gli artigiani e i contadini, tutte queste classi precipitano nel proletariato, in parte per il fatto che il loro piccolo capitale non è sufficiente per l’esercizio della grande industria e soccombe nella concorrenza con i capitalisti più forti, in parte per il fatto che la loro abilità viene svalutata da nuovi sistemi di produzione. Così il proletariato si recluta in tutte le classi della popolazione.

Il proletariato passa attraverso vari gradi di sviluppo. La sua lotta contro la borghesia comincia con la sua esistenza. Da principio singoli operai, poi gli operai di una fabbrica, poi gli operai di una branca di lavoro in un dato luogo lottano contro il singolo borghese che li sfrutta direttamente. Essi non dirigono i loro attacchi soltanto contro i rapporti borghesi di produzione, ma contro gli stessi strumenti di produzione; distruggono le merci straniere che fan loro concorrenza, fracassano le macchine, danno fuoco alle fabbriche, cercano di riconquistarsi la tramontata posizione del lavoratore medievale.

In questo stadio gli operai costituiscono una massa disseminata per tutto il paese e dispersa a causa della concorrenza. La solidarietà di maggiori masse operaie non è ancora il risultato della loro propria unione, ma della unione della borghesia, la quale, per il raggiungimento dei propri fini politici, deve mettere in movimento tutto il proletariato, e per il momento può ancora farlo. Dunque, in questo stadio i proletari combattono non i propri nemici, ma i nemici dei propri nemici, gli avanzi della monarchia assoluta, i proprietari fondiari, i borghesi non industriali, i piccoli borghesi. Così tutto il movimento della storia è concentrato nelle mani della borghesia; ogni vittoria raggiunta in questo modo è una vittoria della borghesia.

Ma il proletariato, con lo sviluppo dell’industria, non solo si moltiplica; viene addensato in masse più grandi, la sua forza cresce, ed esso la sente di più. [...] Fra tutte le classi che oggi stanno di contro alla borghesia, il proletariato soltanto è una classe realmente rivoluzionaria. Le altre classi decadono e tramontano con la grande industria; il proletariato è il suo prodotto più specifico.

Gli ordini medi, il piccolo industriale, il piccolo commerciante, l’artigiano, il contadino, combattono tutti la borghesia, per premunire dalla scomparsa la propria esistenza come ordini medi. Quindi non sono rivoluzionari, ma conservatori. Anzi, sono reazionari, poiché cercano di far girare all’indietro la ruota della storia. Quando sono rivoluzionari, sono tali in vista del loro imminente passaggio al proletariato, non difendono i loro interessi presenti, ma i loro interessi futuri, e abbandonano il proprio punto di vista, per mettersi da quello del proletariato.

Il sottoproletariato, questa putrefazione passiva degli infimi strati della società, che in seguito a una rivoluzione proletaria viene scagliato qua e là nel movimento, sarà più disposto, date tutte le sue condizioni di vita, a lasciarsi comprare per mene reazionarie.

Le condizioni di esistenza della vecchia società sono già annullate nelle condizioni di esistenza del proletariato. Il proletario è senza proprietà; il suo rapporto con moglie e figli non ha più nulla in comune con il rapporto familiare borghese; il lavoro industriale moderno, il soggiogamento moderno del capitale, identico in Inghilterra e in Francia, in America e in Germania, lo ha spogliato di ogni carattere nazionale. Leggi, morale, religione sono per lui altrettanti pregiudizi borghesi, dietro i quali si nascondono altrettanti interessi borghesi. [...]

Delineando le fasi più generali dello sviluppo del proletariato, abbiamo seguito la guerra civile più o meno latente all’interno della società attuale, fino al momento nel quale quella guerra erompe in aperta rivoluzione e nel quale il proletariato fonda il suo dominio attraverso il violento abbattimento della borghesia. Ogni società si è basata finora, come abbiam visto, sul contrasto fra classi di oppressori e classi di oppressi. Ma, per poter opprimere una classe, le debbono essere assicurate condizioni entro le quali essa possa per lo meno stentare la sua vita di schiava. Il servo della gleba, lavorando nel suo stato di servo della gleba, ha potuto elevarsi a membro del comune, come il cittadino minuto, lavorando sotto il giogo dell’assolutismo feudale, ha potuto elevarsi a borghese. Ma l’operaio moderno, invece di elevarsi man mano che l’industria progredisce, scende sempre più al disotto delle condizioni della sua propria classe. L’operaio diventa un povero, e il pauperismo si sviluppa anche più rapidamente che la popolazione e la ricchezza. Da tutto ciò appare manifesto che la borghesia non è in grado di rimanere ancora più a lungo la classe dominante della società e di imporre alla società le condizioni di vita della propria classe come legge regolatrice. Non è capace di dominare, perché non è capace di garantire l’esistenza al proprio schiavo neppure entro la sua schiavitù, perché è costretta a lasciarlo sprofondare in una situazione nella quale, invece di esser da lui nutrita, essa è costretta a nutrirlo. La società non può più vivere sotto la classe borghese, vale a dire la esistenza della classe borghese non è più compatibile con la società.

La condizione più importante per l’esistenza e per il dominio della classe borghese è l’accumularsi della ricchezza nelle mani di privati, la formazione e la moltiplicazione del capitale; condizione del capitale è il lavoro salariato. Il lavoro salariato poggia esclusivamente sulla concorrenza degli operai tra di loro. Il progresso dell’industria, del quale la borghesia è veicolo involontario e passivo, fa subentrare all’isolamento degli operai risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, risultante dall’associazione. Con lo sviluppo della grande industria, dunque, vien tolto di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti. Essa produce anzitutto i suoi seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono del pari inevitabili.

II. Proletari e comunisti [...] Voi inorridite perché vogliamo abolire la proprietà privata. Ma nella vostra società attuale la proprietà privata è abolita per i nove decimi dei suoi membri; la proprietà privata esiste proprio per il fatto che per nove decimi non esiste. Dunque voi ci rimproverate di voler abolire una proprietà che presuppone come condizione necessaria la privazione della proprietà dell’enorme maggioranza della società.

In una parola, voi ci rimproverate di volere abolire la vostra proprietà.

Certo, questo vogliamo.

Appena il lavoro non può più essere trasformato in capitale, in denaro, in rendita fondiaria, insomma in una potenza sociale monopolizzabile, cioè, appena la proprietà personale non può più convertirsi in proprietà borghese, voi dichiarate che è abolita la persona. Dunque confessate che per persona non intendete nient’altro che il borghese, il proprietario borghese. Certo questa persona deve essere abolita.

Il comunismo non toglie a nessuno il potere di appropriarsi prodotti della società, toglie soltanto il potere di assoggettarsi il lavoro altrui mediante tale appropriazione. [...]

Abolizione della famiglia! Anche i più estremisti si riscaldano parlando di questa ignominiosa intenzione dei comunisti. Su che cosa si basa la famiglia attuale, la famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno privato. Una famiglia completamente sviluppata esiste soltanto per la borghesia: ma essa ha il suo complemento nella coatta mancanza di famiglia del proletario e nella prostituzione pubblica. La famiglia del borghese cade naturalmente col cadere di questo suo complemento ed entrambi scompaiono con la scomparsa del capitale.

Ci rimproverate di voler abolire lo sfruttamento dei figli da parte dei genitori? Confessiamo questo delitto. Ma voi dite che sostituendo l’educazione sociale a quella familiare noi aboliamo i rapporti più cari. E anche la vostra educazione, non è determinata dalla società? Non è determinata dai rapporti sociali entro i quali voi educate, dalla interferenza più o meno diretta o indiretta della società mediante la scuola e così via? I comunisti non inventano l’influenza della società sull’educazione, si limitano a cambiare il carattere di tale influenza, e strappano l’educazione all’influenza della classe dominante.

La fraseologia borghese sulla famiglia e sull’educazione, sull’affettuoso rapporto fra genitori e figli diventa tanto più nauseante, quanto più, per effetto della grande industria, si lacerano per il proletario tutti i vincoli familiari, e i figli sono trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro. Tutta la borghesia ci grida contro in coro: ma voi comunisti volete introdurre la comunanza delle donne. Il borghese vede nella moglie un semplice strumento di produzione. Sente dire che gli strumenti di produzione devono essere sfruttati in comune e non può naturalmente farsi venire in mente se non che la sorte della comunanza colpirà anche le donne. Non sospetta neppure che si tratta proprio di abolire la posizione delle donne come semplici strumenti di produzione.

Del resto non c’è nulla di più ridicolo del moralissimo orrore che i nostri borghesi provano per la pretesa comunanza ufficiale delle donne fra i comunisti. I comunisti non hanno bisogno d’introdurre la comunanza delle donne; essa è esistita quasi sempre. I nostri borghesi, non paghi d’avere a disposizione le mogli e le figlie dei proletari, per non parlare neppure della prostituzione ufficiale, trovano uno dei loro divertimenti principali nel sedursi reciprocamente le loro mogli. In realtà il matrimonio borghese è la comunanza delle mogli. Tutt’al, più ai comunisti si potrebbe rimproverare di voler introdurre una comunanza delle donne ufficiale e franca al posto di una comunanza delle donne ipocritamente dissimulata. Del resto è ovvio che, con l’abolizione dei rapporti attuali di produzione, scompare anche quella comunanza delle donne che ne deriva, cioè la prostituzione ufficiale e non ufficiale.

Inoltre, si è rimproverato ai comunisti ch’essi vorrebbero abolire la patria, la nazionalità.

Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno. Poiché la prima cosa che il proletario deve fare è di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire se stesso in nazione, è anch’esso ancora nazionale, seppure non certo nel senso della borghesia. [...]

Ma lasciamo stare le obiezioni della borghesia contro il comunismo. Abbiamo già visto sopra che il primo passo sulla strada della rivoluzione operaia consiste nel fatto che il proletariato s’eleva a classe dominante, cioè nella conquista della democrazia. Il proletariato adoprerà il suo dominio politico per strappare a poco a poco alla borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, cioè del proletariato organizzato come classe dominante, e per moltiplicare al più presto possibile la massa delle forze produttive. [...]

Quando le differenze di classe saranno scomparse nel corso dell’evoluzione, e tutta la produzione sarà concentrata in mano agli individui associati, il pubblico potere perderà il suo carattere politico. In senso proprio, il potere politico è il potere di una classe organizzato per opprimerne un’altra. Il proletariato, unendosi di necessità in classe nella lotta contro la borghesia, facendosi classe dominante attraverso una rivoluzione, ed abolendo con la forza, come classe dominante, gli antichi rapporti di produzione, abolisce insieme a quei rapporti di produzione le condizioni di esistenza dell’antagonismo di classe, cioè abolisce le condizioni d’esistenza delle classi in genere, e così anche il suo proprio dominio in quanto classe.

Alla vecchia società borghese con le sue classi e i suoi antagonismi fra le classi subentra una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti. [...]

IV. Posizione dei comunisti di fronte ai diversi partiti d’opposizione. [...] i comunisti appoggiano dappertutto ogni movimento rivoluzionario diretto contro le situazioni sociali e politiche attuali. Entro tutti questi movimenti essi mettono in rilievo, come problema fondamentale del movimento, il problema della proprietà, qualsiasi forma, più o meno sviluppata, esso possa avere assunto.

Infine, i comunisti lavorano dappertutto al collegamento e all’intesa dei partiti democratici di tutti i paesi. I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono esser raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l’ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero d’una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare.

PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI!

La critica dell’economia politica e il suo metodo

Marx nel 1872A partire dal 1850, Marx concentra la sua attività teorica sull’economia politica e sulle strutture di funzionamento dell’economia capitalistica. Questo lavoro iniziato con i Manoscritti e proseguito con la dura critica al socialismo piccolo-borghese di Proudhon e al suo Filosofia della miseria (Miseria della filosofia, 1847), culmina con la stesura del Capitale, rimasto incompiuto, il cui primo libro esce nel 1867.

L’analisi del Capitale prende avvio dalla merce, la forma elementare della società borghese che ne racchiude molecolarmente in sé l’essenza e le contraddizioni. Il carattere essenziale della merce è la sua duplicità: ogni singola merce è infatti, contemporaneamente, mezzo per soddisfare un bisogno e oggetto che viene scambiato sul mercato; ha un’esistenza naturale e un’esistenza sociale, un valore d’uso e un valore di scambio. Il valore di scambio prescinde dalle caratteristiche qualitative della merce e dalla sua utilità ed è relativo solo al valore proporzionale della stessa merce rispetto alle altre. Il denaro, quale equivalente universale, ne è il mediatore perfetto, esso infatti non è altro che «la forma in cui  tutte le merci si eguagliano, si paragonano, si misurano».

Ma dove viene il valore di scambio? Marx osserva che il riferimento al valore di una merce presuppone il riferimento a una terza entità: il lavoro umano in essa oggettivato. Se si prescinde dal valore d’uso (l’effettività utilità delle cose) resta alle merci solo il fatto di essere state realizzate con lavoro umano. Il valore di scambio di una merce è dunque dato dal lavoro necessario a produrlo, intendendo per “lavoro” non soltanto l’opera del singolo lavoratore, ma la durata del lavoro sociale erogato per produrre la generalità delle merci scambiate. Questo aspetto è però occultato e le merci appaiono in se stesse come cose che hanno in se stesse il loro valore, restando nascosti i processi e i rapporti reali di valorizzazione. Si tratta del feticismo delle merci, quel fenomeno di rovesciamento per cui le cose dominano sull’uomo, attraverso «la personificazione della cosa e la reificazione della persona».

Valorizzazione significa che le merci prodotte hanno un valore di scambio maggiore del valore dei mezzi di produzione (capitale+lavoro). E’ qui (nella sfera della produzione, non della circolazione delle merci) che Marx individua la creazione del plusvalore, consistente nella parte del valore di scambio delle merci non corrisposto al lavoratore. Poiché nel sistema capitalistico anche il lavoro è una merce, la forza lavoro venduta dal lavoratore ha un valore d’uso e uno di scambio: il capitalista compra questa merce al suo valore di scambio – che tende a identificarsi con il costo dei beni di pura sussistenza del lavoratore e della sua famiglia – e la consuma per il suo valore d’uso che permette di produrre merci di valore superiore al salario.  La forza lavoro viene quindi applicata per un tempo superiore (pluslavoro) a quello necessario per pagare il salario del lavoratore, generando un plusvalore che viene appropriato dal proprietario dei mezzi di produzione.

Il capitale non ha inventato il plusvalore, osserva Marx, ma ha fondato un sistema basato sulla sua estrazione sistematica e sulla sua separazione dei mezzi di produzione dall’attività del lavoratore. Questa forma di dominio presuppone precise condizioni non puramente economiche, ma insieme sociali e giuridiche, quali la separazione dei mezzi di produzione (terra e strumenti) dal lavoro (operaio) e la necessità dunque di vendere sul mercato la propria forza lavoro ad una condizione di parità formale (nella società capitalistica è abolita la schiavitù e il lavoro è formalmente libero). Proprio quando la maturazione delle forze produttive porta a dissoluzione le condizioni operanti nei modi di produzione antichi, ha inizio la cosiddetta accumulazione originaria, erroneamente collocata dagli economisti borghesi nel risparmio e nata invece «dalla conquista, dal soggiogamento, dalla rapina, in breve dalla violenza», ovvero dalla costituzione di un rapporto sociale basato sul dominio di una classe sull’altra, chiamato capitale.

Marx individua alcune tendenze fondamentali del sistema capitalistico: la caduta tendenziale del saggio di profitto e la  natura strutturale delle crisi. Il primo è la tendenza del profitto a diminuire sulla base del conflitto di classe e della concorrenza intercapitalistica, la seconda legata all’eccesso di produzione delle merci rispetto alle capacità di consumo. Marx si è sempre rifiutato di «prescrivere ricette per le osterie dell’avvenire», cioè di teorizzare le caratteristiche economiche e giuridiche della futura società comunista, ma nella Critica del programma di Gotha ha espresso l’idea che la transizione dalla società borghese richiedesse un periodo caratterizzato sotto il profilo politico dalla dittatura del proletariato (il debole controllo politico era stata infatti per Marx la causa della sconfitta della Comune di Parigi) e, sotto quello economico, dalla proprietà collettiva dei mezzi di produzione. In quanto prodotto dell’opposizione alla società borghese, essa conservava alcune delle sue caratteristiche negative, in primo luogo il diritto uguale nella distribuzione che fatalmente riproduce le diseguaglianze di attitudini e capacità tra gli individui. Questo «angusto orizzonte giuridico borghese» potrà essere superato solo in una seconda fase, quando gli individui non saranno più asserviti e avranno potuto realizzarsi integralmente, accrescendo insieme le forze produttive sociali. Solo allora il motto di questa società sarà «Ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni».

L’orizzonte entro il quale Marx pensa la società del futuro rimane, in tutto l’arco del suo pensiero, quello della realizzazione della libertà, intesa come sviluppo di tutte le facoltà umane.

La tomba di Marx

highgate-cemeterySulla tomba di Marx, a Londra, nel cimitero di Highgate è incisa, come epitaffio, l’undicesima tesi su Feuerbach:

The philosophers have only interpreted the world in various ways. The point, however, is to change itI filosofi hanno soltanto interpretato in modo diverso il mondo, ora è tempo di cambiarlo.

http://gabriellagiudici.it/marx/

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La matta bestialità : Dante Inferno Canto undicesimo

Lo schema dell’Inferno, illustrazione di William Blake

Non ti rimembra di quelle parole

con le quai la tua Etica pertratta

le tre disposizion che ’l ciel non vole,

incontenenza, malizia e la matta

bestialitade? e come incontenenza

men Dio offende e men biasimo accatta?

Se tu riguardi ben questa sentenza,

e rechiti a la mente chi son quelli

che sù di fuor sostegnon penitenza,

tu vedrai ben perché da questi felli

sien dipartiti, e perché men crucciata

la divina vendetta li martelli”.

Dante Alighieri – Divina Commedia

Inferno

Canto undicesimo

 

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il canto undicesimo dell’Inferno di Dante Alighieri si svolge sull’orlo del sesto cerchio, ove sono puniti gli eretici; siamo all’alba del 9 aprile 1300 (Sabato Santo), o secondo altri commentatori del 26 marzo 1300.

Questo canto è il più breve di tutta la Divina Commedia ed è un canto dottrinale dove si spiega la gerarchia dei peccati e la loro dislocazione nell’Inferno, ma, nonostante l’argomento privo di azione, anche qui la costruzione poetica di Dante si manifesta in tutta la sua ricchezza.

 

In su l’estremità d’un’alta ripa

che facevan gran pietre rotte in cerchio,

venimmo sopra più crudele stipa; 3

e quivi, per l’orribile soperchio

del puzzo che ’l profondo abisso gitta,

ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio 6

d’un grand’avello, ov’io vidi una scritta

che dicea: ’Anastasio papa guardo,

lo qual trasse Fotin de la via dritta’. 9

“Lo nostro scender conviene esser tardo,

sì che s’ausi un poco in prima il senso

al tristo fiato; e poi no i fia riguardo”. 12

Così ’l maestro; e io “Alcun compenso”,

dissi lui, “trova che ’l tempo non passi

perduto”. Ed elli: “Vedi ch’a ciò penso”. 15

“Figliuol mio, dentro da cotesti sassi”,

cominciò poi a dir, “son tre cerchietti

di grado in grado, come que’ che lassi. 18

Tutti son pien di spirti maladetti;

ma perché poi ti basti pur la vista,

intendi come e perché son costretti. 21

D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,

ingiuria è ‘l fine, ed ogne fin cotale

o con forza o con frode altrui contrista. 24

Ma perché frode è de l’uom proprio male,

più spiace a Dio; e però stan di sotto

li frodolenti, e più dolor li assale. 27

Di vïolenti il primo cerchio è tutto;

ma perché si fa forza a tre persone,

in tre gironi è distinto e costrutto. 30

A Dio, a sé, al prossimo si pòne

far forza, dico in loro e in lor cose,

come udirai con aperta ragione. 33

Morte per forza e ferute dogliose

nel prossimo si danno, e nel suo avere

ruine, incendi e tollette dannose; 36

onde omicide e ciascun che mal fiere,

guastatori e predon, tutti tormenta

lo giron primo per diverse schiere. 39

Puote omo avere in sé man vïolenta

e ne’ suoi beni; e però nel secondo

giron convien che sanza pro si penta 42

qualunque priva sé del vostro mondo,

biscazza e fonde la sua facultade,

e piange là dov’esser de’ giocondo. 45

Puossi far forza ne la deïtade,

col cor negando e bestemmiando quella,

e spregiando natura e sua bontade; 48

e però lo minor giron suggella

del segno suo e Soddoma e Caorsa

e chi, spregiando Dio col cor, favella. 51

La frode, ond’ogne coscïenza è morsa,

può l’omo usare in colui che ‘n lui fida

e in quel che fidanza non imborsa. 54

Questo modo di retro par ch’incida

pur lo vinco d’amor che fa natura;

onde nel cerchio secondo s’annida 57

ipocresia, lusinghe e chi affattura,

falsità, ladroneccio e simonia,

ruffian, baratti e simile lordura. 60

Per l’altro modo quell’amor s’oblia

che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,

di che la fede spezïal si cria; 63

onde nel cerchio minore, ov’è ’l punto

de l’universo in su che Dite siede,

qualunque trade in etterno è consunto”. 66

E io: “Maestro, assai chiara procede

la tua ragione, e assai ben distingue

questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede. 69

Ma dimmi: quei de la palude pingue,

che mena il vento, e che batte la pioggia,

e che s’incontran con sì aspre lingue, 72

perché non dentro da la città roggia

sono ei puniti, se Dio li ha in ira?

e se non li ha, perché sono a tal foggia?”. 75

Ed elli a me “Perché tanto delira”,

disse, “lo ’ngegno tuo da quel che sòle?

o ver la mente dove altrove mira? 78

Non ti rimembra di quelle parole

con le quai la tua Etica pertratta

le tre disposizion che ’l ciel non vole, 81

incontenenza, malizia e la matta

bestialitade? e come incontenenza

men Dio offende e men biasimo accatta? 84

Se tu riguardi ben questa sentenza,

e rechiti a la mente chi son quelli

che sù di fuor sostegnon penitenza, 87

tu vedrai ben perché da questi felli

sien dipartiti, e perché men crucciata

la divina vendetta li martelli”. 90

“O sol che sani ogne vista turbata,

tu mi contenti sì quando tu solvi,

che, non men che saver, dubbiar m’aggrata. 93

Ancora in dietro un poco ti rivolvi”,

diss’io, “là dove di’ ch’usura offende

la divina bontade, e ’l groppo solvi”. 96

“Filosofia”, mi disse, “a chi la ’ntende,

nota, non pure in una sola parte,

come natura lo suo corso prende 99

dal divino ’ntelletto e da sua arte;

e se tu ben la tua Fisica note,

tu troverai, non dopo molte carte, 102

che l’arte vostra quella, quanto pote,

segue, come ’l maestro fa ’l discente;

sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote. 105

Da queste due, se tu ti rechi a mente

lo Genesì dal principio, convene

prender sua vita e avanzar la gente; 108

e perché l’usuriere altra via tene,

per sé natura e per la sua seguace

dispregia, poi ch’in altro pon la spene. 111

Ma seguimi oramai che ’l gir mi piace;

ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,

e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace, 114

e ’l balzo via là oltra si dismonta”.

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Stop the destruction Syria’s cultural heritage – Syrian children dying of hunger – i civili disperati mangiano i gatti randagi

 

Stop the destruction’, UN officials urge in plea to save Syria’s cultural heritage

Three UNESCO World Heritage Sites in Syria are being used for military purpose and this raises the risk of imminent and irreversible destruction. Photo: UNESCO, UNESCO/Ron Van Oers

12 March 2014 – The rampant destruction of Syria’s cultural heritage – including ancient cities, houses and temples – is deepening hatred in the war-torn country and must stop, United Nations and Arab League officials warned today, stressing that the protection of Syria’s ancient history is inseparable from the protection of its people.

“Destroying the inheritance of the past robs future generations of a powerful legacy, deepens hatred and despair and undermines all attempts to foster reconciliation,” said Secretary-General Ban Ki-moon, UN Educational, Scientific and Cultural Organization (UNESCO) Director General, Irina Bokova, and UN and League of Arab States Joint Special Representative for Syria, Lakhdar Brahimi

In a rare joint statement issued as the crisis in Syria enters its fourth year, the senior officials said that as Syrians continue to endure incalculable human suffering and loss, their country’s rich tapestry of cultural heritage is being ripped to shreds in the conflict due to fighting, looting, and pillaging at ancient archaeological sites.

“All layers of Syrian culture are now under attack – including pre-Christian, Christian and Muslim,” they said, placing efforts to save Syrian’s heritage within the wider scope of ending violence in the country.

They noted that the protection of cultural heritage is inseparable from the protection of human lives, and should be an integral part of humanitarian and peacebuilding efforts, adding “now is the time to stop the destruction, build peace and protect our common heritage”.

Four of the country’s six UNESCO World Heritage sites are being used for military purposes or have been transformed into battlefields. These include the Crac des Chevaliers and Qal’at Salah El-Din, castles constructed during the Crusades between the 11th and 13th centuries.

Other sites being used for military purposes include Palmyra, which contains ruins of what was believed to have been one of the most important cultural centres of the world in the 1st and 2nd centuries; the Saint Simeon Church in the ancient villages of Northern Syria; and Aleppo, including the Aleppo Citadel.

Syria has two additional sites inscribed to the World Heritage List, the ancient cities of Bosra and Damascus, and 12 sites which are currently under consideration for admission to the list.

The UN today again drew attention to the systematic looting and illicit trafficking of cultural objects from Syria which have reached “unprecedented levels”.

UNESCO officials have said in the past that some of these sites are being wrecked and looted, compromising their scientific value. Among them, the site of Apamea on the Orontes River has been completely destroyed by thousands of illegal digs.

“We appeal to all countries and professional bodies involved in customs, trade and the art market, as well as individuals and tourists, to be on alert for stolen Syrian artifacts,” the joint statement says, also requesting parties to verify the origin of cultural property in adherence to the UNESCO 1970 Convention on illicit trafficking of cultural property.

The officials also spoke out against reports that Syrian artifacts were being deliberately targeted for ideological reasons.

“Human representations in art are being destroyed by extremist groups intent on eradicating unique testimonies of Syria’s rich cultural diversity,” they said in the joint statement.

http://www.un.org/apps/news/story.asp/story.asp?NewsID=47340&Cr=Syria&Cr1#.UyG14879aUk

Syrian children dying of hunger

(CNN) — Her almond-shaped brown eyes shine through her sunken face as a doctor lifts her sweater to reveal a tiny rib cage pushing against her skin.

Little more than a year old, Israa al Masri wastes away at the National Hospital in the besieged Damascus suburbs just a few miles from the medical supplies needed to save her.

Slowly, painfully, organs shut down one by one as her muscles atrophy until, barley breathing. On January 12, the toddler’s heart stops.

The cause of death: hunger.

Starvation is the Syrian government’s newest and cruelest weapon against opposition neighborhoods leaving infants with swollen heads and distended bodies, their mothers dry of breast milk, and their elders skeletal and dehydrated, according to activists and doctors.

In one of the earliest cases, 1-year-old Farah Atout arrived at the Maliha medical center weak and whimpering as doctors struggled to find veins to feed her intravenously.

“I remember this child very well she was about a year old and she weighed only 4 kilograms,” said Dr. Mazin Ramadan, who treated Atout last November. Her destitute family fled their village with just the clothes on their back, leaving them with little access to food, Ramadan said.

“They arrived and put this child between my hands and imagined with a shot or some medicine her strength would come back and the ordeal would be over,” said Ramadan, one of the few pediatricians in the area.

After just 48 hours, nothing remained of the baby but a skeletal frame with tubes bandaged to a yellowed face frozen in anguish. But what appeared at the time a unique horror, now repeats itself over and over in the Damascus suburbs, doctors and activists told CNN.

Parents often risk death by sniper fire, simply to forage for nutrition. A nurse, who did not wish to be identified for fear of reprisal, in the besieged Yarmouk Palestinian Refugee Camp on the outskirts of Damascus told Amnesty International that around four people a day arrive with gunshot wounds from snipers targeting civilians as they pick plants and shrubs from nearby fields.

Established in 1957, Yarmouk, an unofficial refugee camp, has been home for decades to thousands of Palestinians displaced by Arab-Israeli wars.

At National Hospital South of Damascus, near Yarmouk, 43 people have died of starvation, 22 of them children, the youngest just 23 days old, with most of the deaths occurring this past month, a dramatic increase, according to hospital staff.

“Sometimes I get a case due to malnutrition or lack of medicine and, I feel utter desperation because I cannot help the child. We have reached a state where this is normal — that every two to three days a child dies. It just feels like there is no nutrition. What can we do?” said a doctor at the hospital who did not wish to be identified out of fear of Syrian forces.

Parents sometimes crumble in the face of despair and very few options.

“I had a 2-year-old patient just a few days ago, and she was diagnosed with a life threatening condition and when her father found out he said ‘OK. I will take her home to die.’ Just like that — without hesitation. He said ‘What am I to do? There is no food and no medicine,’ ” the doctor said.

Infants are particularly vulnerable.

“The first 1000 days of life, from conception to 2 years are absolutely critical as far as nutrition and the developmental foundations of life are concerned. If the child in the womb of a pregnant mother, and the mother isn’t getting the food she needs and there is this obstacle in the way of getting access to this kind of vital nutrients they need to grow. They are not going to recover. That is a real tragedy,” said Greg Barrow a spokesman for the United Nations World Food Programme.

Starving civilians as a method of warfare is a war crime.
Amnesty International

In a video widely viewed on YouTube of a skeletal 10-year-old named Bashar Kaboush in the eastern Ghouta town of Jisreen, a distraught man who CNN has confirmed is a relative of the child shouts: “Is this acceptable to God? Look at this child. Is this acceptable to world? Does the look like a human body? Is this the arm of a child? He is just 10 years old.”

Mohammed Abu al Rgaa an activist in Jisreen told CNN that residents fear Kaboush and dozens of others may soon die of hunger. Rgaa shared with CNN the case of 8-month-old Mohamad Faissal from the same town who recently died from lack of infant milk and proper medical care. Shocking online video of Faissal’s lifeless body bore the hallmarks of starvation such as a swollen abdomen and protruding ribs, doctors said.

The cause of crisis is clear. The once thriving agriculture belt to the east of the capital and the collection of towns and neighborhoods to the south wilted under a government siege blocking food staples from those areas. Opposition-controlled farmland lies desolate after nearly two years of warfare that has destroyed crops and livestock, leaving little more than stores of grain for thousands trapped behind government tanks. Many say the blockades are used by the Syrian government as collective punishment against opposition areas.

Hostilities make it difficult to gain a clear view of the scope and scale of malnutrition in the area, but the WFP estimates at least 800,000 civilians remain under siege.

“This underlines exactly why humanitarian agencies like the WFP have been calling for more access. To really see with their eyes: What is the scale of the problem? Who is most vulnerable? What kind of assistance do they need? And how can we get it in fast? That is absolutely critical,” Barrow said.

Amnesty International has been more direct: “The Syrian government is cruelly punishing civilians living in opposition-held areas. Starving civilians as a method of warfare is a war crime. The blockades must be lifted immediately and access to humanitarian aid must never be used to score military or political gains,” said Philip Luther, Amnesty International’s Middle East and North Africa director.

Syrian officials failed to respond to CNN requests for comment on this story, but have said in general terms that “foreign-backed terrorists” catapulted the country into a spiral of violence that has triggered Syrian army efforts to expel opposition fighters from the Damascus suburbs.

Perhaps most disturbingly, packed aid convoys ready and willing to deliver assistance to those in need are barred from doing so — mainly by Syrian government troops.

“The road to political stability and confidence building in Syria starts with an important step: ensuring no one dies because of a lack of food or medicine or from the cold when humanitarian workers are nearby but are not allowed in” said Ertharin Cousin, WFP’s executive director.

Geneva II peace talks secured an agreement for some aid to enter the Yarmouk Palestinian Refugee Camp this week, but several hundred food parcels and limited medical evacuations are simply not enough to stave off malnutrition.

“To make any progress in addressing these needs, UNRWA’s presence and humanitarian assistance work must be permitted to continue and expand over a period of months, not days,” Chris Gunness, Spokesman for the U.N. Relief and Works Agency for Palestine Refugees said in a statement.

“If the siege does not end, I expect even I will be dead,” Assaf said over a crackly Skype connection. “If the siege is not broken these cases will increase and there will be mass death. To be honest this is what I would expect: mass death.”

http://edition.cnn.com/2014/02/05/world/syria-children-dying-hunger/

Siria, milioni di bambini rischiano la vita per il sistema sanitario al collasso

(Xinhua)  (Xinhua)
ultimo aggiornamento: 10 marzo, ore 12:23

Roma – (Adnkronos) – Il rapporto di Save the Children sull’impatto di tre anni di guerra sulla salute dei più vulnerabili fotografa una situazione drammatica: crollo delle vaccinazioni, 80mila piccoli affetti da polio, impennata dei casi di leishmaniosi, solo un parto su quattro assistito /Amnesty denuncia: l’esercito siriano ha usato la fame come ‘arma di guerra

 

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/Siria-milioni-di-bambini-rischiano-la-vita-per-il-sistema-sanitario-al-collasso_321312848624.html

Siria, Onu: ”Patrimonio artistico compromesso”. Unicef: ”Gatti come cibo”

ultimo aggiornamento: 13 marzo, ore 14:06
New York – (Adnkronos/Aki) – L’organizzazione condanna l’uso di siti storici a scopo militare. Intanto l’Unicef denuncia: a Homs i civili disperati mangiano i gatti randagi

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/Siria-Onu-Patrimonio-artistico-compromesso-Unicef-Gatti-come-cibo_321325336165.html

Queue for food in Syria’s Yarmouk camp shows desperation of …

Syrian refugees live in cold, wind, rain | controappuntoblog.org

How Syria Is Becoming Bosnia | controappuntoblog.org

 

Syria’s Polio Epidemic: The Suppressed Truth | controappunto


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