Pandora, amore mio , Autore: Ernesto Di Mauro – Omar Khayam – sedici quartine by A. Papaleo

Pandora, amore mio

La trasgressione intellettuale
è ciò che ci rende umani,
è la radice profonda della scienza.

Tecnologia e scienza si sovrappongono. Un eccesso di tecnologia potrebbe farci dimenticare perché si tenta di perseguire la conoscenza. Questo saggio esprime dubbi e certezze al riguardo. Una lunga pratica di genetica molecolare mi ha rese chiare le difficoltà nel comprendere la natura più nascosta della vita; e, messe a fuoco in questo quadro generale, le difficoltà che si hanno quando ci si domanda: cosa ci rende davvero umani?
Per delineare alcune risposte, ho fatto ricorso al mio interesse per il pensiero antico e ad alcune nozioni di genetica e di fisica contemporanea. Il discorso si rivolge a Pandora, a colei che, aprendo il Vaso, ha lasciato sfuggire le nostre domande. E a quei ricercatori che non si accontentano mai completamente dei risultati dei loro esperimenti e dei loro calcoli.

Un giorno Pandora aprì il Vaso. Da quel momento, abbiamo dovuto cominciare a lavorare, ci siamo ritrovati ad essere artisti e scienziati. Da quel momento, siamo diventati umani. Ma chi? Perché? Quando? Come? Dove? Innanzitutto è meglio rendersi conto che, dal momento in cui Pandora ha aperto il Vaso ad oggi, non siamo andati molto lontano.

Mai l’intelletto mio si distaccò dalla scienza,
pochi segreti ci sono che ancor non mi son disvelati,
e notte e giorno ho pensato per lunghi settantadue anni,
e l’unica cosa che seppi è che mai nulla ho saputo.
(Quartina #93)

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Omar Khayyan

Mai l’intelletto mio si distaccò dalla scienza
Pochi segreti ci sono che ancor non mi son disvelati
E notte e giorno ho pensato per lunghi settantadue anni
E l’unica cosa che seppi è che mai nulla ho saputo.

Omar Khayam – sedici quartine

nella interpretazione

<<… Nell’anno 506 si trovavano a Balkh, nella via dei venditori di schiavi, nel palazzo dell’amir Abu Sa’d, l’imam Omar Khayyam e l’imam Mozzafar Esfazari, ed io anche ero con loro. In una piacevole riunione sentii dire alla “prova della verità” Omar: “la mia tomba sarà in un luogo tale, che ad ogni primavera il vento del nord farà piovere fiori sulla terra del corpo mio”. Mi sembrò strana questa predizione ma sapevo che un uomo come lui non poteva dire sciocchezze vane. Quando nel 530 capitai a Nisciapur, era già qualche anno che quel Grande aveva nascosto il viso sotto il velo della terra, e questo mondo basso era rimasto orfano di lui. Poiché era stato mio maestro, e pertanto avevo verso di lui dei doveri, volli, un venerdì, andare a visitare la tomba, e condussi con me qualcuno che mi indicasse dove fosse. Mi portò fuori, al cimitero di Hire: voltammo a sinistra e vidi la sua tomba ai piedi del muro di un giardino. I peri e gli albicocchi sporgevano i loro rami oltre quel muro, nel cimitero, e avevano ricoperto la tomba di Omar di un tappeto di fiori. Mi ricordai allora di quelle parole che nella città di Balkh gli avevo sentito dire, e mi vennero le lacrime agli occhi…>>.
Antologia persiana di Badi’ oz Zaman Khorasani
passo tradotto da Andrea Bausani per l’introduzione del Roba’iyyat
Rispettare lo schema logico/strutturale della sintassi inglese fitzgeraldiana in una traduzione italiana di queste quartine (che nel corso della loro sopravvivenza all’autore hanno subito diverse trascrizioni infedeli), come soventemente fanno molti dei nostri traduttori, significa spezzarne, forse, l’originaria iperbole simbolica.
Rispettare l’impostazione simbolico/mitica della cultura persiana tipica di queste liriche (impostazione che ha subito, grazie alla diffusione orale precedente alle varie trascrizioni delle quartine, innumerevoli contaminazioni culturali), come ricorrentemente fanno altri interpreti della opera di Khayyam, significa oggi falsare, forse, la possibilità di riprodurre oggi l’originario contesto semiotico.
Questo progetto di trasposizione in italiano (ancora in corso d’opera) prevede una libera interpretazione delle suggestioni liriche che il “figlio del fabbricatore di tende” ci ha lasciato.
Un tentativo di evocare, più che l’impostazione filologica imposta al testo successivamente alla sua morte, il profumo dei fiori di pero ed albicocco.
I
L’Iram è, in fede, svanita con tutte le sue rose,
la sette volte inanellata coppa di Jamshid nessuno più può trovare;
ma ancora il vino si accende di rubino,
ancora il giardino rifiorisce dove scorre l’acqua.
II
Alcuni vivono per la gloria del mondo,
altri per i paradisi dei profeti a venire;
prendi ciò che hai e lascia andare le promesse,
esse sono il suono di un tamburo distante.
III
Gli amici che abbiamo amato, i più fedeli e leali,
ci hanno lasciato uno dopo l’altro;
con loro bevemmo due o tre coppe alla mensa del mondo,
prima che, uno alla volta, andassero silenziosamente a dormire.
IV
Ci fu una porta della quale non trovai chiave,
un velo attraverso il quale non potei vedere;
alcune piccole parole fra me e te,
dopo non fummo, tu ed io… mai più.
V
Sia a Naishapur che a Babilonia,
sia che la coppa stilli dolcezza od amarezza;
il vino della vita scorre goccia a goccia,
il fiore della vita perde foglie una ad una.
VI
Alle labbra di questa povera e polverosa coppa,
bevvi per svelare il sottile segreto della vita;
le labbra della coppa, alle mie labbra mormorarono,
bevi fin quando vivrai, dopo non potrai più farlo.
VII
Solo l’uva può, con logica assoluta,
confutare innumeri e noiose sette;
solo alchemico vino può, in un istante,
mostrarci la vita che trasmuta il piombo in oro.
VIII
Bizzarro, non credi?
delle miriadi passarono prima di noi la porta oscura;
nessuno tornò a indicarci la via,
per conoscerla dovremo metterci in viaggio.
IX
Non siamo nulla di più che una sequenza in movimento,
giochi di ombre proiettati su uno sfondo;
la lanterna magica di un illusionista,
ci da vita a mezzanotte, per il suo spettacolo.
X
Di certo gli idoli che ho adorato così a lungo hanno reso,
agli occhi degli uomini, il mio credito cattivo;
di certo hanno gettato il mio onore nella coppa,
ho venduto la mia reputazione per una canzone.
XI
Se il mondo fosse fatto secondo i tuoi desideri,
se avessi raggiunto la conoscenza che desideri;
se avessi vissuto cento anni felice,
che importerebbe dunque?
XII
I poli della scienza e della saggezza,
coloro che fra i saggi brillavano come fari;
non hanno potuto illuminare la notte,
hanno rischiarato un istante il buio e poi si sono spenti.
XIII
Null’altro siamo che non parte del gioco,
muoviamo su una scacchiera di giorni e notti;
ad ogni mossa un pezzo cade preso,
la partita continua mentre noi veniamo riposti.
XIV
Sognavo al principio dell’alba nella taverna,
ed udii una voce che mi consigliò:
svegliati, figlio mio, e vuota la coppa,
prima che il liquore si asciughi.
XVI
Dovendo bere vino, fallo con i sapienti,
o con una bella dal volto di luna;
dovendo bere vino fallo con dovizia,
bevine poco, ogni tanto ed in segreto.
XVI
Si sbaglia chi, mio nemico, mi chiama filosofo,
Iddio sa bene che io non sono quel che loro dicono;
dacché sono sceso in questo luogo di dolore,
voglio almeno sapere chi io sia.

http://bepi1949.altervista.org/biblio3a/omar.html

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