Draghi: “Finita la crisi dell’Eurozona”: IL CAPITALE LIBRO III, LA CADUTA SAGGIO DI PROFITTO ripasso…, video

 Draghi: “Finita la crisi dell’Eurozona. Ripresa sempre più ampia e resistente”

Di redazione Roma

 19/05/2017

“La crisi dell’Eurozona è superata. La ripresa dell’area dell’euro è resistente e sempre più ampia fra i vari paesi e settori”. Lo ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi, che ha ricevuto la laurea ad honorem dell’università di Tel Aviv. “La domanda interna sostenuta dalla politica monetaria della Bce è il principale motore della ripresa. Cinque milioni di persone hanno trovato lavorodal 2013 e il tasso di disoccupazione, anche se ancora elevato, è a un nuovo minimo da otto anni”. A livello globale “il settore finanziario è ora più resistente. L’outlook economico mondiale sta migliorando e i rischi di un peggioramento sono in calo.

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IL CAPITALE

LIBRO III

SEZIONE I

TRASFORMAZIONE DEL PLUSVALORE IN PROFITTO
E DEL SAGGIO DEL PLUSVALORE IN SAGGIO DEL PROFITTO

CAPITOLO 6

EFFETTI DELLA VARIAZIONE DEI PREZZI

1. FLUTTUAZIONI DEI PREZZI DELLA MATERIA PRIMA E LORO DIRETTA AZIONE SUL SAGGIO DEL PROFITTO.

Anche qui, come è stato fatto finora, si parte dal presupposto che nessuna variazione avvenga nel saggio del plusvalore. Tale presupposto è necessario allo scopo di esaminare il fenomeno allo stato puro. Sarebbe tuttavia possibile che, restando costante il saggio del plusvalore, un capitale impieghi un maggiore o minor numero di operai in conseguenza della contrazione o espansione che esso subisce a causa delle fluttuazioni di prezzo della materia prima, che formano ora oggetto della nostra analisi. In tal caso la massa del plusvalore potrebbe variare, pur rimanendo costante il saggio. Possiamo tuttavia lasciare da parte questo caso, che è puramente incidentale. Quando un perfezionamento del macchinario e una variazione di prezzo della materia prima agiscono contemporaneamente

·              sia sulla massa degli operai impiegati da un dato capitale,

·              sia sul livello del salario,

è sufficiente considerare insieme:

1)           l’azione che la variazione del capitale costante esercita sul saggio del profitto,

2)           l’azione che la variazione del salario esercita sul saggio del profitto.

Il risultato è di per se stesso evidente.

Come per il caso precedente, si deve ora fare la seguente osservazione di carattere generale: se si verificano variazioni, sia in conseguenza di un’economia nel capitale costante, sia in conseguenza delle fluttuazioni di prezzo della materia prima, esse incidono sempre sul saggio del profitto, anche quando non esercitano alcuna azione sul salario e quindi neanche sul saggio e sulla massa del plusvalore.

Esse cambiano nella formula p’ = pv’ ∙ (v : C) la quantità di C e quindi il valore della intera frazione.

È dunque del tutto indifferente in questo caso — diversamente da quanto è apparso nella nostra analisi del plusvalore — in quali sfere della produzione queste variazioni avvengono: se cioè i rami dell’industria su cui esse incidono producono o meno mezzi di sussistenza per gli operai, oppure del capitale costante per la produzione di tali mezzi. Quanto si è qui esposto vale del pari per le variazioni che si verificano nella produzione di articoli di lusso; e per produzione di articoli di lusso si deve intendere qui quella produzione che non è necessaria per la riproduzione della forza- lavoro.

Fra le materie prime, comprendiamo qui anche quelle ausiliarie, come indaco, carbone, gas, ecc. Inoltre, nella misura in cui il macchinario può rientrare in questa categoria, comprendiamo in essa anche le materie prime che lo compongono, come ferro, legno, cuoio, ecc. Il prezzo del macchinario risente quindi le fluttuazioni di prezzo delle materie prime che entrano nella sua fabbricazione. Nella misura in cui il prezzo del macchinario aumenta, in conseguenza delle fluttuazioni di prezzo sia delle materie prime che lo compongono sia delle materie ausiliarie necessarie al suo funzionamento, pro tanto diminuisce il saggio del profitto. E viceversa.

Nella seguente analisi, ci si limiterà ad esaminare le fluttuazioni di prezzo della materia prima, non in quanto essa è impiegata quale elemento costitutivo del macchinario che funziona come strumento di lavoro, o quale materia ausiliaria nell’impiego del macchinario stesso, ma in quanto essa entra nel processo di produzione delle merci. A questo punto, si deve solo fare la seguente osservazione: la ricchezza naturale di ferro, carbone, legno, ecc., quali elementi fondamentali per la fabbricazione e il funzionamento del macchinario, si presenta ora come fertilità naturale del capitale, e costituisce un elemento per la determinazione del saggio del profitto, indipendentemente dal fatto che i salari siano elevati o bassi.

Poiché il saggio del profitto è uguale a

p’ = pv : C = pv : ( c + v)

è evidente che tutto ciò che produce una variazione nella grandezza di (c), e quindi di C, genera del pari una variazione nel saggio del profitto, anche se (pv) e (v), e il loro reciproco rapporto, rimangono invariati. La materia prima costituisce però un elemento essenziale del capitale costante. Anche in quei rami dell’industria che non impiegano alcuna materia prima propriamente detta, essa entra sempre quale materia ausiliaria o quale parte componente delle macchine ecc… e le sue fluttuazioni di prezzo influiscono quindi pro tanto sul saggio del profitto. Se il prezzo della materia prima decresce di un importo (d), diventando

c’ = c – d

ne deriva che diminuisce il denominatore della frazione sopra riportata che diviene

p’ = pv : [(c – d) + v]

e di conseguenza si determina un aumento del saggio del profitto.

Vice versa, se il prezzo della materia prima sale, diventando

c’ = c + d

ne deriva che aumenta il denominatore della frazione sopra riportata che diviene

p’ =  pv : [(c + d) + v]

e di conseguenza il saggio del profitto diminuisce.

Supposto che le altre circostanze restino invariate, il saggio del profitto decresce o aumenta in ragione inversa del prezzo della materia prima.

Da ciò risulta evidente, fra l’altro, quanta importanza abbia per i paesi industrializzati il basso prezzo della materia prima, anche se le sue fluttuazioni di prezzo non fossero affatto accompagnate da mutamenti nelle sfere di vendita del prodotto: vale a dire prescindendo completamente dal rapporto fra domanda ed offerta. Ne consegue, inoltre, che il commercio estero influisce sul saggio del profitto, anche a prescindere dall’influsso che tale commercio esercita sui salari mediante la riduzione di prezzo dei mezzi di sussistenza di prima necessità. Infatti, esso agisce sul prezzo delle materie prime o ausiliarie destinate all’industria o all’agricoltura. Alla conoscenza, finora assolutamente insufficiente, della natura del saggio del profitto e della sua specifica differenza dal saggio del plusvalore, si deve se, da un lato, gli economisti che mettono in rilievo la considerevole influenza dei prezzi della materia prima sul saggio del profitto, come è dimostrato dall’esperienza, danno di tale fenomeno una spiegazione teorica del tutto erronea (Torrens); mentre d’altra parte economisti che, come Ricardo, si attengono ai principi generali, non riconoscono, ad esempio, l’azione del commercio internazionale sul saggio del profitto.

È quindi comprensibile la grande importanza che ha per l’industria l’abolizione o la riduzione dei dazi sulle materie prime; lasciarle entrare il più liberamente possibile era già dottrina fondamentale del protezionismo giunto ad una più razionale evoluzione. Questo, unitamente all’abolizione del dazio sul grano, fu l’obiettivo principale dei free-traders inglesi che si preoccuparono soprattutto anche dell’abolizione del dazio sul cotone.

Come esempio dell’importanza della diminuzione di prezzo non di una vera e propria materia prima, ma di una materia ausiliaria, che costituisce, è vero, al tempo stesso un elemento fondamentale dell’alimentazione, si può addurre l’uso che della farina viene fatto nell’industria del cotone. Già nel 1837, R. H. Greg  (The Factory Question and the Ten Hours Bili, R. H. Greg, Londra, 1837, p. 115)  calcolava che i 100.000 telai a vapore e i 250.000 telai a mano allora in funzione in Inghilterra per la tessitura del cotone consumassero annualmente 41.000.000 di libbre di farina per l’imbozzimatura dell’ordito, più un terzo di tale quantità per la candeggiatura e altri procedimenti. Egli valuta che il valore complessivo della farina in tal modo consumata ammonti annualmente a 342.083 sterline negli ultimi dieci anni. Il raffronto con i prezzi della farina nel continente dimostrò che i dazi sul grano avevano imposto ai fabbricanti un aumento di 170.000 sterline all’anno per la farina soltanto. Per il 1837 Greg lo valuta ad almeno 200.000 sterline, e parla di una ditta per la quale l’aumento di prezzo della farina ammontava a 1000 sterline all’anno. In seguito a ciò «grandi fabbricanti, uomini d’affari attenti e avveduti, hanno espresso l’opinione che dieci ore di lavoro al giorno sarebbero senz’altro sufficienti qualora venissero aboliti i dazi sul grano » (Rep. of Insp. of Fact., Oct. 1848, p. 98). I dazi sul grano furono aboliti e lo furono inoltre quelli sul cotone e su altre materie prime; ma, appena ciò fu ottenuto, l’opposizione dei fabbricanti contro il progetto di legge delle dieci ore divenne più violenta che mai. E quando, ciò nonostante, il lavoro di fabbrica di dieci ore fu approvato per legge, la prima conseguenza fu un tentativo di riduzione generale dei salari.

Il valore delle materie prime e ausiliarie passa completamente e in una sola volta nel valore del prodotto per il quale esse vengono impiegate, mentre il valore degli elementi del capitale fisso entra nel prodotto soltanto in proporzione del loro logorio, e quindi solo gradualmente.

Ne consegue che il prezzo della materia prima incide su quello del prodotto in misura assai più elevata del prezzo del capitale fisso, benché il saggio del profitto venga determinato dal valore complessivo del capitale impiegato, qualunque sia l’aliquota di esso che viene, o meno, consumata. É però chiaro — e di ciò facciamo menzione soltanto di passaggio poiché qui continuiamo a supporre che le merci vengano vendute al loro valore, e quindi le fluttuazioni di prezzo prodotte dalla concorrenza qui ancora non ci interessano — che l’espansione o la contrazione del mercato dipendono dal prezzo delle singole merci e stanno in rapporto inverso rispetto all’aumento o alla diminuzione di esso. Da ciò consegue nella realtà che, aumentando il prezzo della materia prima, il prezzo del prodotto non aumenta nella stessa proporzione di quello e, diminuendo il prezzo della materia, non diminuisce nella stessa proporzione.

Quindi il saggio del profitto cade nel primo caso ed aumenta nel secondo, più sensibilmente di quello che avverrebbe se i prodotti fossero venduti al loro valore.

Inoltre, la massa e il valore del macchinario impiegato crescono con lo sviluppo della forza produttiva del lavoro, ma non nella medesima proporzione in cui cresce tale produttività, cioè non nella misura in cui il macchinario aumenta la propria produzione. In generale, nei rami dell’industria che impiegano materie prime, in cui cioè l’oggetto del lavoro è già frutto di un lavoro precedente, l’aumento di produttività del lavoro si manifesta appunto nella proporzione in cui una maggiore quantità di materia prima assorbe una determinata quantità di lavoro, quindi nella crescente quantità di materia prima che viene convertita in merce, ad esempio quella quantità che subisce tale trasformazione in un’ora di lavoro. Nella misura in cui la produttività del lavoro si sviluppa, il valore della materia prima costituisce quindi un elemento sempre crescente del valore del prodotto-merce, non soltanto perché esso entra integralmente a far parte del prodotto, ma anche perché  in ogni aliquota del prodotto complessivo la parte che rappresenta il logorio del macchinario e quella che rappresenta il lavoro aggiunto ex novo diminuiscono costantemente. In conseguenza di tale processo di diminuzione, aumenta proporzionalmente l’altra parte del valore rappresentata dalla materia prima, purché tale aumento non venga neutralizzato da una corrispondente diminuzione di valore della materia prima dovuta alla crescente produttività del lavoro impiegato nella produzione della materia prima stessa.

Inoltre, le materie prime e ausiliarie, al pari dei salari, sono elemento costitutivo del capitale circolante e devono quindi essere costantemente sostituite per intero da una corrispondente vendita del prodotto, mentre del macchinario deve essere compensato sol tanto il logorio, ciò che avviene per mezzo della costituzione di un fondo di riserva. Nella realtà non è affatto indispensabile che ogni singola vendita rechi il proprio contributo a tale fondo di riserva, purché il complesso della vendita apporti annualmente al fondo stesso il proprio contributo. Ciò costituisce una nuova dimostrazione del fatto che un aumento di prezzo della materia prima può ridurre o arrestare l’intero processo di riproduzione, sia perché il ricavato della vendita delle merci è insufficiente a riprodurre tutti gli elementi della merce stessa, sia perché viene resa impossibile la continuazione del processo riproduttivo su una scala corrispondente alla organizzazione tecnica di esso. Di conseguenza, il macchinano verrebbe impiegato soltanto in parte, ovvero verrebbe impiegato tutto ma non per il pieno e normale orario di lavoro.

Da ultimo, le spese dovute agli scarti variano in ragione diretta delle fluttuazioni del prezzo della materia prima, in quanto aumentano quando esso aumenta e decrescono se esso decresce. Ma anche tale variazione avviene entro un certo limite. Nel 1850 si poteva ancora dire: «Una considerevole perdita derivante dall’aumento di prezzo della materia prima, e cioè la perdita dovuta allo scarto, potrebbe facilmente sfuggire all’osservazione di chi non abbia pratica di filatura. Mi si informa che, quando il prezzo del cotone aumenta, le spese del filandiere, soprattutto di quello che produce qualità inferiori, crescono in proporzione maggiore del corrispondente aumento di prezzo. La lavorazione del filo di qualità inferiore dà luogo a uno scarto superiore al 15%; se questa percentuale, dato il prezzo del cotone di 3 d. 1/2 per libbra, produce una perdita di 1/2 d. per libbra, la perdita per libbra ammonta a 1 d. non appena il prezzo del cotone sale a 7 d. per libbra» (Rep. of Insp. of Fact., April 1850, p. 17). Ma quando il cotone, in conseguenza della guerra civile americana, salì a prezzi come non si erano più avuti da quasi un secolo, i termini della relazione furono ben diversi: «Il prezzo ora corrisposto per i residuati di cotone e la reintroduzione di essi come materia prima nel processo di fabbricazione compensano, entro certi limiti, la differenza di perdita dovuta allo scarto che esiste fra il cotone indiano e quello americano, differenza che ammonta al 12,52 % circa. La perdita nella lavorazione nel cotone indiano è del 25%: di conseguenza tale cotone costa in realtà al filandiere 1/4 in più del prezzo di acquisto. La perdita dovuta agli scarti non era così considerevole quando il cotone americano costava 5 o 6 pence la libbra, poiché essa non superava i 3/4 di penny per libbra; ma ora che il cotone costa 2 scellini la libbra, la perdita ammonta a 6 pence ed è molto sensibile» (Rep. of Insp. of  Fact., Oct. 1863, p. 106).

2. AUMENTI DI VALORE E SVALORIZZAZIONE, LIBERAZIONE E VINCOLO DI CAPITALE.

Il pieno sviluppo dei fenomeni analizzati in questo capitolo presuppone il sistema creditizio e la concorrenza sul mercato mondiale, il quale costituisce la base principale e il clima vitale del modo capitalistico di produzione. Di queste forme più concrete della produzione capitalistica si può dare però una rappresentazione globale solo quando si sia compresa la natura del capitale in generale. Il loro esame esorbita, peraltro, dal piano della nostra opera e può tutt’al più dar materia ad un eventuale, ulteriore sviluppo di essa. I fenomeni indicati nel titolo possono nondimeno essere considerati ora da un punto di vista generale essendo in primo luogo tra loro connessi, e in secondo luogo collegati con il saggio e la massa del profitto. Essi vanno brevemente esposti anche perché danno luogo all’impressione che non solo il saggio, ma anche la massa del profitto — che di fatto si identifica con la massa del plusvalore — possono decrescere o aumentare indipendentemente dalla variazione sia della massa che del saggio del plusvalore.

Liberazione e investimento di capitale da un lato, aumento e diminuzione di valore dall’altro, sono da considerare come fenomeni di diversa natura?

Un quesito si pone innanzitutto: cosa si deve intendere per liberazione e investimento di capitale?

Il significato dei termini aumento di valore e svalorizzazione è intuitivo: essi stanno ad esprimere il semplice fatto che il capitale esistente, in conseguenza di una qualsiasi circostanza economica di carattere generale — poiché qui non si tratta del particolare destino di un qualunque capitale privato — aumenta o diminuisce di valore. Il valore del capitale anticipato per la produzione aumenta quindi, o diminuisce, indipendentemente dalla valorizzazione del capitale dovuta al pluslavoro da esso impiegato.

Il termine investimento di capitale sta a significare che determinate aliquote del valore complessivo del prodotto debbono essere di nuovo riconvertite in elementi del capitale costante o variabile affinché la produzione possa mantenersi al livello precedente.

Per liberazione di capitale intendiamo che una parte del valore complessivo del prodotto, che aveva dovuto finora essere riconvertita in capitale costante o variabile, diviene disponibile e superflua, se la produzione deve proseguire entro i limiti precedenti.

Liberazione e investimento di capitale differiscono da liberazione e investimento di reddito.

Ad esempio, se il plusvalore annuo di un capitale C ammonta a (x), (x — a) può bastare, in conseguenza di una diminuzione di prezzo delle merci che entrano nel consumo del capitalista, a procurare la stessa quantità di godimenti di prima. Di conseguenza si rende libera un’aliquota pari ad (a), che può ora servire sia all’incremento del consumo, che alla riconversione in capitale (accumulazione). Inversamente, se la continuazione dello stesso tenore di vita richiede (x + a), si rende necessario ridurlo o spendere come reddito una parte dell’entrata pari ad (a), che veniva precedentemente accumulata.

L’aumento e la diminuzione di valore possono riguardare il capitale costante, il capitale variabile, ovvero entrambi. Nel caso del capitale costante essi possono poi riferirsi alla parte fissa, alla parte circolante, o ad ambedue.

In sede di capitale costante è necessario considerare le materie prime e ausiliarie, cui appartengono anche i semilavorati, che qui comprendiamo sotto il nome di materie prime, e, da ultimo, il macchinario ed altro capitale fisso.

L’influenza delle variazioni di prezzo e di valore della materia prima sul saggio del profitto è stata esaminata precedentemente e se ne è dedotta la legge generale che, a parità di altre circostanze, il saggio del profitto sta in ragione inversa al valore della materia prima. E tale legge è assolutamente esatta per ogni capitale che viene impegnato per la prima volta in un’impresa, in quei casi quindi in cui l’impiego di capitale, la trasformazione del denaro in capitale produttivo, avviene per la prima volta.

Ma, a prescindere da questo capitale impiegato per la prima volta, una grande parte del capitale già operante si trova nella sfera di circolazione, mentre un’altra si trova nella sfera di produzione. Un’aliquota si trova sul mercato sotto forma di merci e deve essere convertita in denaro; un’altra si trova come denaro, qualunque ne sia la forma e deve essere riconvertita in fattori di produzione; una terza si trova infine nella sfera di produzione, in parte nella forma originaria di mezzi di produzione, e cioè materie prime, materie ausiliarie, semilavorati acquistati sul mercato, macchinario e altro capitale fisso, e in parte come prodotto non ancora finito. L’influenza dell’aumento o della diminuzione di valore dipende in gran parte dalla proporzione che questi elementi assumono l’uno nei confronti dell’altro. Per semplificare il problema, prescindiamo per ora completamente da qualsiasi forma di capitale fisso e consideriamo soltanto quella parte di capitale costante costituita dalle materie prime e ausiliarie, dai semimanufatti, dalle merci in corso di fabbricazione e da quelle finite già disponibili sul mercato.

Se aumenta il prezzo della materia prima, per esempio del cotone, aumenta anche il prezzo dei prodotti di cotone — siano essi semilavorati come il filo, o prodotti finiti come i tessuti — che sono stati fabbricati con cotone più a buon mercato; parimenti aumenta il valore del cotone non ancora lavorato e giacente in magazzino come pure il valore di quello che si trova ancora nel processo di lavorazione. Quest’ultimo, rappresentando, per ripercussione, un più lungo tempo di lavoro, aggiunge al prodotto di cui esso viene a costituire parte integrante, un valore maggiore di quello che esso stesso aveva in origine e che il capitalista aveva pagato per esso.

Se quindi un aumento di prezzo della materia prima è contemporaneo alla presenza sul mercato di una considerevole quantità di merce finita, qualunque sia il grado di lavorazione da essa raggiunto, il valore di tale merce aumenta e da ciò consegue un aumento di valore del capitale esistente. Altrettanto dicasi per le scorte di materia prima, ecc., di cui il produttore in quel momento dispone. Per il capitalista singolo o anche per tutta una particolare sfera di produzione del capitale, tale aumento di valore può costituire un compenso, e forse più che un compenso, della diminuzione del saggio del profitto conseguente all’aumento di prezzo della materia prima. Senza entrare qui in un esame particolareggiato degli effetti della concorrenza, si possono tuttavia fare, per compiutezza, le seguenti osservazioni:

1) se le scorte di materie prime esistenti in magazzino sono considerevoli, esse tendono ad ostacolare l’aumento di prezzo che ha origine nel centro dì produzione della materia prima;

2) se i semilavorati o le merci finite esistenti sul mercato gravano molto fortemente sul mercato stesso, impediscono al prezzo del prodotto finito e di quello semilavorato di aumentare in proporzione del prezzo della materia prima che li costituisce.

Il fenomeno inverso si verifica quando il prezzo della materia prima cade, ciò che, a parità di altre circostanze, produce un aumento del saggio del profitto. Le merci esistenti sul mercato, gli articoli non ancora finiti e le riserve di materie prime vengono svalutati e ciò ostacola il contemporaneo aumento del saggio del profitto.

L’effetto di una variazione di prezzo della materia prima si manifesta ad esempio tanto più nettamente quanto più ridotte sono le riserve esistenti nella sfera di produzione e sul mercato alla fine dell’anno commerciale, nel quale periodo la materia prima affluisce in grandi quantità, ciò che per i prodotti agricoli si verifica dopo il raccolto.

Tutta la nostra indagine è fondata sul presupposto che aumento o diminuzione di prezzo siano espressione di una vera e propria oscillazione di valore. Ma poiché si tratta qui di studiare l’influsso di tali oscillazioni di prezzo sul saggio del profitto, le cause di esse sono in realtà indifferenti. Quanto già esposto vale anche nel caso che aumento e diminuzione dei prezzi siano dovuti non a oscillazioni di valore, bensì all’azione del sistema creditizio, della concorrenza, ecc.

Poiché il saggio del profitto equivale al rapporto fra eccedenza di valore del prodotto e valore del capitale complessivo anticipato, un aumento del saggio del profitto derivante dalla svalorizzazione del capitale anticipato, sarebbe collegato a una perdita di valore – capitale. Del pari, una diminuzione del saggio del profitto derivante dall’aumento di valore del capitale anticipato, potrebbe essere accompagnato a un certo utile.

Quanto all’altra parte del capitale costante, macchinario e capitale fisso in generale, gli aumenti di valore che in essa si verificano e che riguardano principalmente i fabbricati, il terreno, ecc., non possono essere discussi senza tenere conto della teoria della rendita fondiaria, e quindi esorbitano dal campo della presente indagine.

Per quanto si riferisce alla diminuzione di valore, hanno invece importanza generale i costanti perfezionamenti che sottraggono al macchinario esistente, agli impianti delle fabbriche, ecc., parte del loro valore d’uso e, di conseguenza, anche del loro valore di scambio. Tale processo è particolarmente gravoso nei primi tempi in cui viene introdotto un macchinario nuovo, allorché questo non ha ancora raggiunto un grado sufficiente di perfezionamento, e diventa quindi di continuo antiquato prima di avere avuto il tempo di produrre il proprio valore. È questa una delle cause dello smisurato prolungarsi degli orari di lavoro, nonché dell’alternarsi dei turni di notte a quelli di giorno, a cui si ricorre normalmente in tali periodi, affinché senza calcolare il logorio del macchinario ad un saggio troppo elevato, il suo valore si riproduca in un tempo più breve. Se invece il breve periodo di efficienza del macchinario (ossia la sua breve durata nei confronti di prevedibili perfezionamenti) non viene in tal modo compensato, allora esso viene a cedere al prodotto, per logorio morale, una gran parte di valore, cosicché non può sostenere nemmeno la concorrenza del lavoro manuale.

Quando il macchinario, le installazioni fisse, e in genere il capitale fisso hanno raggiunto un grado di efficienza tale da non richiedere, per un periodo di tempo abbastanza lungo, alcuna modificazione per quanto riguarda almeno la loro struttura fondamentale, sopraggiunge una diminuzione di valore di natura analoga alla precedente, dovuta al perfezionamento dei metodi di riproduzione di questo capitale fisso. Il valore del macchinario, ecc, diminuisce allora non perché esso sia rapidamente soppiantato e fino a un certo segno deprezzato da altro macchinario più moderno e più produttivo, ma perché esso può venire da quel momento riprodotto più a buon mercato. È questo uno dei motivi per cui i grandi impianti industriali prosperano spesso solo in un secondo tempo, quando il primo proprietario è fallito e il suo successore, avendoli comprati a buon mercato, può intraprendere fin dal principio la produzione con un investimento minore di capitale.

Specialmente nel campo agricolo, risulta a prima vista evidente che le stesse cause alle quali è dovuto l’aumento o la diminuzione del prezzo dei prodotti provocano del pari aumento o diminuzione del valore del capitale, essendo questo in gran parte costituito da quegli stessi prodotti, come cereali, bestiame, ecc. (Ricardo).

Resta ora da accennare al capitale variabile.

Nella misura in cui il valore della forza-lavoro aumenta perché aumenta il valore dei mezzi di sussistenza richiesti per la sua riproduzione oppure, al contrario, diminuisce perché diminuisce il valore di questi mezzi di sussistenza — e le espressioni aumento di valore e diminuzione di valore del capitale variabile non stanno a significare altro che il verificarsi di questi due casi —, a tale aumento di valore, ferma restando la durata delle giornata lavorativa, corrisponde la diminuzione del plusvalore, mentre alla diminuzione del valore corrisponde l’aumento del plusvalore. Ma tali fenomeni possono essere al tempo stesso collegati con altre circostanze — quali l’investimento e la liberazione del capitale — che non sono state fin qui considerate e delle quali è ora necessario fare un rapido cenno.

Se il salario diminuisce in conseguenza di una diminuzione di valore della forza-lavoro (e tale circostanza può anche accompagnarsi a un aumento del prezzo effettivo del lavoro) una parte del capitale fino a quel momento assorbita dal salario, è svincolata. Avviene quindi una liberazione di capitale variabile. Nel caso di un capitale investito per la prima volta, ciò significa semplicemente che esso è impiegato a un saggio più elevato di plusvalore. La stessa quantità di lavoro viene messa in opera con minor denaro di prima e quindi la parte di lavoro non pagata aumenta a spese di quella pagata.

Ma, nel caso di un capitale già operante, non solo si accresce il saggio del plusvalore, ma viene inoltre resa libera una parte del capitale fino allora anticipata in salario.

Essa era fino a quel momento immobilizzata e costituiva un’aliquota fissa, detratta dal ricavo della vendita del prodotto per essere investita nel salario e operare come capitale variabile allo scopo di mantenere l’impresa al suo livello precedente. Tale parte diviene ora disponibile e può essere dunque utilizzata per un nuovo impiego di capitale, sia per l’incremento della stessa impresa che per il funzionamento in un’altra sfera di produzione.

Supponiamo, ad esempio, che per occupare settimanalmente 500 operai siano stati in un primo tempo necessarie 120.000 € e che ne occorrano ora soltanto 96.000 €.

Si suppone inoltre che  in entrambi i casi la massa del valore prodotto è a V = 240.000 €

Ricordando che il valore prodotto è dato da

V = v + pv

ne consegue che la massa del plusvalore settimanale in origine ammontava a

pv1 = V – v = 240.000 – 120.000 = 120.000 €

ed il saggio percentuale del plusvalore:

pv’1 =  (pv :v) ∙ 100 = (120.000 : 120.000) ∙ 100 = 100%

dopo la riduzione dei salari a 96.000 € si avrà:

pv2 = 240.000 – 96.000 = 144.000 €

pv’2 = (144.000 : 96.000) ∙100 = 150 %

Questo aumento del saggio del plusvalore è l’unico fenomeno che si verifica quando si intraprende una nuova attività nella stessa sfera di produzione con un capitale variabile di 96.000 € e un corrispondente capitale costante. Ma in un’impresa già in funzione non accade soltanto che, in conseguenza della diminuzione di valore del capitale variabile, la massa del plusvalore salga da 120.000 a 144.000 € e il saggio del plusvalore dal 100 % al 150%, dato che in tal caso vengono resi inoltre disponibili 24.000 € di capitale variabile con i quali si può di nuovo sfruttare del lavoro. Non soltanto dunque la stessa quantità di lavoro è più vantaggiosamente sfruttata ma, sempre in conseguenza della liberazione di 24.000 €, è possibile sfruttare a un saggio più elevato, con lo stesso capitale variabile di 1.200.000 €, un numero di operai maggiore del precedente.

Esaminiamo ora il caso inverso, supponendo che il rapporto originario di ripartizione del prodotto, qualora vengano impiegati 500 operai, sia pari a

V = 96.000v + 144.000pv = 240.000 €

e che il saggio del plusvalore sia quindi del 150%.

L’operaio riceve in tal caso 96.000 : 500 = 192 € alla settimana.

Se in conseguenza di un aumento di valore del capitale variabile 500 operai costano ora 1.200.000 € alla settimana, il salario settimanale di ciascuno di essi ammonterà a 240 € e con 96.000 € si potranno impiegare soltanto 400 operai.

Se si continua a impiegarne un numero uguale al precedente, avremo

V = 1.200.000v + 1.200.000pv = 2.400.000

e il saggio del plusvalore diminuirà dal 150 al 100%, e cioè di un terzo.

Nel caso di un capitale di nuovo impiego si avrebbe come sola conseguenza la diminuzione del saggio del plusvalore. Restando invariate le altre circostanze, il saggio del profitto diminuirebbe in misura corrispondente, anche se non nella stessa proporzione.

Ad esempio, se  c = 480.000, nei due casi  si avrebbe

c

v

pv

M

pv’ %

p’%

I

480.000

96.000

144.000

720.000

150

25

II

480.000

120.000

120.000

720.000

100

20

Un duplice effetto si avrebbe invece nel caso di un capitale già operante.

Con un capitale variabile di 96.000 € si possono allora impiegare solo 400 operai e precisamente a un saggio del plusvalore del 100%; essi producono dunque un plusvalore complessivo di sole 96.000 €. Inoltre, dato che occorrono 500 operai per far operare un capitale costante del valore di 480.000 €, con 400 operai sarà possibile far operare un capitale costante del valore di soli 384.000 €. Di conseguenza, perché la produzione rimanga al livello precedente e 1/5 del macchinario non divenga inoperoso, si dovrà aumentare di 24.000 € il capitale variabile per impiegare, come prima, 500 operai. Ciò si potrà ottenere solo impiegando il capitale fino a quel momento disponibile, usando a scopo integrativo una parte del denaro accumulato per lo sviluppo dell’impresa, ovvero aggiungendo al capitale originario quella parte di reddito che era destinata ad essere spesa. Un capitale variabile aumentato di 24.000 € produce allora un plusvalore che è di 24.000 € al disotto del precedente. Per impiegare lo stesso numero di operai è necessario un capitale più elevato, mentre al tempo stesso diminuisce il plusvalore prodotto da ogni singolo operaio.

I vantaggi della liberazione e gli svantaggi dell’investimento di capitale variabile si verificano soltanto per il capitale già operante e che si riproduce quindi secondo dati rapporti.

Nel caso di un capitale che venga investito per la prima volta, il vantaggio e lo svantaggio riguardano soltanto l’aumento o la diminuzione del saggio del plusvalore e la corrispondente, anche se non proporzionale, variazione del saggio del profitto.

Investimento e liberazione del capitale variabile ora esaminati sono effetti della diminuzione o dell’aumento di valore degli elementi che lo compongono e cioè dei costi di riproduzione della forza-lavoro.

La liberazione di capitale variabile può però aver luogo anche quando, in seguito allo sviluppo della produttività, rimanendo invariato il saggio dei salari, la medesima massa di capitale costante viene posta in funzione da un numero minore di operai.

Inversamente, un investimento di capitale variabile addizionale può aver luogo quando, in conseguenza di una diminuita produttività del lavoro, la stessa massa di capitale costante rende necessaria l’opera di un maggior numero di operai. Se invece si impiega in forma di capitale costante una parte di quello che era prima impiegato come capitale variabile, e quindi si verifica solo un cambiamento di ripartizione degli elementi costitutivi dello stesso capitale, ciò, pur esercitando un evidente influsso sul saggio del plusvalore e del profitto, non rientra nella parte qui trattata, che riguarda investimento e liberazione di capitale.

Come si è già visto, un capitale costante può essere investito o liberato in conseguenza dell’aumento o della diminuzione di valore degli elementi che lo costituiscono. A prescindere da ciò, l’investimento del capitale costante è possibile (senza che una parte del capitale variabile venga trasformata in costante) solo quando la produttività del lavoro aumenta, cioè quando la stessa quantità di lavoro dà un prodotto maggiore e mette quindi in funzione una massa maggiore di capitale costante. Lo stesso può accadere in determinate circostanze quando la produttività decresce e la stessa quantità di lavoro richiede un più largo impiego di mezzi per mantenere la produzione allo stesso livello (ad esempio, in agricoltura, una maggiore quantità di sementi, di concime, un migliore drenaggio del terreno, ecc.). Capitale costante può essere liberato senza che si abbia diminuzione di valore allorché, per mezzo di miglioramenti, dell’impiego di forze naturali, ecc., un capitale costante di valore modesto viene messo in grado di rendere tecnicamente gli stessi servizi già resi da un capitale di valore superiore.

Si è visto nel Libro II che dopo che le merci sono state convertite in denaro, ossia vendute, una determinata parte di questo denaro deve essere riconvertita negli elementi materiali del capitale costante, e precisamente nelle proporzioni rese necessarie dal carattere tecnico di ogni determinata sfera di produzione. Se si eccettua il salario e cioè il capitale variabile, l’elemento più importante in tutti i rami di produzione è la materia prima, nella quale comprendiamo le materie ausiliarie che sono particolarmente importanti in quei rami di produzione che non richiedono alcuna materia prima propriamente detta, come le miniere e le industrie estrattive in generale. La parte del prezzo destinata a compensare il logorio del macchinario costituisce, finché il macchinario stesso è in grado di funzionare, una posta più che altro ideale; non ha grande importanza se essa viene pagata e convertita in denaro oggi, domani, o in qualsiasi altra fase del periodo di rotazione del capi tale.

La questione assume un aspetto diverso per quanto riguarda la materia prima: se il prezzo di essa sale, può divenire impossibile ricostituirla integralmente, una volta dedotto il salario, dal valore della merce. Forti fluttuazioni di prezzo provocano perciò interruzioni, grandi urti e persino catastrofi nel processo di riproduzione. A tali fluttuazioni di valore, conseguenti alla variabilità dei raccolti, ecc. — seguitiamo qui a fare completa astrazione dal sistema creditizio — sono particolarmente soggetti i prodotti agricoli propriamente detti, le materie prime di natura organica, ecc. In conseguenza di circostanze naturali cui l’uomo non è in grado di porre riparo, della clemenza o inclemenza delle stagioni, ecc., una medesima quantità di lavoro può essere rappresentata da quantità molto diverse di valori d’uso, e una determinata quantità di tali valori d’uso potrà quindi avere un prezzo assai diverso.

Se il valore (x) è rappresentato da 100 kg di merce (a), il prezzo di 1 kg di (a)  sarà pari a (x) :100;  se (x) è rappresentato da 1000 kg di (a), il prezzo di 1 kg di (a) sarà (x) :1000 e cosi via.

Questo è uno dei fattori di tali fluttuazioni di prezzo della materia prima.

L’altro, al quale accenniamo ora solo per compiutezza, poiché sia la concorrenza che il sistema creditizio sono ancora estranei al nostro campo di indagine, è il seguente: secondo l’ordine naturale delle cose, le materie prime vegetali e animali, la cui crescita e produzione è sottoposta a determinate leggi organiche, connesse con certi periodi naturali, non possono essere immediatamente accresciute nella stessa proporzione, ad esempio, delle macchine e di altro capitale fisso, del carbone, dei minerali, ecc.; l’aumento dei quali, qualora a ciò concorrano le altre condizioni naturali, può avvenire in un periodo di tempo brevissimo in un paese che disponga di un adeguato sviluppo industriale. È quindi possibile, e in regime di sviluppata produzione capitalistica perfino inevitabile, che la produzione e l’aumento dell’aliquota di capitale costante costituita da capitale fisso, macchinario, ecc., avvenga in modo notevolmente più rapido che non la produzione e l’aumento dell’aliquota costituita da materie prime organiche. Ne consegue che la domanda di queste materie prime cresce più rapidamente dell’offerta e quindi il loro prezzo sale. Questo aumento di prezzo ha praticamente per conseguenza:

1) che tali materie prime vengono trasportate da zone più distanti, poichè l’aumento di prezzo copre le maggiori spese di trasporto;

2) che la produzione di tali materie prime viene aumentata, circostanza questa che, secondo la natura della cosa, può dare un effettivo incremento alla massa del prodotto forse soltanto dopo un anno;

3) che vengono utilizzati succedanei di ogni genere non adoperati in precedenza, e che una maggiore economia viene fatta negli scarti.

Quando l’aumento dei prezzi comincia ad influire molto sensibilmente sullo sviluppo della produzione e sull’offerta, si è per lo più già raggiunto il punto critico in cui, per effetto dell’aumento troppo a lungo protratto della materia prima e di tutte le merci delle quali essa costituisce elemento componente, la richiesta diminuisce e avviene per conseguenza anche una reazione nel prezzo della materia prima. A prescindere dalle convulsioni provocate da tale fenomeno per effetto della diminuzione di valore del capitale in forme diverse, si verificano altre conseguenze alle quali accenneremo subito.

Da quanto è stato finora esposto risultano soprattutto chiari i fatti seguenti: quanto più sviluppata è la produzione capitalistica, quanto più grandi sono quindi i mezzi di immediato e durevole incremento di quella aliquota del capitale costante costituita dal macchinario, ecc., quanto più rapida l’accumulazione (in particolare nei periodi di prosperità); tanto più grande è la relativa sovrapproduzione di macchinario e di altro capitale fisso, tanto più frequente la relativa sottoproduzione di materie prime vegetali e animali, tanto più marcato il loro aumento di prezzo precedentemente descritto e la reazione che ad esso fa seguito. Quindi tanto maggiore è la frequenza dei rivolgimenti causati da questa violenta fluttuazione di prezzo di uno degli elementi principali del processo di riproduzione.

Se sopraggiunge però il crollo di questi alti prezzi, per il fatto che il loro aumento aveva provocato qui una diminuzione della domanda, là una estensione della produzione, una maggiore importazione da centri di produzione più lontani o fino a quel momento poco o affatto utilizzati in altri luoghi, si ha un risultato che deve essere esaminato da diversi punti di vista. Tali circostanze danno entrambe luogo ad una offerta di materia prima superiore alla do manda, specialmente tenuto conto dei prezzi elevati del periodo precedente. Il crollo improvviso dei prezzi delle materie prime inceppa la riproduzione di esse e ristabilisce quindi, sia pure con certe limitazioni, il monopolio di quei paesi di provenienza, che le producono alle condizioni più favorevoli. In conseguenza dell’impulso ricevuto, la riproduzione delle materie prime prosegue, è vero, su scala più vasta, specialmente in quei paesi che di tale produzione posseggono, in maggiore o minor grado, il monopolio. Ma la base sulla quale la produzione continua dopo l’incremento del macchinario ecc. e  che, dopo qualche fluttuazione deve essere considerata come la nuova base normale, il nuovo punto di partenza, viene molto estesa per effetto di quanto accade durante l’ultimo ciclo di rotazione. Al tempo stesso la riproduzione, che proprio in quel momento tendeva a crescere, subisce di nuovo un rallentamento considerevole in una parte dei centri secondari di produzione.

Così, ad esempio, dalle statistiche dell’esportazione risulta a colpo d’occhio evidente che durante gli ultimi trent’anni (e cioè fino al 1865) la produzione di cotone cresce in India quando diminuisce in America, per subire poi improvvisamente una diminuzione più o meno persistente. Durante il periodo di rincaro della materia prima i capitalisti industriali si uniscono tra loro e formano associazioni allo scopo di regolare la produzione; ciò avvenne ad esempio a Manchester, nel 1848, dopo l’aumento di prezzo del cotone, come pure in Irlanda per la produzione del lino. Ma quando l’impulso immediato è cessato e il principio generale della concorrenza, «comprare sul mercato più favorevole», riacquista la sua sovranità (sostituendosi alle mire delle associazioni tendenti a favorire la capacità di produzione nei paesi d’origine in cui conviene farlo, senza riguardo al prezzo immediato e temporaneo al quale essi possono in quel momento fornire il prodotto), si lascia che sia di nuovo «il prezzo» a regolare l’offerta. Ad ogni idea di controllo comune globale e preventivo della produzione delle materie prime (controllo che è, in definitiva, assolutamente incompatibile con le leggi della produzione capitalistica e che rimane perciò sempre un pio desiderio o è limitato a provvedimenti di carattere generico ed eccezionale nei momenti di grave, immediato pericolo e di incertezza) subentra la convinzione che domanda e offerta si regolano a vicenda. Il pregiudizio dei capitalisti a questo proposito è così grossolano che perfino gli ispettori delle fabbriche non mancano mai di mostrarsene estremamente sorpresi nelle loro relazioni.

L’avvicendarsi di annate buone e cattive è causa naturale della diminuzione di prezzo delle materie prime. A prescindere dall’effetto immediato che questo fatto produce sull’estensione della domanda, il fenomeno, come già accennato, esercita anche un’azione stimolante sul saggio del profitto. E il processo precedentemente osservato, consistente nel fatto che la produzione di materie prime è gradualmente superata dalla produzione di macchinario ecc., si ripete allora su scala più vasta. Un effettivo miglioramento della materia prima, sicché essa sia fornita non solo nella quantità, ma anche nella qualità richiesta (ad es. perché l’India possa fornire del cotone di tipo americano), richiederebbe una domanda continuativa, costante e in progressivo aumento da parte dell’Europa (e ciò senza tenere alcun conto delle condizioni economiche nelle quali il produttore indiano si trova nel suo paese). L’estensione della sfera di produzione delle materie prime avviene invece soltanto a scosse improvvise, per essere poi di nuovo seguita da una contrazione violenta. Tale fenomeno, come pure lo spirito della produzione capitalistica in generale, può essere studiato con molto profitto nella crisi del cotone durata dal 1861 al 1865, allorché si verificò la mancanza, alle volte totale, di una materia prima che costituisce uno degli elementi essenziali della riproduzione. Può anche accadere che il prezzo aumenti mentre l’offerta è abbondante, se questa si attua in condizioni più difficili. Oppure può trattarsi di una effettiva mancanza di materia prima. Nella crisi del cotone si verificò originaria mente questo secondo caso.

Quanto più nello studio della storia della produzione ci si avvicina al periodo presente, tanto più regolarmente si constata, soprattutto per quanto riguarda i più importanti rami dell’industria, l’alternarsi, che costantemente si ripete, di un relativo rincaro e di una conseguente, successiva diminuzione di valore delle materie prime di natura organica. Quanto finora esposto viene illustrato dagli esempi che seguono desunti dai rapporti degli ispettori di fabbrica.

La morale della favola, morale che si può anche trarre da altre osservazioni, nel campo agricolo, è che il sistema capitalistico ostacola una agricoltura razionale, ovvero che quest’ultima è incompatibile col sistema capitalistico (benché esso ne favorisca lo sviluppo tecnico), e che ad essa è necessaria l’opera del piccolo proprietario che lavora in proprio ovvero il controllo dei produttori associati.

Veniamo ora alle illustrazioni cui si è poco sopra accennato e che sono tratte dalle relazioni inglesi sulle fabbriche.

«La situazione degli affari è migliore; ma l’alternarsi di periodi favorevoli e sfavorevoli diviene più frequente in seguito all’aumento del macchinario e, d’altro canto, le oscillazioni nello stato degli affari si ripetono con maggiore frequenza per l’accrescersi della domanda di materia prima… Non solo la fiducia è ora ritornata dopo il panico del 1857, ma sembra che esso sia stato quasi completamente dimenticato. Il persistere di tale miglioramento dipende in gran parte dal prezzo delle materie prime. Vi sono già, a mio parere, dei sintomi indicanti che in alcuni casi è stato ormai raggiunto il massimo, al di là del quale la produzione diverrà sempre meno vantaggiosa, per poi non dare infine più alcun profitto. Se consideriamo, ad esempio, gli anni 1849-1850, anni favorevoli all’industria del worsted (lana pettinata), vediamo che il prezzo della lana pettinata inglese era di 13 pence per libbra e quello della lana australiana variava da 13 a 17 pence. Inoltre, durante il decennio 1841-1850, il prezzo medio della lana inglese non sali mai al di sopra di 14 pence per libbra, e quello della lana australiana non superò mai i 17 pence. Ma al principio dell’infausto anno, la lana australiana era giunta a 23 pence; in dicembre, nel periodo peggiore del panico, essa scese a 18 per risalire però, nel decorso del 1858, al prezzo attuale di 21 pence. Nel 1857 la lana inglese partì del pari da 20 pence, salì a 21 in aprile e settembre, scese a 14 nel gennaio 1858 per salire poi a 17, cioè 3 pence al disopra della media del suddetto decennio.. – Ciò dimostra, a mio parere, che sono stati dimenticati i fallimenti causati da simili prezzi nel 1857, o che si produce appena quella quantità di lana che può essere filata dai fusi disponibili; ovvero, infine, che i prezzi dei tessuti subiranno un aumento persistente… Ma l’esperienza che finora ho fatto mi mostra che, in un periodo di tempo incredibilmente breve, è fatalmente aumentato non solo il numero dei fusi e dei telai, ma anche la rapidità del loro funzionamento; inoltre, che la nostra esportazione di lana in Francia è aumentata quasi nella stessa proporzione mentre, tanto all’interno che all’estero, l’età media delle pecore diviene sempre più bassa poiché la popolazione cresce rapidamente e gli allevatori vogliono convertire appena è possibile in danaro il loro patrimonio di bestiame. Per questa ragione sono stato spesso in ansia vedendo persone che, ignare di tutto ciò, impegnavano il loro destino e il loro capitale in imprese il cui successo dipende dalla offerta di un prodotto che può aumentare solo secondo certe leggi organiche… La situazione della domanda e dell’offerta di tutte le materie prime.., sembra spiegare molte oscillazioni nell’industria del cotone, come pure la situazione del mercato inglese della lana nell’autunno del 1857 e la crisi commerciale che ne è seguita» (R. BAKER, Rep. of  Insp. of  Fact., Oct. 1858, pp. 56-61).

Il periodo di maggiore prosperità per l’industria del worsted nel West Riding del Yorkshire fu dal 1849 al 1850. Essa occupava 29.246 persone nel 1838, 37.060 nel 1843, 48.097 nel 1845, 74.891 nel 1850. Nel 1838 vi erano nello stesso distretto 2768 telai meccanici, 11.458 nel 1841, 16.870 nel 1843, 19.121 nel 1845 e 29.539 nel 1850 (Rep. of Insp. of Fact., 31 Oct. 1850, p. 60). Ma tale prosperità dell’industria della lana pettinata cominciò a divenire sospetta fin dall’ottobre 1850. Nel suo rapporto dell’aprile 1851 il vice-ispettore Baker cosi si esprimeva a proposito di Leeds e Bradford: «Da qualche tempo lo stato degli affari è molto insoddisfacente. I filandieri di lana pettinata perdono rapidamente i profitti del 1850 e anche la maggior parte dei proprietari di tessitorie non si trova in una situazione brillante. Ritengo che vi siano ora più macchine ferme di quanto sia mai avvenuto in precedenza, e anche le filande di lino licenziano gli operai e fermano le macchine. I cicli dell’industria tessile sono ora, di fatto, estremamente incerti. Credo che ci renderemo conto quanto prima… che non si sta mantenendo la proporzione fra la capacità di produzione dei fusi, la quantità delle materie prime e l’aumento della popolazione» (p. 52).

Quanto sopra vale anche per l’industria del cotone. Nella citata relazione dell’ottobre 1858 leggiamo: «Da quando è stato fissato l’orario di lavoro delle fabbriche, l’ammontare del consumo di materia prima, della produzione, e dei salari in tutte le industrie tessili è stato ridotto a una semplice regola del tre… Cito quanto segue da una recente conferenza.., sull’industria del cotone tenuta dal sig. Baynes, attuale sindaco di Blackburn, in cui egli raccoglie con la maggiore esattezza possibile i dati statistici relativi all’industria della propria zona:

«Ogni effettivo cavallo-vapore mette in azione, oltre al macchinario preparatorio, 450 fusi automatici, o 200 filatoi o 15 telai per un tessuto largo 40 pollici, oltre agli aspi e alle macchine per la tosatura e la bozzima. Ogni cavallo-vapore occupa due operai e mezzo nella filatura, ma 10 nella tessitura; la media del loro salario settimanale è di almeno 10 scellini e mezzo a testa… I numeri utilizzati in media sono i numeri 30-32 per l’ordito e 34-36 per la trama. Supponendo che la produzione settimanale di filati sia di 13 once per fuso, si avranno 824.700 libbre di filo la settimana, per la produzione delle quali vengono impiegate 970.000 libbre (cioè 2300 balle) di cotone, del prezzo di 28.300 sterline… Nel nostro distretto (per un raggio di 5 miglia inglesi all’intorno di Blackburn) il consumo settimanale di cotone è di 1.530.000 libbre (3650 balle) per l’ammontare di 44.625 sterline al prezzo di costo, e cioè 1/18 di tutto il cotone filato nel Regno Unito e 1/16 di tutta la tessitura meccanica».

«Secondo i calcoli del sig. Baynes il numero complessivo dei fusi per l’industria del cotone esistenti nel regno sarebbe dunque di 28.800.000, e per mantenerli in piena attività sarebbero necessarie 1.432.080.000 libbre di cotone all’anno. Ma l’importazione di cotone, al netto dell’esportazione, è stata soltanto di 1.022.576.832 libbre negli anni 1856 e 1857; deve quindi essersi necessariamente verificato un deficit di 409.503.168 libbre. Il sig. Baynes, che ha avuto la bontà di discutere con me tale questione, ritiene che la valutazione del consumo annuale di cotone basata sul consumo del distretto di Blackburn risulterebbe troppo elevata non solo a causa della differenza dei numeri filati, ma anche del grado di perfezione delle macchine. Egli stima che il consumo complessivo di cotone nel Regno Unito sia di 1000 milioni di libbre all’anno. Ma se quanto egli afferma è esatto, e vi è realmente un’eccedenza di 22 1/2 milioni nella offerta, domanda e offerta avrebbero già quasi raggiunto l’equilibrio tra loro, anche senza tener conto dei nuovi fusi e telai che, secondo il sig. Baynes stanno per essere impiantati proprio nel suo distretto e che, come ciò fa ritenere probabile, verranno impiantati anche in altri distretti» (pp. 59, 60).

3. ILLUSTRAZIONE DI CARATTERE GENERALE: LA CRISI DEL COTONE NEL PERIODO 1861 – 1865

Gli antecedenti: 1845-1860.

1845. Prosperità dell’industria del cotone. Prezzo del cotone molto basso. L. Horner scrive a tale proposito: «Da otto anni a questa parte non mi è mai accaduto di osservare un periodo di così intensa attività negli affari come quello dell’estate e dell’autunno scorso, particolarmente nella filatura del cotone. Durante tutto il semestre ho avuto notizia ogni settimana di nuovi investimenti di capitale nelle fabbriche. Si trattava ora della costruzione di nuove fabbriche, ora di nuovi locatari per le poche ancora disponibili, ora dell’ampliamento di quelle già in esercizio mediante l’impianto di più potenti macchine a vapore e di un più numeroso macchinario di lavorazione» (Rep. of Insp. Fact., Oct. 1845, p. 13).

1846. Cominciano le lagnanze. «Sento già da qualche tempo generali lagnanze da parte dei fabbricanti di cotone sullo stato di depressione dei loro, affari.., durante le ultime sei settimane varie fabbriche hanno cominciato a ridurre l’orario di lavoro, dì solito a 8 ore al giorno invece di 12, e sembra che tale riduzione debba estendersi… si è verificato un forte aumento di prezzo del cotone… al quale non corrisponde alcun aumento di prezzo del prodotto… i cui prezzi sono anzi più bassi di quelli anteriori al rincaro del cotone. Il forte aumento di numero delle fabbriche di cotone verificatosi durante gli ultimi quattro anni deve avere avuto per conseguenza da un lato un forte aumento di domanda della materia prima e dall’altro un considerevole aumento nell’offerta dei prodotti sul mercato. Queste due cause debbono avere agito in concomitanza nel senso della diminuzione del profitto finché l’offerta della materia prima e la domanda di prodotto sono rimaste invariate; ma la loro azione è stata tanto più forte in quanto da un lato l’offerta del cotone in questi ultimi tempi è stata insufficiente, e dall’altro la domanda del prodotto è diminuita in vari mercati, sia interni che esteri» (Rep. of Insp. of Fact., Oct. 1846, p. 10).

L’aumento della domanda di materia prima e la saturazione del mercato dei manufatti sono naturalmente due fenomeni concomitanti. Osserviamo per incidenza che lo sviluppo dell’industria e il successivo ristagno non si limitarono allora ai distretti cotonieri. Nel Bradford, distretto della lana pettinata, non vi erano nel 1836 che 318 fabbriche, che erano salite invece a 490 nel 1846. Queste cifre sono ben lontane dall’esprimere l’effettivo aumento della produzione, perché le fabbriche già esistenti erano state in pari tempo considerevolmente ingrandite. Ciò si riferisce in particolare anche alle filande di lino. «In maggiore o minor misura esse hanno tutte contribuito, durante gli ultimi dieci anni, alla saturazione del mercato, alla quale è in massima parte da attribuirsi l’attuale ristagno degli affari… La depressione commerciale è conseguenza perfettamente naturale di un così rapido aumento delle fabbriche e del macchinario» (Ref. of Insp. of Fact., Oct. 1846, p. 30).

1847. Crisi monetaria in ottobre. Tasso di sconto dell’8%. In precedenza era già avvenuto il crollo della speculazione ferroviaria e del traffico di cambiali con le Indie orientali. Ma: « Il sig. Baker dà particolari molto interessanti sull’aumento della domanda di cotone, lana e lino, verificatosi in questi ultimi anni in conseguenza dello sviluppo delle rispettive industrie. Egli ritiene che la maggiore richiesta di tali materie prime, soprattutto in quanto è avvenuta in un momento in cui l’offerta è caduta molto al disotto della media, basta quasi da sola a spiegare il presente stato di depressione di questi rami dell’industria, anche senza ricorrere al disordine del mercato monetario. Questa opinione è pienamente confermata dalle mie personali osservazioni e da quanto sono venuto a sapere da persone competenti. La depressione di tutti questi rami dell’industria era già molto forte quando le cambiali potevano essere ancora facilmente scontate al 5% e anche a meno. D’altro canto, l’offerta di seta greggia era abbondante, i prezzi moderati, e quindi il movimento degli affari attivo, fino.., a due o tre settimane fa, cioè fino al momento in cui della crisi monetaria hanno indubbiamente risentito non solo i filatori, ma anche, e in misura ancor maggiore, i fabbricanti di articoli di moda, loro principali clienti. Un’occhiata alle relazioni ufficiali che sono state pubblicate mostra che da tre anni a questa parte l’incremento dell’industria cotoniera è stato circa del 27%. In conseguenza di ciò il prezzo del cotone è salito, in cifra tonda, da 4 a 6 pence per libbra, mentre il filato, grazie all’aumento dell’offerta, non ha subito che un aumento lieve in confronto del prezzo precedente. L’industria della lana cominciò a estendersi nel 1836; da allora si è accresciuta del 40% nello Yorkshire e in misura ancor più elevata in Iscozia. L’incremento è anche più notevole nell’industria del worsted I calcoli indicano qui, per lo stesso periodo di tempo, un incremento maggiore del 74%. Il consumo di lana greggia è stato quindi enorme. L’accrescimento dell’industria della tela dal 1839 è stato del 25% circa in Inghilterra, del 22% in Iscozia e quasi del 90% in Irlanda 19; per conseguenza, quando in pari tempo è stato cattivo il raccolto del lino, la materia prima è aumentata di 10 sterline per tonnellata, mentre il prezzo del filato è caduto di 6 pence a matassa (Rep. of Insp. of  Fact., Oct. 1847, p. 30 [31]).

1849. Negli ultimi mesi del 1848 vi fu una ripresa nell’attività degli affari. «Il prezzo del lino, così basso da garantire un discreto profitto quasi in qualsiasi circostanza avvenire, ha indotto i fabbricanti a continuare costantemente la loro attività. Al principio dell’anno i fabbricanti di lana hanno avuto molto lavoro per un certo periodo di tempo… io temo però che le consegne di articoli di lana ai commissionari prendano spesso il posto della vera e propria domanda e che i periodi di apparente prosperità, cioè di piena occupazione, non coincidano sempre con i periodi di autentica domanda. La situazione del worsted è stata particolarmente buona durante alcuni mesi… Al principio di quel periodo, il prezzo della lana era particolarmente basso; i filandieri se ne erano provveduti a prezzi vantaggiosi, e senza dubbio anche in quantità considerevoli. Quando il prezzo della lana salì in conseguenza delle vendite all’asta della primavera, i filandieri ne ritrassero un vantaggio che furono in grado di conservare, data l’importanza e il carattere incalzante della domanda di questi articoli» (Rep. of Insp. of Fact,.april, 1849, p. 42).

«Se si considerano le variazioni nella situazione degli affari verificatesi da tre o quattro anni nei distretti industriali, credo si debba ammettere l’esistenza di una grave causa di perturbamento… Non potrebbe darsi che l’enorme capacità di produzione dovuta all’aumento del macchinario abbia costituito un nuovo elemento di essa?» (Rep. of Insp. of Faci., April 1849, p. 42 [43]).

Nel novembre 1848, come pure nel maggio e nell’estate 1849 fino al mese di ottobre, gli affari divennero sempre più attivi. «Ciò si verifica soprattutto nella produzione di stoffe di lana pettinata, che si accentra in Bradford e Halifax; in nessuno dei periodi precedenti tale attività si era avvicinata alle sue proporzioni attuali… La speculazione sulla materia prima e l’incertezza su un suo probabile approvvigionamento hanno provocato sempre nell’industria del cotone maggiore perturbazione e oscillazioni più frequenti che in qualsiasi altro ramo di affari. Si sta ora verificando qui un’accumulazione di scorte di articoli di cotone di qualità inferiore che preoccupa i piccoli filandieri e già reca loro del danno, tanto che parecchi di essi hanno ridotto l’orario di lavoro» (Rep. of Insp. of  Fact., Oct. 1849, pp. 64-65).

1850. Aprile. Gli affari seguitano a mantenersi attivi. Vi è però un’eccezione: «C’è una grande depressione in una parte dell’industria del cotone a causa degli insufficienti arrivi di materia prima, e precisamente per filo grosso e tessuti pesanti… Si teme che il maggior numero di macchine recentemente introdotte nell’industria del worsted produca una reazione analoga. Il sig. Baker stima che in questo ramo dell’industria l’aumento di produzione dei telai è stato del 40% e quello dei fusi del 25-30% per il solo 1849, mentre lo sviluppo continua nella stessa proporzione» (Rep. of Insp. of Fact., April 1850, p. 54).

1850. Ottobre. «Il prezzo del cotone seguita… ad essere causa di un notevole disagio in questo ramo dell’industria, soprattutto per quelle merci il cui costo di produzione è in buona parte costituito dalla materia prima. Il forte aumento di prezzo della seta greggia ha in gran parte contribuito a generare una depressione anche in questo ramo dell’industria» (Rep. of Insp. of Fact., Oct. 1850, p. 14). Secondo la citata relazione del Comitato della R. Società per la coltivazione del lino in Irlanda, il costo elevato del lino, dato il basso prezzo di altri prodotti agricoli, aveva garantito colà un incremento notevole nella produzione del lino per l’anno successivo (p.31 [33]).

1853. Aprile. Grande prosperità. L. Horner afferma: «Nei diciassette anni durante i quali ho potuto prendere conoscenza ufficiale della situazione del distretto industriale del Lancashire, non mi è mai accaduto di osservare un tale grado di generale prosperità; l’attività è straordinaria in tutte le branche dell’industria» (Rep. of Insp. of  Fact., April 1853, p. 19).

1853. Ottobre. Depressione dell’industria cotoniera. «Sovrapproduzione» (Rep. of Insp. of Fact., Oct. 1853, p.13 [ 15]).

1854. Aprile. «L’industria della lana, benchè non florida, ha dato pieno lavoro in tutte le fabbriche; altrettanto si può dire per l’industria del cotone. L’industria del worsted è stata sempre e dappertutto irregolare durante tutto lo scorso semestre… Nell’industria della tela si sono verificate perturbazioni in conseguenza della diminuzione di importazioni di lino e di canapa dalla Russia dovuta alla guerra di Crimea» (Rep. of Insp. of  Fact., [april] 1854, p. 37).

1859. «L’industria della tela in Iscozia è ancora in uno stato di depressione… perché la materia prima è scarsa e cara; la qualità scadente dell’ultimo raccolto nei Paesi Baltici, che sono i nostri principali fornitori, riuscirà dannosa all’industria di questo distretto; la juta invece, che va a poco a poco sostituendo il lino in molti arti coli ordinari, non è nè eccessivamente cara nè scarsa.., circa la metà delle macchine di Dundee filano ora la juta» (Rep. of Insp. of Fact., 1859, p. 19). «A causa dei prezzi elevati della materia prima, la filatura del lino è pur sempre tutt’altro che remunerativa e, mentre tutte le altre fabbriche lavorano senza limitazione di orario, abbiamo diversi casi in cui le macchine per la filatura del lino non lavorano… La filatura della juta… è in condizioni soddisfacenti, poichè questo materiale è sceso di recente ad un prezzo più moderato» (Rep. of Insp. of Fact., Oct. 1859, p. 20).

1861-64. Guerra civile americana. Cotton famine (carestia del cotone) Il più grande esempio di interruzione del processo di produzione per mancanza e rincaro della materia prima.

1860. Aprile. «Riguardo alla situazione industriale, sono lieto di comunicarvi che, nonostante il prezzo elevato della materia prima, tutte le industrie tessili, ad eccezione della seta, sono state molto attive durante l’ultimo semestre… In alcuni distretti cotonieri si cercano operai per mezzo di annunci pubblicitari. Gli operai vi sono affluiti dal Norfolk e da altre contee agricole… Sembra che in ogni ramo dell’industria vi sia grande penuria di materia prima… È solo questa penuria che ci pone dei limiti. Per quanto riguarda l’industria cotoniera il numero delle fabbriche di nuovo impianto, i casi di ampliamento di quelle già esistenti. e la richiesta di mano d’opera, probabilmente non sono mai stati elevati come ora. Ovunque si va in cerca di materia prima» (Rep. of Insp. af Fact., April 1860, [57]).

1860. Ottobre. «La situazione degli affari nei distretti del cotone, della lana e del lino è stata buona; si dice che in Irlanda è stata persino “molto buona” da più di un anno a questa parte, e che sarebbe stata ancora migliore se il prezzo della materia prima non fosse stato elevato. Sembra che i filandieri di lino attendano con impazienza maggiore che mai la possibilità di accedere alle risorse dell’India per mezzo delle ferrovie, nonché un adeguato sviluppo dell’agricoltura indiana, per essere finalmente.., riforniti di lino in modo corrispondente ai loro bisogni» (Rep. of Insp. of Fact., Oct. 1860, p. 37).

1861. Aprile. «La situazione degli affari in questo momento è depressa… poche fabbriche di cotone funzionano per un tempo ridotto e molte fabbriche di seta lavorano solo parzialmente. La materia prima è cara: in quasi tutti i rami dell’industria tessile ha superato il prezzo al quale essa può essere trasformata per la massa dei consumatori» (Rep. of In. of Fact., April 1861, p. 33).

Apparve allora chiaro che la produzione dell’industria cotoniera nel 1860 era stata eccessiva; l’effetto si faceva ancora sentire durante gli anni successivi. «Ci sono voluti da due a tre anni perché il mercato mondiale assorbisse la sovrapproduzione del 1860» (Rep. of Insp. of Fact., Oct. 1863, p. 127). «La depressione dei mercati dell’estremo oriente per gli articoli di cotone ebbe al principio del 1860 una ripercussione sugli affari a Blackburn, dove in media 30.000 telai meccanici lavorano quasi esclusivamente alla produzione di tessuti per tali mercati. La richiesta di mano d’opera era perciò già ridotta molti mesi prima che le conseguenze del blocco sul cotone si facessero sentire… Fortunatamente ciò evitò la rovina a numerosi fabbricanti. Le scorte aumentarono di valore per tutto il tempo che furono conservate nei magazzini e fu così evitato lo spaventevole deprezzamento al quale sarebbe stato impossibile sfuggire in una simile crisi» (Rep. of Insp. of Fact., Oct. 7862, pp. 28, 29 [30]).

1861. Ottobre. «Lo stato degli affari è da qualche tempo molto depresso… Non è affatto improbabile che molte fabbriche ridurranno fortemente le ore di lavoro durante i mesi invernali. Ciò era peraltro prevedibile.., a prescindere totalmente dalle cause che hanno interrotto la nostra consueta importazione di cotone dall’America e la nostra esportazione, la riduzione delle ore di lavoro nel prossimo inverno sarebbe stata resa necessaria dal forte aumento di produzione degli ultimi tre anni e dalla perturbazione dei mercati dell’India e della Cina» (Rep. of Insp. of Fact., Oct. 1861, p. 19).

Cascami di cotone. Cotone delle Indie Orientali (Surat). Influenza sul salario degli operai. Perfezionamento delle macchine. Sostituzione del cotone con fecola. Effetti sugli operai dell’imbozzimatura per mezzo della fecola. Filatori di numeri più sottili. Frode dei fabbricanti.

«Un fabbricante mi scrive quanto segue: “ Nel valutare il consumo di cotone per fuso voi non tenete abbastanza conto del fatto che, quando il cotone è caro, ogni filandiere che lavora in fili di tipo comune (cioè fino al numero 40, e soprattutto dal 12 al 32) fila i numeri più sottili che gli è possibile, e cioè il numero sedici invece del dodici, il ventidue invece del sedici, e così via. Il tessitore che lavora questi fili sottili porta il suo cotone al peso normale dandogli una quantità assai maggiore di bozzima. A questo ripiego si ricorre ora in modo veramente vergognoso. Sono stato informato da buona fonte che vi sono shirtings (tessuti per camicie) di tipo comune, destinati all’esportazione in pezze del peso di 8 libbre, 2  3/4 delle quali sono costituite dalla bozzima. A tessuti di altro genere si dà spesso fino al 50 per cento di bozzima: quindi non mente affatto il fabbricante che si vanta di arricchire vendendo una libbra di tessuto a un prezzo inferiore a quello che gli è costata una libbra del filo di cui è fatto“» (Rep. of Insp. of  Fact., April 1864, p. 27).

«Mi è stato inoltre dichiarato che i tessitori attribuiscono la maggiore frequenza delle loro malattie alla bozzima usata per l’ordito tessuto con cotone delle Indie Orientali, che non è più, come per l’addietro, composta di sola farina. Questo surrogato sembra però avere il grande vantaggio di aumentare notevolmente il peso del tessuto, cosicchè 15 libbre di filo, una volta tessute, diventano 20» (Rep. of Insp. of  Fact., Oct. 1863, p. 63). Questo surrogato era polvere di talco, chiamato China clay (Argilla di Cina ), o gesso, detto French chalk  (Gesso francese ) «Il guadagno dei tessitori » (si allude qui agli operai) « è molto diminuito in conseguenza dell’impiego di surrogati in luogo della farina per l’imbozzimatura dell’ordito. Questa bozzima rende il filo più pesante ma, al tempo stesso, duro e fragile. Nel telaio ogni filo dell’ordito passa attraverso il così detto liccio, i cui fili robusti man tengono l’ordito nella giusta posizione; l’ordito fortemente imbozzimato fa rompere continuamente i fili del cordoncino, e ogni rottura costa al tessitore la perdita di 5 minuti di tempo per la riparazione. Il tessitore deve ovviare a questo inconveniente con una frequenza almeno dieci volte maggiore che in passato, e naturalmente la produzione delle ore lavorative per telaio diminuisce in proporzione» (I. c., pp. 42-43).

«Ad Ashton, Stalybridge, Mossley, Oldham, ecc., l’orario di lavoro è stato ridotto di un buon terzo e viene ridotto ulteriormente ogni settimana… Contemporaneamente a questa riduzione si verifica in molti rami dell’industria anche una riduzione di salario» (p. 13).

Al principio del 1861 vi fu in alcune zone del Lancashire uno scio pero degli operai addetti ai telai meccanici. Alcuni fabbricanti avevano annunciato una riduzione di salario dal 5 al 7,5 per cento; gli operai insistevano sul principio del mantenimento del salario e chiedevano in pari tempo la riduzione delle ore di lavoro. Ciò non fu concesso ed ebbe inizio lo sciopero. Dopo un mese gli operai dovettero cedere, e allora si ebbero l’uno e l’altro: «Oltre la riduzione di salario che alla fine gli operai hanno dovuto accettare, molte fabbriche lavorano ora anche a orario ridotto» (Rep. of Insp. of Fact., April 1861, p. 23).

1862. Aprile. «Le sofferenze degli operai sono molto aumentate dal tempo del mio ultimo rapporto; ma in nessun periodo della storia dell’industria sofferenze tanto improvvise e dure sono state sopportate con tanta silenziosa rassegnazione e con così paziente sen so di dignità» (Rep. of Insp. of Fact., April 1862, p. 10). «Il numero degli operai che sono in questo momento completamente disoccupati non sembra, in proporzione, molto superiore a quello del 1848, anno in cui vi fu un panico dei soliti, che fu però abbastanza notevole se indusse i fabbricanti, preoccupati, a compilare una statistica dell’industria cotoniera simile a quella che si pubblica ora ogni settimana… A Manchester, nel maggio 1848, il 15 per cento degli operai del cotone era disoccupato e il 12 per cento lavorava a orario ridotto, mentre più del 70 per cento lavorava in pieno. Il 28 maggio 1862 il 15 per cento degli operai era disoccupato, il 35 per cento era a orario ridotto e il 49 per cento lavorava in pieno… Nelle zone vicine, ad esempio a Stockport, la percentuale degli operai parzialmente occupati e dei disoccupati è più elevata, mentre è più bassa quella degli operai in condizioni di pieno impiego», perché si filano colà numeri più grossi che a Manchester (p. 16).

1862. Ottobre. «Secondo l’ultima statistica ufficiale vi erano nel Regno Unito 2887 fabbriche di cotone, di cui 2109 nel mio distretto (Lancashire, Cheshire). Sapevo bene che una gran parte delle 2109 fabbriche del mio distretto erano soltanto piccoli stabilimenti che occupavano pochi operai, ma mi ha nondimeno sorpreso la constatazione di una cifra così elevata. In 392, ossia nel 19 per cento di essi, la forza motrice (vapore o acqua) è inferiore a dieci HP; in 345, ossia nel 16 per cento, è da dieci a venti HP; in 1372 è di venti o più… Buona parte di questi piccoli fabbricanti (più di un terzo della totalità) erano essi stessi operai fino a non molto tempo addietro, e non hanno capitali a loro effettiva disposizione;… L’onere principale verrebbe dunque a ricadere sui rimanenti due terzi» (Rep. of Insp. of Fact., 0ct. 1862, pp. 18-19).

Secondo lo stesso rapporto, gli operai pienamente occupati nel l’industria del cotone del Lancashire e del Cheshire erano allora 40.146, ossia l’11,3 per cento, quelli occupati parzialmente 134.767, cioè il 38 %; i disoccupati ammontavano a 179.721 (50,7 %). Se da questi dati si detraggono quelli relativi a Manchester e a Bolton, dove vengono filati in prevalenza numeri sottili (genere di produzione che ha relativamente meno risentito della crisi del cotone), la cosa si presenta sotto un aspetto ancor pi sfavorevole e cioè: operai pienamente occupati, 8,5%; parzialmente occupati, 38%; disoccupati, 53,5% (pp. 19, 20).

«Per gli operai comporta molta differenza lavorare una buona o cattiva qualità di cotone. Nei primi mesi dell’anno, allorché i fabbricanti cercavano di mantenere in esercizio le loro fabbriche consumando tutto il cotone che era possibile acquistare a prezzo moderato, molto cotone scadente entrò nelle fabbriche che abitualmente usavano in precedenza quello di buona qualità: la differenza nel salario degli operai fu così forte che in molti casi si misero in sciopero, non potendo più ricavare un decente salario giornaliero sulla base dei vecchi salari a cottimo… La differenza dovuta all’uso di cotone di cattiva qualità fu talvolta pari alla metà del salario complessivo, perfino in caso di pieno impiego» (p. 27).

1863. Aprile. «Durante il corso di quest’anno, non sarà possibile dare piena occupazione a più della metà degli operai cotonieri» (Rep. of Insp. of  Fact., April 1863, p. 14).

«Uno svantaggio molto serio dovuto all’impiego di cotone delle Indie Orientali che le fabbriche sono ora costrette ad adoperare, consiste nel fatto che esso rallenta fortemente la velocità delle macchine. In questi ultimi anni si fece tutto il possibile per accrescere questa velocità; cosicché le medesime macchine diedero un maggior rendimento. Ora, la diminuita velocità reca altrettanto danno all’operaio che al fabbricante, poiché la maggior parte degli operai è pagata a cottimo: il filatore riceve un tanto per libbra di filato e il tessitore un tanto per pezza tessuta. Anche nel caso degli operai che ricevono un salario settimanale, il diminuire della produzione porterebbe con sé una riduzione di salario. In base agli accertamenti da me fatti… e ai dati messi a mia disposizione circa il guadagno degli operai cotonieri nel corso di quest’anno.., la diminuzione risulta in media del 20%, e i certi casi del 50%, in confronto al livello dei salari del 1861» (p. 13). «La somma guadagnata dipende… dal materiale che viene lavorato… La situazione degli operai, per quanto riguarda il salario loro corrisposto, è assai migliore ora (ottobre 1863) che non un anno fa nel corrispondente periodo di tempo. Il macchinario è stato migliorato, si conosce meglio la materia prima e gli operai riescono a superare più agevolmente le difficoltà che incontravano da principio. La scorsa primavera sono stato in una scuola di cucito a Preston» (un’istituzione di beneficenza per operaie disoccupate); «due giovani ragazze, che il giorno prima erano state mandate in una tessitoria il cui proprietario aveva asserito che avrebbero potuto guadagnare 4 scellini per settimana, chiesero di essere riammesse alla scuola, lagnandosi del fatto che non avrebbero potuto guadagnare neanche 1 scellino per settimana. Ho ricevuto informazioni relative ai self acting minders Uomini cui sono affidati due di questi filatoi e che, dopo 14 giorni di lavoro a pieno orario, avevano guadagnato 8 scellini 11 pence: somma dalla quale veniva loro detratta la pigione di casa, di cui il fabbricante» (quale generosità!) «restituiva però loro la metà a titolo di dono. Quegli operai portavano a casa la somma di 6 scellini 11 pence. In varie località i self acting minders guadagnavano durante gli ultimi mesi del 1862 da 5 a 9 scellini la settimana, e i tessitori da 2 a 6… Attualmente la situazione è assai migliorata, benché nella maggior parte dei distretti il guadagno sia sempre diminuito ancora di molto… Parecchie altre cause oltre il fatto che la fibra indiana è più corta e più sudicia, hanno contribuito alla diminuzione del guadagno. È ora invalso, ad esempio, l’uso di mescolare in abbondanza cascami a cotone indiano, e ciò naturalmente aumenta ancor più le difficoltà del filatore. Essendo la fibra corta i fili si strappano più facilmente quando si estrae il rocchetto e si torce il filo; inoltre non si può far funzionare il rocchetto in modo molto regolare… Data la grande attenzione che è necessario dedicare ai fili, spesso una tessitrice può sorvegliare soltanto un telaio; pochissime riescono a sorvegliarne più di due… Il salario degli operai è stato molto spesso ridotto addirittura del 5, del 7 1/2 e del 10%; …nella maggior parte dei casi l’operaio deve cavarsela come può con la materia prima e guadagnare quel che può in base alla solita retribuzione… Un’altra difficoltà che i tessitori devono talvolta risolvere consiste nell’ottenere un buon tessuto da un cattivo materiale, dato che vengono multati se il loro lavoro non è considerato soddisfacente» (Rep. of Insp. of  Fact., Oct. 1863, pp. 41-43).

I salari erano miserabili anche là dove si osservava il completo orario di lavoro. Gli operai cotonieri si prestavano volenterosamente per tutti i lavori pubblici ai quali si volesse adibirli (fognatura, costruzione di strade, squadratura di pietre, lastricatura di strade) per ricevere il loro sussidio dalle autorità locali (in realtà, era un sussidio ai fabbricanti; vedi Libro I,).  L’intera borghesia teneva d’occhio gli operai. Se un salario vergognosamente misero veniva offerto e l’operaio non voleva accettano, il Comitato di Assistenza lo escludeva dalla lista dei sussidiati. Tempi d’oro questi per i signori fabbricanti, in quanto gli operai erano costretti a morire di fame o a lavorare a qualsiasi prezzo che fosse il più vantaggioso ai borghesi: e i Comitati di Assistenza erano i loro cani da guardia. Al tempo stesso i fabbricanti, segretamente d’accordo col governo, ostacolavano quanto più era possibile l’emigrazione, sia per tenere sempre a propria disposizione il capitale costituito dalla carne e dal sangue degli operai, sia per assicurarsi i fitti che estorcevano agli operai.

«In questa circostanza i Comitati di Assistenza agirono con molto rigore. Quando veniva offerto lavoro, gli operai cui tale offerta era diretta venivano esclusi dalla lista e obbligati così ad accettarla. Quando rifiutavano di assumere il lavoro… era perché il guadagno sarebbe stato soltanto nominale e il lavoro invece straordinariamente duro» (Rep. of Insp. of Fact., Oct. 1863, p. 97).

Gli operai accettavano volenterosamente qualsiasi genere di lavoro cui venivano addetti in conseguenza del Public Works Act. «I principi in base a cui si organizzavano le imprese industriali differivano notevolmente da città a città. Ma anche nelle località in cui il lavoro all’aperto non costituiva una semplice prova di lavoro (labour test) esso veniva retribuito coi soli mezzi normali di assistenza o in misura tanto poco più elevata che finiva con l’essere di fatto una prova di lavoro» (p. 69). «Il Public Works Ad del 1863 doveva porre riparo a questo inconveniente e mettere l’operaio in grado di guadagnarsi la sua giornata come giornaliero indipendente. Questa legge aveva un triplice scopo: 1) mettere le autorità locali in grado di farsi fare dei prestiti dai Commissari del Prestito Pubblico con l’assenso del presidente dell’autorità statale centrale per la pubblica assistenza; 2) facilitare l’esecuzione di lavori di miglioria nelle città dei distretti cotonieri; 3) dar lavoro e guadagno remunerativo (remunerative wages) agli operai disoccupati». I prestiti concessi in conformità di questa legge ammontavano a 883.700 sterline alla fine dell’ottobre 1863 (p. 70). I lavori intrapresi consistevano principalmente in canalizzazioni, costruzioni di strade, pavimentazioni stradali, bacini collettori per impianti idraulici, ecc.

Il presidente del Comitato di Blackburn, sig. Henderson, scrive a tale proposito all’ispettore di fabbrica Redgrave: «Fra tutte le circostanze cui mi sono trovato ad assistere durante l’attuale periodo di sofferenze e di miseria, nessuna mi ha colpito più fortemente nè mi ha dato maggiore soddisfazione del sereno buon volere con cui i disoccupati di questo distretto hanno accettato il lavoro ad essi offerto dal Consiglio comunale di Blackburn in conformità del Public Works Act. È difficile immaginare un contrasto più forte di quello offerto dal vedere un filatore di cotone, già esperto operaio occupato in una fabbrica, che lavora adesso in un canale di scarico profondo 14 o 18 piedi». (Secondo il numero delle persone a carico essi guadagnavano da 4 a 12 scellini la settimana; quest’ultima cospicua somma doveva spesso essere sufficiente per una famiglia di 8 persone. I signori borghesucci traevano da tale stato di cose un doppio profitto: in primo luogo ottenevano, a un interesse eccezionalmente basso, il denaro per migliorare le condizioni delle loro città, fumose e trasandate, mentre d’altro canto davano agli operai una retribuzione di gran lunga inferiore a un salario normale). «Abituato com’era a una temperatura quasi tropicale, a un lavoro in cui abilità e precisione della manipolazione gli erano infinita mente più utili della forza muscolare; abituato a un compenso doppio, e talvolta triplo, di quello che può ricevere attualmente, la sua volenterosa accettazione del lavoro offertogli dà prova di un grado di abnegazione e di adattamento che gli fanno il più grande onore. A Blackburn questa gente è stata sperimentata in quasi tutte le specie di lavori all’aperto: nello scavare, per una notevole profondità, un terreno argilloso, duro e pesante; nei prosciugamenti, nella squadratura di pietre, nella costruzione di strade, nello scavo di canali stradali profondi 14, 16 e talvolta 20 piedi. Ciò costringe spesso gli operai a stare in 10-12 pollici di fango e d’acqua, a esporsi durante ciascuno di questi lavori a un clima cosi freddo e umido che non c’è il peggiore, e forse neppure l’eguale, in alcun altro distretto inglese» (pp. 91, 92). «Il contegno degli operai è stato quasi irreprensibile… la loro prontezza nell’accettare i lavori all’aperto e nell’eseguirli» (p. 69).

1864. Aprile. «In diversi distretti si sentono alle volte lagnanze sulla mancanza di mano d’opera, specialmente per quanto riguarda certi rami dell’industria, come ad esempio la tessitura… ma la ragione di tali lagnanze è da ricercare tanto nel salario misero che gli operai possono guadagnare a causa della cattiva qualità del materiale impiegato, quanto nella effettiva scarsezza di operai che forse si verifica in questo speciale ramo dell’industria. Durante lo scorso mese sono sorti numerosi dissensi tra alcuni fabbricanti e i loro operai a causa dei salari. Mi duole degli scioperi avvenuti troppo di frequente… I fabbricanti considerano il Public Works Ad come una concorrenza, e in seguito a ciò il Comitato locale di Bacup ha sospeso la sua attività poich, sebbene non tutte le fabbriche siano in esercizio, si è verificata una deficienza di mano d’opera» (Rep. of Insp. of Fact., April 1864, pp. 9, 10). I signori fabbricanti non vedevano l’ora che si prendesse un provvedimento in tal senso: la domanda di mano d’opera era talmente cresciuta in conseguenza del Public Works Act che nelle cave di pietra presso Bacup vari operai di fabbrica guadagnavano allora da 4 a 5 scellini al giorno. Così i lavori pubblici, questa nuova edizione degli ateliers nationaux del 1848 (istituiti però questa volta a vantaggio della borghesia), vennero gradualmente sospesi.

Esperimenti in corpore vili

«Dalle indicazioni che ho dato sulla forte riduzione di salario subita dagli operai (pienamenti occupati) e sull’effettivo guadagno degli operai di alcune fabbriche, non si deve affatto inferire che essi guadagnino ogni settimana la medesima somma. Gli operai sono esposti a forti oscillazioni di salario dovute ai continui esperimenti fatti dai fabbricanti con diverse qualità e proporzioni di cotone e di cascami; le cosiddette “misture” vengono spesso modificate e il guadagno degli operai aumenta o diminuisce in conseguenza della qualità della mistura di cotone. Talvolta esso si riduceva al 15% di quello precedente o scendeva, in una settimana o due, al 50-60%». L’ispettore Redgrave, che ora citiamo, fa della situazione dei salari una esposizione ricavata dalla pratica, dalla quale qui è sufficiente riportare i seguenti esempi:

A, tessitore, con famiglia di 6 persone, lavora 4 giorni per settimana e guadagna 6 scellini 8 pence 1/2;

B, twister (torcitore.), 4 giorni 1/2 per settimana, 6 scellini;

C, tessitore, famiglia di 4 persone, 5 giorni per settimana, 5 scellini i penny;

D, slubber (stiratore) famiglia di 6 persone, 4 giorni per settimana, 7 scellini 10 pence;

E, tessitore, famiglia di 7 persone, 3 giorni, 5 scellini; e così via.

Redgrave prosegue: «Le precedenti indicazioni meritano di essere attentamente considerate in quanto dimostrano che il lavoro potrebbe divenire una calamità per certe famiglie — dato che esso non solo ne diminuisce le entrate, ma le riduce a proporzioni tali che non bastano più a soddisfare che una minima parte delle più urgenti necessità — se non venisse accordato un sussidio supplementare nei casi in cui il guadagno della famiglia non raggiunge neppure la somma che le spetterebbe a titolo di sussidio ove tutti i suoi componenti fossero disoccupati» (Rep. of Insp. of Fact., Oct. 1863, pp. 50-53).

«In nessuna delle settimane successive al 5 giugno 1863 la media del lavoro complessiva degli operai è stata superiore a due giorni, 7 ore e pochi minuti» (I. c., p. 121).

Dal principio della crisi al 25 marzo 1863 l’Amministrazione della beneficenza pubblica, il Comitato centrale dell’assistenza e il Comitato della Mansion House (Municipio) di Londra, ha speso quasi 3 milioni di sterline (p. 13).

«In un distretto che produce i filati più fini… i filatori subiscono indirettamente una riduzione di salario del 15% a causa della sostituzione del cotone Sea Island con cotone egiziano… In un vasto distretto dove i cascami sono usati su larga scala per la mistura con il cotone indiano, i filatori hanno subito una riduzione di salario del 5% mentre un altro 20-30% l’hanno perduto a causa della lavorazione di cascami misti a cotone di Surat. I tessitori sorvegliano ora due telai soltanto invece di quattro come in passato. Nel 1860 essi guadagnavano 5 scellini 7 pence per telaio, nel 1863 guadagnano soltanto 3 scellini 4 pence… Le multe, che al tempo del cotone americano si aggiravano intorno ai 3-6 pence» (per filatore), «ammontano ora da i scellino a 3 scellini 6 pence». In un distretto dove si impiegava cotone egiziano misto a cotone delle Indie orientali «il salario medio dell’operaio addetto ai filatoi era nel 1860 di 18-25 scellini, mentre ora è di 10-18 scellini. Ciò è dovuto non solo alla peggiore qualità del cotone, ma anche alla diminuzione di velocità del filatoio, necessaria per dare al filo una maggiore torsione: lavoro questo che in tempi ordinari era retribuito con un compenso supplementare in conformità dei salari allora vigenti» (pp. 43, 44, 45- 50).

«Benché il cotone delle Indie orientali possa forse talvolta venire adoperato con profitto da parte del fabbricante, è però evidente lo scapito dell’operaio in confronto al 1861 (si vedano le tariffe salariali a p. 53). Se il cotone di Surat entra definitivamente nell’uso, gli operai chiederanno gli stessi salari del 1861, il che ridurrebbe fortemente il profitto dei fabbricanti a meno che tale riduzione non sia compensata dal prezzo del cotone o da quello del prodotto» (p. 105).

Fitti

«Quando i cottages abitati dagli operai appartengono ai fabbricanti, questi detraggono spesso il fitto dal salario anche in caso di lavoro ridotto. Ciò nonostante il valore di quelle case è diminuito ed esse sono ora dal 25 al 50% più a buon mercato di prima; un cottage che costava una volta 3 scellini 6 pence per settimana, si può oggi ottenere per 2 scellini 4 pence e talvolta anche per meno» (p. 57).

Emigrazione

I fabbricanti erano naturalmente sfavorevoli all’emigrazione degli operai perché «in attesa di tempi migliori per l’industria del cotone, volevano tenere a propria disposizione i mezzi per far funzionare le fabbriche nel modo più vantaggioso» D’altro canto, «vari fabbricanti sono proprietari delle case abitate dagli operai che lavorano alle loro dipendenze e almeno una parte di essi conta senza dubbio sulla possibilità di farsi pagare in avvenire una parte delle pigioni arretrate» (p. 96).

Il sig. Bernal Osborne, in un discorso tenuto ai suoi elettori il 22 ottobre 1864, dice che gli operai del Lancashire si sono comportati come gli antichi filosofi (stoici). Non si sono piuttosto comportati da pecore?

 

AVVERTENZA PER IL LETTORE

Il testo del III libro del Capitale che viene qui riportato NON È UNA DELLE TRADUZIONI INTEGRALI DEL TESTO ORIGINALE che sono disponibili: esso infatti è una rivisitazione delle traduzioni esistenti (in italiano ed in francese) a cui sono state apportate le seguenti modifiche:

1 – non sono state riportate le note che Marx ed Engels richiamano nel testo (fatte salve alcune eccezioni);

2 – sono state introdotte delle modifiche per quanto riguarda gli esempi numerici in cui, per facilitare la lettura;

a – sono state cambiate le unità di misura e le grandezze;

b – diversi dati richiamati nella forma di testo sono stati trasformati in tabelle;

c – in alcuni esempi numerici le cifre decimali sono state limitate a due e nel caso di numeri periodici, ad esempio 1/3 o 2/3, la cifra periodica è stata indicata con un apice (‘).

Ci rendiamo conto che leggere un testo del Capitale in cui Marx formula esempi in Euro (€) invece che in Lire Sterline (Lst) o scellini potrebbe far sorridere e far pensare ad uno scherzo o ad una manipolazione che ha  travisato il pensiero dell’Autore, avvertiamo invece il lettore che il testo è assolutamente fedele al pensiero originale  e che ci siamo permessi di introdurre alcune “varianti” per consentire a coloro che non hanno dimestichezza con le unità di misura e monetarie inglesi di non bloccarsi di fronte a questa difficoltà e di facilitarne così la lettura o lo studio.

In altre parti si sono invece mantenute le unità di misura e monetarie inglesi originali perchè la lettura non creava problemi di comprensione o per ragioni di fedeltà storica.

Ci facciamo altresì carico dell’osservazione che Engels ha formulato nelle “considerazioni supplementari” poste all’inizio del III Libro, laddove, di fronte alle molteplici interpretazioni del testo che vennero fatte dopo la prima edizione, sostiene: “Nella presente edizione ho cercato innanzitutto di comporre un testo il più possibile autentico, di presentare, nel limite del possibile, i nuovi risultati acquisiti da Marx, usando i termini stessi di Marx, intervenendo unicamente quando era assolutamente necessario, evitando che, anche in quest’ultimo caso, il lettore potesse avere dei dubbi su chi gli parla. Questo sistema è stato criticato; si è pensato che io avrei dovuto trasformare il materiale a mia disposizione in un libro sistematicamente elaborato, en faire un livre, come dicono i francesi, in altre parole sacrificare l’autenticità del testo alla comodità del lettore. Ma non è in questo senso che io avevo interpretato il mio compito. Per una simile rielaborazione mi mancava qualsiasi diritto; un uomo come Marx può pretendere di essere ascoltato per se stesso, di tramandare alla posterità le sue scoperte scientifiche nella piena integrità della sua propria esposizione. Inoltre non avevo nessun desiderio di farlo: il manomettere in questo modo perchè dovevo considerare ciò una manomissione l’eredità di un uomo di statura così superiore, mi sarebbe sembrato una mancanza di lealtà. In terzo luogo sarebbe stato completamente inutile. Per la gente che non può o non vuole leggere, che già per il primo Libro si è data maggior pena a interpretarlo male di quanto non fosse necessario a interpretarlo bene — per questa gente è perfettamente inutile sobbarcarsi a delle fatiche”.

Marx ed Engels non ce ne vogliano, ma posti di fronte alle molteplici “fughe” dallo studio da parte di persone che non possedevano una cultura accademica, fughe che venivano imputate alla difficoltà presentate dal testo, abbiamo deciso di fare uno “strappo” alle osservazioni di Engels, intervenendo in alcune parti  avendo altresì cura di toccare il testo il meno possibile. Nel fare questo “strappo” eravamo tuttavia confortati dal fatto che, a differenza  della situazione in cui Engels si trovava, oggi chi vuole accedere al testo “originale”, dispone di diverse edizioni in varie lingue.

Coloro che volessero accostarsi al testo originale in lingua italiana si consigliano le seguenti edizioni:

  • Il capitale, Le Idee, Editori Riuniti, traduzione di Maria Luisa Boggeri;
  • Il capitale, Edizione Einaudi, traduzione di Maria Luisa Boggeri;
  • Il capitale, Edizione integrale – I mammut – Newton Compton, a cura di Eugenio Sbardella.

Chi volesse accedere ad edizioni del Capitale e di altri testi di Marx in lingue estere, si propone di consultare il sito internet di seguito riportato:

http://www.marxists.org/xlang/marx.htm

http://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_3/Marx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_III_-_06.htm

IL CAPITALE LIBRO III SEZIONE V – CAPITOLO 36 : KARL MARX …

LA CADUTA TENDENZIALE DEL SAGGIO DI PROFITTO : K. Marx …

III. ECCESSO DI CAPITALE E … – controappunto blog




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