Cesare Pavese : Il dio caprone ; Il mito da Saggi sul mito Einaudi, Torino 1951

Il dio caprone

La campagna è un paese di verdi misteri
al ragazzo, che viene d’estate. La capra, che morde
certi fiori, le gonfia la pancia e bisogna che corra.
Quando l’uomo ha goduto con qualche ragazza
hanno peli là sotto il bambino le gonfia la pancia.
Pascolando le capre, si fanno bravate e sogghigni,
ma al crepuscolo ognuno comincia a guardarsi alle spalle.
I ragazzi conoscono quando è passata la biscia
dalla striscia sinuosa che resta per terra.
Ma nessuno conosce se passa la biscia
dentro l’erba. Ci sono le capre che vanno a fermarsi
sulla biscia, nell’erba, e che godono a farsi succhiare.
Le ragazze anche godono, a farsi toccare.

Al levar della luna le capre non stanno più chete,
ma bisogna raccoglierle e spingerle a casa,
altrimenti si drizza il caprone. Saltando nel prato
sventra tutte le capre e scompare. Ragazze in calore
dentro i boschi ci vengono sole, di notte,
e il caprone, se belano stese nell’erba, le corre a trovare.
Ma, che spunti la luna: si drizza e le sventra.
E le cagne, che abbaiano sotto la luna,
è perché hanno sentito il caprone che salta
sulle cime dei colli e annusato l’odore del sangue.
E le bestie si scuotano dentro le stalle.
Solamente i cagnacci più forti dàn morsi alla corda
e qualcuno si libera e corre a seguire il caprone,
che li spruzza e ubriaca di un sangue più rosso del fuoco,
e poi ballano tutti, tenendosi ritti e ululando alla luna.

Quando, a giorno, il cagnaccio ritorna spelato e ringhioso,
i villani gli dànno la cagna a pedate di dietro.
E alla figlia, che gira di sera, e ai figli, che tornano
quand’è buio, smarrita una capra, gli fiaccano il collo.
Riempion donne, i villani, e faticano senza rispetto.
Vanno in giro di giorno e di notte e non hanno paura
di zappare anche sotto la luna o di accendere un fuoco
di gramigne nel buio. Per questo, la terra
è cosi bella verde e, zappata, ha il colore,
sotto l’alba, dei volti bruciati. Si va alla vendemmia
e si mangia e si canta; si va a spannocchiare
e si balla e si beve. Si sente ragazze che ridono,
ché qualcuno ricorda il caprone. Su, in cima, nei boschi,
tra le ripe sassose, i villani l’han visto
che cercava la capra e picchiava zuccate nei tronchi.
Perché, quando una bestia non sa lavorare
e si tiene soltanto da monta, gli piace distruggere.

Cesare Pavese

Il mito

Datato nel manoscritto: 27-29 gennaio 1950. Pubblicato su « Cultura e Realtà », n. 1, maggio-giugno 1950.

La parola mito è a ragione oggi alquanto screditata. Ma adoperandola per indicare quell’interiore immagine estatica, embrionale, gravida di sviluppi possibili, che è all’origine di qualunque creazione poetica, non crediamo di parlare un linguaggio mistico né estetizzante. Semplicemente, condensiamo in una parola un complesso discorso storico e una convinta poetica che su di esso si appoggia e si giustifica.

Nel mito vero e proprio c’imbattiamo ogni volta che ci accade di riandare nel tempo all’inizio di un’epoca di poesia. Risalendo il cammino della civiltà di qualunque popolo vediamo le sue varie espressioni di vita colorirsi sempre piú di miticità, finché viene il momento che nulla piú si fa né si pensa nell’àmbito della tribú che non dipenda da un modello mitico. Che cosa significa questo dipendere? Le varie usanze quotidiane e festive, il linguaggio, le tecniche, le istituzioni e le passioni, tutto si modella su fatti accaduti una volta per sempre, su divini schemi che in un senso non soltanto temporale sono all’origine di ogni attività ‒ qualcosa, per accadere, ha bisogno d’esser già accaduto, d’essere stato fondato fuori del tempo. II mito è ciò che accaderiaccade infinite volte nel mondo sublunare eppure è unico, fuori del tempo, cosí come una festa ricorrente si svolge ogni volta come fosse la prima, in un tempo che è il tempo della festa, del nontemporale, del mito. Prima che favola, vicenda meravigliosa, il mito fu una semplice norma, un comportamento significativo, un rito che santificò la realtà. E fu anche l’impulso la carica magnetica che sola poté indurre gli uomini a compiere opere.

Tutto ciò non è nuovo. L’ha chiarito la ricerca etnologica attraverso discussioni appassionate e pedanti, e la croce ‒ implicita o esplicita ‒ della disputa fu il presunto prelogismo dei primitivi, la questione se quei nostri antenati pensassero secondo schemi concettuali e legge di causalità o non piuttosto secondo una mistica legge di partecipazione, la magia, l’arbitrio animistico. Qualcuno si è addirittura chiesto se realmente quella gente non disponesse di poteri soprannaturali o metempirici, se insomma la stregoneria non fosse una cosa seria.

A noi pare che, come sempre accade, l’inventore della questione ci abbia visto piú chiaro di tutti. «… I primi uomini, come fanciulli del genere umano, non essendo capaci di formar i generi intelligibili delle cose, ebbero naturale necessità di fingersi i caratteri poetici, che sono generi o universali fantastici, da ridurvi come a certi modelli, o pure ritratti ideali, tutte le spezie particolari a ciascun suo genere somiglianti…» (Scienza Nuova Sec. degn. XLIX). Questa prima classica descrizione della mentalità primitiva ci riesce, a tutt’oggi, la piú convincente. Se poi le accostiamo l’altra degnità (XLVII) che «…il vero poetico è un vero metafisico, a petto del quale il vero fisico, che non vi si conforma, dee tenersi a luogo di falso… », potremo capacitarci che realmente il Vico ha veduto il problema nella sua interezza e, leggendo, com’è giusto, mitico dov’egli dice poetico, avremo messo fine a molte mal impostate dispute contemporanee. Quelli che il Vico chiama universali fantastici sono ‒ è noto ‒ i miti, e in essi i fanciulli, i primitivi, i poeti (tutti coloro che non esercitano ancora o non del tutto il raziocinio, la «umana filosofia») risolvono la realtà, sia teoretica che pratica. Fu il primo il Vico a notare e interpretare l’evidente fatto che tutta l’esistenza dei primitivi (i «popoli eroici») è modellata sul mito. Ora, quest’atteggiamento umano fondamentale, questa riduzione di «tutte le spezie particolari» a «certi modelli», «a generi fantastici », non è altro che l’atteggiamento religioso.

Qualcuno ha interpretato il pensiero vichiano nel senso che la novità di quella scienza fosse essenzialmente la scoperta della categoria estetica. Non ne siamo convinti. Identificando e sviscerando un intiero momento di quella «storia ideale eterna» sopra la quale corre in tempo la storia delle nazioni ‒ il momento in cui il pensiero raziocinante, metodologico, non è ancor nato ‒ il Vico non poteva non imbattersi anche nella natura della poesia, della fantasia creatrice ‒ ma la sua scoperta appassionata è un’altra. Non a caso del resto egli tende a servirsi dei documenti della fantasia eroica (dai geroglifici e dagli stemmi ai poemi) per chiarire le realtà giuridiche, politiche, morali, economiche e cultuali di quel mondo. Dal nucleo embrionale dei miti (che esaltano e convincono i loro credenti, cioè li inducono all’azione) egli trascorre a descrivere un’ideale civiltà eroica. E sebbene questa civiltà abbia prodotto, col germe religioso dei miti, una poesia rigogliosa, egli non si ferma a definire l’autonomia della poesia: a quest’autonomia non crede. Ciò accade perché anche nel processo «ideale eterno» del poetare risulta piú che mai implicito un momento mitico ‒ qui il mito è ciò che si chiama l’ispirazione, l’intuizione nucleare, ‒ e questo momento religioso che nelle altre attività spirituali è ormai stabilmente trasformato o scaduto, soltanto in quella fantastica sopravvive immediato e ineliminabile.

Noi a questo concetto del mito giungemmo meditando appunto un fatto religioso. Ci accadde di chiederci che cosa fosse per il fedele un santuario, in che cosa un sacro monte differisse per lui dalle altre colline ‒ e la risposta fu precisa ‒: santuario è il luogo mitico dove è accaduta un giorno una manifestazione, una rivelazione del divino (tactus de coelo ‒ c’è caduta la folgore); il luogo unico tra tutti, dove il fedele partecipa in qualche modo, con la presenza, col contatto, con la vista, all’unicità di quella rivelazione, la quale si moltiplica nel tempo, proprio perché avvenne la prima volta fuori del tempo, e fonda perciò tutta la realtà mitica del monte. Che cosa prova il fedele, al contatto con la sacra collina? Il tempo per lui si arresta, in un attimo vertiginoso egli contempla, sente, l’unicità del luogo, simbolo incarnato della sua fede, nucleo centrale di tutta la sua vita interiore. La qualità dell’oggetto mitico non conta ‒ liturgia complessa o semplice roccia, esso non esprime ma è il divino ‒ un «vero metafisico».

Fuori da ogni campo confessionale, c’è qualcosa nella nostra esperienza che ricorda quest’attimo: un universale fantastico che al singolo individuo (in ciò la sua differenza dal mito religioso, sempre collettivo) ispira una passione analoga. E anche qui cade in acconcio la parola del Vico: «…i primi uomini, come fanciulli del genere umano…» Dalla fanciullezza, dall’infanzia, da tutti quei momenti di fondamentale contatto con le cose e col mondo che trovano l’uomo sprovveduto e commosso e immediato, da tutte le «prime volte» irriducibili a razionalità, dagli istanti aurorali in cui si formò nella coscienza un’immagine, un idolo, un sussulto divinatorio davanti all’amorfo, sale, come da un gorgo o da una porta spalancata, una vertigine, una promessa di conoscenza, un avangusto estatico. Il proprio di questa sensazione è un fermarsi del tempo, un rivivere ogni volta come nuova quella prima volta ‒ così avviene nelle pratiche rituali per la celebrazione di una festa. Abbandonarsi alla contemplazione all’escavazione di quel momento, significa uscire dal tempo, sfiorare un assoluto metafisico, entrare in una sfera di travaglio, di vagheggiamento di un germe che non perderà la sua immobilità se non per diventare altra cosa ‒ poesia consapevole, pensiero dispiegato, azione responsabile ‒ insomma storia.

Mitico chiamiamo perciò questo stato aurorale; e miti le varie immagini che balenano, sempre le stesse per ciascuno di noi, in fondo alla coscienza. Esse vivono in quanto tuttora non risolte nell’evidenza poetica o nella chiarezza razionale, ma irradiano tanta vita, tanto calore, tanta promessa di luce, che riescono in definitiva altrettanti fuochi o fari della nostra coscienza. Nel presente discorso questi miti individuali c’interessano come i germi di ogni poesia.

Il poeta che altro fa se non travagliarsi intorno a questi suoi miti per risolverli in chiara immagine e discorso accessibile al prossimo? Giacché è loro natura demonica che, mentre incantano con l’esperienza di un unico di un assoluto irriducibile, questi miti, che vogliono esser creduti (« veri metafisici »), inquietano la coscienza come un’importante parola ricordata soltanto a metà, e impegnano tutte le energie dello spirito per rischiararli, definirli, possederli fino in fondo. Ma possedere vuol dire distruggere, si sa. Questa distruzione ‒ beninteso, è una trasformazione ‒ toglie al mito violato la sua unicità, la sua misteriosa potenza di simbolo creduto. Il mito che si fa poesia perde il suo alone religioso. Quando si faccia anche conoscenza teorica (« umana filosofia») il processo è finito.

Con questo non si raccomanda a nessuno di conservare i propri miti nella bambagia. La smaniosa fede iniziale in tanto è sincera in quanto non rinuncia a sforzo alcuno per meglio penetrare e possedere il suo oggetto. Né serve a nulla fingere a se stessi, per estetistica compiacenza, che un mistero perduri quando già lo si sia risolto in chiara immagine o lucido concetto. La legge dello spirito è questa: suscitare

incessantemente nell’urto con la realtà i propri miti e ingegnarsi di risolverli, di farne poesia o teoria. Chi continua a baloccarsi con un mito ormai spiegato, penetrato, violato, non riesce né vero credente né poeta né scienziato. Riesce un esteta, e nulla piú.

Possiamo inserire, a questo punto, l’avvertenza che tutta la nostra spiegazione riguarda il processo spirituale in sé, astrazion fatta dall’occasione magari biologica che lo determina e mette in moto. Inutile dire che un mito il quale covi in fondo a un cuore, potrà e dovrà sul piano storico, da chi lo comprenda, venir riconnesso alle pratiche vicende del suo fedele, dai casi dietetici sessuali economici di questi al suo rapporto con la cultura, con tutta la cultura del tempo. Veduto dall’interno, un mito evidentemente è una rivelazione, un assoluto, un attimo intemporale, ma per la sua stessa natura tende a farsi storia, ad accadere tra gli uomini, a diventare cioè poesia o teoria, con ciò negandosi come mito, come fuorideltempo, e sottoponendosi all’indagine geneticocausale degli storici.

Qui si dirà che non valeva la pena di far tante parole per concludere che viene un momento storicoculturale in cui è come se il mito, l’attimo intemporale, non fosse mai stato. Non siamo avvezzi a ritenere che ciò che non esiste per lo storico in effetti non esista?

Senza dubbio. È la nostra abitudine. E sarebbe estetismo, sarebbe un baloccarci, un far finta di non sapere quel che già sappiamo, cercare il mito dentro la nostra conoscenza concettuale della storia. Per definizione, non possiamo trovarcelo. La sudata teoria razionale della natura e della storia ci sta dinanzi imponente, ci guida nell’azione, ci fa vivere.

Veramente? Viviamo soltanto di questo? O ciascuna delle nostre decisioni essenziali ‒ quelle per cui si espone la vita o la si esalta nella creazione ‒ non nasce, al disotto o al disopra della teoria, da un impulso piú misterioso, piú estatico, piú autorevole che non la persuasione razionale, che non la conoscenza? Che cos’è che può inquietarci, esasperarci, impegnarci fino in fondo per farsi violare, rischiarare, conoscere, se non l’inviolato, il presentito, l’ignoto? C’è questo di vero nel richiamo alla teoria: un mito degno di questo nome non può sorgere che sul terreno di tutta la cultura esistente, presupponendo questa cultura, dandola per scontata, e tuttavia accennando oltre, atteggiandosi a immagine misteriosa e promettente perché irriducibile anche alla fiamma ossidrica della nostra piú consapevole teoria. L’abbiamo detto: non serve a nulla baloccarsi con un mistero già risolto.

Ma, abbandonando per ora quest’alta quota, ci accontentiamo di constatare che quanto fa vivere i singoli spiriti sotto la cenere dei giorni è quest’ardore, come di brace, dei personali nuclei mitici, dei minori attimi estatici che hanno segnato per ciascuno i veri contatti con la realtà, popolandogli la memoria di occasioni, di moduli fantastici, d’idoli velati. Nella memoria si celebra appunto la ripetibilità di questi miti, la loro unicità sempre rinnovata. Nel loro riaffiorare estatico è abolita miticamente la legge del tempo. Nella loro irrazionale suggestione è miticamente abolita la razionalità culturale.

Il poeta ‒ creatore di favole ‒ è geloso e studioso di questi luccichii aurorali che di ogni bella favola sono l’avvio e l’alimento. Far poesia significa portare a evidenza e compiutezza fantastica un germe mitico. Ma significa anche, dando una corposa figura a questo germe, ridurlo a materia contemplativa, staccarlo dalla materna penombra della memoria, e in definitiva abituarsi a non crederci piú, come a un mistero che non è piú tale. Allora comincia la vera sofferenza dell’artista: quando un suo mito s’è ormai fatto figura, e lui, disoccupato, non può piú crederci ma non sa ancora rassegnarsi alla perdita di quel bene, di quell’autentica fede che lo teneva in vita, e la ritenta, la tormenta, se ne disgusta. Il possesso finisce cosí, come ogni possesso, salvo che la ricca costituzione umana dell’artista non fosse tale da fargli trascurare o addirittura ignorare lo scopo puramente contemplativo del suo lavoro e indurlo a rivolgere le sue mire a uno scopo pratico (pedagogico, parenetico, cultuale o sperimentale) per cui il suo interesse nell’opera sopravviva alla realizzazione.

I poeti nel cui animo gli spunti mitici hanno una giovinezza immortale, una ricchezza che sopravvive ‒ variamente atteggiata ‒ a molte elaborazioni; o addirittura quelli che traboccano di moduli, di occasioni, di miti diversi, tanto che la loro esistenza gli basta appena a tutti tentarli e variamente riuscirli ‒ sono ben rari, sono i cosiddetti geni della stirpe. Di solito sono anche i piú consapevoli ‒ per i tempi ‒ di tutta la cultura esistente, e la trascorrono, la travagliano, la riducono al limite, a un orizzonte oltre il quale traspaiono altri giorni, altre parvenze, altri miti velati. Un tempo li chiamavano i vati.

Ma non è da credere che in sé quest’esperienza del mito sia un privilegio dei poeti e, a un grado piú discosto, dei pensatori. È un bene universalmente umano, è la religione che sopravvive anche nei cuori più squallidi o piú meschini, i quali sarebbero ben stupiti se qualcuno gli spiegasse che dentro di loro è un germe che potrebbe diventare una favola. E occorre dirlo? ‒ la condizione su cui si fonda l’universalità e la necessità della poesia.

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