Sara Garbagnoli, L’invenzione dell’”ideologia del genere” by Gabriella Giudici

Sara Garbagnoli, L’invenzione dell’”ideologia del genere”

by gabriella

Gender-identityUna sintesi dell’articolo di Sara Garbagnoli, dottoranda presso il Centre de Sociologie Européenne dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales (Paris) sulla creazione e l’etichettamento della teoria del genere. Pubblicato in About Gender, vol. 3, 6, 2014, pp. 250-263.

1. L’«ideologia del genere»?

L’«ideologia del genere» sconosciuta e misteriosa come il Carneade di manzoniana memoria? Sì, se si considera che pochi ancora sanno che l’espressione è stata coniata all’inizio degli anni 2000 in alcuni testi redatti sotto l’egida del Pontificio Consiglio per la Famiglia con l’intento di etichettare, deformare e delegittimare quanto prodotto nel campo degli studi di genere. No, se si osserva la diffusione virale che tale sintagma ha conosciuto (restando assai nebuloso nel suo significato) da almeno due anni a questa parte, a partire dal momento in cui il suo impiego è migrato dai testi vaticani per diventare parte degli slogan scanditi da migliaia di manifestanti mobilitatisi (in Francia e in Italia, soprattutto) contro l’adozione di riforme giuridiche miranti alla riduzione delle discriminazioni subite dalle persone non-eterosessuali (matrimonio tra persone dello stesso sesso, riconoscimento dell’omogenitorialità, legge di contrasto alle violenze omotransfobiche).

Scegliendo di definirsi «anti-gender» tali manifestanti – sostenuti in quest’opera di ‘labellizzazione’ dalla stampa cattolica e conservatrice e dal recente proliferare di una produzione editoriale dedicata a tracciare «pericoli e conseguenze» di questa fantomatica «teoria» – hanno contribuito alla metamorfosi di un’etichetta priva di referente in una categoria di mobilitazione politica produttrice di effetti politici.

Cosa significano l’espressione «ideologia del genere» o «teoria del genere»? Si tratta di un efficace dispositivo retorico che il Vaticano ha messo a punto per delegittimare, ad un tempo, le analisi e le ricerche che studiano le forme di naturalizzazione delle norme sessuali e le rivendicazioni politiche portate dai movimenti femministi e omosessuali per contrastare e ridurre le forme di inferiorizzazione materiale e simbolica subite dai minoritari sessuali [per il concetto di “minoritari sessuali” cfr. Colette Guillaumin e Didier Eribon].

società italiana storiche

Il salutare e tempestivo intervento, nell’aprile del 2014, del Direttivo della Società delle Storiche, che ha indirizzato una lettera alla Ministra dell’Istruzione, Stefania Giannini, ricordando come l’espressione «teoria del gender» sia una formula polemica priva di significato teorico e denunciando la gravità di «interventi censori» operati da organi dello Stato per effetto di pressioni operate dal mondo cattolico, è al momento un’eccezione degna di nota nel mondo intellettuale e accademico italiano.

Pochissimo, quasi niente, sino ad ora, è venuto dal fronte dei sociologi del genere e dal fronte (più interdisciplinare) degli studi di genere, differentemente da quanto è avvenuto fuori Italia, dove i ricercatori sono intervenuti per analizzare il discorso del Vaticano sul genere, mostrare l’inconsistenza dei suoi fondamenti e della sua pretesa euristica, criticarne gli abusi terminologici e riaffermare l’importanza dell’autonomia scientifica [cfr. gli interventi al convegno Habemus Gender! Deconstruction of a Religious Counter-Attack, che faranno presto l’oggetto di una duplice pubblicazione in riviste accademiche].

2. L’invenzione del sintagma «ideologia del genere»: elementi per l’anamnesi di una genesi conservatrice

Il triennio 2011-2013, caratterizzato, tanto nello spazio pubblico francese che in quello italiano, da dibattiti politici di vasta portata sulla questione delle discriminazioni subite dalle persone non straight, corrisponde al periodo di diffusione virale dell’espressione «Teoria del genere» e delle sue tante varianti – «ideologia del genere», «teoria del gender», «teoria del genere sessuale», «teoria soggettiva del genere sessuale», «teoria delle femministe del genere», «teoria del genere queer». Un tale proliferare di etichette risponde principalmente all’intento di trovare una buona combinazione che funzioni nello spazio mediatico e politico in cui è impiegata come una formula magica, che può, cioè, creare ciò che afferma.

Quanto alla loro origine, tali sintagmi sono stati fabbricati da «esperti» scelti dal Vaticano a partire dalla metà degli anni ’90 per etichettare (distorcendolo) qualunque intervento teorico, giuridico, politico, culturale che produca forme di denaturalizzazione dell’ordine sessuale. Essi cominciano a circolare con la pubblicazione, sotto l’egida del Pontificio Consiglio per la Famiglia, del Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, pubblicato in Italia nel 2003, in Francia nel 2005 e, da allora, tradotto in otto lingue. Si tratta di un dizionario enciclopedico composto da circa novanta lemmi sulle questioni di genere, sessualità e bioetica, redatto da più di settanta tra autrici e autori, attivi come consiglieri del Vaticano e/o nell’ambito delle sue istituzioni di insegnamento.

Tony Anatrella
Tony Anatrella

Sei sono i lemmi del Lexicon che esplicitamente disegnano i contorni della supposta «IDG»: «“Genere”: pericoli e portata di questa ideologia», «Genere (“gender”)», «“Genere”: nuove definizioni», «Confusioni affettive e ideologiche che attraversano la coppia contemporanea», «Omogenitorialità» e «Identità e differenza sessuale». Arricchiti da una cospicua introduzione di Monsignor Tony Anatrella, psicanalista francese che si è particolarmente distinto alla fine degli anni ’90 per la virulenza della sua opposizione all’adozione del Pa.C.S. in nome di un ordine simbolico (supposto naturale) fondato sulla bicategorizzazione sessuale, questi articoli sono stati ripubblicati in Francia nell’autunno del 2011 in un volume intitolato Gender. La controverse. L’opera è uscita in libreria al momento della polemica sulla pubblicazione di manuali di biologia tacciati di diffondere «la teoria del genere» nei licei francesi e di fare della scuola «un luogo di propaganda».

Il testo di Anatrella, intitolato La théorie du genre comme un cheval de Troie, èinteressante perché presenta una sintesi degli argomenti prodotti dagli inventori dell’etichetta. La «teoria del genere» farebbe seguito e sostituirebbe «l’ideologia marxista», sarebbe

«la nuova ideologia che serve apertamente di riferimento all’ONU», ancora «più oppressiva e pericolosa [del marxismo], presentandosi sotto le vesti di un discorso di liberazione da un’oppressione, di libertà, di uguaglianza». (…) «Questa ideologia pretende che i mestieri non abbiano sesso, che l’amore non dipenda dall’attrazione tra uomini e donne, che la psicologia maschile si confonda con la psicologia femminile, laddove da un punto di vista psicologico non si tratta delle stesse strutture psichiche».

(…) «Si tratta di un costrutto concettuale che non ha nulla a che vedere con la scienza: è tutt’al più un’opinione». (…) «Il genere è una teoria idealista e disincarnata. Una tale ideologia approfitta, per imporsi, del clima intellettuale della supremazia dell’individualismo, del soggettivismo». Prodotta dalle «femministe intransigenti», tale costruzione produrrebbe «rivendicazioni che possiamo qualificare infantili e che creano un terreno favorevole alla violenza». (…) «Dall’inizio degli anni 1990, il Pontificio Consiglio per la Famiglia ha intrapreso un lavoro di ricerca attraverso specialisti internazionali per produrre un’analisi della teoria del genere e rispondere ai suoi sofismi».

(…) L’obiettivo del Lexicon è quello di fornire uno studio ed una critica della teoria del genere a partire da principi di ragione e non ispirandosi a considerazioni religiose. (…) Il popolo dovrà ribellarsi contro il negazionismo dei sessi e il relativismo ugualitarista». (Anatrella in Pontificio Consiglio per la Famiglia, 2011, passim).

Dale O'Leary
Dale O’Leary

Quanto al periodo di elaborazione de «LTDG», Anatrella lo scrive e le pubblicazioni del Vaticano lo confermano, l’inizio di questa strategia di deformazione e di etichettatura del «discorso dell’avversario» risale al momento della Conferenza Internazionale sulla Popolazione e lo Sviluppo (organizzata dalle Nazioni Unite al Cairo nel 1994) e della Conferenza mondiale sulle donne (convocata dall’ONU l’anno seguente a Pechino). I testi che alla metà degli anni ’90 forniscono la principale matrice del discorso del Vaticano sulle questioni di genere e sessualità sono gli interventi redatti da Dale O’Leary. Vicina all’Opus Dei, O’Leary è rappresentante del Family Research Council, una lobby familialista cattolica statunitense, e della National Association for Research & Therapy of Homosexuality, associazione che promuove la “cura” dell’omosessualità.

Nei suoi testi, la militante cattolica attacca le «femministe del genere», responsabili di aver prodotto «un’ideologia» che, affermando la natura costruita e sociale dei ruoli sessuali, mira ad «abolire la natura umana». L’espressione «Gender Feminists», antesignana dei sintagmi «ideologia del genere» e «teoria del genere», è ripresa da Who Stole Feminism? How Women Have Betrayed Women, saggio antifemminista pubblicato nel 1994 da Christina Hoff Sommers con l’appoggio di think tanks della destra conservatrice statunitense. Nel Lexicon le «femministe del gender» sono descritte come coloro che «calpestano le specificità del genio femminile», seminano la guerra tra i sessi e aspirano ad una loro « distruzione ».

Giovanni Paolo II
Giovanni Paolo II

Restando al Lexicon, nell’articolo “Genere”: pericoli e portata di questa ideologia, Oscar Alzamora Revoredo riprende le tesi di O’Leary. Jutta Burggraf, invece, fonda l’argomento presentato nel suo testo – «Genere (“gender”)» – sulla «teologia della donna». Elaborata dal Giovanni Paolo II dall’inizio del suo pontificato, tale dottrina postula che le disposizioni de “la donna” – in primis l’amore materno –, siano naturali, discendendo dalla sua anatomia e dalle specificità del suo corpo (da cui deriverebbe anche la sua «particolare psicologia»). Non più subordinata all’uomo (come nella dottrina tradizionale della Chiesa), “la donna” diventa sua complementare: uguale in dignità, nell’incommensurabilità di una «differenza ontologica».

Nel suo articolo «“Genere”: nuove definizioni», Beatriz Vollmer Coles propone una «nuova definizione» di genere perché tale nozione possa essere in accordo con l’«antropologia umana» sostenuta dalla Chiesa. Il genere, per il Vaticano, sarebbe la «dimensione trascendente della sessualità umana che si conforma all’ordine naturale già presente nel corpo». Nessun bisogno del genere nella teoria del genere del Vaticano! Da ciò emerge che ciò che disturba il Vaticano (e i conservatori dell’ordine sessuale) non è il genere in sé – che può essere usato (e non di rado lo è!) come sinonimo di «donne» intese come gruppo naturale –, ma il potenziale critico di una categoria analitica che denaturalizza l’ordine tra i sessi, iscrivendolo nell’ambito dei rapporti sociali di dominio (Butler 1990, Delphy 2001, Scott 2013).

3. Dalla “labellizzazione” alla mobilitazione politica

Se si analizzano gli spazi, i tempi e le modalità di elaborazione dell’espressione «ideologia del genere», gli agenti che l’hanno prodotta e la veicolano, il suo contenuto e la sua forma retorica, i suoi usi sociali, ciò che emerge innanzitutto e soprattutto è che tale sintagma si configura come un dispositivo retorico reazionario. Da un lato, l’espressione è fabbricata in reazione a diverse forme di presa di parola e di posizione dei minoritari sessuali che hanno portato (a) all’autonomizzazione di un nuovo campo di studi, (b) all’adozione di riforme giuridiche contro le forme di oppressione e di discriminazione subite dal gruppo delle donne e delle persone omosessuali e trans e (c) all’elaborazione di politiche cosiddette di gender mainstreaming di promozione dell’uguaglianza tra i sessi.

Nella sua vis polemica, il Vaticano, accomuna e confonde agenti e gruppi che non sono omogenei o concordi, distinti come sono per risorse, analisi, obiettivi e modalità di azione. Dall’altro, si tratta di un’invenzione retorica reazionaria nel senso politico del termine. Per la Chiesa cattolica (e, più in generale, per i conservatori dell’ordine sessuale), sesso e sessualità sono questioni che riguardano un ordine trascendente, presociale, immutabile. Infine, tale discorso reattivo e reazionario si costruisce ricostruendo il discorso e la posizione avversaria, contribuendo così, grazie alla forza del discorso religioso legittimo, a elaborarne le definizioni socialmente efficienti. Tra le principali deformazioni che gli inventori della «teoria del genere» fanno subire agli studi di genere figura l’idea che ciascuno può scegliere la sua “identità” o il suo “orientamento sessuale”, quando gli studi di genere indagano invece il funzionamento sociale delle norme che reggono l’ordine sessuale e delle gerarchie che lo traversano e lo definiscono. Storicamente costruito (ovvero non inevitabile), esso è solidamente naturalizzato. Quanto alla categoria analitica di genere, nei testi del Vaticano ritroviamo mescolate e confuse, le due differenti definizioni che circolano nel campo degli studi di genere. Da un lato, il genere come ruolo, maschile o femminile, che sarebbe culturalmente e socialmente determinato e attribuito rispettivamente agli uomini e alle donne. Dall’altro, il genere come gerarchizzazione sociale che divide l’umanità in due metà disuguali e rende socialmente pertinente la discontinuità tra i sessi (Delphy, 2001).

Dopo la pubblicazione del Lexicon, l’espressione «ideologia del genere» viene episodicamente ripresa (soprattutto in Italia) su giornali conservatori, utilizzata nei titoli di convegni organizzati dall’associazionismo cattolico e ricorre in alcuni importanti interventi di Joseph Ratzinger (il più noto è il discorso alla Curia Romana del dicembre 2012). Sarà, però in Francia, in concomitanza con il dibattito che ha portato nel maggio del 2013 all’approvazione della legge estensiva dell’istituto matrimoniale alle coppie formate da persone dello stesso sesso, che essa si diffonderà nello spazio mediatico e politico. Il fronte degli oppositori al matrimonio egualitario ha, infatti, adottato l’espressione la «teoria del genere» per etichettare e stigmatizzare la coalizione di quelli che considerava i suoi avversari politici.

Sentinelle-in-piedi

In Italia l’espressione «ideologia del genere» è brandita dall’estate del 2013 da militanti conservatori e associazioni familialiste cattoliche organizzatisi in gruppi che ricalcano nei nomi («Manif pour Tous-Italia», «Sentinelle in piedi», «Hommen-Italy») i corrispettivi francesi, per esprimere la loro opposizione, da un lato, all’adozione di una legge che punisca forme di violenza fisica o verbale indirizzata nei confronti delle persone omosessuali e transessuali in ragione del loro orientamento sessuale e, dall’altro, qualunque forma di intervento in ambito scolastico che promuova formazioni per insegnanti in cui le questioni degli stereotipi di genere, delle violenze omotransfobiche e della varietà dei tipi di famiglia (inclusa quella omogenitoriale) vengano affrontate.

Sul piano degli attori, si tratta degli stessi che si sono mossi in occasione del Family Day del 2007. Tra di essi: il Forum delle Associazioni familiari, che ha diffuso via internet un «vademecum–strumenti di autodifesa dalla ‘teoria del gender’ per genitori con figli da 0 a 18 anni» e l’Unione Giuristi Cattolici Italiani, che ha co-organizzato, sovente insieme ad Alleanza cattolica, decine di seminari contro «la teoria del genere».

Una martellante campagna contro l’«ideologia del genere» è condotta dalla stampa cattolica e conservatrice (Avvenire, Tempi, La Nuova Bussola Quotidiana, Il Foglio). Nel corso degli ultimi mesi, sono state organizzate decine di “veglie” delle «Sentinelle in piedi» – gruppo giuridicamente riconducibile ad Alleanza Cattolica – per difendere quella che i manifestanti definiscono la «famiglia naturale» (ma quid est?), «il diritto di ogni bambino di avere un padre e una madre» (ma i bambini non hanno diritto di crescere con i genitori che li hanno voluti e che li amano in un ambiente che non li discrimina in base al sesso o al numero dei genitori?) e «la libertà di espressione» (ma i pregiudizi sull’inferiorità delle persone omosessuali e trans non cozzano contro il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini sancito dalla nostra Costituzione?).

crocefisso

Alcuni comuni hanno recentemente votato delibere che si oppongono all’introduzione di nozioni che sarebbero ispirate dall’«ideologia del genere» e che porterebbero pregiudizio alla «famiglia naturale». I disegni di legge sulle questioni dell’omosessualità restano congelati in Parlamento e la diffusione dei fascicoli «Educare alla diversità a scuola», realizzati per commissione dell’Unar e destinati agli insegnanti delle scuole pubbliche, è stata bloccata dal Sottosegretario al Ministero dell’Istruzione. L’intervento di Gabriele Toccafondi è di poco successivo alle dichiarazioni rilasciate dal cardinale Angelo Bagnasco, che si era scagliato contro «la dittatura del genere» e la trasformazione delle scuole pubbliche in « in campi di rieducazione e di indottrinamento». Le affermazioni del prelato, che è stato recentemente confermato dal Papa alla presidenza della CEI, suonano quanto meno curiose in un Paese come l’Italia in cui il crocifisso appeso sui muri delle aule delle scuole pubbliche è il sintomo e il simbolo dell’ingerenza e del potere che la Chiesa non smette di rivendicare ed esercitare nell’ambito dell’istruzione pubblica.

Le manifestazioni indette dall’associazionismo familialista cattolico contro l’etichetta «ideologia del genere» presentano alcune specificità che mi sembra opportuno rilevare. Il discorso omotransfobico tradizionale è stato riformulato retoricamente (ci si dichiara «non omofobi» e, ad un tempo, si inventa la «famiglia naturale», che sarebbe, poi, quella coniugale eterosessuale) e ripensato formalmente, attraverso un restyling che riprende codici di presentazione di sé e di modalità di azione degli ‘avversari’. Emblematico il caso degli Hommen con gli slogan scritti sul torso (richiamo al gruppo delle Femen) e le loro azioni (che rimandano agli zaps di Act-up). Tale maquillage della posizione omotransfoba tradizionale si è accompagnata ad una strategia di captazione di grafica, slogan e simboli di movimenti di liberazione (dal maggio francese alla Resistenza al nazi-fascismo, dalla resistenza non-violenta gandhiana alla Primavera araba) che mira a rivestire un pensiero reazionario con i segni della sovversione.

Attraverso diverse forme di performance e di “messe in azione” nello spazio pubblico (marce, veglie, zaps), sostenute dalla forza, non solo del discorso che proviene da un’istituzione legittima come la Chiesa cattolica, ma anche dalla complicità della gran parte dei media che hanno acriticamente ripreso i termini prodotti dal dispositivo cattolico (essere “pro” o “contro” «la teoria del genere») funzionando da sua cassa di risonanza, la «teoria del genere» ha potuto operare come un «atto di istituzione» che produce ciò che enuncia (Bourdieu 2001), come in alti contesti il concetto di razza. Non è la-teoria, né l’ideologia «lesbo-femminista» e «omosessualista» che produrrebbe violenze, infelicità e catastrofi sociali, ma è un dispositivo retorico reazionario che intende, delegittimando saperi e rivendicazioni che denaturalizzano l’ordine sessuale, perpetuare la ferocia e la tirannia del sistema di oppressione che inferiorizza le donne e/o le persone non-eterosessuali (Wittig, 1992).

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