[1951] Day of the Fight -”The Killing” rapina a mano armata : Stanley Kubrick , The Killing The Criterion Collection

Day of the Fight  – Il giorno del combattimento

CRITICA
GIANNI PITTIGLIO
Il fotoracconto intitolato “Prizefighter” (pugile professionista) ritrae l’atleta al risveglio nel suo appartamento, al momento del peso, dell’allenamento e infine durante l’incontro vinto per K.O. a Jersey City. Per Kubrick la boxe è violenza elevata a livello artistico: tra tutte le foto che ritraggono la giornata di Cartier quella che lo vede seduto nel proprio spogliatoio, a petto nudo, guantoni sulle ginocchia e sguardo verso l’alto, con al suo fianco l’allenatore, emana un fascino che va oltre la nuda cronaca. Il momento precedente il combattimento appare come una scena epica: luce che arriva dal soffitto e genera un’ombra che accentua gli zigomi alti del pugile; un’inquadratura dal basso che trasforma Cartier in un simbolo di mascolinità.

Le potenzialità del soggetto portano Stanley Kubrick a realizzare il suo primo cortometraggio, un documentario da lui prodotto e diretto, intitolato “The day of the fight”. I 3900 dollari spesi per produrre la pellicola vengono recuperati grazie alla vendita alla RKO che pensa bene di finanziarne subito un altro: la folgorante carriera di uno dei registi più celebrati dell’ultimo cinquantennio iniziava così, quasi per caso.

Nei sedici minuti di “The Day of the fight” si incontrano elementi caratteristici della poetica kubrickiana: si è già scritto sulla figura di labirinto che spesso tornerà nel cinema di Kubrick, qui rappresentata dal ring, ruolo chiuso per antonomasia in cui l’eroe deve superare delle prove. Alcune scene sembrano un’anticipazione delle trincee labirintiche di “Orizzonti di gloria”, dell’astronave di “2001”, dell’Overlook Hotel di “Shining”, della caserma di “Full metal jacket” o della villa di “Eyes wide shut”, tutti luoghi circoscritti, fulcri dell’azione delle singole vicende narrate. Cifra stilistica del regista è la sfida stessa: tra Hal 9000 e gli astronauti in “2001”, i continui duelli di “Barry Lyndon”, gli scontri dei drughi di “Arancia meccanica” e in una dimensione più grande nelle immagini di guerra in “Full metal jacket”. Labirinto e sfida che sono ben riassunti nel gioco degli scacchi, per i quali il regista statunitense aveva una passione non comune, comprensibile proprio se letta come iterazione di una sfida labirintica.

ROBERTO DONATI
La descrizione di una giornata del pugile dei pesi medi Walter Cartier, dal risveglio mattutino alla vittoria nel combattimento serale. Nel 1949 Kubrick, ancora fotografo per la rivista Look, faceva un racconto fotografico di venti immagini sul pugile Cartier (intitolato Prizefighter) che sarebbe servito, due anni più tardi, come trama per il primo cortometraggio documentario del regista, nel quale il protagonista è pedinato costantemente dalla macchina da presa e dalla voce fuori campo di un narratore, secondo una tecnica tipica del primo Kubrick (si pensi a Il bacio dell’assassino ma, in particolare, a Rapina a mano armata e, molti anni dopo, anche a Barry Lyndon). Notevole la sequenza finale dell’incontro di boxe. Inutile cercarlo in videocassetta: passa raramente su Raitre (sottotitolato in italiano) nel programma di Enrico Ghezzi Fuori Orario. Prodotto dalla RKO, con commento musicale di Gerald Fried. Fin dall’inizio, Kubrick ha svolto tutti i ruoli tecnici più importanti, assumendo il pieno controllo dell’opera.

http://www.stanleykubrick.org/filmografia/day-of-the-fight.html

Rapina a mano armata

 

Il terzo lungometraggio di Stanley Kubrick, tratto dal romanzo di Lionel White “Clean Break”, è una gangster story atipica: tanto la trama quanto il fallimento finale rientrano in pieno nello schema classico del genere, quello che contrasta con la tradizione è il modo in cui viene raccontata. È assente uno dei topoi più diffusi, quello del reclutamento, funzionale alla presentazione dei personaggi; la banda è già formata, ed il piano già organizzato, così i diversi membri del gruppo ‘nascono’ agli occhi dello spettatore solo in funzione della rapina: ogni particolare della loro vita privata, compreso il drammatico rapporto tra George e la moglie Sherry, emerge solo mentre accompagna i preparativi del colpo o vi interferisce. Ciò nonostante le poche azioni finalizzate alla rapina bastano per rivelare il carattere d’ognuno di quei criminali semi-improvvisati che Johnny, ma sarebbe lo stesso dire Kubrick, inserisce nello studiatissimo meccanismo (“ognuno ha l’importanza del frammento di un mosaico”, dice la voce fuori campo) che dovrebbe cambiar loro la vita. A questo proposito è emblematico l’incontro con Boris nel circolo degli scacchi: ognuno è una pedina del gioco condotto da Johnny ma del quale anche lui sarà vittima; un anno più tardi Kubrick ribadirà il concetto in Orizzonti di gloria.
Altro elemento di forte rottura col passato è la mancanza di suspense: fin da subito è noto allo spettatore che la moglie di George li tradirà, ed una funzione non meno premonitrice ricoprono l’entrata in scena del cagnolino che ostacolerà la fuga di Johnny e la valigia contenente il denaro che non riesce a chiudere a chiave.
Ciò che colpisce maggiormente è però la scansione temporale del racconto: i membri della banda vengono introdotti riavvolgendo il filo degli eventi, mentre il giorno della rapina viene narrato più volte, seguendo ogni personaggio dal mattino fino alla conclusione del colpo; la ripetizione identica di alcune scene, e comunque la stessa frase pronunciata dall’altoparlante, sono un espediente per stabilire un punto di contatto tra tutti i fili narrativi srotolati.
Pienamente a suo agio in una parte che conosce bene, Sterling Hayden interpreta nella stessa maniera il ruolo che aveva già ricoperto pochi anni prima in Giungla d’asfalto, di John Huston, salvo prendere coscienza della sconfitta nel finale, anch’esso hustoniano. Il suo personaggio non è però l’unico epicentro della storia: accanto a lui si sviluppa quella del suo opposto, George Patty, un impiegato pauroso, alla prima esperienza col crimine, soggiogato da una moglie che lo disprezza; la contrapposizione tra i due raggiunge il culmine nella sconfitta: alla rassegnazione di Johnny che chiude il film fa da contraltare la fine fortemente drammatica di George, che vendica i suoi compagni (ed anni di umiliazioni) prima di morire. Una morte cui Kubrick, che pure si diverte giocando sia nell’uccidere Nicky, il cecchino, che nel fermare Johnny a un passo dal successo, dedica l’unico primo piano stretto di tutto il film, che si chiude nell’istante che precede l’arresto di Johnny, mentre un vortice milionario fa svanire il suo sogno.

http://www.cinemadelsilenzio.it/index.php?mod=film&id=979

 

The Killing

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Stanley Kubrick considered “The Killing” (1956) to be his first mature feature, after a couple of short warm-ups. He was 28 when it was released, having already been an obsessed chess player, a photographer for Look magazine and a director of “March of Time” newsreels. It’s tempting to search here for themes and a style he would return to in his later masterpieces, but few directors seemed so determined to make every one of his films an individual, free-standing work. Seeing it without his credit, would you guess it was by Kubrick? Would you connect “Dr. Strangelove” with “Barry Lyndon?”

This is a heist movie. Like horror films, heists are a genre that make stars not so necessary. The durable form inspires directors to create plots that are baffling in their complexity or bold in their simplicity. In “Bonnie and Clyde,” the gang parks in front of a bank, walks in with guns, and walks out (in theory) with the loot. In David Mamet’s “Heist,” the characters are involved in interlocking levels of cons being pulled on each other. In “Rififi,” a theft involves a plan of almost unnecessary acrobatic ingenuity. Kubrick’s plan here for a race track robbery involves two of those plot aspects; not so much the acrobatics. His narrative approach seems blunt, but the narrative itself is so labyrinthine we abandon any hope of trying to piece it together and just abandon ourselves to letting it happen. We feel in safe hands.

Perhaps a motif can be found in the movie’s storefront chess club which, I learn, Kubrick frequented as a kid. His gang leader Johnny Clay (Sterling Hayden) goes there to meet a professional wrestler named Maurice, played by a professional wrestler named Kola Kwariani. Maurice is big and strong and is needed to start a fight at the race track bar to divert attention during the heist. Like all the members of Johnny’s team, he has no idea of the overall plot. He just knows his role and his payoff, and knows Johnny enough to trust him.

The game of chess involves holding in your mind several alternate possibilities. The shifting of one piece can result in a radically different game. Johnny Clay has devised a strategy seemingly as flawless as Bobby Fischer’s “Perfect Games,” but it depends on all the players making the required moves on schedule. If a piece shifts, everything changes, a possibility Johnny should have given more thought to.

The movie is narrated in an exact, passionless voice by the uncredited Art Gilmore, a veteran radio announcer. He places great emphasis on precise dates and times of day, although really only one day and time are crucial–4 p. m., the starting time of a $100,000 high stakes horse race. The rest of his narration serves only to confirm what we can see for ourselves, that the events on screen are not happening in chronological order. The plot jumps around like a chess player’s mind: “If he does this, and I do that, and then he..”

In the few days before the heist, Johnny makes the rounds of his team members. We meet them at the same time. There’s a large cast, made easy to follow because of typecasting and the familiar faces of many supporting players. Let’s see. In no particular order (which would please the narrator), there are Fay (Coleen Gray), Johnny’s girl; Marvin Unger (Jay C. Flippen), an old friend who is putting up the cost of the operation; Randy Kennan (Ted de Corsia), a crooked cop; Sherry Peatty (Marie Windsor), a gold-digging floozy; her husband George Peatty (Elisha Cook), a weakling race track cashier who hopes to buy her affection; Val Cannon (Vince Edwards), Sherry’s actual lover; Mike O’Reilly (Joe Sawyer), the racetrack bartender who needs money for his sick wife; Nikki Arcane (Timothy Carey), a rifle sharpshooter; Leo the Loan shark (Jay Adler), and assorted others. Kubrick brings all these types onscreen, makes it clear who they are and sees that we will remember them, while only gradually revealing their roles in the heist.

Filmed largely in San Mateo and Venice, Calif., and at the Bay Meadows Racetrack, the movie has the look and feel of glorious 1950s black and white film noir. On a budget of $230,000, Kubrick uses a lot of actual locations. We see a shabby motel with residential rooms by the week or month, the low-rent “luxury” of the Peatty’s apartment, the sun-washed streets. Many heist movies feature a chalk talk in which the leader explains the scenario to his gang so that we can visualize it; Jean-Pierre Melville’s version of this scene adds immeasurably to “Bob le Flambeur.” Kubrick puts his pieces in place but only when the actual plan is underway do we understand them. We go in like a chess player who knows what the Rook, Knight and Queen do, but doesn’t know what will happen in the game. Nor, it turns out, do they all know the rules.

I wouldn’t think of giving away the game. The writing and editing are the keys to how this film never seems to be the deceptive assembly that it is, but appears to be proceeding on schedule, whatever that schedule is. We accept even action that makes absolutely no sense, as in a crucial moment involving Nikki the sharpshooter. Required to hit a moving target with a rifle with telescopic sights, he inexplicably parks his sports car, a convertible with the top down, in plain view in a parking lot so that anyone can see him take out the rifle, aim and fire. In theory they’re looking elsewhere. In practice his personality gets him in trouble.

Sterling Hayden was a considerable screen presence with his tough guy face and his pouting lower lip. His gravel voice lays out instructions and requirements in a flat, factual manner; his gang members take them at face value. He never displays much emotion, not even at the end, when a great deal might be justified. We don’t see passion, fear, greed. He could be a chess player in the Zone. He has a streak of nihilism. The most colorful players are Marie Windsor, famously known as Marie Windsor, and Elisha Cook, famous for playing milquetoasts and chumps in the movies of four decades. She wraps him around her little finger, and he comes back for more.

Considering that it cheerfully abandons any attempt at chronological suspense, “The Killing” is an unreasonable success. The prize will be $2 million–the day’s expected total receipts at the track. This heist is worth a lot of planning, and Johnny has gone the distance. In his mind his plan is superb. All it depends upon is everybody doing exactly what is required of them, exactly when and where. The word that occurs to me in describing Kubrick’s approach to Johnny and the film, is “control.” That may suggest the link between this first mature feature and Kubrick’s later films, so varied and brilliant.

In his films, he had the plan in his mind. He knew where everyone should be and what they should do. Such a perfectionist was Kubrick that he knew every theater his films were opening in, and the daily grosses. It’s said that a projectionist in Kansas City received a phone call from Kubrick in England, informing him that the picture was out of focus. Is that story apocryphal? I’ve never thought so.

http://www.rogerebert.com/reviews/great-movie-the-killing-1956


The Killing (1956) – The Criterion Collection

Eyes wide shut – Stanley Kubrick : non è un cine panettone

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