Il capitalismo inglese e lo sciopero dei minatori del 1984-85 e correlati

6 Marzo 1984 la battaglia di Orgreave dove si scontarono 32 mila scioperanti e 8 mila poliziotti in assetto di guerra. Uno sciopero lungo un anno

Il capitalismo inglese e lo sciopero dei minatori del 1984-85

Dallo sciopero dei minatori di Cortonwood al più grande scontro di classe in Gran Bretagna dopo la II Guerra Mondiale

Nel febbraio del 1984 i minatori di Cortonwood, nel South Yorkshire, appresero che la loro miniera era stata destinata alla chiusura. Dopo una assemblea davanti alla miniera, il 5 marzo votarono per uno sciopero a gatto selvaggio. Sarebbero presto stati seguiti da altri 6000 minatori. Nessuno allora capì che questo avrebbe portato al più grande scontro di classe in Gran Bretagna dalla Seconda Guerra Mondiale in poi.

Molte parole sono già state scritte in commemorazione, da diverse angolazioni. Molti guardano alla lotta con una sorta di disperata nostalgia, altri osservano un mondo che è scomparso, altri ancora si concentrano solo sulle icone di quel tempo.

Per chi viveva nei villaggi minerari l’attenzione va alla devastazione sociale che ne seguì, mentre una miniera dopo l’altra veniva chiusa, e con essa il solo impiego in quelle aree. Oggi ci sono 6000 lavoratori nel sottosuolo contro i 250 mila del 1984. Negli anni 1990 in molti villaggi la disoccupazione giovanile aumentò fino ad oltre il 70%. Il conseguente dissesto sociale portò il commercio di droga e la criminalità ad un livello fino ad allora impensabile. Nel 1994 la Dearne Valley (che corre attraverso Barnsley e Rotherham) fu designata come una delle tre aree più povere dell’intera Unione Europea, e Grimethorpe come il villaggio più povero della Gran Bretagna. L’intero South Yorkshire divenne quindi una zona da sviluppare come “Obiettivo 1”.

Oggi, dove una volta c’era la miniera di Cortonwood, c’è un centro commerciale. Tutti gli altri siti minerari nello Yorkshire del Sud, nel Galles del Sud e altrove, sono stati convertiti in territori mini-industriali che offrono impieghi a basso salario a pochi lavoratori.

In altre aree come il Nottinghamshire, dove i minatori non scioperarono, tutte le miniere, tranne tre, vennero chiuse (nonostante le promesse in senso contrario fatte allora) e qui nessuno si è neanche curato di “sviluppare” gli ex siti minerari. Ma l’impatto dello sciopero arrivò oltre i minatori e oltre le coste della Gran Bretagna, dato che la vittoria ottenuta dalla classe dirigente inglese diede coraggio ai governanti degli altri paesi del capitalismo avanzato per cominciare il processo di ristrutturazione delle loro economie di fronte alla crisi capitalista. Questa fu in gran parte basata sulla de-industrializzazione delle aree dove erano situate le vecchie industrie pesanti. Nel settembre del 1984 potevamo ancora trattare la questione in termini più positivi.

“Una vittoria dei minatori non solo aprirà la strada a una rinnovata offensiva del resto dei lavoratori inglesi che, finora, sono stati intimiditi dalla disoccupazione e dalla serie di sconfitte degli ultimi cinque anni. Sarà cruciale anche per l’equilibrio delle forze di classe nell’intera Europa: il significato dello sciopero dei minatori inglesi mette in ombra tutti gli episodi di lotta di classe in Europa dopo le sconfitte in Polonia nel 1980-81. La rinascita embrionale della lotta di classe, come visto nello sciopero generale del settore pubblico in Belgio l’anno scorso, e la lotta dei metalmeccanici in Germania quest’anno, sarà spinta ad un nuovo slancio o alla ritirata, a seconda dei risultati della battaglia attuale nel settore del carbone in Gran Bretagna.” (Workers’ Voice 18, Set. 1984)

I laburisti e la crisi capitalista

Ciò si dimostrò poi vero e questo articolo vuole essere non solo una spiegazione di come si manifestò la ritirata, ma anche un tentativo di capire il suo significato per il futuro dell’intera classe operaia. Lo sciopero dei minatori non può essere capito guardando solo al 1984-85. Il suo retroterra era la crisi capitalistica che colpì il mondo nel 1971-73 e che marcò la fine del boom post-bellico (o, come diciamo noi, l’entrata del ciclo di accumulazione nella sua fase discendente). In quel periodo il governo Heath, che stava provando a metter mano alla cronica mancanza di produttività dell’industria inglese (dovuta ad una mancanza di investimenti, sia prima che dopo le nazionalizzazioni degli anni 1940), veniva raffigurato come il politico più reazionario dopo la guerra. La soluzione era semplicemente quella di far pagare tutto alla classe lavoratrice, tagliando i salari (attraverso inflazione più alta e minori posti di lavoro). Questo fece esplodere una ondata di mobilitazione in tutte le industrie statali, ma in modo particolare nel settore del carbone. In ogni caso i lavoratori riuscirono ad ottenere aumenti salariali maggiori (anche se presto minati dal crescente tasso d’inflazione).

Nello sciopero del 1972, Arthur Scargill guidò migliaia di minatori al blocco del deposito di coke di Saltley, prendendo la polizia alla sprovvista. Questa vittoria del picchetto volante avrebbe ispirato poi una tattica simile nel 1984. La differenza era che lo stato era pronto e nella cosiddetta Battaglia di Orgreave, per esempio, i siti di lavorazione del coke vicino Rotherham furono protetti da un numero di poliziotti almeno pari a quello dei partecipanti al picchetto.

Tuttavia, tornando al 1974, i minatori non solo riuscirono ad ottenere salari più alti ma obbligarono anche il governo Heath a indire elezioni sulla questione del “chi manda avanti la nazione”. Il fatto che il governo conservatore in quel giorno perse di poco indicava una diffusa ostilità di classe ai piani capitalistici di ristrutturazione.

Sfortunatamente l’ostilità di classe alle ristrutturazioni capitaliste non era la stessa cosa che l’ostilità al capitalismo nel suo insieme. A quel tempo i membri della CWO spesso esprimevano il punto di vista che il “mobilitarsi per i soldi” non avrebbe, in sé, condotto a nessuna maggiore coscienza delle questioni sul tappeto, mentre la classe operaia dava sempre maggiore sostegno alla lotte dei sindacati. Come sappiamo, i sindacati non sono mai stati rivoluzionari e infatti la loro esistenza è legata al capitalismo. Chiedere “una paga onesta per una giornata di lavoro” non è la stessa cosa che chiedere “l’abolizione del sistema del lavoro salariato”.

Nelle zone minerarie quell’atteggiamento era più forte che in qualsiasi altro posto, anche se ogni comunità di minatori aveva la sua minoranza di cosiddetti “comunisti”. Ma questi erano quelli che guardavano all’Unione Sovietica stalinista come loro modello, mentre la maggior parte dei minatori si accontentava di andare al lavoro ogni giorno giù in una miniera, sotto l’insegna che annunciava fin dal 1947 che questa o quella miniera era “di proprietà del popolo”. Per i minatori questo era non solo il culmine di un secolo o più di lotte, ma significava anche avere un lavoro per tutta la vita. Sembrava desse l’assicurazione di avere un lavoro duro, sì, ma per il bene della comunità.

In effetti, si trattava di una menzogna dei laburisti. Quel che avrebbero dovuto scrivere sulla miniera era “di proprietà della nazione”, in modo da chiarire come non fosse posseduta dai lavoratori, ma da chi aveva “la quota di maggioranza” nella nazione – chi davvero possedeva le terre, i giornali, le fabbriche, le miniere e i pescherecci. La nazionalizzazione post-bellica delle “postazioni di comando” dell’economia inglese da parte di un governo laburista è spesso raffigurata come un passo in avanti verso il socialismo, da tutti i settori della classe dirigente. Invece, era l’esatto opposto. Lo stato divenne il capitalista collettivo negli interessi della borghesia nel suo insieme. La posizione dei lavoratori non cambiava sostituendo i singoli capitalisti con lo stato. Ai singoli capitalisti naturalmente questo non piaceva (anche se furono ampiamente compensati per i loro impianti logorati dall’uso) ma si trattava di una classe dirigente in profonda crisi. Aveva “vinto” una guerra che aveva distrutto i suoi mercati d’oltremare (di cui s’era impadronito il suo alleato americano) e tre quarti della sua marina mercantile ed era in procinto di perdere l’impero per la cui difesa era entrata in guerra. In questa crisi la classe dirigente aveva anche un’altra arma da dispiegare: il Partito Laburista, fondato esso stesso dai sindacati all’inizio del secolo. Con la creazione di uno stato sociale e la nazionalizzazione delle industrie in perdita il Partito Laburista rispondeva alle richieste di chi pensava di combattere una guerra per la “democrazia”. Ma le loro nazionalizzazioni non avevano niente a che vedere con “la proprietà comune dei mezzi di produzione”, come scoprirono i minatori di Durham negli anni 1950 e 1960.

La nazionalizzazione non era altro che il preludio alla razionalizzazione. Migliaia di posti di lavoro andarono persi quando i villaggi minerari di Durham furono posti in “categoria C o D” (che significava che non c’era più alcuna speranza). Il fatto che il Partito Laburista fosse al servizio del capitalismo inglese non è mai stato in dubbio, fin dal momento in cui (con i suoi sostenitori nei sindacati) appoggiò la Prima Guerra Mondiale nel 1914 fino ad arrivare agli anni 1970. Ma è negli anni 1940 che ebbe il suo “momento migliore”, quando mise in piedi uno stato sociale che salvò il capitalismo da richieste ancora più estreme provenienti dalla forza lavoro.

I conservatori persero le elezioni del 1974 di poco, ma la tendenza alle ristrutturazioni non finì lì.

Ossessionato dal pareggio dei conti, in una maniera che pare oggi quasi risibile, il governo laburista nel 1976 chiese aiuto al FMI. Il primo ministro Wilson, che una volta aveva promesso di usare “il calore bianco della tecnologia” per ammodernare la Gran Bretagna, rassegnò le dimissioni, presumibilmente perché la medicina del FMI era troppo dura da amministrare.

In questa situazione arrivarono al potere Callaghan e Healey (in qualità di ministro del tesoro), che portarono avanti i tagli richiesti dal FMI come condizione dei prestiti concessi. Il declino della lotta della classe operaia contro la crisi cominciò da quel momento (e non solo dall’arrivo della Thatcher al potere nel 1979). Il governo laburista non solo usò l’esercito per rompere lo sciopero dei pescatori ma fece tagli alla spesa per la sanità e la sicurezza sociale ed impose pure un “contratto sociale” (un episodio comunemente noto come il “trucco del contratto sociale”) che tentò di imporre il congelamento dei salari in un periodo di inflazione alta. L’ “inverno dello scontento” (1978-79) che ne nacque significò la fine del “Vecchio Partito Laburista” come strumento utile alla classe dominante inglese e aprì la strada ai 18 anni successivi di governo conservatore.

Retroterra dello sciopero

Quando i conservatori arrivarono al potere, nel giugno del 1979, non avevano alcun piano di massima per risolvere la crisi capitalistica, ma avevano imparato qualcosa dalla debacle del governo Heath. Inoltre avevano un piano per occuparsi dei minatori. Si trattava del Piano Ridley (che prendeva il nome da Nicholas Ridley, che sarebbe diventato ministro nel governo Thatcher), niente affatto segreto, dato che l’Economist l’aveva annunciato già nel maggio del 1978. L’articolo riassumeva così l’essenza del piano:

“…il sig. Ridley ed alcuni dei suoi coautori hanno valutato come contrastare ogni “minaccia politica” da quelli che considerano nemici del prossimo governo conservatore… la strategia che essi preferirebbero per fronteggiare questa minaccia si articolerebbe in cinque parti:
* Nelle industrie più “vulnerabili” [agli scioperi], le stime sul ritorno sul capitale dovrebbero essere alterate in modo tale da riuscire a soddisfare anche richieste salariali al di sopra della media.
* L’eventuale battaglia dovrebbe svolgersi su un terreno scelto dai conservatori, in un campo dove essi ritengono di poter vincere (ferrovie, British Leyland, servizio civile o acciaio).
* Ogni precauzione dovrebbe essere presa contro sfide nel settore dell’elettricità o del gas. Tuttavia, è probabile che in questi settori debbano essere presi dei provvedimenti. Il gruppo crede che il terreno di battaglia più probabile sarà quello dell’industria del carbone. Il governo Thatcher dovrebbe a) accumulare le riserve più ampie possibili di carbone, in modo particolare nei pressi delle centrali elettriche; b) fare piani di emergenza per importare carbone; c) incoraggiare il reclutamento di camionisti non sindacalizzati presso compagnie di trasporto per portare il carbone dove necessario; d) introdurre al più presto sistemi di generazione duale petrolio-carbone nelle centrali elettriche.
* Il gruppo crede che il più grande deterrente per ogni sciopero sarebbe quello di “tagliare il sostegno finanziario agli scioperanti e farli finanziare dai sindacati”. Ma gli scioperanti nelle industrie nazionalizzate non dovrebbero essere trattati in modo diverso rispetto a quelli di altre industrie.
* Ci dovrebbe essere una grossa squadra mobile di poliziotti equipaggiati e preparati per imporre la legge contro i picchettaggi violenti. “Buoni autisti non sindacalizzati” dovrebbero essere assoldati per attraversare le linee di picchetto con la protezione della polizia.”

Alla fine, tutto questo sarebbe passato, ma non proprio secondo lo schema di Ridley & Co. Le elezioni del 1979 furono vinte dalla Thatcher solo di misura.

I conservatori vinsero soprattutto a causa dell’alto livello di disoccupazione, che era triplicato fino a un milione e mezzo di persone sotto i laburisti (un elemento attorno a cui i conservatori costruirono molta della loro propaganda, come mostra il poster “Il Labour non funziona” [“Labour isn’t working”] dei fratelli Saatchi riprodotto anche qui.

Ma sotto la Thatcher questa cifra sarebbe ancora raddoppiata, in un periodo in cui l’inflazione arrivò fino al 22%. Il governo Thatcher divenne il più impopolare dopo quello di Neville Chamberlain nel 1940. Tuttavia il governo conservatore continuò a proporre la cosiddetta legislazione anti-sindacale che, mettendo fuori legge gli scioperi a gatto selvaggio e di solidarietà come pure i picchetti di massa, in effetti aumentò il peso dei dirigenti sindacali rispetto alla base. In pratica la legislazione era diretta contro la classe operaia e contro la lotta in quanto tali. Tale legislazione fornì però l’ossatura legale per quello che sarebbe accaduto durante lo sciopero dei minatori. Ma il primo scontro non fu con i minatori, bensì con i metalmeccanici, a cui all’inizio dell’autunno del 1979 fu offerto un ridicolo aumento salariale del 2% (che equivaleva ad un grosso taglio, dato che l’inflazione in quel momento era al 20%). Dopo i negoziati l’offerta salì solo al 6% (con l’aggiunta di tagli ai posti di lavoro) e nel dicembre 1979 scoppiò lo sciopero delle acciaierie. Per più di 13 settimane gli operai delle acciaierie scioperarono e organizzarono parecchi picchetti volanti per bloccare il trasporto dell’acciaio. In ciò, furono sostenuti dai minatori che mandarono masse di uomini a rinforzare i picchetti davanti alle acciaierie private. Non erano sostenuti tanto bene dal loro sindacato (più tardi ISTC) guidato da Bill Sirs, che fece tutto il possibile per chiudere lo sciopero nei termini voluti dai padroni. Quando alla fine fu annunciato l’accordo per un aumento salariale del 16%, ma solo a condizione che migliaia di posti di lavoro fossero tagliati, gli operai di Sheffield bruciarono in massa le loro tessere sindacali.

La sconfitta degli operai delle acciaierie imbaldanzì il governo. Ian Macgregor venne chiamato dagli Stati Uniti per chiudere molte acciaierie e preparare il terreno alla privatizzazione (150 mila posti di lavoro nelle vecchie acciaierie e officine meccaniche private scomparvero nei 20 anni successivi). E nel 1981 il governo Thatcher pensò di prendersela con i minatori, annunciando la chiusura di 23 miniere. Ciò provocò scioperi spontanei che si estesero di miniera in miniera nel Galles del Sud e poi in tutto il paese. I conservatori non erano ancora pronti ad affrontare i minatori, così dopo una settimana di esitazione le chiusure furono ritirate. Questa vittoria relativamente facile per i minatori indusse in loro un falso senso di sicurezza, così che pensarono di poter vincere con le loro sole forze.

Le cose stavano cambiando anche sul fronte politico. La popolarità del governo Thatcher era ad un minimo storico, quando un fallimento diplomatico fu trasformato nella vittoria militare, nella Guerra delle Falkland. Incoraggiata dall’apparente consenso inglese alla presa di possesso delle Isole Falkland, la giunta militare argentina del generale Galtieri valutò che le isole potevano essere conquistate senza incontrare resistenza. Il regime di Galtieri, come quello della Thatcher, era immerso in gravi problemi economici e sociali, quindi questo atto di guerra era teso a concentrare l’attenzione nazionale verso questo grande traguardo. Lord Carrington, ministro degli esteri inglese, si dimise a causa dell’errore diplomatico e ci fu un po’ di dibattito in seno alla classe dirigente, se valesse la pena battersi per le Falkland. Ma la giunta Thatcher voleva disperatamente copiare Galtieri. I piani consistenti nell’abbandono dei vascelli furono frettolosamente cancellati e fu messa assieme una forza di spedizione per riconquistare le isole. Fu il punto di svolta politico degli anni 1980. La “breve guerra vittoriosa” (1) contro un nemico debole premise alla classe al governo in Gran Bretagna di gonfiare il petto nazionalista e di affermare che la Gran Bretagna era di nuovo uno dei grandi giocatori del mondo. Sulle conseguenze di quegli eventi scrivemmo quanto segue:

“L’incapacità della classe operaia di opporsi alla Guerra delle Falkland nel 1982 generò una nuova ondata di fiducia nei circoli della classe dirigente. Questo ebbe un riflesso anche nella stampa capitalista. Fino ad allora la borghesia aveva gravi dubbi sulla tattica di aperta guerra civile proposta dai conservatori. Dopo le sommosse dei giovani disoccupati in tutte le città della Gran Bretagna, la Thatcher era descritta come il peggior primo ministro inglese dopo Neville Chamberlain. Fino ad oggi non c’è stata nessuna offensiva borghese preparata meglio di quella portata avanti dall’attuale governo conservatore.” (“Lo sciopero dei minatori e i compiti dei comunisti” in Revolutionary Perspectives 22, terza serie)

La stampa svolse in pieno il suo ruolo. Il Daily Mail (secondo quotidiano più venduto dopo il Sun, con un punto di vista più conservatore, che nel 1938 si era opposto alla concessione dell’asilo agli “sporchi” ebrei) uscì con il titolo “Distruggere ASLEF” [sindacato dei macchinisti] quando cominciò uno sciopero nelle ferrovie al termine della guerra delle Falkland. Tutti i giornali raffigurarono una nave militare di ritorno con uno striscione appeso al lato, su cui si leggeva “Interrompete lo sciopero nelle ferrovie o noi proclameremo un attacco aereo [air strike]”. Una tale ondata di sciovinismo non si vedeva in Gran Bretagna da decenni.

Molti preparativi condotti dalla classe dirigente erano prevista nel piano Ridley, ma in parte si andò anche oltre. I poliziotti furono militarizzati in maniera tale da poter essere dispiegati in gran numero in qualsiasi area e le tattiche apprese in Irlanda del Nord divennero ora parte del loro arsenale. Molte delle centrali elettriche alimentate a carbone furono modificate per poter bruciare anche petrolio. Sia agli operai che lavoravano alla generazione di energia che ai poliziotti furono concessi ampi aumenti di paga appena prima dello scoppio dello sciopero. Di conseguenza c’erano enormi scorte di petrolio e carbone accumulate presso le centrali. Anche il tentativo dei minatori di ridurle tramite il “lavoro secondo le regole” (cioè seguendo tutte le regole di sicurezza per rallentare la produzione), durante tutto l’inverno 1983-84, non riuscì a fare breccia. E proprio per essere sicuri, il trasporto del carbone fu spostato dalle “inaffidabili” ferrovie (dato che i ferrovieri avrebbero potuto agire in solidarietà con i minatori) ad aziende private con personale non sindacalizzato o camionisti autonomi. Ora la sola provocazione di cui c’era bisogno era di mettere a capo della British Coal proprio Ian Macgregor, quello che aveva “massacrato” l’industria dell’acciaio.

Mentre la classe dirigente preparava le sue posizioni, la situazione stava evolvendo contro i minatori anche in altri modi. Ancora una volta gli attacchi arrivarono dai loro presunti amici. Il ministro dell’energia in entrambi i governi laburisti era stato Tony Benn.

Ebbene, non solo chiuse 200 miniere (con la connivenza della dirigenza del NUM, il sindacato dei minatori) nel periodo 1964-70 ma nel 1977, durante il suo secondo mandato, introdusse uno schema di produttività che offriva grandi bonus ai minatori delle miniere moderne e niente a quelli nelle miniere più vecchie. I minatori si accorsero del gioco teso a dividerli e lo rifiutarono con una votazione nazionale. Il presidente del NUM, Joe Gormley (in seguito Lord), applicò allora lo schema area per area, rompendo così l’unità dei minatori a livello nazionale. Durante il loro sciopero, i minatori entrarono in lotta area per area, e furono a turno condannati dalla stampa capitalista per non aver organizzato una votazione nazionale, ma nel 1977 nessuno aveva notato questa stessa “mancanza di democrazia” quando Gormley per primo vi fece ricorso. E nemmeno nessuno si ricordò del ruolo di Benn come ministro laburista quando condivideva la stessa piattaforma di Arthur Scargill durante lo sciopero dei minatori! Ciononostante la mancanza di un voto nazionale fu un regalo alla propaganda delle stampa capitalista. Non c’è nemmeno alcun dubbio che concorse a minare la solidarietà di classe, dato che il fatto che le miniere di Nottingham (credendo assurdamente alla promessa che non sarebbero state chiuse) non solo rimasero al lavoro ma crearono una divisione nelle file dei minatori.

I dirigenti sindacali usarono lo stesso argomento come propaganda per sostenere i propri interessi capitalisti. Bill Sirs (capo dello ISTC) ricompensò la solidarietà che i minatori avevano mostrato durante gli scioperi nelle acciaierie negli anni 1979-80 rifiutando ogni ogni spinta in questo senso con le parole: “non abbiamo intenzione di sacrificarci sull’altare di qualcun altro”.

Il Grande Sciopero

In effetti, i capi del NUM non provocarono lo scontro, ma anzi si potrebbe sostenere che, dato che avevano già negoziato la chiusura di metà delle 23 miniere che i conservatori volevano chiudere nel 1981, stavano facendo tutto il possibile per evitare uno sciopero. Infatti il modo spontaneo in cui lo scioperò cominciò e si diffuse non era qualcosa che i dirigenti del NUM potevano controllare, ed era piuttosto simile a quello degli scontri del 1981. Prima che lo sciopero scoppiasse a Cortonwood, i minatori delle miniere di Barony and Killoch in Scozia e di Manvers e Wath in Yorkshire del Sud erano in sciopero già da tre settimane. Ciò che rese Cortonwood (e Bulcliffe Wood) diversa era che lì i minatori produssero un volantino che portarono in altre miniere e poi proposero di votare per uno sciopero del NUM nell’area dello Yorkshire. Fu più o meno in questo periodo in cui fu adottato il disastroso slogan “Carbone, non sussidi” [“Coal, not dole”].

Sembra uno slogan furbo, ma raffigurò la lotta come una questione dei soli minatori mentre, come scrivemmo all’epoca, i minatori in realtà stavano lottando per tutti. Ma “Coal, not Dole” fece sembrare la disputa come una faccenda economica e rendeva più difficile per gli altri lavoratori accorgersi del bisogno di solidarietà. In breve ebbe l’effetto di isolare i minatori dalla solidarietà reale (senza sminuire i tentativi dei vari gruppi di sostenitori di continuare a finanziare i minatori per permettere loro di andare avanti, ma la solidarietà di cui c’era più bisogno doveva venire dai lavoratori dei trasporti, dai portuali e da altri lavoratori di settori strategici). Parlando con i giovani minatori durante lo sciopero, constatammo che essi pensavano di poter vincere con le loro sole forze e avevano enorme fiducia nel potere del loro sindacato. In parte questo derivava dalla struttura del NUM che era tenuto in attività soprattutto dai suoi membri (come mostra l’iniziativa di Cortonwood) ed era meno burocratico di tutti gli altri sindacati. Ma il NUM restava sempre un sindacato e il fatto che la vertenza fosse vista come una questione economica e non per quel che realmente significava – il futuro della classe lavoratrice in Gran Bretagna e oltre – giocava a favore dei padroni.

In uno dei tanti volantini che distribuimmo all’epoca, indicavamo la necessità della generalizzazione della lotta.

“Nessun livello di scontro militante portato avanti dai soli minatori potrà sconfiggere i padroni, che hanno dispiegato contro di loro tutta la forza dello stato capitalista; hanno speso più per battere i minatori che nell’intera Guerra delle Falkland, e hanno trasformato intere regioni del paese in micro-stati di polizia. La chiave della vittoria è nella diffusione della lotta ad altri settori della classe lavoratrice. Al posto del sostegno simbolico, i minatori hanno bisogno di un aiuto più attivo, come quello dato per un breve periodo dai portuali a riguardo del trasporto di carbone a Ravenscraig, o degli stampatori londinesi che bloccarono le rotative del Sun per i suoi attacchi ai minatori. Ma ancora più importante è che altri lavoratori comincino le loro lotte, per aprire altri fronti di lotta, e che colleghino queste lotte con quelle dei minatori, attraverso picchetti e manifestazioni comuni ecc. Dovunque i lavoratori si trovano di fronte a problemi simili a quelli dei minatori; minacce di esuberi, crollo dei salari reali, aumenti infernali dello sfruttamento…”

E lo stesso volantino trattava, nel seguito, anche il ruolo dei sindacati.

“Qualsiasi tentativo di generalizzare ed unire le lotte porterà a conflitti con i sindacati, che dividono i lavoratori settore per settore e limitano ogni lotta all’interno di vincoli accettabili per il capitalismo. Per questo il TUC [Trade Union Congress, equivalente, grosso modo, alla CGIL] ha approvato mozioni insignificanti, apparentemente a sostegno dei minatori, ma in realtà pensate per lasciarli isolati. Lo ISTC ha apertamente sostenuto l’uso di convogli di camion in funzione antisciopero, scortati dalla polizia. Lo EEPTU [sindacato elettricisti] ha invitato i lavoratori delle centrali elettriche a continuare a lavorare per sconfiggere i minatori. Questi non erano “tradimenti”, come hanno subito sostenuto i trotskisti, ma erano semplicemente i sindacati che svolgevano il loro ruolo per lo stato capitalista. I minatori hanno subito il più grande macello in termini di violenza di stato che si sia visto dopo lo sciopero generale del 1926. Nei micro-stati di polizia che abbiamo citato prima, la polizia ha limitato gli spostamenti, eseguito arresti di lavoratori, pestato, fotografato, preso impronte e intercettato chiamate del tutto arbitrariamente. Allo stesso tempo i padroni hanno usato i loro tribunali e lo loro leggi per tagliare soldi e cibo ai minatori in sciopero. Le casse di sciopero sono state requisite e gli scioperi dichiarati illegali. Le consegne di cibo da lavoratori all’estero sono state bloccate nei porti e rispedite indietro oppure distrutte. Migliaia di minatori hanno ricevuto sentenze barbare per le accuse più deboli. Tutti i media borghesi, stampa e televisione, sono uniti in un coro di astiosità e menzogne contro i lavoratori nel nome della democrazia e della libertà. Infatti le cosiddette “libertà democratiche” sono state spazzate via e la società attuale si è mostrata per quel che è, la dittatura della classe capitalista sui lavoratori.” (Break the Miners’ Isolation in Workers Voice 85, January 1985)

Ci sono molti, molti aspetti che potremmo approfondire, e per molti di questi l’abbiamo già fatto.

Potremmo evidenziare come la cosiddetta battaglia di Orgreave nell’estate del 1984 sia stata uno dei più grossi diversivi dai veri picchettaggi delle centrali elettriche e delle acciaierie in un momento in cui la stessa classe dirigente stava cominciando a dubitare della saggezza della continuazione della lotta. Potremmo mostrare come i minatori passassero dai picchetti passivi alla vera violenza di classe quando furono posti di fronte ad un nemico ostinato e violento. La sconfitta non era inevitabile e ci furono momenti in cui i nervi del governo conservatore furono scossi (naturalmente, quando ci fu il crollo della sterlina e della borsa). Potremmo anche indicare l’incredibile senso di comunità rivelato dallo sciopero. I conservatori pensarono che spingere molti lavoratori ad acquistare le proprie case popolari sarebbe servito ad intrappolarli nella cosiddetta “democrazia dei proprietari di immobili”, dove il pagamento delle rate del mutuo è più importante di ogni tendenza all’impegno militante. Il trucco avrebbe potuto funzionare altrove, ma nei villaggi minerari le società di costruzioni non osarono pretendere il pagamento delle rate arretrate dei mutui mentre lo sciopero era in corso. Sembra che questo avesse reso la Thatcher schiumante di rabbia, dato che aveva già dichiarato che “la società non esiste, esistono gli individui”. Certamente distrusse le comunità di minatori, perseguendo quel dogma aberrante.

Le lezioni

Ma quello che i minatori hanno davvero dimostrato è che la militanza da sola non è sufficiente a vincere una battaglia di questa scala. Per la borghesia inglese, ristrutturare le vecchie fabbriche statali era assolutamente vitale, ma per riuscirci doveva imporre al cuore della classe operaia i tagli più draconiani. La questione di fondo, la posta in gioco, non è mai stata la modernizzazione della Gran Bretagna, ma è sempre stata lo sfruttamento. E la prova della vittoria padronale è fin troppo evidente. Oggi sono molto più frequenti le famiglie che vivono con lavori malpagati (nel caso li trovino) piuttosto che con un solo stipendio che può mantenerle per intero.

I livelli dei salari reali sono scesi continuamente dal 1973 mentre la classe dirigente ha trasferito la produzione industriale in aree del pianeta dove può sfruttare i lavoratori a salari minimi.

I padroni sono riusciti ad usare i profitti per indulgere nella speculazione finanziaria che ha creato artificialmente l’idea che durante le due scorse decadi ci sia stata una reale crescita economica. Al tempo stesso hanno provato a ridurre la classe operaia inglese e di tutti i paesi a capitalismo avanzato allo stato di plebe, a cui vien dato abbastanza panem (sicurezza sociale) et circensem (distrazioni) per mantenerla nello stato di consumatrice delle merci prodotte dal lavoro in semi-schiavitù delle “nazioni emergenti”. La bolla speculativa è ora finita in lacrime e di nuovo come negli anni 1970 e 1980 alla classe operaia sarà chiesto di pagarne il conto. Dove arriveremo a partire da questo punto dipende dalla risposta della classe operaia a livello internazionale. Finora abbiamo visto resistenza violenta in Cina e Corea e abbiamo visto lavoratori che occupano fabbriche e sequestrano dirigenti nei paesi avanzati.

Tuttavia questi episodi non sono ancora a livello di un movimento generalizzato di classe.

Lo sciopero dei minatori ha mostrato una volta per tutte che la nostra resistenza collettiva non può limitarsi ad essere solo economica e sociale, ma deve essere anche politica. La questione si può porre nella maniera che uno preferisce, ma il fatto è che non c’era abbastanza coscienza, per cui non c’era un partito dei lavoratori e quindi non c’era sufficiente consapevolezza di quale fosse la posta in gioco. Nel periodo dello sciopero dei minatori, i lavoratori non erano realmente coscienti che quello per cui stavano combattendo era una posta più alta che la sola sopravvivenza di una industria.

C’era poca comprensione del fatto che loro stessi avrebbero dovuto costruire una nuova società. E ciò era legato alla mancanza un partito politico della classe lavoratrice che avesse una visione alternativa della società di cui abbiamo bisogno. Politicamente, i capitalisti avevano capito quel che era in ballo nel 1984-85 ed è la stessa cosa che dobbiamo capire anche noi, adesso. Mentre la nostra resistenza quotidiana allo sfruttamento è la base per la futura azione unitaria dei lavoratori, non sarà attraverso uno scoppio spontaneo isolato qui e là che raggiungeremo la comprensione che abbiamo bisogno di un programma per la costruzione di un diverso tipo di società.

È probabile che l’attuale crisi venga gestita dallo stato, così che assisteremo ad un graduale peggioramento delle condizioni di vita in tutto il mondo. In questo periodo i comunisti devono spiegare che il solo futuro che questo sistema può offrire è fatto di guerre permanenti, standard di vita in declino per la maggioranza e degrado ambientale fino al punto di minacciare l’esistenza dell’umanità.

Questo significa che dobbiamo aiutare a sviluppare la coscienza della classe lavoratrice fino alla consapevolezza che essa sola, in quanto classe produttrice sfruttata, ha collettivamente la capacità di risolvere i problemi dell’umanità. Questa significa andare oltre le lotte in questo o quel posto di lavoro, e alzare lo sguardo verso una lotta per una società basata sui bisogni umani e non sui profitti capitalisti. Possiamo ancora farlo, ma solo se impariamo le lezioni della nostra stessa storia.

John Daborn

(1) La frase è del ministro degli interni russo Plehve che nel 1904, di fronte a scioperi di massa, suggerì allo zar di Russia che ciò di cui c’era bisogno era una “breve guerra vittoriosa” per poter giocare la carta nazionalista. Sfortunatamente per “Nicola il Sanguinario” la Russia scelse di combattere contro l’emergente Giappone, provocando e perdendo la disastrosa guerra del 1905. Il governo inglese non ebbe questi problemi nel fronteggiare la decrepita dittatura argentina (che fu doverosamente rovesciata dopo la guerra).

http://www.leftcom.org/it/articles/2009-11-26/il-capitalismo-inglese-e-lo-sciopero-dei-minatori-del-1984-85

Rosa Luxemburg : The Mass Strike, the Political Party and the Trade Unions – Il risveglio della lotta di classe e lo sciopero generale

 

http://www.controappuntoblog.org/2012/09/03/rosa-luxemburg-the-mass-strike-the-political-party-and-the-trade-unions-il-risveglio-della-lotta-di-classe-e-lo-sciopero-generale/

Il sindacato, la lotta di classe, i comunisti

http://www.controappuntoblog.org/2012/10/04/il-sindacato-la-lotta-di-classe-i-comunisti/

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