Winterreise è la rappresentazione di un teatro tanto estremo che…

Winterreise è la rappresentazione di un teatro tanto estremo che…

è la rappresentazione di un teatro tanto estremo che al tempo di Franz Schubert

nessun palcoscenico d’opera sarebbe stato in grado di accoglierne nemmeno l’idea. E a teatro, proprio lì, si erano infranti tutti i sogni d’operista dell’autore di questo ciclo di Lieder. Eppure Schubert si rivelò un impareggiabile drammaturgo quando nel 1827, leggendo per la prima volta i testi di Wilhelm Müller, intuì un materiale eccezionale per il suo Wanderer.

Il viandante solitario, che percorre una campagna ghiacciata, sotto la sferza della neve, non è un personaggio nuovo al mondo romantico. Ma per il protagonista schubertiano l’allontanamento dal resto del mondo è un fatto già compiuto. Non resta che procedere per un paesaggio sempre più ostile. Nella natura attorno a sé, il viandante legge i segni del proprio profondo malessere. Alla fine incontra un proprio doppio, un altro Wanderer, ma più vecchio, un musicista che suona una musica che nessuno ascolta, una musica arcana e assiderata proveniente da un organetto.

“Ciclo di Lieder terrificanti” pare chiamasse Franz Schubert il suo Viaggio d’inverno: la definizione è tanto calzante da suonare come apocrifa. I Lieder che compongono il ciclo Schubert li aveva letti quasi per caso su una rivista pubblicata nel 1823 ed erano solo la metà di tutta la Winterreise.

Ma c’era già il titolo e la seconda sezione fu scoperta dal musicista in un altro libro. Al poeta Schubert si era già affidato quando aveva inaugurato il primo ciclo liederistico della storia con la musica della Schöne Müllerin. A questi nuovi Lieder fu riservata un’accoglienza non troppo diversa da quella a cui va incontro il Wanderer schubertiano nel suo vagabondare. Nella cerchia dei primi ascoltatori radunati dallo stesso autore prevalse il disappunto.

Come pensare che l’ascolto della Winterreise potesse risolversi in una normale esperienza di musica da salotto? Si sa che l’amico Schober, fra tutte le canzoni, giunse a salvare il Lied un giorno prediletto da Hans Castorp nella Montagna incantata di Thomas Mann, Der Lindenbaum. Era l’unico Lied, Il tiglio, a cui era possibile in qualche modo acclimatarsi subito. Si sa pure che il destino di Schubert resta quello di un musicista inquietante e postumo – alla maniera di Kafka. Postumo perché gran parte del suo catalogo – inclusi i Lieder – sarebbe stato reso pubblico dopo la sua morte. E certo molto inquietante: non fosse che per il febbrile e candido tendere della sua musica verso l’abisso.

Die Winterreise si svela stazione dopo stazione, come un movimento che progressivamente si rivolge su se stesso, come una marcia che traccia il segno di una spirale. E’ una marcia apparente. Non c’è vero approdo perché il Wanderer schubertiano scopre alla fine soltanto un proprio doppio. E’ l’amaro ed agghiacciante riconoscimento di un proprio io, ormai ridotto come naufrago. Il paradosso è che lo spettatore del naufragio è a sua volta il naufrago che si specchia nella conseguenza del cataclisma.

Un lungo errare nello spazio vuoto conduce a scovare l’ultimo uomo, l’unico sopravvissuto a questa strage – tanto leopardiana – di tutte le illusioni.

Se si fa eccezione per Gute Nacht posto in cima alla raccolta, la musica, ad ogni nuovo capitolo della Winterreise, si spegne presto. Non fa a tempo a cominciare, la musica, a prendere avvio segnando il terreno per il Lied, che è finita. Saranno il clima rigido e l’inverno dell’anima a suggerire questa nuova arte della brevità e della concisione.

Fatto sta che Winterreise è un teatro sfinito, estremo, violento nella rinuncia a qualsiasi mezzo consolatorio, anche solo ottenuto sul piano strettamente musicale. Non ha fatto a tempo a nascere una seconda volta con Schubert ed ecco il Lied perdere, di già, la sua innocenza originaria. Lo sgomento provocato dal ciclo al primo ascolto era causato dalla mancanza nei Lieder schubertiani di qualsiasi sotterfugio sentimentale, di qualsiasi scappatoia Biedermeier. Winterreise è da subito uno spietato annullamento. Non restava nessuna risorsa, nemmeno un ultimo espediente a cui l’artista sa di potersi aggrappare.

I mezzi espressivi erano portati alla soglia dell’azzeramento. Perfino l’idea del movimento, la sua raffigurazione conduce a risultati estremi. Sì, esiste la marcia, ma rallentata, sospesa ad un moto sul punto critico di esaurirsi, anche quando giunge questo moto dalla cassa del pianoforte. Le semicrome in Gute Nacht si rivelano rarefatte, impalpabili.

Der Wegweiser e Die Nebensonnen sono pagine sfiorate appena dall’idea di moto nell’accompagnamento del pianoforte, mentre la melodia gocciola triste e dimessa, la voce si libra a mezza altezza, senza scendere o salire, in uno stato a metà strada fra il torpore e l’estasi. Ogni apparenza di moto si spegne giù nella musica, fino alla soglia dell’allucinazione e del silenzio. Ancora un po’ di movimento percorre Erstarrung che rammenta il fatale e progressivo congelamento, come si riscontra nel paesaggio uniforme e bianco della Winterreise. Batte ancora un po’ di vita nell’impreveduto soprassalto di Mut, ma come l’euforia di un uomo che sa di essere schiacciato da una condanna senza appello, è fatta per comunicare molta angoscia. Se c’è qualcosa che scorre, queste sono le lacrime: facile che ghiaccino, a rendere ancor più concreto il dolore dell’infelice viandante.

Anche il ruscello della Schöne Müllerin è ormai un ricordo remoto sotto una lastra di ghiaccio contro cui il Wanderer non può nulla. Si evade nelle visioni suggerite da qualche salto della voce. Da un Lied all’altro constatiamo nel viandante schubertiano le ultime energie che si consumano, prima dell’assideramento, del silenzio. Il paesaggio è sottoposto ad una progressiva dissoluzione. Anche le risorse musicali denunciano un’economia di mezzi da lasciare sgomenti. E’ tragicamente beffardo perfino sentire il peso della propria giovinezza e così l’austerità dell’accompagnamento in Greise Kopf viene ad acquistare una lucida disperazione.

Ma la morte è ancora lontana. Pur invocata non si affaccia sul campo della Winterreise. Spenta ogni passione, si spegne anche ogni dolcezza e morbidezza cromatica nell’amaro messaggio che offre Wirthaus, dove veniamo a scoprire che al viandante schubertiano è negata asilo perfino al cimitero.

Winterreise è un paesaggio di agghiacciante solitudine, dove sono rare le presenze viventi.

Tanto rare da apparire come miraggi. Reali – e non apparenti o semplicemente presentite – di vere presenze se ne contano solo due in tutto il ciclo di ventiquattro Lieder. E’ quanto resta della natura scampata a queste basse temperature. Sono una cornacchia incontrata a metà del cammino e il suonatore di organetto. L’unico essere umano è il vecchio nascosto dietro il villaggio, a cui nessuno dà retta e che suona il suo organetto pur sapendo che non c’è nessuno disposto ad ascoltarlo. Schubert ci ha portato fin qui, a domandarci dove sia finita la musica, dove possa andare a finire, quale possa essere infine la condizione d’ascolto. E’ qui che intanto finisce Viaggio d’inverno o forse comincia ancora.

Senza il pianoforte e senza la voce del Wanderer. Ora sarebbe il turno del misterioso vecchio abbandonato al gelo. Se solo accettasse l’invito del Wanderer: Willst zu meinen Liedern/ Deine Leier Drehn? (Vuoi girare il tuo organetto/ per i miei canti?) Ulteriore ed estremo viaggio – lo possiamo immaginare come il frutto di un allucinazione quanto il sole triplicato sospeso all’effetto ottico di Nebensonnen. Viaggio che non ci è dato d’ascoltare. Non toccava a Schubert scriverlo, lui che lascia sospeso l’interrogativo su quale fine spetti alla sua musica.

Alessandro Taverna

http://www.imopitergium.it/immagini_concerti/note_di_sala_Nardis.pdf

 







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