China Adds Aircraft Carrier to Its Navy -Con la prima portaerei cinese, nel Pacifico ora è corsa agli armamenti

Cina:Giappone, incontro teso a New York – mercoledì 26 settembre 2012

7.34
Incontro fra i ministri degli Esteri di Cina e Giappone, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu a New York.
Le relazioni fra i due Paesi si sono ultimamente deteriorate per la contesa sulle isole del Mar Cinese Orientale, che il ministro cinese Yang Jiechi ha definito “sacro territorio della Cina”.
Il Giappone ha chiesto alla Cina di evitare l’escalation e il ministro Koichiro Gemba ha esortato Pechino ad affrontare il problema dei danni alle Aziende giapponesi nel corso di le dimostrazioni dei giorni scorsi in 100 città.

 

http://www.mister-x.it/notizie/ultime_oggi.asp?id=1743942&ultime_notizie=Cina:Giappone,%20incontro%20teso%20a%20New%20York&category=Attualit%C3%A0#.UGNjxa7EKUk

Con la prima portaerei cinese, nel Pacifico ora è corsa agli armamenti

Riccardo Celi

Le prove in mare della prima portaerei cinese procedono a ritmo serrato e la nave potrebbe presto entrare in servizio. Anche l’India e il Giappone hanno in sevizio, in costruzione o in progetto nuove unità del genere. Si profila una corsa agli armamenti che porterà a nuovi equilibri

26 settembre 2012 – 13:00

La Marina cinese (Plan, People Liberation Army Navy) si appresta a immettere in servizio la prima portaerei della sua storia che non a caso, secondo le informazioni disponibili, potrebbe essere battezzata con il bellicoso nome di Shi Lang, un ammiraglio del XVII secolo che, durante l’epoca Ming, guidò la flotta Manchu alla vittoria contro la famiglia Zheng e contribuì alla distruzione del suo potere sull’attuale Hong Kong.La Shi Lang, che a fine agosto ha concluso la sua decima uscita in mare per una complessa serie di prove volte a saggiarne capacità e limiti, costituisce per la Plan un formidabile salto in avanti.

Grazie alla nuova unità, la Cina entrerà presto nel ristretto elenco dei Paesi (Stati Uniti, Russia, Francia, Regno Unito, Thailandia, Spagna, Italia, Giappone, India e, in parte, Argentina) in grado di gestire un sistema d’arma estremamente complesso come una portaerei, un tipo di unità indispensabile per acquisire una concreta capacità alla quale Pechino aspira da anni: quella di condurre operazioni di proiezione di potenza in ambito “blue water”, ossia quelle proprie delle Marine di rango oceanico, in contrapposizione a quelle “brown water” tipiche delle forze navali di secondo piano operanti in acque costiere.

La lunga e tormentata vicenda della Shi Lang è la dimostrazione della perseveranza e anche della scaltra disinvoltura nel violare accordi trattati messe in campo dalla Cina per dotarsi di una vera aviazione imbarcata, anche a costo di superare difficoltà tecniche e politiche apparentemente insormontabili. La storia della Shi Lang inizia quasi 30 anni fa quando, esattamente il 6 dicembre 1985, quindi in piena era sovietica, la portaerei viene impostata sugli scali del cosiddetto “cantiere n° 444” di Nikolayev, città ucraina sul Mar Nero. La nave, nota in Russia come “project 1143.5” o classe “Kreml”, porta il nome di Riga, la capitale della Lettonia, ed è destinata alla Marina dell’Urss. È la seconda unità della classe Admiral Kuznetsov, cioè le prime vere grandi portaerei della Voenno Morskovo Flota.

La nave viene varata il 4 dicembre 1998 e nel 1990, ancora prima del suo completamento, l’uscita delle tre repubbliche baltiche dalla sfera d‘influenza sovietica rende illogico il nome di Riga, che quindi viene cambiato in Varyag, in ricordo del celebre incrociatore russo che nel 1904 combatté eroicamente contro la flotta giapponese nella battaglia della baya di Chemulpo (oggi Incheon, in Corea). La denominazione ufficiale che i russi attribuiscono alla Varyag e alla sua gemella è quella di “incrociatori pesanti portaerei” e il loro ruolo, altrettanto ufficiale e ben pubblicizzato, è quello di unità per l’appoggio e la difesa di altre navi e sottomarini della flotta in grado di lanciare missili. Tuttavia, è chiaro fin dall’inizio che tale denominazione è solo fumo negli occhi, un semplice stratagemma per aggirare la Convenzione di Montreux del luglio 1936 che ancora proibisce il transito di navi da guerra oltre un certo tonnellaggio attraverso il Bosforo, l’unica via d’accesso al Mediterraneo dal Mar Nero, che è un bacino chiuso.

La Convenzione consente alla Turchia il potere di veto al passaggio del naviglio militare di tipo non previsto dagli accordi e laVaryag, infatti, con le sue oltre 65mila tonnellate di dislocamento a pieno carico per quasi 305 metri di lunghezza, ben difficilmente può passare per un semplice “incrociatore”. Quindi, è già scontato che l’URSS dovrà mettere in conto e aggirare l’eventuale divieto di Ankara, membro della Nato, che ha tutto l’interesse a imbottigliare la nuovissima unità nel Mar Nero, impedendole di raggiungere la Flotta del Nord o quella del Pacifico.

In ogni caso, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, avvenuta formalmente il giorno di Natale del 1991, il destino della grande portaerei si fa incerto per ben altri motivi: presto diviene chiaro che il suo completamento è impossibile per la mancanza di risorse economiche che porterà rapidamente l’intera forza navale russa quasi al collasso e alla paralisi, con centinaia di unità abbandonate per anni nei porti. La proprietà della Varyag viene quindi trasferita all’Ucraina, che nel frattempo ha raggiunto l’indipendenza da Mosca.

Tuttavia, la neonata piccola Marina ucraina, che a sua volta non se la passa molto bene e che ha assorbito solo una minima parte della smisurata flotta ex-sovietica, non sa che farsene di un simile dispendioso colosso. Di conseguenza, nel 1992, i lavori sulla nave si arrestano e il grande scafo, mancante dell’apparato motore, di un timone e praticamente di tutta l’elettronica e dei sistemi d’arma, viene offerto al miglior acquirente. Quasi subito si fa avanti la Cina, che vorrebbe negoziare anche l’acquisto delle armi e degli apparati elettronici necessari a completare la nave e che invia anche una quindicina di tecnici per esaminarla da vicino e accertare le sue condizioni di conservazione e allestimento. Tuttavia, le pressioni giapponesi e soprattutto americane sull’Ucraina affinché l’affare non si concluda hanno la meglio. Fallite le trattative, la Varyag giace abbandonata per anni, un mastodonte immobile e silenzioso, preda della ruggine.

Nell’aprile 1998 il ministero del Commercio ucraino annuncia la vendita della Varyag, per l’equivalente di appena 20 milioni di dollari, a una piccola società di Hong Kong che si occupa di viaggi e turismo, la Chong Lot, che dichiara di volerla trasformare in un hotel-casino galleggiante da ormeggiare nel porto di Macao. Memore delle precedenti pressioni per impedirne la vendita, l’Ucraina si premura di inserire nel contratto una clausola che obbliga l’acquirente a non impiegare né consentire l’utilizzo della nave per scopi militari. Come ulteriore misura prudenziale, il cantiere di Nikolayev provvede a rimuovere dallo scafo tutto ciò che potrebbe essere sfuttato a tale fine. Ovviamente la Varyag, che è ancora priva di apparato motore, per raggiungere Macao dovrà essere rimorchiata attraverso il Bosforo e poi passare per i Dardanelli e il Canale di Suez.

Nonostante Macao, all’epoca ancora un protettorato portoghese, neghi il permesso d’attracco, e a dispetto del fatto che alcuni analisti sottolineino che i fondali del porto sono del tutto insufficienti per il pescaggio della grande nave, il progetto non pare del tutto campato per aria, visto che ha dei precedenti: altre due portaerei ex-sovietiche più piccole e anziane, la Kiev e la Minsk, sono già state acquistate dai cinesi per divenire attrazioni turistiche, rispettivamente nelle città di Tianjin e di Shenzen.

Tuttavia, per quanto riguarda la Varyag, molti analisti occidentali mangiano la foglia e sospettano che la faccenda della bisca galleggiante sia solo una copertura per nascondere un progetto ben più importante: quello di consentire alla Plan di mettere le mani su una portaerei assai più moderna e prestante delle altre due, delle quali una, la Minsk, oltretutto è stata condizioni precarie per aver subito in passato un incidente di origini misteriose.

Anche un’altra vecchia portaerei, l’australiana Melbourne, è stata acquistata dai cinesi per essere demolita, ma in effetti il suo smantellamento è avvenuto molti anni dopo, dando così la possiblità ai tecnici cinesi di studiarla a fondo con tutta calma. Si vocifera addirittura che l’intero ponte di volo della Melbourne sia stato rimosso e poi rimontato a terra in una base della Marina e anche che il governo australiano abbia successivamente ricevuto da Pechino la richiesta, ovviamente rifiutata, di consegnare i disegni tecnici delle catapulte per il lancio degli aerei, dispositivi estremamente complessi che costituiscono da sempre un notevole ostacolo alla realizzazione di grandi portaerei per i Paesi che non dispongono delle tecnologie necessarie.

In tempi più recenti, un altro tentativo della Plan, poi fallito, è l’acquisto, tramite un uomo d’affari cinese, della portaerei britannica Invincible, dismessa dalla Royal Navy nel 2005 e veterana della guerra delle Falkland (allora veniva definita “trough-deck cruiser”, cioè “incrociatore tutto-ponte”).

Insomma da molti anni, e ancora oggi, non sono in pochi a sospettare che la singolare mania cinese di impadronirsi di portaerei più o meno anziane per dichiarati scopi turistici sia stata in realtà un piano ben congegnato per raccogliere il maggior numero possibile di preziose informazioni tecniche da trasferire nel progetto della futura “capital ship” di Pechino, che di portaerei, piccole o grandi, non ne ha mai avute. Ad aumentare i sospetti occidentali dell’epoca sul fatto che la Varyag non sarebbe mai diventata un’attrazione turistica contribuisce anche la scoperta che quattro dei sei membri del consiglio d’amministrazione della Chinluck, la holding proprietaria della Chong Lot vincitrice dell’asta, che formalmente ha sede a Hong Kong ma nessuna sussidiaria a Macao, risiedono in realtà in Cina e che il suo presidente è un ex-ufficiale delle Forze Armate cinesi.

La Varyag, in ogni caso, rispetto alle altre tre navi, è tutt’altra cosa: non è un’unità completamente superata, né un rottame sfruttatissimo da altre Marine, ma il meglio che la tecnologia russa, ben più avanzata di quella cinese, poteva produrre all’epoca. A conti fatti, è perfettamente logico che faccia gola alla Cina, che non ha assolutamente le competenze tecniche necessarie per progettare da zero e costruire unità di tale complessità.

La questione del transito della Varyag per il Bosforo, naturalmente, si fa spinosa anche per il nuovo proprietario, la Chong Lot: nel giugno 2000 la nave lascia comunque il cantiere di Nikolayev trainata dal rimorchiatore olandese Suhaili, ma la Turchia, membro della Nato, rifiuta di concedere l’attraversamento del Bosforo, sostenendo che la nave è troppo grande per effettuare a rimorchio i 15 cambi di rotta necessari al transito e adducendo il rischio di danni alle infrastrutture che troverà sulla sua rotta.

La nave, incredibilmente, inizia quindi un’estenuante navigazione a rimorchio, pendolando per quasi 16 mesi da un porto all’altro del Mar Nero mentre la Chinluck accusa Ankara di averle provocato danni per 100 milioni di dollari. Nell’ottobre 2001, il governo turco finalmente cede, convinto anche dalle lusinghe di quello cinese che promette di spedire in Turchia 2 milioni di turisti con gli occhi a mandorla e dalle assicurazioni di Pechino che accetta di pagare eventuali danni causati dal passaggio del gigante. Il governo egiziano, invece, nonostante riceva dalla Cina un’offerta analoga, tiene duro e nega il transito del Canale di Seuz, motivando il rifiuto con il regolamento che vieta il suo attraversamento alle navi rimorchiate.

La Varyag, comunque, entra finalmente nelle acque territoriali turche il 1° novembre alle 07.00 e, passati i Dardanelli, si dirige verso lo Stretto di Gibilterra che, a causa del divieto egiziano, dovrà attraversare per circumnavigare l’Africa e far rotta verso il Capo di Buona Speranza e poi lo Stretto di Malacca. La pazzesca navigazione a lento moto è funestata da una serie di incidenti, tra i quali un incendio e numerose rotture dei cavi di rimorchio.

Già nei primi giorni di navigazione, durante uno di questi episodi, la nave va alla deriva per parecchie ore nell’Egeo in tempesta e in un altro, il 6 novembre, perde la vita un marinaio che stava tentando di agganciare uno dei cavi da rimorchio al colosso recalcitrante. Il 3 marzo 2002, dopo ben 627 giorni dalla partenza da Nikolayev e milioni di dollari di spese, la Varyag giunge finalmente in Cina: non a Macao, divenuta cinese il 20 dicembre 1999, ma nella munitissima base navale di Dalian, la più importante della Plan. Qualche settimana prima, l’8 febbraio, l’amministrazione di Macao mette all’asta tre licenze per realizzare delle case da gioco sul suo territorio, ma tra le 21 società che partecipano alla gara non figurano la Chinluck né la Chong Lot.

Insomma, aumentano i sospetti che la faccenda del casino galleggiante sia una colossale montatura e che i piani di Pechino siano ben altri.

La Varyag, sorvegliata a vista per tre anni in un’area defilata all’interno della base, entra in bacino nel maggio 2005 per uscirne interamente dipinta con il tipico grigio regolamentare delle navi da guerra di Pechino. Nello stesso periodo, due delegazioni di tecnici cinesi visitano sia il “bureau” russo Neveskoye PKB, progettista delle portaerei della classe Admiral Kuznetsov, sia il cantiere di Nikolayev che ha costruito la Varyag. Nel 2008 viene realizzata sulla terraferma, nel perimetro della base aerea di Janliang, una riproduzione in scala 1:1 del ponte di volo della nave e della sua isola laterale, da utilizzare evidentemente per le prove di simulazione degli appontaggi.

Secondo il progetto originale russo, infatti, che la Cina è costretta a mantenere poiché non dispone delle tecnologie per realizzare le grandi catapulte di lancio a vapore, la Varyag è una portaerei di tipo Stobar (Short Take Off But Arrested Recovery), ossia fa decollare aerei a decollo corto (Stol, o anche verticale, Stovl) grazie a una rampa inclinata (sky jump) ubicata a prua, che poi appontano utilizzando il noto sistema del gancio d’arresto in coda, il quale intercetta un cavo teso di traverso sul ponte di volo e collegato a particolari pistoni idraulici che assorbono l’energia cinetica fino al completo arresto.

Nell’aprile 2009 la nave viene spostata in un altro bacino, sempre a Dalian, dove si installano i motori, probabilmente dei diesel al posto delle grandi e più potenti turbine a vapore (quattro, su altrettanti assi, per 200mila cavalli complessivi) previste dal progetto originario sovietico. Se le valutazioni degli esperti sono esatte, è chiaro che il motivo di una tale scelta risiede nel fatto che anche in questo campo la tecnologia cinese non è all’altezza del problema.

Nel marzo 2010 la portaerei emerge dai lavori mostrando una nuova isola, modificata rispetto alla precedente, sulla quale appaiono installate ciò che sembrano le sovrastrutture destinate a ospitare le antenne a faccepiane del radar a scansione di fase di produzione locale noto in Occidente come Type 348, concettualmente simile al diffuso apparato americano Aegis. Ma prima, già nel 2006, era giunto l’annuncio secondo il quale la Russia ha siglato un accordo del valore di circa 2,5 miliardi di dollari per la fornitura alla Cina di una cinquantina di caccia Sukhoi Su-33 Flanker-D, la versione imbarcata del Su-27 Flanker tuttora in uso anche sull’Admiral Flota Sovetskogo Soyuza Kuznetsov, la gemella russa della Varyag la quale, rivela nel 2008 l’autorevole almanacco navale britannico Jane’s Fighting Ship’s, è stata nel frattempo ribattezzata Shi Lang.

Tuttavia l’accordo, non ancora perfezionato, naufraga quando Mosca apprende che la Cina ha realizzato, con una laboriosissima operazione di “reverse engineering”, una copia del Su-27 del quale aveva in precedenza ottenuto la licenza di produzione dai russi. L’aereo, battezzato Shenyang J-11B ed equipaggiato con avionica e armamento cinesi, viene anche offerto per l’esportazione come “clone” a basso costo del velivolo russo. I timori di Mosca, la quale ritiene che la Cina intenda ripetere il giochetto con l’Su-33, vengono confermati quando si apprende che Pechino è riuscita a procurarsi, acquistandolo dall’Ucraina, un T-10K, cioè un prototipo incompleto del Su-33 dal quale nascerà poi lo Shenyang J-15.

Le somiglianze tra i due aerei sono impressionanti e lasciano pochi dubbi sul fatto che il J-15 sia uno spudorato “clone” del velivolo Sukhoi. A questo punto, appare chiarò che sarà proprio il J-15 il caccia imbarcato destinato alla Shi Lang. La nave dovrebbe averne a bordo 26 e potrebbe imbarcare anche un buon numero di elicotteri, più o meno 24, di produzione russa, suddivisi tra Kamov Ka-27 e Ka-31 da impiegare, rispettivamente, in ruolo antisommergibile ed “early warning”, cioè il braccio a lungo raggio delle attività di sorveglianza e allarme precoce intorno alla nave.

Le prove in mare della nuova ammiraglia cinese, da tempo attentamente sorvegliata e studiata dall’intelligence occidentale, sono iniziate con una prima uscita di tre giorni, dal 10 al 13 agosto 2011, seguita da altre nove sortite, effettuate sempre in un’area rigorosamente interdetta alla navigazione, la più lunga delle quali, lo scorso luglio, è durata 24 giorni. Non sono ovviamente terminate, ma alcuni analisti ritengono che l’entrata in servizio della Shi Lang sia prossima, altri che invece ci sia ancora molto da fare prima di poterla ritenere davvero operativa.

In ogni caso, è opinione abbastanza condivisa che la Shi Lang sia soltanto un’unità largamente sperimentale destinata allo studio e alla messa a punto di sistemi e tecnologie preziosi per la realizzazione della prima portaerei di progetto interamente cinese che sarebbe già in costruzione a Shanghai, in parte derivata dalla Ulyanovsk, la grande portaerei russa da oltre 80mila tonnellate impostata sugli scali prima del crollo del regime sovietico e mai completata.

In realtà, le ricognizioni satellitari americane indicano che le nuove portaerei cinesi sugli scali sarebbero addirittura due, appartenenti a progetti diversi e con dislocamento e dimensioni crescenti. Lo dimostrerebbe anche il fatto che qualche anno fa la Cina ha ordinato in Russia quattro impianti di appontaggio completi di cavi d’arresto e di pistoni d’assorbimento dell’energia cinetica. Uno di questi impianti sarebbe stato installato nel simulacro terrestre del ponte di volo della Shi Lang realizzato a Janliang, il secondo direttamente sulla nave e i rimanenti servirebbero per equipaggiare le due unità in ora costruzione.

Sulle reali capacità belliche della Shi Lang sussistono parecchi dubbi e le discussioni al riguardo sono piuttosto accese. È assai probabile, anzi quasi certo, che la nave, intesa come sistema d’arma nel suo complesso, non rappresenti certo il non plus ultra nel settore. A legittimare questa teoria c’è il fatto che i motori diesel di cui è probabilmente dotata le consentirebbero di raggiungere una velocità massima troppo bassa rispetto ai 30 nodi ritenuti quasi uno standard per i compiti assegnati a una grande portaerei di squadra.

Inoltre, è opinione comune che anche l’armamento e l’elettronica di bordo (sensoristica e sistema di combattimento) siano ancora a un livello non comparabile con la produzione occidentale. Va anche ricordato che impiegare un elicottero come il Kamov Ka-31 in ruoli “early warning” (allarme precoce) è certo una soluzione di ripiego imposta dal fatto che né la Russia (che ha rinunciato a suo tempo a proseguire lo sviluppo del suo Yakovlev Yak-44), né tantomeno la Cina (che quindi non ha potuto procurarsi nulla da “clonare”) dispongono di un aereo dedicato equivalente al Northop Grumman E2-D Hawkeye imbarcato sulle porterei americane e appositamente realizzato per la sorveglianza elettronica.

Si dà anche credito alla teoria secondo la quale pure il caccia imbarcato J-15 è ancora lontano, quanto a prestazioni, dagli standard americani, europei e anche russi, principalmente a causa delle manchevolezze del suo propulsore, la turboventola cinese WS-10H, a sua volta derivata dalla russa Lyulka L-31F. Alcune indiscrezioni suggeriscono che il WS-10H sia troppo lento nel rispondere alle variazioni della spinta richieste dal pilota, una prestazione assolutamente fondamentale nel combattimento manovrato. Il problema potrebbe risiedere nel Fadec, ossia il sistema digitale che supervisiona e ottimizza automaticamente il funzionamento del motore in base ai diversi parametri di volo, un componente critico ad altissima tecnologia riguardo al quale l’industria aeronautica cinese ha scarsissima esperienza.

Infine, non va dimenticato che la gestione operativa efficiente di una grande portaerei e del suo gruppo di volo comporta la soluzione di problemi estremamente complessi e l’elaborazione di procedure la cui messa a punto richiede anni, tutte attività riguardo alle quali la Marina cinese è partita praticamente da zero pochi anni fa. Comunque sia, indipendentemente dalle prestazione complessive della Shi Lang e di ciò che porta a bordo, è ormai chiaro che Pechino intende procedere a grandi passi e senza lesinare risorse verso la creazione di una componente aerea imbarcata credibile, anche se si stima che una vera task force aeronavale cinese di capacità accettabili, composta da una portaerei e dalle indispensabili unità di scorta, non potrà essere pronta prima di qualche anno.

Resta il fatto che l’India, antagonista della Cina nell’area e con simili aspirazioni da superpotenza, sta seguendo la stessa via e ha in costruzione una nuova portaerei del tipo Stobar di progetto indigeno, la Vikrant (40mila tonnellate per circa 260 metri), con l’assistenza delle italiane Fincantieri per quanto riguarda la propulsione e Alenia per alcuni degli apparati radar.

Seguirà l’annunciata Vishal, ben più grande (la stima è di 65mila tonnellate), che dovrebbe essere dotata di catapulte a vapore ma è ancora sui tavoli dei progettisti, mentre non va dimenticato che la Marina indiana sta per immettere in servizio la Vikramaditya, l’ex-russa Admiral Gorshkov della classe Kiev, acquisita nel 2004 e attualmente in fase di ricostruzione presso i cantieri russi Sevmash. La sua componente di volo dovrebbe prevedere il Mig 29k, la versione imbarcata del celebre caccia Mikoyan, mentre per le due unità indigene si parla di un mix tra il Sukhoi Su-33 e il nuovissimo caccia leggero indiano Hal Tejas, attualmente in fase di sviluppo.

I programmi navali cinesi e indiani non hanno ovviamente lasciato indifferente il Giappone, la cui Marina, che secondo la Costituzione nipponica è ancora formalmente una “forza di autodifesa” e che secondo l’art. 9 non può possedere portaerei, ha immesso in servizio le sue due prime unità del dopoguerra dotate di un ponte di volo continuo, la Hyuga e la Ise. Benché ufficialmente classificate come “cacciatorpediniere” proprio per eludere il dettato costituzionale, e nonostante abbiano dimensioni assai più contenute della Shi Lang (meno di 20mila tonnellete di dislocamento per 197 metri di lunghezza) e imbarchino solo elicotteri, le due navi anticipano un’unità più prestante già in costruzione, per ora denominata “22Ddh”, il cui progetto sembra sia stato modificato per accogliere anche aerei, e non più solo elicotteri.

Anche la 22Ddh (l’acronimo “Ddh” rivela che la nave viene ancora classificata come “cacciatorpediniere portaelicotteri”), da 27mila tonnellate per 248 metri, è probabilmente il preludio a future unità ancora più grandi e complesse di cui Tokyo dovrà dotarsi per contrastare le ambizioni oceaniche di Pechino.

Da tutto ciò appare ormai evidente che le tensioni nell’area del Pacifico sono destinate a crescere con il progressivo incremento degli arsenali delle principali principali potenze della zona, in particolare delle rispettive forze navali che ormai stanno decisamente trasformandosi dando un formidabile impulso alla componente aeronavale. Nello scacchiere asiatico, la corsa alla portaerei e alla proiezione di potenza consentità dal binomio nave+aereo è appena cominciata.
Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/Shi-Lang-Plan-Marina-cinese-portaerei#ixzz27bogVY4

China Adds Aircraft Carrier to Its Navy

By BRIAN SPEGELE

September 26, 2012

BEIJING—China officially welcomed its first aircraft carrier to its navy, offering a public display of its ambitions to challenge U.S. naval supremacy in Asia in the midst of a territorial dispute with Japan that has inflamed nationalism at home

The carrier, christened the Liaoning after China’s northeastern province, is at least several years away from minimal combat readiness, military experts say. In particular, Chinese fighter pilots are still learning skills needed for taking off and landing on a moving deck. Diplomats say China has yet to land a plane on the vessel.

But the addition of the Liaoning to the fleet Tuesday received broad coverage in China’s state-run media. President Hu Jintao and Premier Wen Jiabao were among the leaders at a ceremony in Dalian, the port city where the carrier was refurbished, according to the state-run Xinhua news agency. The commissioning led the national nightly television news broadcast, which showed Mr. Hu presiding over the ceremony while wearing the Mao-style suit he reserves for military functions.

Mr. Wen, reading a letter on behalf of the country’s leaders, said putting the aircraft carrier into service would “be of great and far-reaching significance in inspiring patriotism, national spirit and driving national-defense technologies,” Xinhua said. “It will also be of great significance in enhancing national defense power and the country’s comprehensive strength.”

The carrier’s formal handover to the navy from contractor China Shipbuilding Industry Corp. is largely symbolic. It comes just before China’s Oct. 1 National Day as well as a sensitive once-a-decade changeover of top political leaders set to begin in the coming weeks. It appeared in part designed to reinforce a domestic message as China verbally defends its territorial claims against neighbors including Japan, the Philippines and Vietnam.

China holds claim to the Japanese-controlled Senkaku islands in the East China Sea, known in Chinese as the Diaoyu. It also faces potentially volatile disputes with Vietnam, the Philippines and others over energy-rich waters in the South China Sea.

Tens of thousands of Chinese have protested—at times violently—against Japan’s control over the Senkaku in the past several weeks, underscoring the public pressure leaders face to defend Chinese territorial claims. Top Chinese political leaders are also grappling with a resurgent U.S. military presence in the region, after more than a decade where the Pentagon focused on wars in Iraq and Afghanistan.

The development of an aircraft carrier has long been promoted as a symbol of rising national strength. It reinforces the government’s narrative that China under the Communist Party is rapidly emerging as a benevolent regional actor just as the U.S. is struggling to retain the influence it has had in the Asia-Pacific since 1945.

“China will not join any arms race, pose a threat to other countries or exceed its national and economic strength to develop arms,” Xinhua said in a commentary on Tuesday.

The Pentagon has reported rising overall numbers of Chinese naval vessels in recent years as well as a greater proportion of which the U.S. considers modern. It says the Chinese navy possesses about 75 principal surface combatants, like destroyers and frigates, and around 60 submarines.

China’s military could add to its projected power if it were eventually able to deploy aircraft carriers as well as necessary support vessels. That could include running longer and more sophisticated sea and air missions to assert sovereignty over the South China Sea. Currently, its jets don’t have sufficient range to operate for extended periods to the outer limits of China’s territorial claims, experts say.

A Chinese company purchased the carrier’s empty hull from Ukraine in 1998, and it made its first sea trial under Chinese control in August 2011.

China’s neighbors have reacted warily to its growing clout. The U.S. is forging strategic partnerships with long-time ally the Philippines as well as with Vietnam. Vietnam is also in the process of acquiring six Kilo-class submarines from Russia while the Philippines has pushed the U.S. for defense pledges in the event of a territorial conflict with China.

Chinese leaders see a modern navy as necessary to protecting Chinese assets and interests increasingly spread across the world. China’s navy in recent years has been taking part in antipiracy missions in the in the Gulf of Aden, for example, though it isn’t likely the aircraft carrier will be participating in missions far from China’s shores in the immediate term.

In its annual report to Congress on Chinese military developments, the Pentagon said some components of China’s first indigenous aircraft carrier may already be under construction. The first of several indigenous carriers isn’t likely be ready until after 2015, the report said.

Chinese aircraft carriers are the cornerstone of a multidecade effort by Beijing to modernize its forces. China’s military spending in 2012 is forecast to rise to 670.2 billion yuan (about $106 billion), an 11.2% jump over spending a year earlier, according to government figures.

Other Chinese military advances that could counter the U.S. include the development of specialized missiles designed to target large ships, such as U.S. aircraft carriers operating in the Western Pacific. One antiship ballistic missile under development, the DF-21D, has a range of more than 1,500 kilometers, or 900 miles, according to the Pentagon.

http://online.wsj.com/article/SB10000872396390444358804578017481172611110.html

Japan’s Noda Addresses Island Spats at UN

September 26, 2012,

By TOKO SEKIGUCHI

NEW YORK—In a move rare in Japanese diplomacy, Prime Minister Yoshihiko Noda addressed the territorial disputes simmering between Japan and its Asian neighbors Wednesday in a speech delivered to the United Nations General Assembly in New York.

“Securing peace, the safety of its people, national sovereignty and protecting its land and seas is a natural duty of a state,” Mr. Noda said, according to a prepared statement of his remarks. “Japan will fulfill its duty in accordance with international law.”

“Any attempt to realize one’s claim through force or intimidation goes against the wisdom of humanity and should never be accepted,” Mr. Noda said.

Mr. Noda didn’t mention South Korea and China by name, the two countries with whom Japan’s territorial disputes have escalated in recent weeks. But he specifically raised the importance of adherence to the International Court of Justice for international dispute settlement.

“Peaceful resolution of conflicts through international law is the principal of the UN Charter and the fundamental rule shared by the international community,” Mr. Noda said. “We will strictly abide by this rule and look to international law.”

Japan last month formally suggested to South Korea that the two countries take their dispute over the Liancourt Rocks—known as Takeshima in Japan and Dokdo in South Korea—to the ICJ. South Korea rejected the recommendation.

Unlike past years, when a well-prepared speech and prearranged talks between leaders were the norm, a meeting between the foreign ministers of Japan and China, in the midst of a bitter conflict over another chain of islands, only materialized at the last minute on Tuesday evening.

While the two sides agreed to maintain an open dialogue in spite of a territorial spat that has spawned violent anti-Japan demonstrations in some Chinese cities, they were far from reaching a consensus on the ownership of the Senkaku islands–known as the Diaoyu in Chinese.

As for Mr. Noda’s Wednesday speech, officials couldn’t finalize the draft until just hours before delivery, a rarity in Japanese diplomacy.

Traditionally, the annual September U.N. General Assembly attendance by Japan’s representatives had been a place to emphasize cooperation and solidarity with the global community, with government officials largely staying away from controversial issues.

That has especially been the case in recent years, since the revolving door of Japanese prime ministers tended to switch right before the assembly meeting, making their New York trip the occasion for a “diplomatic debut” for the new leaders—oftentimes marking their first leadership meeting with Japan’s most important ally, the U.S.

Last year, Mr. Noda’s speech focused on thanking the international community for its humanitarian aid in that year’s earthquake and tsunami disaster, and the lessons learned from the subsequent nuclear accident.

Mr. Noda’s predecessors have promised development aid and set high goals for cutting carbon emissions. But with globally shared enemies–terrorism, hunger, climate change—and common goals, their speeches at the General Assembly were hardly controversial.

But this year, with heightened tensions in East Asia over territorial disputes developing into political unrest between the world’s second and third largest economies, Mr. Noda’s speech had been closely followed.

Mr. Noda made a point of raising Japan’s territorial conflicts in all his bilateral meetings Tuesday, even with countries that likely possess no interest in the matter.

The meeting between Japanese Foreign Minister Koichiro Gemba and his Chinese counterpart, Yang Jiechi, lasted an hour Tuesday and centered on the topic of the territorial issue.

“China insisted on their own position, in a severe manner,” Mr. Gemba said after the meeting.

Mr. Gemba said he protested to his counterpart about the actions of Chinese demonstrators and called for restraint, after some of the anti-Japanese protests in more than 100 Chinese cities last week turned violent, leaving burned Japanese factories and vandalized stores.

“Violence is unacceptable under any circumstances,” Mr. Gemba told Mr. Jiechi, according to a Japanese Foreign Ministry official present at the meeting.

There are no plans for a meeting between the two countries’ leaders, Mr. Gemba said.

China’s state-run Xinhua news agency reported that Mr. Jiechi described the Japanese government’s purchase of the islands from Japanese private owners as “a gross violation of China’s territorial integrity and sovereignty, an outright denial of the outcomes of victory of the world antifascist war and a grave challenge to the postwar international order.”

The Japanese official who briefed the news media said that because the two sides agreed not to reveal details of the meeting, he could neither confirm nor deny that such statements were made.

While the two sides agreed that dialogue at various levels should continue, they failed to reach an agreement on their ownership claims over the uninhabited islets, the official said.

“We can’t deny that [the conflicting views] have developed into a significant problem that affects our bilateral relationship, and we agreed to maintain dialogue … but that isn’t to say we are acknowledging their claim as valid,” the official said.

http://online.wsj.com/article/SB10000872396390443328404578020154212920068.html?mod=wsj_streaming_stream

Giappone accusa la Cina: intrusione aerea | controappuntoblog.org

Protests in China over disputed islands

http://www.controappuntoblog.org/2012/09/19/protests-in-china-over-disputed-islands/

Guerra del Pacifico (seconda guerra mondiale)

http://www.controappuntoblog.org/2012/09/19/guerra-del-pacifico-seconda-guerra-mondiale/

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