Il divino e l’umano – Tre morti.

6 novembre 2008

Il divino e l’umano

Scritto negli ultimi anni di vita del grande scrittore, Il divino e l’umano è un racconto che assomma due dei grandi temi della maturità di Lev Tolstòj: la fede e il problema degli intellettuali e la rivoluzione. Tuttavia, è per comodità che li distinguo uno dall’altro; in realtà entrambi possono essere ricondotti sotto l’unico, inesauribile problema che è la ricerca di un senso. Anatolij Svetlogùb e Ignatij Meženetskij sono seguaci di un tipo di socialismo utopico che li ha portati a compiere attività sovversiva con lo scopo di ottenere, anche con la forza, l’emancipazione del popolo: catturati, in momenti diversi, per la loro attività terroristica, affrontano uno l’isolamento e l’altro, Svetlogùb, l’esecuzione della pena capitale. I loro percorsi, pure inizialmente uniti dalla ideologia, prendono in carcere strade opposte: Svetlogùb, imbattendosi quasi casualmente in un Vangelo, rilegge la sua vita e vive gli ultimi giorni sotto una nuova luce; Meženetskij, fedele alle sue idee rivoluzionario – sociali e più che mai certo di perpetrarle, non reggerà allo scherno della nuova generazione di rivoluzionari marxisti e materialisti che lo considerano un vecchio idealista patetico e sconfitto.

Come si vede, è la storia di due fedi: la ricerca di un senso che passa attraverso la conversione e, nel caso di Meženetskij, attraverso il severo giudizio della storia. Sembra chiaro l’intento dello scrittore – alla luce della sua stessa conversione -, e cioè quello di esaltare il messaggio evangelico, il cui depositario privilegiato è il popolo russo, e condannare il nichilismo di quegli intellettuali. Credo tuttavia che le sue parole siano più credibili nel condannare il secondo che nell’esaltare il primo; del resto l’approccio alla fede di Tolstòj fu sempre perfettamente razionalista tanto che le sue idee gli valsero la scomunica da parte della Chiesa Ortodossa. La vicenda di Meženetskij è quella a parer mio più sviluppata del racconto, quella più convincente; chissà se l’hanno pensata a questo modo i fratelli Taviani quando, nel cuore degli anni di piombo, trassero una pellicola da questo racconto: ambientato nell’Italia settentrionale, post – unitaria, il film, che si chiama San Michele aveva un gallo, mette in scena solo la storia di Meženetskij lasciandola pressoché inalterata. Non è difficile rendersi conto della coloritura che un film simile poté assumere in quei tempi (nella foto una scena).

A tutti consiglio la visione e la lettura!

http://il_posto_delle_fragole.ilcannocchiale.it/2008/11/06/il_divino_e_lumano.html

Tre morti

“Tre morti” fu scritto nel 1858. Tolstòj accenna per la prima volta nei Diari al racconto, a cui dà il titolo provvisorio di “Morte”, il 15 gennaio 1858; il titolo “Tre morti” è presente già il successivo 20 gennaio; il racconto sarà rivisto ancora il 12 giugno 1858[1], e pubblicato sul numero 1 del 1859 della rivistaBiblioteca per la lettura” (in russo Библиотека для чтения, Bibliotjeka dlja chtjenija). Si tratta pertanto di un racconto del primo Tolstoj. Argomento del racconto sono i modi in cui muoiono una signora borghese, un povero postiglione e un albero: lamentosa e petulante la prima morte, chiusa nel silenzio la seconda, nobile la morte dell’albero. Molti amici dello scrittore, fra i quali il fratello maggiore Nikolaj, la zia Aleksandrine e lo scrittore Ivan Turgenev, consigliarono senza successo a Tolstoj di eliminare la terza morte, quella dell’albero[2]. In una lettera alla zia Aleksandrine spiegherà che la serenità o meno con cui si affronta la morte dipende dalla vicinanza alla natura con cui è stata vissuta la vita[2]. La morte dell’albero è stata considerata anche una metafora dell’atteggiamento ideale di fronte alla sofferenza, soprattutto quella provocata dalla crudeltà del potere[3].

In autunno, presso una stazione di posta si fermano una carrozza e un calesse: nella carrozza vi è una donna gravemente ammalata di tubercolosi, e la sua cameriera Matrëša; nel calesse, il marito della donna e il medico. La signora vuole andare in Italia il cui clima ritiene debba giovare alla sua salute e si lamenta perché il marito non l’abbia ancora portata all’estero; il medico dice al marito che la paziente è troppo grave perché possa affrontare un lungo viaggio e invita il marito a dimostrarsi fermo contro le pretese della moglie; il marito risponde di non aver il coraggio a opporsi ai desideri della moglie. Nella stazione di posta, in un’isba riservata ai vetturali, un vecchio postiglione sta male e sente avvicinarsi la morte; a un suo giovane collega che gli chiede in prestito gli stivali, il vecchio glieli regala purché in cambio, dopo la sua morte, il giovane metta una lapide sulla tomba. In primavera la donna muore, disperata, attorniata dai familiari e assistita da un sacerdote; un mese più tardi una cappella in pietra sarà innalzata sulla sua tomba. La fossa dove è stato sepolto il vecchio postiglione, invece, è priva di tutto. A chi lo rimprovera, il giovane che aveva promesso di mettere una lapide promette che lo farà, dopo averne acquistato una in città; per il momento innalzerà sul tumulo una croce di legno. Si reca quindi nel bosco per tagliare un albero da utilizzare per costruire la croce.

« L’albero ebbe un tremito da capo a piedi, s’inclinò e rapidamente si raddrizzò, tentennando spaurito sulle sue radici. Per un attimo tutto tornò silenzio: ma poi di nuovo l’albero s’inclinò, ci fu uno scricchiolio nel suo fusto: e, tra uno schiantarsi di rami e un piover di cimette, ruinò giù con la vetta sulla terra madre. »
( Lev Tolstoj, Tre morti, traduzione di Tommaso Landolfi, Op cit.)http://it.wikipedia.org/wiki/Tre_morti

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